La mesta e raccolta chiesa di Sant’Antonio a Cancellara, che si dischiude in un’unica navata, è stata affrescata a quattro mani: da Giovanni Todisco e Giovanni Luce. Nel catino absidale troviamo nel registro superiore Cristo in Maestà ed in quello inferiore Santa Caterina d’Alessandria, lambita da quattro piccole scene, narranti vicende della vita della santa. Al di fuori del catino absidale, sulla parete, troviamo quattro riquadri raffiguranti la Pietà, la Trinità, Madonna con Bambino ed un santo monaco, probabilmente San Leonardo, quest’ultimo affresco è molto lacunoso. Tutta la zona absidale è attribuita a Giovanni Luce. Sulla parete sinistra, rispetto all’abside, trova allocazione un imponente riquadro raffigurante San Giorgio che libera la principessa attribuito a Giovanni Todisco. Infine, frammenti di affreschi sono visibili un po’ ovunque sulle pareti della chiesa.
La parete absidale è caratterizzata da una perfetta composizione simmetrica che si evince sia nella suddivisione dei riquadri, sia nelle disposizioni interne ai riquadri stessi. Figure statiche che scoprono vivacità solo nelle scenette della vita di Santa Caterina d’Alessandria. Lo sguardo armonico delle rappresentazioni si coglie nell’insieme delle corrispondenze tra linee e colori; nei paesaggi morbidi e soffusi che degradano dietro le figure protagoniste. Così l’occhio dell’osservatore corre subito verso il San Giorgio della parete sinistra. Inconfondibile si coglie il tratto stilistico del Todisco. Un unico grande riquadro che rappresenta due scene: l’uccisione del drago e la presentazione alla principessa e agli astanti del drago infilzato. Purtroppo l’affresco è manchevole proprio della figura del drago durante la sua uccisione. Ma è la conoscenza della produzione pittorica del Todisco che ci permette di immaginare la bellezza e la finezza dell’animale fantastico. Un alone leggendario pervade la narrazione, l’espressione drammatica è sottesa, ma l’atmosfera fiabesca ed irreale prevale rivelandoci ancora una volta il dato novellistico del Todisco nelle grandi, come nelle piccole, composizioni.
martedì 25 maggio 2010
Gli affreschi della chiesa di Sant’Antonio di Cancellara
lunedì 24 maggio 2010
Le meraviglie di Roma antica e moderna
In occasione del XXII Convegno internazionale dei Direttori delle Collezioni Grafiche (International Advisory Committee of Keepers of Public Collections of Graphic Art), una riunione biennale dei responsabili delle collezioni grafiche di tutto il mondo che, per la prima volta dalla sua istituzione, si svolge a Roma, dal 6 al 10 giugno 2010, la Biblioteca di
Tema centrale della mostra è la città di Roma, con i suoi monumenti antichi e moderni, le sue vedute, i suoi scorci classici e meno consueti, le sue fabbriche pontificie e private, le sue fontane e cortili, per ripercorrere tre secoli di storia della Città eterna.
La raccolta di disegni della BiASA si è costituita nel corso degli anni con lasciti e doni, a partire dal 1922, anno della fondazione della biblioteca.
Tra questi si segnalano le raccolte confluite tramite doni fatti da studiosi benemeriti quali Corrado Ricci, Alfredo Castellani, Alfredo Dusmet ed in particolare Rodolfo Lanciani, celebre archeologo di fama internazionale. Solo nel lontano 1956 fu dedicata una mostra antologica al ricchissimo fondo di disegni della BIASA, curata da Valerio Cianfarani, che ebbe sede nelle sale di Palazzo Braschi. Da allora sono stati presentati al pubblico solo fogli singoli o piccoli nuclei di tale raccolta. Con questa attesa esposizione si intende colmare tale lacuna proponendo al pubblico romano e non le opere più ragguardevoli della raccolta in possesso della biblioteca.
Per la mostra a Palazzo Venezia, curata dalla Direttrice della Biblioteca, Maria Cristina Misiti e dalla professoressa Simonetta Prosperi Valenti Rodinò, sono stati selezionati più di sessanta eccelsi e inediti capolavori, quasi tutti appartenenti alla raccolta Lanciiani.
