mercoledì 31 marzo 2010

Territori de l’Aire

Comunicato stampa

Ancora alberi e giardini, nuove incursioni d’arte e di natura fra le pietre antiche di Pietrasanta. Dopo il gigantesco albero in bronzo e pietra di Giuseppe Penone – che lo scorso autunno ha celebrato in piazza Duomo i 60 anni di eccellenza della Fonderia Massimo Del Chiaro – è la volta di una poetica installazione dell’artista catalana Fina Oliver, intitolata “Territori de l’aire”, allestita dal 1° aprile al 31 maggio nella piazzetta e nel campanile del Duomo: un giardino segreto, una piccola foresta popolata di nuvole e d’uccelli, un “pifferaio magico” seminatore di stelle ed il campanile di San Martino che, come un faro, diffonde e annuncia in Versilia la luce dell’arte. Una proposta suggestiva, delicata e ricca di poesia, alla quale Pietrasanta affida il compito di rappresentare la primavera anticipando le atmosfere che caratterizzeranno l’estate d’arte nel salotto buono della città.
La mostra è promossa dalla galleria Victor Saavedra di Barcellona e gode del patrocinio del Comune di Pietrasanta. Segna il debutto italiano di Fina Oliver, artista che in oltre venticinque anni di appassionata ricerca ha sviluppato un suo originale percorso nei mondi della scultura, soprattutto in bronzo. Ed è proprio la recente scoperta della realtà artigianale di Pietrasanta, della particolarissima atmosfera che si respira fra botteghe e gallerie, fra caffè e studi di scultura, che ha convinto Fina Oliver a scegliere Pietrasanta per la sua prima personale italiana. Non è un percorso articolato ed esaustivo della ricca produzione dell’artista, ma un’installazione simbolica, l’annuncio di futuri incontri, un biglietto da visita che è anche un po’ omaggio ad una piccola città subito amata.

Fina Oliver. Territori de l’Aire
Piazzetta del Duomo e Campanile di San Martino, Pietrasanta
1 aprile – 31 maggio 2010
Inaugurazione giovedì 1° aprile ore 17
Ingresso libero

martedì 30 marzo 2010

Da Corot a Monet. La sinfonia della natura

Comunicato stampa

Dal 6 marzo al 29 giugno 2010 il Complesso del Vittoriano di Roma presenta una prestigiosa esposizione che per la prima volta mette in relazione le straordinarie innovazioni, attraverso cui gli Impressionisti rivoluzionarono la pittura tradizionale, con una comprensione più ampia della natura, della cultura e della modernizzazione del loro tempo. Oltre 170 opere tra dipinti, opere su carta e fotografie d’epoca, queste ultime mai esposte prima in Italia, ripercorrono l’evoluzione della rappresentazione della natura nella pittura francese dell’Ottocento, partendo dalle prime innovazioni ai canoni classici apportate dai pittori della Scuola di Barbizon, esplorando a fondo la rivoluzione degli Impressionisti, per arrivare al trionfo cromatico delle Ninfee di Monet.
L’Impressionismo è certamente un periodo storico artistico al quale sono state dedicate innumerevoli esposizioni, studi e pubblicazioni, ma questa mostra al Complesso del Vittoriano, propone per la prima volta un’analisi davvero approfondita e complessiva del rapporto tra Impressionismo e Natura e di come gli Impressionisti, con il loro linguaggio artistico innovativo, non solo abbiano reso testimonianza visiva dell’impatto della modernità sul paesaggio francese, in una coesistenza di passato e presente, ma abbiano abbracciato una nuova prospettiva olistica, che rivela il dinamismo e la contingenza di ogni sistema sociale e naturale.
La mostra si apre con una selezione di opere a contrasto: da un lato i paesaggi classicheggianti, alla maniera dei Salon, come l’imponente Vista dell’isola di Capri di Harpignies, dall’altro il nuovo approccio degli artisti della Scuola di Barbizon, che sceglievano, invece, di raffigurare luoghi meno spettacolari e di creare composizioni meno fedeli ai dettami della tradizione.
La Scuola di Barbizon comprende quegli artisti, tra cui Corot, Rousseau, Díaz de la Peña, Dupré e Daubigny, che, a partire dagli anni trenta dell’Ottocento, si stabilirono proprio a Barbizon, una località della foresta di Fontainebleau, dove cominciarono a disegnare e, talvolta anche a dipingere, en plein air, con un’attenzione particolare agli effetti transitori della luce e dell’atmosfera, pur mantenendo un notevole rispetto per la tradizione artistica, raffigurando scene rurali solitarie, oltre che per gli elementi legati alla visione e alla vita materiale.
La foresta di Fontainbleau, poco lontana da Parigi, rappresentava per i francesi dell’epoca un vero e proprio monumento naturale, da proteggere e preservare. Come scrive Stephen Eisenman nel suo saggio: “Nel 1860 C.F. Denecourt, il celebre scrittore di guide di viaggio, rivolse un appello all’imperatore Napoleone III affinché la foresta venisse protetta: ‘Con i suoi splendidi orizzonti, le superbe masse di rocce antidiluviane, le valli ombreggiate, gli spazi vuoti e gli alberi secolari... [questa foresta] è stata regalata da Dio alla Francia come un modello di paesaggio terreno’ Théodore Rousseau, dal canto suo, descrisse le foreste come ‘l’unico ricordo ancora vivo dell’epoca eroica della madrepatria, da Carlo Magno a Napoleone’ e nel 1852 sollecitò Napoleone III a istituire una riserva naturale nella foresta, cosa che quest’ultimo fece nel 1861. Questa réserve artistique di 1.097 ettari fu uno dei primi parchi nazionali del mondo. (...) I dipinti di Barbizon, comprese le fotografie di Cuvelier, Le Gray, Le Secq e altri, - qui esposte - erano dunque intensamente nostalgici, giacché rievocano il sogno di un’era in cui – almeno così si credeva – nobili e contadini vivevano in armonia, la terra era fertile e pacifica e le uniche tracce significative dello scorrere del tempo erano il mutare delle stagioni e la diversa intensità della luce nelle ore del giorno.”
“Gli impressionisti, che ammiravano Daubigny e negli anni settanta dell’Ottocento lo seguirono a Auvers“ – spiega Eisenman - amplificarono al massimo le innovazioni e minimizzarono il conservatorismo degli artisti di Barbizon. Nel 1872 Claude Monet si costruì uno studio galleggiante sull’esempio di Daubigny (autore della serie di incisioni En bateau, 1872, New York Public Library, presenti in mostra), ma anziché guardare in basso verso le sponde dei fiumi per rappresentarne la particolare morfologia, di solito abbracciava con lo sguardo acqua, cielo, ponti, gitanti, passeggiatori, battellieri, braccianti e tutte le forme della natura e della cultura rivierasca. E invece di raffigurare quel mondo complesso gradualmente, con pennellate brevi, misurate e relativamente uniformi, utilizzava segni ampi ed espressivi, macchie, tocchi, riccioli e virgole di colore. Attraverso l’unione di una superficie pittorica animata e una nuova gamma di soggetti, in effetti, Monet e gli impressionisti aprirono una serie di interrogativi critici sulla modernità che avrebbero stimolato l’ambiziosa pittura europea per i decenni a venire. Essi sostituirono al nominalismo degli artisti di Barbizon un olismo nuovo e convincente: erano diventati artisti ecologici. “
Una rappresentazione della Natura come forza vitale, nella sua perpetua attività generatrice, priva di figure umane, è quella presentata da artisti come Courbet, Boudin e Cazin.
Nelle opere degli Impressionisti appare, quindi, evidente questa nuova volontà di rappresentare una realtà che è frutto dell’equilibrio e della commistione indissolubile tra tutte le parti del mondo naturale. Prendendo spunto dagli sviluppi della scienza a loro contemporanea, come testimoniano in mostra alcune copie della rivista scientifica La Nature di Gustave Tissandier e pubblicazioni del geologo radicale Elisée Reclus, i pittori impressionisti rappresentarono “l’economia della natura”, ovvero la terra come un insieme di sistemi umani e naturali collegati tra loro, con tutte le parti ugualmente vitali e reciprocamente vincolate.
Quella impressionista è una sfida al pittoresco convenzionale, sia nel virtuosismo della tecnica essenziale, sia in quello della composizione. Come spiega John House nel suo saggio in catalogo: “Le opere eseguite da Pissarro e Monet tra gli anni settanta e ottanta dell’Ottocento chiariscono ulteriormente questi temi. Negli anni settanta Pissarro realizzò una sequenza di vedute delle rive dell’Oise in cui le fabbriche giocano un ruolo prominente (vedi per es. in mostra La sente du Chou, Douai, Musée de la Chartreuse). Questa intrusione della contemporaneità equivaleva a un rifiuto delle immagini convenzionali del fiume rese popolari dai dipinti di Charles-François Daubigny, in cui le sponde verdi e nebbiose sono presentate come un rifugio incontaminato (per es. esposto Mattino sull’Oise, Oshkosh, Paine Art Center and Gardens). A un primo sguardo le fabbriche di Pissarro sembrano accomunabili alla parodistica mietitura di Renoir, ma tra le due c’è una differenza sostanziale: mentre in Renoir contava soprattutto la decisione di declinare il tema della mietitura in chiave antipittoresca, in Pissarro la rottura è provocata da un’intrusione fisica nel paesaggio stesso, quella della fabbrica sulla riva del fiume. (...) Considerato nel suo insieme, questo progetto suggerisce che la presenza della modernità può assumere molte forme e che una pittura realmente moderna dovrebbe riunire quegli elementi contrastanti che le rappresentazioni di paesaggi tradizionali avevano escluso.”
Anche Monet, nelle vedute di Argenteuil realizzate in questo stesso periodo, esplora un’ampia gamma di tonalità e atmosfere. A volte il luogo è raffigurato come un villaggio rurale, ma più spesso sono i segni della modernità a imporsi, pur nella loro estrema diversità: fabbriche e ponti ferroviari, ma anche ville suburbane, chalet sulle rive del fiume e imbarcazioni in movimento, con una continua variazione tonale delle opere, che esplorano tutte le più disparate variazioni atmosferiche in una gamma di effetti visivi davvero straordinaria.
L’uomo entra nel paesaggio, come nel capolavoro di Frédéric Bazille dal Musée Fabre di Montpellier, nel quale la donna in primo piano si immerge completamente nella natura, invitando il nostro sguardo a sprofondare nel panorama della valle verdeggiante vicino al villaggio di Castelnau.
Come spiega Eisenman, Alfred Sisley, invece, dedicò tutta la sua carriera a rappresentare i cicli della natura e il potere dell’idrologia: “I suoi maggiori dipinti hanno per soggetto fiumi, laghi, oceani e alluvioni. Ne sono un esempio – tra le opere esposte - L’inondazione a Port-Marly (1872, Washington, National Gallery of Art), L’inondazione a Moret (1879, Brooklyn Museum) e La Senna a St.-Mammès (ca. 1882, Muskegon Museum of Art): essi raffigurano in maniera vivida ciò che Tissandier e Reclus descrivevano a parole, ovvero che le piene sempre più frequenti dei fiumi francesi, tra cui la Senna, il Rodano, la Loira e la Garonna, erano una conseguenza dell’azione e degli abusi dell’uomo, che tagliava alberi e siepi distruggendo le foreste per lasciar spazio all’agricoltura. In effetti le grandi inondazioni del 1846, 1856 e 1875 furono ampiamente attribuite alla deforestazione. Ma i quadri di Sisley evidenziano anche un altro aspetto della visione di Reclus, ovvero che le comunità sono in grado di adattarsi ai cicli della natura e persino alle calamità esacerbate dall’agire dell’uomo.”
L’avvento della Terza Repubblica nel 1879 cambiò nettamente la politica artistica dello stato francese, che, se in passato aveva favorito le forme più tradizionali del paesaggio rurale, incoraggiava ora attivamente la raffigurazione delle scene contemporanee. Fu forse anche questo che contribuì al trasferimento di Monet a Vétheuil e ad un atteggiamento nuovo: abbandono dei soggetti esplicitamente moderni, riduzione al minima della presenza umana.
La fusione tra pratica artistica e vita privata che Monet attuò, poi, nella casa e nei giardini di Giverny è un esempio perfetto della tendenza antiurbana e introspettiva dell’arte moderna fin de siècle. Spiega Eisenman “Ormai prossimo alla fine della vita e della carriera, Monet ripensò alle opere dei grandi pittori di Barbizon Rousseau, Díaz, Dupré, Harpignies e Daubigny, nonché dei fotografi Eugène Cuvelier, Gustave Le Gray e Henri Le Secq, i quali avevano tutti posto l’acqua – in particolare i fiumi e le paludi – al centro della loro visione. Al pari di questi artisti, anche lui considerava l’acqua – come aveva scritto il naturalista Justus Liebig nel 1845, durante il periodo d’oro di Barbizon – “l’agente intermedio di tutta la vita organica”. Le sue ninfee erano forse “il piccolo e tiepido stagno” descritto da Darwin, il brodo primordiale da cui si svilupparono tutte le forme di vita.”
La mostra si chiude con una testimonianza dello splendido ciclo delle Ninfee, oggi chiamato Grandes Décorations, installato all’Orangerie di Parigi e aperto al pubblico nel 1927, un anno dopo la morte dell’artista. “Queste immense tele panoramiche, che raggiungono un’estensione totale di oltre novanta metri, segnano un netto passaggio concettuale dall’originario obiettivo artistico di Monet, ovvero quello di recarsi in campagna e dipingere tutto ciò su cui si posava lo sguardo – terra, cielo, acqua, barche, gente, edifici – purché il risultato fosse una composizione pregevole e coerente.”
L’artista non raffigura più la natura come momento insieme immediato ed eterno, non è più interessato a fissare sulla tela il fondersi di passato e presente, antico e modernità, ma crea, piuttosto, un luogo dell’anima, un ideale rifugio dalla contingenza della vita quotidiana.
Conclude Eisenman: “Questo sforzo di monumentalizzazione è decisamente distante dalla deliberata contemporaneità e contingenza della precedente visione ecologica di Pissarro, Sisley e dello stesso Monet. L’artista aveva quindi abbandonato l’ecologia di Reclus, con la sua enfasi sul cambiamento e sull’interdipendenza dinamica di natura e cultura, per tornare a una versione del paysage nature o natura naturans (la natura che genera se stessa) della scuola di Barbizon, ma stavolta senza la struttura di sostegno del classicismo. Il risultato è una straordinaria emancipazione dalle forze scoraggianti della modernizzazione, ma anche un terribile ritiro in un’isola privata di sogni e ansietà.”

Titolo mostra: Da Corot a Monet. La sinfonia della natura
Sede: Complesso del Vittoriano, Roma
Indirizzo: Via San Pietro in Carcere (Fori Imperiali)
Date: 5 marzo - 29 giugno 2010
Orari: dal lunedi' al giovedi' 9.30-19.30; venerdi' e sabato 9.30-23.30: domenica 9.30-20.30
Costo biglietto: 10.00 euro intero - euro 7.50 ridotto

Immagine: Claude Monet, Ninfee, armonia in blu, ca. 1914, olio su tela, cm. 200x200, Parigi, Musée Marmottan Monet ©Musée Marmottan, Paris / Giraudon / The Bridgeman Art Library

lunedì 29 marzo 2010

Cento cavalli di Aligi Sassu

Comunicato stampa

«Negli ultimi trent’anni abbiamo avuto tre grandi allevamenti di cavalli: il primo è quello di Picasso (…); altra scuderia, quella di Marino Marini, scultore; (…) e il terzo allevamento appartiene ad Aligi Sassu». (Dino Buzzati, 1965)

Cento ceramiche di Aligi Sassu, uno dei massimi esponenti dell’arte italiana del XX secolo, saranno esposte dal 24 aprile al 30 giugno nelle sale prestigiose del Museo “Villa Urania” di via Piave a Pescara, che già ospitano la collezione permanente di ceramiche storiche di Castelli appartenute a Raffaele Paparella Treccia e a Margherita Devlet.
In “Cento cavalli di Aligi Sassu”, curata dal noto studioso Gian Carlo Bojani, piatti, zuppiere, ciotole e sculture in maiolica o terracotta dipinte da Aligi Sassu tra il 1939 e il 1965 rappresentano uno dei temi iconografici più cari all’artista: la figura del cavallo. In mostra è presente anche il celebre servizio da tavola del 1949 “I cavalli del mare” composto da 73 pezzi, nel quale l’artista si confronta direttamente con la tradizione ceramica ligure quattro-ottocentesca recuperando la tipica bicromia bianco e blu “vecchia Savona”.
Le opere esposte fanno parte della collezione della Fondazione Crocevia di Alfredo e Teresita Paglione. Quello tra Aligi Sassu e il gallerista abruzzese Alfredo Paglione, infatti, co-curatore di questa mostra, è un sodalizio artistico nato alla fine degli anni ’50 e rafforzato da un vero e proprio vincolo di amicizia e poi di parentela, visto che entrambi hanno sposato due delle sorelle Olivares.
«Aligi Sassu è legato e noto a Pescara anche per aver realizzato tre magnifiche opere murarie nella chiesa di Sant’Andrea – spiega Augusto Di Luzio, presidente della Fondazione Paparella -Devlet – Questo grande evento culturale deve la sua realizzazione alla collaborazione della signora Maria Helena Olivares, vedova del maestro, e alla munificenza della compianta Teresita e di suo marito Alfredo Paglione, grande promotore dell’arte e affidabile conservatore delle opere di suo cognato Aligi Sassu e di tanti altri grandi artisti».
«Per Sassu il cavallo è insieme dinamica futurista e memoria di quel paesaggio mediterraneo delle sue origini sarde che non smetterà mai di esprimere – dichiara Carlo Di Properzio, direttore scientifico della Fondazione – La scoperta della maiolica significò per Sassu la scoperta del linguaggio plastico della scultura unito alla luminosità degli smalti».
«Le sue sculture in ceramica dedicate all’iconografia del cavallo – aggiunge Vincenzo De Pompeis, direttore del museo “Villa Urania” – colpiscono per il modo originale e creativo in cui l’autore interpreta tale soggetto iconografico, libero da schemi già visti e proposti da altri grandi artisti. Sassu racconta il cavallo con un proprio linguaggio stilistico, non proponendo un’iconografia mimetica e idealizzata, ma dando vita a cavalli dalle forme incompiute e non finite, senza far perdere la loro carica simbolica fatta di eleganza, forza e vitalità».
La mostra sarà visitabile dalle 11 alle 13 e dalle 17 alle 21 ogni giorno tranne il lunedì.