La raccolta Lanciani comprende fogli databili dall’inizio del XVI secolo sino al XX, ed è particolarmente ricca di studi riguardanti la città di Roma nei suoi più vari aspetti: da rilievi e studi dall’antico, alle vedute ad opera di artisti stranieri, documento del fascino continuo esercitato dalla città eterna sui pittori vedutisti francesi, inglesi, tedeschi passati per Roma, sino a progetti architettonici per la sistemazione di piazze, palazzi, chiese e complessi museali soprattutto nei secoli XVIII e XIX, legati perciò alla vivace attività urbanistica sostenuta dai pontefici Clemente XII Corsini, Benedetto XIV Lambertini, Pio VII Chiaramonti, Pio IX Mastai Ferretti.
Le opere
Secolo XVI. Nella mostra il Cinquecento sarà rappresentato da alcuni studi dall’antico che si annoverano come i più celebri esempi al mondo di tale tipologia.
Disegni esposti
Il primo cimelio sarà il celebre codice membranaceo raffigurante il rilievo della Colonna Traiana, databile alla prima metà del secolo, già attribuito a Jacopo Ripanda, ma oggi ritenuto dalla critica trascrizione, di poco successiva, dell’archetipo perduto del Ripanda. Superfluo sottolineare la grande valenza documentaria di questo codice, che in 51 grandi tavole, disegnate nel recto e nel verso, costituisce il primo documento grafico di questo monumento che affascinò eruditi ed artisti di tutti i tempi.
Ma la raccolta della BiASA conserva anche un’ulteriore documento degli stessi rilievi della Colonna Traiana, disegnati a penna da un anonimo artista alla fine del ‘500 su tre rotoli cartacei, lunghi ciascuno più di
L’antico ritorna ancora nelle pergamene di Pirro Ligorio, il noto pittore raffaellesco, antiquario di Alfonso d’Este, che passò la maggior parte della sua vita a studiare monumenti, are, statue e cimeli antichi affidandoli a codici sparsi nelle raccolte di tutto il mondo: dei 3 esemplari presenti nella BIASA, si è scelta la ricostruzione del Porto di Traiano e la pianta del cortile del Belvedere, meno visti in recenti mostre, ma spettacolari nella lucida ricostruzione fattane dall’erudito cinquecentesco.
Secoli XVII e XVIII. Forse meno rappresentato quantitativamente nelle raccolte è il Seicento, che pure offre alcune vedute inedite dei più significativi monumenti antichi romani di grande intensità rappresentativa, opera dei maggiori pittori olandesi del secolo.
Il protagonista indiscusso della mostra, e del fondo di disegni della BiASA, è indubbiamente il Settecento. La varietà del materiale databile a questo secolo consente di ricreare una panoramica su varie tipologie del disegno, utilizzate in quest’epoca da autori italiani e stranieri: lo studio dall’antico, documentato da una serie di piccoli acquerelli colorati di Francesco Bartoli (datati 1732) desunti da pitture sepolcrali, e da taccuini di Felice Giani; le vedute di Roma, documentate da esempi di pittori italiani spesso destinati ad una traduzione incisa (Piranesi, Rossini), francesi (Le May, Chaufourier, Lallemand), tedeschi (Reinhart); progetti per affreschi, come la ricca serie di Tommaso Conca, preparatoria per dipinti e stucchi realizzati negli ultimi decenni del secolo da suoi modelli nelle sale rinnovate da Marcantonio Borghese nella celebre Villa, gioiello di famiglia e vanto della città.
Ma è il nucleo di disegni di architetti, giustamente celebre tra i ricchi fondi di grafica della BiASA a segnalarsi per vastità, interesse documentario e qualità artistica. Gli studi dei maggiori architetti presenti a Roma in quel secolo, da Fuga, Salvi, Buzzi, Posi, Nolli, Raguzzini, Marchionni, Barberi, sino al Valadier – di cui sono presenti più di 500 fogli - ci consentono di ripercorrere le tappe di quella vasta operazione di rinnovamento urbanistico affrontata da vari pontefici, che ha portato in molti casi a formare l’assetto attuale della città.