Titolo mostra: Cento cavalli di Aligi Sassu
Sede: Museo “Villa Urania”, via Piave - Pescara
A cura di: Gian Carlo Bojani
Apertura: dal 24 aprile al 30 giugno 2010
Orari: tutti i giorni dalle 11 alle 13 e dalle 17 alle 21, chiuso il lunedì

giovedì 25 marzo 2010

Mare Clausum, Mare Liberum

di Angela Delle Donne

Mare Clausum Mare Liberum, la pirateria en la America Española è la mostra che fino a maggio 2010 sarà ospitata presso l’Archivio General de Indias in Siviglia. Si tratta di un percorso documentario tratto dagli oltre ottanta milioni di pagine originali di documenti storici, un percorso che riguarda la pirateria al tempo della colonizzazione spagnola dei territori americani. Le sezioni sono tante, tra cui: la pirateria nel nuovo mondo, le guerre franco-spagnole, i corsari inglesi, l’organizzazione difensiva contro la pirateria, il dominio spagnolo e la pirateria nel cinema e nella letteratura.
La mostra prevede anche la visione di un video descrittivo della storia dell’edificio che ospita l’Archivio General. La struttura fu iniziata nel 1584 con l’intendo di ospitare le attività commerciali tra il vecchio continente ed il nuovo mondo e prima ancora di essere concluso, il palazzo era luogo dei tanti traffici che affollavano la città. Quando nel 1680 il centro della attività commerciali fu spostato a Cadiz, il palazzo cadde in disuso e solo nel 1785 prende vita l’archivio dei documenti. Così, ad oggi, l’Archivio de Indias è diventato la memoria del nuovo mondo, custodendo le corrispondenze di Cristoforo Colombo, i documenti della casa reale, i trattati di pace e gli accordi, bolle papali e tanto altro materiale documentario di recente acquisizione.
I documenti esposti raccontano tre secoli di storia dei traffici marittimi della Spagna e degli assalti subiti durante la navigazione. Ed insieme ai documenti trovano spazio piccoli plastici delle fortezze spagnole in America, ricostruzioni delle imbarcazioni, armature e piccoli cannoni da guerra, lungo le pareti ritratti dei comandanti e delle personalità importanti, cimeli delle conquiste ed una piccola sezione delle porcellane della compagnia delle Indie realizzati in Cina.
Nella sezione dedicata ai pirati nella letteratura e nel cinema troviamo locandine di film e libri che raccontano storie di fantasia e di realtà. Il percorso è concluso dal plastico dell’intero edificio dell’archivio.

mercoledì 24 marzo 2010

Piacenza, terra di frontiera

Comunicato stampa

La città di Piacenza è da sempre stata terra di frontiera per il passaggio sul Po verso la Lombardia e lungo il Trebbia per la Liguria e con questi territori ha mantenuto nei secoli stretti legami economico-commerciali e anche culturali; per sua natura Piacenza è la porta dell’ Emilia verso la Lombardia e verso l’Europa e per questo è sempre stata sia un centro strategico molto ambito per i potenti sia un appagante approdo per importanti artisti di diversa provenienza. Nel corso del Seicento la presenza dei lombardi a Piacenza si intensifica e si associa, grazie anche agli indirizzi della corte farnesiana, a quella di artisti liguri.
A partire dalle opere di GIOVAN MAURO DELLA ROVERE detto FIAMMENGHINO, frescante di molte chiese lombarde e di GIOVANNI BATTISTA TROTTI detto il MALOSSO, cremonese attivo anche in San Francesco a Piacenza, si percorrerà la strada del naturalismo di DANIELE CRESPI, le stemperate suggestioni venete e vandykiane di FRANCESCO CAIRO, di GIOVANNI ANDREA DE FERRARI e dei due fratelli NUVOLONE, CARLO FRANCESCO e GIUSEPPE, anch’essi attivi più volte in città.
Una suggestiva opera raffigurante l’Incendio della città di Sodoma del raro pittore RIDOLFO CUNIO una Battaglia di Clavjio di ALESSANDRO GHERARDINI detto il CERANINO, o un Ester e Assuero del bergamasco CARLO CERESA aprono lo scenario alla seconda metà del secolo, al quale risalgono le tele di CARLO DONELLI detto il VIMERCATI e di STEFANO MARIA LEGNANI detto il LEGNANINO, fino a quelle di VALERIO CASTELLO e dell’elegante BARTOLOMEO GUIDOBONO.
Il pregio speciale di questa mostra, che ricreerà la temperie culturale piacentina del secolo XVII e che trova opere degli stessi pittori sparse nelle chiese e nei palazzi di Piacenza, sta anche nel fatto che sarà una vetrina per opere in maggioranza inedite, scoperte recentemente, mai pubblicate finora e in alcuni casi importanti aggiunte ai cataloghi dei rispettivi pittori.

• La Mostra rientra nelle manifestazioni della Settimana Nazionale dei Beni Culturali
• La visita alla Mostra consentirà l’ingresso gratuito alla Pinacoteca di Palazzo Farnese
• Saranno possibili apposite visite guidate per gruppi e per le Scuole su prenotazione
• Sono previste serate a tema e visite dedicate a vari aspetti della cultura figurativa

Mostra: Piacenza, terra di frontiera: pittori lombardi e liguri del Seicento
Sede: Galleria Rosso Tiziano, Via Taverna 41, Piacenza
Date: dal 31 marzo al 27 aprile 2010
Inaugurazione: mercoledì 31 marzo 2010, ore 17.30
Catalogo: a cura di Franco Moro, edito da Grafiche LAMA
Orari: tutti i giorni dalle 15.30 alle 19.30
Possibili visite su prenotazione

martedì 23 marzo 2010

La Scuola Medica Salernitana in un set virtuale

di Gianmatteo Funicelli

Medicina, Ricerca e la Facoltà di Informatica dell’ Università di Salerno aprono nuove strade alla Scienza: Lo scorso Dicembre’09 è stato presentato al pubblico salernitano il Museo Virtuale della Scuola Medica Salernitana, ossia quella trasformazione ed ampliamento del precedente e non più attivo Museo Didattico della Scuola Medica che dal 1993, ospitato nella cornice longobarda della chiesa di San Gregorio in via Mercanti a Salerno, si manifestò per milioni di studenti e turisti un ampio respiro di cultura ed elaborazione scientifica di valenza internazionale.
Tutt’oggi, nel medesimo sito museale, la tecnologia sposa la cultura: nella riapertura dello spazio, promosso dalla Soprintendenza BBAP di Salerno e Avellino, curata da Mariella Pasca (storico dell’arte – SBBAP) e tecnicamente presentata dalla regia di Maria Rosaria Mari, rivive in un excursus interattivo coinvolgente il tema della gloriosa storia del Rinascimento scientifico di Salerno al centro della complessa cultura occidentale. Qui lo studio delle autorevoli fonti della medicina classica ed araba, la lettura dei manoscritti, l’attività sanitaria nel suo percorso iniziatico nell’età basso-medievale, la dignità dell’uomo rinascimentale, la fiducia nelle fonti primarie della conoscenza, formano un universo differenziato di cultura che si propone in un unico corpus informatico: tematiche di studio medico-sanitarie diversificate presentate all’unisono sotto lo spettacolare set virtuale della ricca esposizione, centralizzata dalle variegati componenti scenografiche che congiungono in una spettacolarizzazione formativa due mondi lontani.
Gli spazi iconografici, che si intendono implementare e sperimentare nel tempo, si snodano in videoproiezioni animate, riccamente correlate da ipermedia di ultima generazione, dove l’informazione storica, la ricca bibliografia dei contenuti e i database tematici, offrono al visitatore oltre mille anni di storia della medicina in formato high-tech. Qui l’osservatore, studente, storico più stranito potrà fruire dei contenuti attraverso il tradizionale approccio della quaestiones, secondo cui si potranno porre quesiti e domande direttamente alle piattaforme in modo da poter acquisire prontamente maggiori ed utili conoscenze su metodologie diagnostiche, nozioni medico-sanitarie nonché sulle teorie filosofiche del campo in questione senza difficoltà di comprensione.
Il coinvolgente percorso di visita si presenta come uno “scrigno narrante”; nello spazio chiesastico settecentesco si abolisce il tradizionale monologo del visitatore verso un oggetto, in favore di un innovato feed-back comunicativo tra visitatore e informazione telematica. Una nuova realtà espositiva, insomma, che non ha lo scopo di rendere al pubblico prettamente effetti speciali, ma vuole allontanarsi dai tradizionalismi museali fisici, verso una comprensione immersiva che solo la virtualità riesce a fornire: lo stimolo informatico è la linea-guida dell’apprendimento conoscitivo nel Museo Virtuale della Scuola Medica di Salerno. Esso, per rispondere alle complete esigenze del visitatore, è da etichettare “museo senza barriere” dal Progetto Cassio lanciato dal Mibac, in tal modo risulta essere accessibile anche in caso di fruibilità diversamente abile.
Il Museo che si riorganizza nell’antica Chiesa di San Gregorio in via Mercanti, è ubicato nell’area medievale del Centro Storico salernitano, oggi struscio di arte e commercio, e testimone degli stessi avvicendamenti della cultura medica occidentale. Salerno, capitale longobarda, fu da sempre protagonista di quel sincretismo culturale che caratterizzò il Mezzogiorno d’Italia nel lontano Medioevo, mentre raggiunse nell’applicazione scientifica un panorama di “sapere” che tutt’oggi costituisce il maggiore punto di riferimento della Ricerca universitaria. La città, con questa nuova apertura, vuole costantemente proporre scienza, arte e storia in una esaustiva offerta culturale che contribuisce ad accrescere il continuo sviluppo del salernitano.

Per approfondimenti: www.scuolamedicasalernitana.it

lunedì 22 marzo 2010

I segni del sogno

Comunicato stampa

“I segni del sogno”, una trentina di tele di grande impatto. Le opere verranno esposte dal 26 marzo presso l’Atrio del Palazzo di Città per la prima mostra personale di Rocco Smaldone.
Una mostra antologica che ripercorre la produzione dell’artista lucano nel periodo compreso tra il 2002 e il 2009 con opere scelte senza tuttavia tralasciare alcune opere del 1995, fondamentali per il consolidamento di quell’ approccio naturalistico che il pittore manterrà intatto anche nel periodo più sperimentale degli ultimi anni.
Una personale sintesi tra verismo, surrealismo ed elementi espressionisti è rintracciabile in questa mostra nella quale alberi secchi, cieli plumbei, animali selvaggi, donne mascherate, architetture urbane talvolta difformi si materializzano come all’interno di un film espressionista degli anni venti.
Pennellate vorticose trascinano le figure, spesso solitarie, in spazi dalla prospettiva talvolta volutamente e drammaticamente esasperata, al fine di creare una tensione narrativa, annullando la dimensione temporale, lasciando che gli interrogativi ancestrali, di atavica e atlantidea memoria sul mondo e sulla dimensione trascendentale riaffiorino di nuovo nell’esistenza frenetica e lieve dell’uomo contemporaneo.
Gli esiti linguistici sono di elevata intensità, e appaiono inseriti in un bagaglio di esperienze culturali da Magritte a De Chirico a Dalì. Vi si legge un'attenzione particolare alla pittura di Moreau e Derain, pur senza dimenticare alcune soluzioni di Sironi.
La modernità è inestricabilmente ancorata al segno di Smaldone; la presenza di un silenzio sfuggente, denso, austero, paradossalmente musicale, nella continua ricerca dell’io.
Le opere saranno esposte nell’Atrio di Palazzo di Città, dal 26 marzo al 18 aprile 2010, ingresso libero. Inaugurazione il 26 marzo ore 18,00.

I SEGNI DEL SOGNO
Mostra antologica personale di Rocco Smaldone
A cura di Marialucia Maio
Sede: Sala dell’Arco Palazzo di Città, Comune di Potenza
Durata: 26 marzo - 18 aprile 2010
Inaugurazione: venerdì 26 marzo 2010 ore 18,00
Saluti: Vito Santarsiero, Sindaco
Interventi: Francesco Sabia, Direttore Biblioteca Nazionale
Fiorella Fiore, Storico dell'arte

giovedì 18 marzo 2010

L’arte degli scacchi

Comunicato stampa

Scacchi giganti, scacchiere virtuali o in prezioso alabastro di Volterra. Sono queste alcune tappe della mostra dal titolo “L’arte degli scacchi” che sarà inaugurata sabato 27 marzo alle 18 presso la Sala delle Esposizioni della Fondazione Culturale Hermann Geiger a Cecina (Livorno). La mostra, che rimarrà aperta fino all’11 maggio 2010, è stata ideata e curata dal direttore artistico della Fondazione, Vittorio Riguzzi, e ha come tema l’importanza e il valore culturali del gioco degli scacchi dalle origini ai nostri giorni. Un “passatempo” antichissimo che nel corso dei secoli ha conosciuto fortune alterne, appassionando le più grandi menti dell’umanità tra artisti, scienziati, politici e protagonisti di ogni campo del sapere.
La funzione degli scacchi nella storia non è stata solo di svago e ricreazione, ma ha avuto grande rilievo politico e sociale, ha deciso di guerre e di costumi, è stato terreno di confronto fra legislatori e capi di stato, ha indirizzato le sorti di grandi antagonismi nazionali dal mondo antico fino alla Guerra Fredda. I suoi protagonisti sono state spesso persone semplici eppure tutt’altro che comuni, intelligenze rigorose e personalità complesse, come quella di Duchamp e di Kasparov, di Benjamin Franklin e di Bobby Fischer, solo per fare alcuni esempi.
L’obiettivo di questa mostra quindi è quello di far comprendere al pubblico che la scacchiera e i suoi pezzi sono una nuova esperienza intellettuale e conoscitiva da non perdere. Il percorso espositivo illustra in modo semplice ma esaustivo le regole fondamentali di questo gioco e come gli scacchi hanno influenzato la nostra cultura, la storia e le arti. Saranno quindi esposte scacchiere e scacchi di ogni tipo e forma. Sarà inoltre possibile giocare una partita con scacchi giganti e sfidare l’intelligenza artificiale del più potente programma di gioco per computer e consolle, Blue Fritz il software che ha sconfitto il campione del mondo Kramnik nel 2006 (evoluzione del mitico Blue Deep che a sua volta sconfisse Kasparov nella rivincita del ’97).
Una sezione della mostra racconterà le grandi sfide, come la più famosa Kasporov-Fischer, con l’esposizione di documenti e materiale fotografico. Poi non possono mancare gli aneddoti e le curiosità. In una sezione sarà poi esposta una preziosa raccolta ottocentesca di scacchiere e scacchi in alabastro proveniente dalla collezione “Leonardo Giglioli” della famiglia Bessi di Volterra con relative informazioni sull’estrazione dell’alabastro e la sua lavorazione. In più nell’aula didattica sono previste divertenti e istruttive proiezioni di documentari e altri materiali audiovisivi tra cui lezioni di gioco, film e documentari. Un’attenzione particolare, infine, è stata riposta all’ordine geometrico degli allestimenti, per rispecchiare il valore logico-matematico di questo esercizio per la mente, in un gioco di proporzioni contenente un enigma scacchistico, un algoritmo... che tutti sono invitati a scoprire! Alcune illustrazioni di Escher, artista celebre per i suoi disegni prospettici e matematici, accompagnano il visitatore, insieme con una selezione di aforismi sugli scacchi di autori vari, per un tipo di saggezza che si presta tanto allo spirito del gioco quanto alla filosofia di vita.
“La letteratura teorica e scientifica sugli scacchi – spiega il curatore Vittorio Riguzzi - è pressoché sterminata, segno della complessità del gioco ma anche della sua universale accessibilità. Le regole, pochi movimenti e infinite combinazioni, possono facilmente essere apprese da tutti. Non c’è sudoku, gioco enigmatico o “brain training” che regga il confronto: gli scacchi sono certamente il compendio delle possibilità intellettive umane e straordinaria metafora dell’esistenza”. In collaborazione con Circolo scacchistico di Cecina, nella sala espositiva sarà presente, tutti i giorni di apertura della mostra, un giocatore esperto disponibile per insegnare i primi rudimenti del gioco. Sarà inoltre organizzato un torneo a cui è possibile per chiunque iscriversi. Sabato 17 aprile, ore 18, è confermata la presenza del primo Grande Maestro italiano Sergio Mariotti, che si esibirà in una partita in simultanea.

Titolo mostra: L’arte degli scacchi
Sede: Fondazione Culturale Hermann Geiger
Sala delle Esposizioni, Via Matteotti 47 - Cecina (LI)
Date: dal 27 marzo al 9 maggio 2010
Orario di apertura: da martedì a domenica dalle 16 alle 20
Ingresso libero

mercoledì 17 marzo 2010

Sotto il cielo di Berlino

Comunicato stampa

Con il titolo "TRENTAPERTRENTA = NOVECENTO / Sotto il cielo di Berlino" s'inaugura alla galleria Infantellina di Berlino la terza tappa della collettiva d'Arte Contemporanea, a cura di Antonietta Campilongo, con la presentazione di Pier Maurizio Greco.
In esposizione opere di pittura, fotografia, arte digitale, tutte rigorosamente quadrate, nella misura assegnata di cm. 30x30, richiesta anche nelle opere tridimensionali. Il tema della mostra, incisivamente suggerito dal prodotto aritmetico dei due lati del formato scelto, è un omaggio al Novecento. Una riflessione dedicata ad un secolo che ha visto nelle varie categorie storiche uno sconvolgimento radicale che ha infranto schemi linguistici e tematici, percorso distanze in grado di modificare definitivamente teorie etiche, forme e declinazioni del pensiero e della comunicazione. Per quanto riguarda in particolare l'arte figurativa, le infinite sollecitazioni portano ad un vortice di onde espressive, a traiettorie che disintegrano o ricostruiscono la forma. Pensiamo ad esempio alle Avanguardie, all'Astrattismo, all'Informale; alla Pop, all'arte Concettuale, alla Video arte, ai movimenti performativi, ai graffiti, alle installazioni o alle manipolazioni digitali. Poco o nulla è rimasto "inesplorato". Movimenti, formazioni, gruppi di lavoro hanno utilizzato ogni "sistema" per dare o "non dare" un senso alle proprie opere o manifestazioni. In questa mostra, gli artisti presenti si confrontano con un panorama immenso. In trenta centimetri per trenta, piccole finestre affiancate, teorie di sguardi puntati sull'oceano. (Pier Maurizio Greco)

TRENTAPERTRENTA=NOVECENTO/Unter dem Himmel von Berlin
Date: dal 2 al 12 aprile 2010
Sede: Infantellina Contemporary, Taubenstrasse 20-22, Berlino
Vernissage: venerdì 2 aprile 2010, ore 18.00
Orario di apertura: martedì-sabato ore 14.00-19.00
Ingresso: libero
A cura di: Antonietta Campilongo
Progetto: N E W O R L D ART
Idee e progetti per un mondo sostenibile
Presentazione: Pier Maurizio Greco

Artisti:
Roberto Angiolillo, Liliana Avvantaggiato, Rosella Barretta, Marco Berliocchi, Rossana Bertolozzi, Elena Bonuglia, Nello Bruno, Maria Cecilia Camozzi, Antonietta Campilongo, Adriana Cappelli, Isabel Carafì, Cristina Castellani, Antonella Catini, Antonio Ceccarelli, Ciro Cianni, Nellì Cordioli, Anna Costantini, Paola de Santis, Alfredo Di Bacco, Massimiliano Doria, Schirin Fatemi, Lucia Ferrari, Daniela Foschi, Miro Gabriele, Andrea Greco, Pier Maurizio Greco, Maria Adelaide Lamesa, Luigi Latino, Francesco Mestria, Mariella Miceli, Stefano Montagna, Sante Muro, Simonetta Pizzarotti, Maria Teresa Protettì, Loredana Raciti, Eugenio Rattà, Luigina Rech, Patrizia Ricchiuti, Angela Scappaticci, Linda Schipani, Togaci, Stefania Vassura, Lorenzo Polzi Zanetti.