Non va neppure taciuta la progettazione di apparati effimeri, realizzati spesso ad opera degli stessi architetti (Posi, Marchionni, Passalacqua) che vide Roma protagonista di questa tipologia decorativa sin dal secolo precedente, che si esprime nell’abilità di addobbare chiese, teatri e facciate in occasione di eventi legati a nascite, morti o matrimoni di regnanti delle grandi dinastie europee e copiata poi da tutta l’Europa.
Disegni inediti
Oltre ai tanti fogli già noti agli studi, l’indagine condotta in occasione della mostra ha consentito di proporre anche scoperte notevolissime, con fogli inediti di artisti di grande livello grafico. Un primo schizzo di Piazza del Popolo, come si presentava nell’anno 1664, autografo di Lievin Cruyl e preparatorio per la nota serie di stampe di Roma realizzate in quell’anno dall’incisore olandese; uno studio per un alzato dell’Arco di Benevento, velocemente appuntato a penna da un pittore francese di metà Seicento seguace di Poussin, che si potrebbe identificare in Pierre Lemaire; un piccolo schizzo di Ponte Milvio del giovane Piranesi appena giunto a Roma e già affascinato dalla città; per non elencare i numerosi studi architettonici settecenteschi, per apparati effimeri, molti dei quali ancora inediti, come si è detto, nonostante il proliferare degli studi su questi argomenti negli ultimi anni.
Sede: Roma, Museo Nazionale del Palazzo di Venezia, Via del Plebiscito 118
Periodo: 9 giugno - 31 luglio 2010
Inaugurazione: Martedì 8 giugno 2010 ore 18.00
Ingresso gratuito
Orario: lunedì - domenica 10.00-19.00. La biglietteria chiude un’ora prima del museo.
Mostra e catalogo a cura di: Simonetta Prosperi Valenti Rodinò e Maria Cristina Misiti
Catalogo edito da: Daniela Piazza Editore - Torino
venerdì 21 maggio 2010
Storia di un’anima. Immagini e memorie dal Diario di Olivia Cushing
L’allestimento proposto dal Museo H. C. Andersen per i prossimi mesi intende seguire attraverso dipinti, testimonianze fotografiche e documentarie la vita di Olivia Cushing Andersen: seguendo il Diario di questa aristocratica americana si sviluppa la storia emozionante del suo rapporto con la famiglia Andersen sullo sfondo di un’epoca sconvolta da grandi cambiamenti.Olivia Cushing nasce nel 1871 a Newport (Rhode Island) da una facoltosa famiglia di educazione puritana appartenente alla società dei “nuovi ricchi” anglo-americani. Fin da bambina, per la sua formazione culturale, Olivia viaggia molto tra l’Europa e l’America e a vent’anni, con l’intento di apprendere ed accrescere la sua conoscenza attraverso il contatto diretto con i luoghi della cultura, compie il suo grand tour: Londra, Parigi, Norimberga, Bayreuth, Venezia, Torino, Aix-les-Bains, Siena, Perugia, Firenze, Napoli, Roma.
Nel 1892 a Parigi in rue de l’Université avviene l’incontro della sua vita con Andreas Andersen, artista, pittore di umili origini, grande amico del fratello maggiore di Olivia, Howard, dedito anch’egli allo studio e alla pratica dell’arte. Da questo momento tutto l’impegno spirituale, intellettuale e fisico di Olivia sarà profuso verso la famiglia Andersen. All’inizio, innamorata, dedicherà le sue attenzioni e il suo incoraggiamento economico e spirituale ad Andreas, di cui diventerà nel 1902 l’amatissima consorte per circa un mese; poi, per il resto della sua vita, si occuperà con decisione e dedizione (fino alla morte nel dicembre 1917) a Hendrik Andersen, di cui diverrà il nume tutelare, sorella, amica intima con cui condividerà ambiziosi progetti (La Città mondiale della comunicazione, i suoi Drammi religiosi). Trasferitasi definitivamente a Roma a partire dal 1903, la sua vita quotidiana si svolge vicina a tutta la famiglia Andersen, l’adorata maman Helene, la sorella adottiva e modella Lucia, Arthur il giovane fratello musicista. In un susseguirsi di continui viaggi tra l’America e l’Italia al fine di concretizzare il suo personale impegno di scrittrice e quello legato al grande sogno dell’utopica città della comunicazione mondiale, The world communication centre, condiviso con Hendrik. Olivia si preoccupa sempre con dedizione di incitare e sostenere non solo spiritualmente ma anche materialmente i grandi progetti scultorei di Hendrik, a partire dalla Fontana della vita.