Special Guest: Alfredo Di Bacco-Qo'noS / ossessione del poeta

martedì 16 marzo 2010

Libri e tele d’artista

Comunicato stampa

11 + 1 x (1 + 1) + 1. Non è una formula aritmetica, è soltanto un gioco di numeri che presenta l’esposizione: 11 libri realizzati da 11 artisti invitati da Vittoria Biasi alla 6a Biennale del Libro d’Artista della Città di Cassino (14 novembre - 4 dicembre 2009, direttore artistico Teresa Pollidori), più 1 libro d’artista presentato dallo Studio S-Arte Contemporanea, più 1 opera su tela di ogni artista, più ancora 1 installazione che si ricollega al tema del libro. Sono artisti di formazione, generazioni e tendenze diverse che lo Studio S è qui lieto di proporre rilegati (non si tratta di libri?) da questa criptica formula destinata ad incuriosire e divertire i lettori, e che andrebbe pertanto letta come segue:

11 ARTISTI + 1 ARTISTA (CIASCUNO CON 1 LIBRO E 1 OPERA) + 1 INSTALLAZIONE

GLI 11 ARTISTI PRESENTI ALLA 6a BIENNALE DEL LIBRO D’ARTISTA DELLA CITTA’ DI CASSINO: ANNA ADDAMIANO, CESARE BERLINGERI, ALEXANDER JAKHNAGIEV, FLAVIA MANTOVAN, PIERO MASCETTI, MARIO PADOVAN, MIRKO PAGLIACCI, LINA PASSALACQUA, ALESSANDRA PORFIDIA, SINISCA, LUISA ZANIBELLI

L’ARTISTA PRESENTATO DALLO STUDIO S - ARTE CONTEMPORANEA: POLDI LOPEZ Y ROYO

INSTALLAZIONE DI FRANCA SONNINO

Gli artisti invitati alla Biennale della Città di Cassino giunta alla sua sesta edizione sono tutti già stati presentati in varie occasioni dallo Studio S. Una new entry è POLDI LOPEZ Y ROYO che ha creato un libro d’artista non proposto alla Biennale di Cassino per le sue dimensioni che superano quelle previste dal regolamento, ma che è interessante esporre in questo contesto in quanto frutto di un coinvolgente lavoro dell’artista (libro a fisarmonica che completamente aperto misura cm. 360) che ha con coerenza dedicato al tema delle ATTESE un intero ciclo di opere su tela e su carta. Autore dell’installazione sul tema FRANCA SONNINO, artista nel suo genere unica per i materiali adoperati, la manualità che caratterizza le sue opere, la fantasia e la poesia delle sue creazioni, presentata dallo Studio S alla X Biennale Internazionale d’Arte del Cairo.

Libri e tele d’artista. 11 + 1 x (1 + 1) + 1
StudioS ArteContemporanea
Via della Penna 59, Roma
Date: 27 marzo - 17 aprile 2010
Inaugurazione: sabato 27 marzo ore 18.00-21-00
Orari: lunedì-venerdì ore 15.30-19.30, sabato ore 11.00-14-00 / 15.30-19.30
Al mattino su appuntamento

Immagine: Poldi Lopez Y Royo, Attese, 2008, maniera nera, puntasecca, cm. 30x21

lunedì 15 marzo 2010

4 Experienze

Comunicato stampa

Pittura, fotografia e scultura insieme con la collettiva di arte contemporanea “4 Experienze” dove 4 artisti si confrontano con i loro diversi linguaggi. E’ questa la mostra che si terrà presso la prestigiosa sede del Palazzo Mediceo in Seravezza (Lucca), dal 10 Aprile al 2 Maggio 2010 organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Seravezza. Una esposizione curata dal critico e storico dell’arte Enrico Dei, già collaboratore e autore di importanti esposizioni artistiche di Palazzo Mediceo, coadiuvato nel coordinamento e nell’organizzazione da Fiammetta Galleni, collaboratrice dell’Ufficio Cultura, che si occupa in particolare del Museo del Lavoro. Autori delle opere sono quattro artisti versiliesi: il fotografo Andrea Bartolucci, lo scultore Vezio Moriconi, i pittori Fabrizio Favilla e Jed.
Quattro personalità diverse ma accomunati dal fare arte e dall’amicizia. Andrea Bartolucci, già affermato fotografo con anni dedicati al ritratto, ai paesaggi marini e poi all’archeologia industriale, con numerose pubblicazioni ed esposizioni personali e collettive in Italia e all’estero, sperimenta oggi un nuovo e innovativo linguaggio dove la fotografia entra a colloquio con l’arte povera, con pezzi unici inseriti in oggetti e materiali di recupero. Vezio Moriconi crea sculture in terracotta e in cemento, qualche volta usa anche il marmo, figure umane scomposte in contrappunti volumetrici opposti, sempre intrise della tragicità dei nostri tempi.
Fabrizio Favilla esegue pitture colorate, ma piene di sarcasmo, decadenza e aggressività. Jed, acronimo di Jacopo Elio Diddio, solitario artista di origini italiane che vive e lavora in una piccolissima isola greca. Dopo anni di oblio torna in Italia per partecipare alla collettiva di Palazzo Mediceo con i suoi lavori, pur negando sempre la sua presenza. I suoi dipinti sono composizioni e scomposizioni materiche, vedute di scorci di luoghi a lui cari, resi attraverso l’uso della monocromia che miscela con svariati materiali, i più destinati allo scarto.
La mostra prosegue al secondo piano del Palazzo, nelle sale del Museo del Lavoro e delle Tradizioni Popolari, dove saranno allestite altre opere dei quattro artisti, quelle che meglio dialogano col senso del recupero, del riuso, o della materia primaria come l’argilla o il legno e che a colloquio o a contrasto con gli oggetti del passato a noi vicino conservati nel museo. E’ questa la prima volta che si sperimenta un allestimento espositivo all’interno delle sale del museo. La mostra, a ingresso gratuito, sarà inaugurata sabato 10 aprile alle 17.00 e sarà aperta dal martedì alla domenica con orario 15.00-19.30, e chiusura il lunedì.

giovedì 11 marzo 2010

Piero Dorazio a Viterbo

Comunicato stampa

La Galleria Miralli, a ventidue anni di distanza dalla mostra di Castellani e Dorazio con la quale ha dato il via alle sue attività espositive nelle sale di Palazzo Chigi a Viterbo, inaugura venerdì 12 marzo, una mostra delle opere di Piero Dorazio a cura di Agnese Miralli.
Questa volta la Galleria presenta una personale con oli, tappeti, tempere, grafiche e ceramiche del pittore romano, noto per le importanti innovazioni stilistiche che, dagli anni Quaranta, hanno inciso sulla storia dell’arte italiana.
Nel 1947 conferma la sua piena adesione all’astrattismo, entrando a far parte del gruppo Forma 1 con Attanasio Soldati, Pietro Consagra, Antonio San Filippo, Giulio Turcato, Carla Accardi e Ugo Attardi e, insieme a questi, redige il manifesto del "Formalismo-Forma 1", in cui esplica la ricerca del movimento italiano sostenendo che "la sperimentazione è esperienza sulla forma".
Le sue opere si distinguono per una grafica organizzata in una rete di segni sovrapposti, che creano addensamenti e rarefazioni e fanno intuire la corporeità della materia. Attraverso questa scrittura gestuale, il pittore sperimenta le infinite possibilità date dalla sovrapposizione delle tonalità dei colori, dispiegando coinvolgenti strati di trama percettiva.
Alle tele e alle tempere, saranno affiancate in mostra, grafiche, ceramiche e alcuni tappeti dell’artista, che riproducono la stessa esaltazione di colori e luci dei soggetti astratti tipici della sua pittura.
Piero Dorazio nasce a Roma nel 1927. Nel 1948, con Soldati, Consagra, Trampolini, Sottsass e Rogers, espone alla Galleria di Roma la "I Esposizione Nazionale d'Arte Astratta", che riunisce per la prima volta i pittori astratti italiani, e nel 1951 alla Galleria Nazionale d'arte Moderna. Nel 1952 è invitato a partecipare alla Biennale di Venezia e l'anno successivo tiene la sua prima personale negli Stati Uniti. Tra il 1954 e il 1960 lavora intensamente in Germania e partecipa alla seconda edizione di Documenta di Kassel.
Nel '52 assieme a Perilli e ad altri, organizza la “Fondazione Origine" e pubblica la rivista "Arti visive". Dal 1953 si trasferisce negli Stati Uniti, dove frequenta i nuovi maestri, da De Kooning a Rotho, Pollock e Barney Newman. Nel 1959 riceve il Premio Lissone ed espone a Berlino e Hannover. Negli anni Sessanta continua a lavorare in Germania e negli Stati Uniti.
Si trasferisce a Todi nel 1973, nella frazione di Canonica e il Comune, lo stesso anno, allestisce una sua grande mostra antologica nella "Sala delle Pietre".
Divenuto ormai uno degli artisti europei più conosciuti e apprezzati, ha la soddisfazione, nel 1979, di ricevere al Museé d'Art Moderne de la Ville de Paris, una vasta antologica, in seguito trasferita in vari musei tedeschi e americani. Nel 1988 la Biennale di Venezia gli dedica una sala personale.

Piero Dorazio
A cura di: Agnese Miralli
Esposizione: Palazzo Chigi, via Chigi, 15, Viterbo
Inaugurazione venerdì 12 marzo 2010 ore 11,00
Date: 12 marzo - 31 maggio 2010
Orario mostra: 17,00 - 19,30 (esclusi i festivi)

mercoledì 10 marzo 2010

Il BOLLETTINO D’ARTE si rifà il trucco: nuova serie, nuova veste grafica

di Gianmatteo Funicelli

Il noto trimestrale, rivista ufficiale del Mibac nato nel 1907 dall’idea di Corrado Ricci, allora Direttore generale dell’Amministrazione delle Antichità e Belle Arti, copre da quell’anno il ruolo primario di informazione sul patrimonio artistico nazionale con una immensa ed organica raccolta di saggi e scritti dei più attivi studiosi nel campo. La rivista, dopo l’illustre traguardo centenario (1907-2007), giunge tutt’oggi alla VII serie presentando una nuova veste grafica ed un rinnovato consiglio di redazione. Le maggiori tematiche affrontate (storia dell’arte, archeologia, architettura) sul BdA vengono poi raccolte in uno spazio maggiormente adeguato, come allegati e supplementi, periodicamente pubblicati in modo da estendere articoli che altrimenti avrebbero nella rivista un taglio ridotto.
Il fasc. I (gennaio-marzo 2009) Serie VII mostra sulla nuova copertina, nella parte centrale, una Madonna con Bambino (particolare) attribuita all'ambito di Pietro Lorenzetti e conservata presso la Chiesa di Nostra Signora del Ponte in Lavagna (Genova), incorniciata da altre opere d’arte (scultura, pittura, arte medievale e/o moderna e arti contemporanee) pubblicate sulle copertine precedenti.
Si pubblica di seguito l'abstract del relativo saggio di Giuliana Algeri.
Qui il sommario e le corrispondenti rubriche del fasc. I, con un editoriale in anteprima di Roberto Cecchi:
Giuliana Algeri: Una tavola senese di primo Trecento nel Levante ligure pag. 1
con Appendici di Angela Acordon e Nino Silvestri
Patrizia Di Benedetti: Il reimpiego di alcune “memoriae” della vecchia Basilica Vaticana durante il pontificato di Paolo V Borghese. Nuove testimonianze documentarie pag. 13
Anna Maria Riccomini: Un gruppo di Esculapio e Igea tra Roma, Genova e Torino: nota sul collezionismo sabaudo di antichità pag. 41
Andrea G. De Marchi: Le provenienze dei Caravaggio Doria Pamphilj e qualche novità sulle Lunette Aldobrandini pag. 49
Francesco Gatta: Dieci quadri di provenienza Peretti Montalto rintracciati nella Collezione Patrizi Montoro. Capolavori del primo ventennio del Seicento e un'ipotesi attributiva a Domenichino per la 'Fuga delle Ninfe' pag. 53
Enzo Borsellino: Sulla prima attività di Gregorio Guglielmi pag. 76
Cándido de la Cruz Alcañiz, Jorge García Sánchez: L’Accademia romana di Francisco Preciado de la Vega in piazza Barberini e gli artisti spagnoli del Settecento pag. 91
LIBRI
Augusto Roca de Amicis: Pietro da Cortona architetto: ricerca di una sintesi. Recensione a J. M. Merz, Pietro da Cortona and Roman Baroque Architecture pag. 103
Marco Chiarini: “Addenda” a Filippo Napoletano tra Roma e Firenze pag. 109
Maria Rosaria Nappi: Alcune considerazioni sulla pittura di genere a Napoli intorno a Filippo Napoletano. Recensione a M. Chiarini: Teodoro Filippo di Liagno detto Filippo Napoletano, 1589–1629. Vita e opere pag. 117
TUTELA E VALORIZZAZIONE
Anna Melograni: Sei fogli in cerca d’autore: nuove proposte per il Maestro del Breviario Francescano pag. 129

martedì 9 marzo 2010

Visioni Inconsapevoli

Comunicato stampa

Con Visioni Inconsapevoli Ernesto Notarantonio si interroga sul senso stesso della fotografia e sulla possibilità di catturare la realtà e tradurla in immagini.
Fotografare significa semplicemente fissare momenti che altrimenti andrebbero persi, per rivivere nel presente gli istanti rubati al passato? Oppure il fotografo non è altro che il medium tra la realtà materiale e un mondo altro, parallelo, denso di metafore virtuali che offrono una seconda lettura alle immagini e alle visioni, al di là delle intenzioni e dentro l’inconscio di autore e fruitore?
L’artista ha sposato quest'ultima filosofia dell'immagine fotografica e con questa mostra il suo talento visivo ne rivela le implicazioni. Il territorio in cui si avventura è quello del paesaggio urbano, ridotto ai suoi minimi termini: linee, luci, ombre. I riflessi sui palazzi, i triangoli di luce, le sagome filanti e le geometrie pulite restituiscono un senso di unicità e di equilibrio, interiore e visivo. Le architetture sembrano quindi offrirsi al cielo per accogliere fasci di luce e modellarsi per mezzo di ombre potenti quanto le suggestioni che regalano. Un'esplorazione solerte e immaginifica che non lascia nulla al caso, ma nasce da una ricerca interiore che chiede solo di essere portata alla luce. Attraverso una visione inconsapevole.
La mostra è composta di 21 immagini in bianco e nero.
Ernesto Notarantonio nasce a Roma nel 1967, dove tuttora vive e lavora. Dopo la laurea in Ingegneria Chimica all’Università “La Sapienza” di Roma, lavora come sviluppatore web per il portale Caltanet. Nel 2000 è assunto dall’ANAS, dove lavora come funzionario. La passione per la comunicazione visiva lo porta a studiare “Graphic Design e Pubblicità“ presso lo IED di Roma, per poi fornire consulenze e collaborazioni a diverse società e studi professionali.
Nel 2007 la sua sensibilità per l’immagine lo porta a scoprire la fotografia. Un amore che si sviluppa attraverso una serie di esperienze formative presso Officine Fotografiche, dove studia sotto la guida di Dario De Dominicis e Dario Coletti. Nello stesso periodo frequenta due corsi di scrittura creativa presso la scuola Omero di Roma. Partecipa all’organizzazione di FotoLeggendo 2008 e 2009, curando in particolare la realizzazione del sito internet, oltre a fornire supporto per l’allestimento delle mostre. Nell’edizione del 2009 partecipa con alcune foto sull’EUR alla collettiva di Officine Fotografiche.
Il percorso fotografico inizia con una reflex digitale 35 mm, ma presto incontra e ama la pellicola b/n sia in formato 35 mm che medio formato 6x6, tanto che i lavori personali sono di fatto realizzati quasi esclusivamente in pellicola bianco nero. La sua ricerca artistica lo orienta verso architetture e paesaggi urbani. Altri temi ricorrenti dei suoi progetti fotografici sono il reportage e il ritratto.
Attualmente è impegnato in diversi lavori personali, tra i quali una ricerca su Roma e i suoi quartieri più suggestivi. Il suo sito web è www.enphoto.it.
Il Laboratorio Fotografico Corsetti rappresenta la naturale prosecuzione del Laboratorio Fotografico Bassi e Corsetti, fondato nel 1971, che per anni ha rappresentato un punto di riferimento per i professionisti italiani e stranieri. Il laboratorio è anche uno spazio espositivo e polifunzionale dove vecchie e nuove generazioni della fotografia possono incontrarsi e confrontarsi con workshop, mostre e conferenze.