L’allestimento si articola attraverso una cinquantina di opere e numerose foto e cartoline (dipinti e sculture di Andreas e Hendrik, disegni e pastelli di Howard Cushing e James Brigg Potter), in un curioso “ritratto di Signora” amante dei viaggi e delle amicizie raffinate, in una continua fuga anticonvenzionale, tipicamente anglo-americana, dalla propria famiglia di origine e con un grande amore per la cultura e per l’espiazione-elevazione della propria anima.
Il profilo che ne viene fuori è molto vicino ai personaggi letterari femminili creati dall’amico (rivale di Olivia nell’affetto per Hendrik) Henry James, sicuramente incarnazione di una donna di fine secolo piena di fermenti e di slanci femministi, ancora sentiti come intimo contraddittorio, eppure in sintonia con la rapida evoluzione della società dell’epoca.
Storia di un’anima.
Immagini e memorie dal Diario di Olivia Cushing (1871-1917)
A cura di Matilde Amaturo e Maila Marasco
Roma, Museo Hendrik C. Andersen
Via Pasquale Stanislao Mancini, 20
Date: 4 giugno - 3 ottobre 2010
Inaugurazione: venerdì 4 giugno, ore 17.00
giovedì 20 maggio 2010
Virtù d’amore. Pittura nuziale nel Quattrocento fiorentino
Comunicato stampaA Firenze, alla Galleria dell’Accademia e al Museo Horne il prossimo 8 giugno apre al pubblico una mostra che rievoca, attraverso l’esposizione di oltre 40 pregevoli tavole del Quattrocento provenienti da prestigiosi musei esteri ed italiani, la vita coniugale nel Rinascimento, i ruoli nella coppia e in particolare il ruolo femminile in ambito domestico, gli atteggiamenti e la condotta esemplare che si raccomandavano come indispensabili virtù, virtù d’amore, appunto.
Queste tavole dipinte erano nate come parti di sontuosi arredi - cassoni, spalliere, letti - delle case fiorentine del Quattrocento e in esse si celebrano il matrimonio e la stirpe, le virtù civiche e coniugali; commissionate in occasione delle nozze, erano destinate ad arredare soprattutto la camera degli sposi, fulcro della vita coniugale privata e pubblica. La pittura da camera aveva la fondamentale funzione di trasmettere, attraverso le storie rappresentate, messaggi di monito e incitamento verso una condotta ritenuta esemplare per la coppia; tale aspetto, che la mostra mira a portare alla luce, ci aiuta oggi a mettere a fuoco un punto cardine della civiltà fiorentina del Quattrocento: le virtù d’amore dovevano sottostare a leggi non legate ai sentimenti, ma piuttosto inerenti la compagine sociale. Le storie illustrate narrano i passaggi del rituale di nozze, dallo sfarzo del banchetto matrimoniale al momento dello scambio degli anelli fra gli sposi, episodi questi del lungo e complesso iter matrimoniale che prevedeva una serie di elaborati contatti e contratti, non tutti proprio attinenti al concetto d’amore.
La mostra, prende spunto dal cosiddetto Cassone Adimari conservato alla stessa Galleria dell’Accademia e dipinto dal fratello di Masaccio, Giovanni di Ser Giovanni detto lo Scheggia, in realtà una grande spalliera raffigurante un ballo rinascimentale. Le tavole esposte offrono una panoramica della varietà dei temi solitamente raffigurati in questi arredi. Attingendo a testi biblici, a episodi storici e ad autori “moderni” quali Petrarca e Boccaccio, raffigurano varie sfaccettature dell’amore, nonché i doveri che ne conseguono: il Decamerone è ad esempio fonte di ispirazione per la storia della paziente Griselda, illustrata da Pesellino nelle tavole provenienti dall’Accademia Carrara di Bergamo, personaggio simbolico della virtù dell’obbedienza e dell’abnegazione, che la donna doveva perseguire.