Mostra: Visioni Inconsapevoli
Personale Fotografica di Ernesto Notarantonio
Sede: Laboratorio Fotografico Corsetti
Via dei Piceni 5/7, Roma
Vernissage: 12 marzo 2010, ore 18.00
Visitabile fino al 16 aprile 2010
Orari: lunedì-venerdì 8.30-12.30 / 15.00-19.00
Ingresso libero

lunedì 8 marzo 2010

Ettore Frani. Elegia

Comunicato stampa

La Galleria Maniero presenta Elegia, una selezione di opere di Ettore Frani in cui la pittura si apre ad un dialogo silenzioso con la parola poetica di Leonardo Bonetti.
Sulla sterile superficie, bianco-laccata del mdf, Frani opera una paziente stratificazione di velature con l’uso esclusivo di nero e olio di lino. Prendono forma luoghi desertici e liminali che trattengono in bilico sulla soglia, in una continua sospensione tra profondità e superficie. Alcune opere, la cui ‘pelle’ trasuda umori, tracce, impronte di un rimosso sconosciuto, vengono a volte scalfite dall’artista che lascia riaffiorare il bianco del supporto. L’immagine dipinta ne esce così sacrificata, bucata o viceversa, in altre opere, negata sotto una fitta coltre di nero. Da queste alchimie, ossidate e riscaldate dal tempo, ecco un’inattesa ‘fioritura’ nella poetica di Frani: perturbanti fiori che pendono inafferrabili, le Elegia e Rosa di Nulla. Lo sguardo meduseo scolpisce l’eternità nel trascorrere del tempo attraverso questi esili corpi scorticati, che nella grazia della loro pesante leggerezza cristallizzano la luce di un attimo, gettando la propria ingannevole ombra sulla superficie. Sono custodi d’attesa, orfani esiliati e recisi, sradicati dal loro mondo e definitivamente sospesi sull’infinito della lontananza. Come feticci, dalla funzione apotropaica, rimandano continuamente di là da se stessi a qualcosa che non potrà mai essere afferrato o posseduto, intimi ed estranei al luogo in cui dimorano. Da queste figure, che sembrano voler alludere alla condizione esistenziale dell’uomo, emerge, silenzioso, il senso religioso-sacrale della pittura di Frani, così come nelle opere Colloquium e Tentativo di ascensione. Infine, nel trittico Rosa di nulla, l’artista abbandona la profondità del paesaggio. Attraverso l’inganno della pittura e l’ausilio del bianco acrilico egli fa emergere, dietro rose appassite, consunte tele, simulando superficie su superficie.
Impreziosiscono l’esposizione le tre poesie composte da Leonardo Bonetti ed ispirate, non solo ad alcune delle opere in mostra, ma più in generale all’ultimo periodo di ricerca di Frani. Queste sembrano voler indagare tre aspetti molto profondi della sua pittura. Emerge, secondo Bonetti, una tripartizione involontaria: le tre liriche sottolineano gli aspetti complementari delle opere. L’una si sofferma sullo sfondo, sul bianco, sull'attesa, sull'assenza; l’altra sul fiore, o parte di esso, nel suo rapporto di ombre con il fondo che lo accoglie; l’ultima, sull’occhio interno al mondo pittorico di Frani che lo stesso Bonetti definisce “un’isola-sguardo”, come presenza umana interna al mondo rappresentato nelle opere. La voce del poeta intesse, con il filo puro della parola lirica, un colloquium vivo con l’opera pittorica per attraversare il silenzio e restare sospesi in un momento di infinita attesa.
Elegia è il canto malinconico e compassionevole di un coro a due voci”. (Paola Feraiorni)
Ettore Frani è nato a Termoli (CB) nel 1978, vive e lavora a Roma. Dal 1998 espone in personali e collettive in numerose gallerie e musei italiani. Ha iniziato dal 2004 una collaborazione con Leonardo Bonetti (1963, autore e compositore) realizzando gli artworks degli ultimi due album degli Arpia, di cui Bonetti è uno dei fondatori e, nel 2009, la copertina del suo primo romanzo dal titolo Racconto d’inverno, Marietti 1820.

Mostra: Ettore Frani. Elegia
con le poesie di Leonardo Sonetti
Inaugurazione: venerdì 19 marzo ore 18
Durata mostra: fino al 30 aprile
Luogo: galleria Maniero via dell’Arancio, 79 Roma
Orari: martedì-sabato ore 16-20 e per appuntamento

venerdì 5 marzo 2010

Montemurro. Maria Padula. Il paesaggio

Comunicato stampa

Nell’ambito delle manifestazioni promosse dal Ministero per i beni e le attività culturali per la ricorrenza dell’8 marzo, Festa della Donna, la Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici della Basilicata, in collaborazione con il Comune di Montemurro, la Pro loco, l’Istituto comprensivo “Domenico Robilotta”, la Fondazione “Leonardo Sinisgalli”, l’Associazione Culturale “Bellivergari” e la famiglia Leone, ha realizzato la mostra: “Montemurro Maria Padula Il paesaggio”, dedicata a Maria Padula, pittrice e scrittrice lucana contemporanea, e al suo rapporto con il paese d’origine e il paesaggio della Basilicata.
Personaggio di rilievo nel panorama culturale del Novecento, non solo regionale ma nazionale, Maria Padula ha ricevuto numerosi e importanti riconoscimenti per il suo impegno nelle battaglie per il riscatto della condizione femminile e l’indiscusso contributo allo sviluppo dell’arte nella società contemporanea “costituendo un punto di riferimento per le arti, le lettere, le scienze” (Premio internazionale “Olimpus” indetto dal Corriere di Roma e assegnato, postumo, in Campidoglio il 22 maggio 1988).
La mostra vuole essere un omaggio alla donna e all’artista, al suo lavoro e alla sua militanza politica e sociale, al ruolo fondamentale svolto nel processo di crescita culturale e sociale della Regione e alla sua instancabile attività artistica con cui ha saputo narrare, attraverso la pittura e le parole, la bellezza e l’unicità del paesaggio lucano.
In esposizione opere di Maria Padula e fotografie degli operatori della Soprintendenza, ispirate agli scorci più significativi del centro storico di Montemurro e al paesaggio circostante.
La mostra, a cura di Tonino Garzia e Antonio Rosa, con la direzione e il coordinamento di Attilio Maurano e le fotografie di Michele Mauro e Francesco Pentasuglia, sarà inaugurata presso il Museo Archeologico Provinciale - Via Ciccotti - Potenza, sabato 6 marzo 2010 alle ore 17.30.

Mostra: Montemurro. Maria Padula. Il paesaggio
Sede: Museo Archeologico Provinciale - Via Ciccotti 85100 Potenza
Date: 6 marzo - 5 aprile 2010
Inaugurazione: sabato 6 marzo 2010, ore 17.30

giovedì 4 marzo 2010

Il circuito dell’arte

Comunicato stampa

La mostra “Il circuito dell’arte. Artisti, gallerie, musei, collezionisti” presenta opere d’arte provenienti da collezioni private significative.
Un’occasione unica per ammirare opere d’arte inedite grazie alla collaborazione tra le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea e i loro collezionisti, le Istituzioni pubbliche, il Comune di Roma, il Sindaco Giovanni Alemanno, l’Assessore alle Politiche Culturali e della Comunicazione Umberto Croppi, il Sovraintendente ai Beni Culturali Umberto Broccoli.
Le opere proposte mettono a confronto alcuni tra gli artisti più amati a Roma: Gianni Asdrubali, Matteo Basilé, Pasquale Basile, Mel Bochner, Giuseppe Capogrossi, Lucilla Catania, Mario Ceroli, Marco Colletti, Zhang Wei Guang (Mirror), Carlo Guarienti, Massimo Giannoni, Hans Hartung, Jannis Kounellis, Jesus Mari Lazkano, Li Lei, Emilio Leofreddi, Marcob, Umberto Mastroianni, Mario Merz, Sante Monachesi, Alberto Mingotti, Adriano Nardi, Gianfranco Notargiacomo, Luca Padroni, Michelangelo Pistoletto, Antonio Riello, Piero Sadun, Giancarlo Savino, Angelo Tozzi, Francesca Tulli, Giuseppe Uncini, Claudio Verna.
Le Gallerie: C.A.O.S. - Contemporary Art, Galleria Augusto Consorti, De Crescenzo & Viesti, Galleria del Cortile, Galleria Edieuropa Qui Arte Contemporanea, Emmeotto, Erica Fiorentini Arte Contemporanea, Il Gabbiano, Il Polittico, La Nuvola, Maniero Associazione Culturale, Galleria Marino, Galleria Marchetti, Lydia Palumbo Scalzi, Emanuela Oddi Baglioni, Oredaria Arti Contemporanee, Galleria Fabrizio Russo rendono possibile svelare e raccontare le sensazioni e le emozioni che si celano dietro ogni acquisto artistico.
Con la mostra “Il circuito dell’arte. Artisti, gallerie, musei, collezionisti” la sperimentazione e la ricerca costituiscono il riconoscimento dell’Arte e il suo confluire all’interno di una collezione privata.

Mostra: IL CIRCUITO DELL’ARTE. Artisti, gallerie, musei, collezionisti
Luogo: Museo Canonica a Villa Borghese, viale Pietro Canonica (piazza di Siena) 2, Roma
Apertura al pubblico: 8 marzo-24 aprile
Inaugurazione: 7 marzo ore 12. Ad inviti
Orari: Martedì-domenica 9.00-19.00; festività 9.00-13.30; biglietteria:intero € 3,00, Ridotto € 1,50
Cura della mostra: ANGAMC, Delegazione Roma e Centro - Sud.
Catalogo: in mostra.

mercoledì 3 marzo 2010

Davide Brace - Arianna Vairo. Comer

Comunicato stampa

In occasione di BilBOlbul - Festival Internazionale del Fumetto, Il Posto ospita il progetto espositivo-narrativo COMER, ideato dall’illustratrice milanese Arianna Vairo e sceneggiato da Davide Brace. Le illustrazioni e le tavole a fumetto realizzate da Arianna Vairo si basano su scene e personaggi creati da Davide Brace e in seguito sviluppati separatamente da Andrea Scarabelli, Antiniska Pozzi, Diego Fontana, Giovanni Fantasia, Iosonouncane e Valerio Millefoglie.
La narrazione prende vita da una grande tavola illustrata posta sul palco del locale: una scena corale, un'istantanea del ristorante e dei suoi clienti colti in un momento non definito. Sulle pareti laterali altre illustrazioni mettono a fuoco, con inquadrature e soggettive degli stessi personaggi, momenti che seguono o anticipano le vicende suggerite nella tavola centrale. In questo modo, attraverso l’accostamento e il riordino delle immagini, è possibile ricostruire le singole storie in modo più o meno soggettivo, assecondando mentalmente la propria visione dei fatti. Ad arricchire ulteriormente trame e possibilità si innestano le vicende raccontate parallelamente dai sei autori, cui è stato affidato un unico personaggio da sviluppare in piena libertà.
Guardare mangiare. Il ristorante è luogo di socialità e di piacere, quasi mai ci si va per vera fame. Per questa sua natura è un contenitore privilegiato di umanità, nelle sue più svariate sfaccettature e forme, ognuna con la propria storia. Vissuta, raccontata o semplicemente immaginata.
Le pareti del Posto diventano il supporto sul quale si snoda l’idea di Arianna Vairo e Davide Brace, pensata ed elaborata dopo un periodo di osservazione delle dinamiche interne del ristorante.
Sfruttando le caratteristiche del luogo e la ripartizione in due ambienti adiacenti e della stessa lunghezza, il duo sviluppa ed amplia il racconto in due distinte sezioni.
La prima prende avvio dalla grande tavola illustrata posta sul palco, in posizione dominate, che descrive una scena corale, una sorta di istantanea del ristorante e dei suoi ospiti, colti in un momento casuale e non ben definito. Da questa visione centrale esplodono le tavole più piccole, che mettono a fuoco, con inquadrature e soggettive, gli stessi personaggi visti nel ritratto di gruppo, ora ripresi in un tempo che precede o segue di poco lo svolgimento della scena madre. In questo modo, attraverso l'accostamento continuo e il riordino delle immagini è possibile per il fruitore ricostruire la varietà di digressioni e sequenze, rimandi e collegamenti, iniziando ad entrare nelle singole storyline dei protagonisti. Tutto ciò in modo del tutto soggettivo: ciascun lettore può montare mentalmente il fumetto assecondando una propria versione dei fatti.
Nel secondo ambiente una serie di tavole a fumetti racconta in forma di frammenti narrativi e flashback episodi estratti dalla storia personale di alcuni dei personaggi conosciuti nella prima sala, circostanze non più necessariamente legate alla scena principale. Le singole vicende infatti sono il frutto della penna e della creatività di diversi autori chiamati ad intervenire per l’occasione, ai quali viene accordata la massima libertà narrativa. Unico spunto di partenza è l’immagine di un personaggio. Storyline parallele ed incrociate, in cui si articolano storie e personaggi diversi e in cui non manca il colpo di scena finale. Realtà o finzione?
Le tavole illustrate e a fumetto (rigorosamente originali) sono di Arianna Vairo, milanese, classe 1985. Dopo gli studi artistici realizza illustrazioni e disegni per diverse riviste, per gruppi musicali italiani come Mariposa e Julie's Haircut, e per il portale musicale Rockit. Collabora con Cabila Edizioni realizzando diverse copertine e il libro illustrato Dove vanno le iguane quando piove. Le sue opere sono state esposte in numerose mostre tra Milano, Bologna, Roma, Genova, Barcellona e Stoccolma. Si sta specializzando nelle tecniche di stampa incisoria collaborando con la stamperia Il Foglio a Milano.
A Davide Brace è affidata la creazione dei personaggi e la sceneggiatura delle vicende narrate nella prima sezione. Ingegnere elettronico (forse pentito, nel dubbio disoccupato), cantautore, performer e musicista coinvolto in vari progetti. Membro fondatore del collettivo Tafuzzy col quale produce opere artistiche ed organizza eventi. Collaboratore in veste di critico musicale e giornalista di alcune testate web e cartacee. Appassionato di fanzine, fumetti, illustrazioni, tecniche di stampa, street writing.
Insieme hanno selezionato sei autori, Andrea Scarabelli, Antiniska Pozzi, Diego Fontana, Giovanni Fantasia, Iosonouncane e Valerio Millefoglie, cui sono stati affidati i sei personaggi già precedentemente delineati, sia fisicamente che caratterialmente.
L’evento è inserito nel calendario espositivo Attorno al Festival di BilBOlbul, Festival internazionale di fumetto, giunto quest’anno alla sua quarta edizione (Bologna, 4-7 marzo 2010).

COMER
un progetto ideato da Arianna Vairo e Davide Brace per Il Posto
inserito nel calendario Attorno al Festival BilBOlbul
a cura di Stefania Marconi e Marta Papini - Articolture
Inaugurazione: 5 marzo 2010, ore 19.00
Dal 6 marzo al 4 aprile 2010
c/o Il Posto – via Massarenti 37, 40138 Bologna
www.ilposto.bo.it/blog
Orari: Martedì-Domenica ore 12.00-15.00 / 19.00-24.00
Ingresso libero

lunedì 1 marzo 2010

Ritrovata la corona di Vittoria della Rovere

Comunicato stampa

Riemerge dalle pieghe della storia, e ritorna visibile dopo secoli, un preziosissimo capolavoro d’oreficeria ritenuto perduto, "vittima" delle razzie napoleoniche. E' la corona che Vittoria della Rovere, moglie del granduca Ferdinando II de' Medici, fece realizzare nel 1685 per donarla alle Suore Carmelitane di Borgo Pinti, a Firenze, quale segno della sua devozione per Maria Maddalena de' Pazzi.
La bellissima corona è stata rintracciata, insieme ai documenti che ne testimoniano committenza e caratteristiche, dallo studioso fiorentino Piero Pacini, il quale ne dà notizia in un articolo di approfondimento, corredato da bellissime fotografie a colori, sul nuovo numero di "Medicea. Rivista interdisciplinare di studi medicei" appena uscito in edicola e nelle librerie.
Studioso della Santa fiorentina, Pacini afferma che la corona – appartenente al patrimonio ecclesiastico - è stata rintracciata dopo più di un secolo di assoluto silenzio e oggi, per la prima volta, sul quadrimestrale dedicato alla dinastia Medici si possono vedere le immagini di questo prezioso capolavoro di oreficeria.
Alcuni dettagliati documenti, scoperti nell'archivio delle Carmelitane di Careggi, hanno permesso allo studioso di ricostruire passo dopo passo la fattura di questo straordinario manufatto artistico che Giovanni Comparini e Giuseppe Vanni - i due orafi più richiesti della famiglia medicea - realizzarono utilizzando ben 30,12 once d'oro.
Queste servirono per creare, con lavorazione a filigrana, la corona che venne tempestata di 655 gioie (tra cui 412 diamanti, 80 smeraldi e 114 rubini) per un costo totale di 1800 scudi, che al cambio attuale significherebbero diverse centinaia di milioni di euro.
Nel suo articolo, Pacini aggiunge che la "riscoperta" dell'oggetto, e della relativa documentazione, sono utili sia per valutare il mecenatismo e l'attitudine religiosa della Granduchessa, sia per ricomporre la storia dell'arte della filigrana e dell'oreficeria a Firenze. Infatti, vanno considerate la dispersione e la distruzione delle corone granducali e della maggior parte di quelle aggiunte alle immagini sacre, dalle quali fortunatamente il "dono" di Vittoria della Rovere a Santa Maria Maddalena de' Pazzi si è miracolosamente salvata.
Nell’estate del 1684 le Carmelitane di Borgo Pinti a Firenze ricevono la visita inaspettata della granduchessa Vittoria della Rovere, con al seguito gli orafi Giovanni Comparini e Giuseppe Vanni. La granduchessa ordina alle suore di farle vedere tutte le gioie della Santa per adattarle su una nuova corona che intende realizzare e donare insieme ad una nuova urna. Dalla cronaca trapela il carattere autoritario di Vittoria delle Rovere che impone la sua volontà alle Carmelitane benché sottoposte all’autorità ecclesiale ma non a quella granducale. Se la realizzazione dell’urna andrà per le lunghe, la corona sarà terminata in meno di dieci mesi, sia per il prestigio dell’ambiziosa granduchessa che per le attese delle Carmelitane.
Per circa due secoli la corona voluta da Vittoria della Rovere sarà mostrata ai fedeli in occasione delle brevi e solenni esposizioni della Santa, mentre successivamente le esposizioni si diraderanno e sulla testa della Santa apparirà una corona più comune, ornata di pietre di scarso valore. I documenti dell’epoca tacciono su questo particolare, ma la rimozione della corona è sicuramente riconducibile a un momento di forti difficoltà economiche del monastero, in cui numerose opere d’arte vengono vendute tra cui anche la corona. Una tarda cronaca del 1902 riporterà infine che il signore che l’aveva acquistata ha disposto che ritorni alla Santa dopo la sua morte, cosa che accadrà per mano degli eredi. Qualche decennio più tardi, sia per lo stato di precarietà causato dai conflitti bellici sia per la paura di furti, sul capo della santa sarà posta una corona più modesta mentre il prezioso oggetto sarà custodito dai responsabili del Patrimonio Ecclesiastico, dove Pacini la riscoprirà dopo quasi due secoli.