I cassoni venivano in genere tenuti addossati alle pareti, ragione per cui la decorazione interessava solo tre lati di ciascun forziere, il fronte e i due lati brevi. Rarissimi sono i cassoni interi giunti fino a noi e fra questi è esposto in mostra quello raffigurante il Palio di San Giovanni, dipinto da Giovanni Toscani, del Museo Nazionale del Bargello; altri si conservano al Museo Horne, dove è allestita una sezione della mostra con opere provenienti da collezioni private. Era usanza commissionare a coppie i cassoni destinati a contenere i beni di famiglia, che presentavano dunque una decorazione unitaria, come attestano i due pannelli con i festeggiamenti per le nozze di Peleo e Teti di Bartolomeo di Giovanni (Parigi, Louvre), esempio dell’amore che trionfa su contingenze avverse, o i due divertenti fronti di cassone con Storie di Ulisse (Cracovia, Castello di Wavel) licenziati nella bottega di Apollonio di Giovanni, che come in un libro a fumetti illustrano uno per uno le avventure del re di Itaca.
Rappresenta uno dei meriti maggiori della mostra la riunione delle quattro tavole con Storie di Ester, divise fra la National Gallery of Canada, il Museo Horne e la collezione Pallavicini di Roma, che costituivano i lati brevi di una coppia di cassoni ideati da Botticelli verso il 1475 e alla cui esecuzione partecipò il giovane Filippino Lippi; la tavola romana, raffigurante Mardocheo piangente e per la quale le ricerche confermano l’autografia botticelliana, è una delle opere più attese, non essendo stata più esposta da oltre 70 anni.
Non dobbiamo dimenticare, tuttavia, che il matrimonio, significava anche e soprattutto dare vita ad una nuova progenie e perpetuare la famiglia, a questo fine l’ultima sezione della mostra è dedicata all’orgoglio della casata, che si afferma attraverso storie che narrano della fondazione di stirpi celebri come quella di Enea e di David, o seguendo i testi del Petrarca celebrano i Trionfi di Fama, Tempo ed Eternità. Tali immagini potevano essere dipinte anche sui deschi da parto, tavole di medio formato circolari o poligonali dipinte su entrambe i lati, nati probabilmente come vassoi per recare il pasto rifocillante alla puerpera dopo il parto, essi divennero ben presto doni propiziatori per una discendenza forte e sana e per scongiurare i pericoli connessi col travaglio e la nascita, finendo poi appesi alle pareti della camera. Fra tutti, spicca quello col Trionfo della Fama, dipinto dallo Scheggia e oggi conservato al Metropolitan Museum di New York, appartenuto a Lorenzo il Magnifico e realizzato in occasione della sua nascita (1448/1449) o del matrimonio dei genitori Piero il Gottoso e Lucrezia Tornabuoni.
“Concludendo, la mostra è stata concepita anche per dare adito ad una riflessione sulla società del Quattrocento a Firenze e in particolare sul valore della famiglia e sul ruolo della coppia al suo interno. Per noi, che speriamo di aver fatto una cosa stimolante nell’ambito delle problematiche dell’oggi, resta irrisolta una questione: e per l’amore vero che spazi c’erano? Forse fuori delle camere nuziali …!” (F. Falletti).
La mostra è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze con la Galleria dell’Accademia, Firenze Musei e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
Titolo: Virtù d’amore. Pittura nuziale nel Quattrocento fiorentino
Sedi: Galleria dell’Accademia, Via Ricasoli 58-60, Firenze; Museo Horne, Via de’ Benci 6, Firenze
A cura di: Franca Falletti, Elisabetta Nardinocchi, Claudio Paolini, Daniela Parenti, Ludovica Sebregondi
Periodo: 8 giugno - 1 novembre 2010
Inaugurazione: lunedì 7 giugno 2010, ore 18.00
Catalogo: Giunti Editore
Immagine: Giovanni di Ser Giovanni detto Lo Scheggia, Cassone Adimari, Firenze, Galleria dell’Accademia
mercoledì 19 maggio 2010
La forma del Rinascimento
La mostra La forma del Rinascimento. Donatello, Andrea Bregno, Michelangelo e la scultura a Roma nel Quattrocento, organizzata dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Roma, diretta da Rossella Vodret, dal Comitato Nazionale Andrea Bregno e con la collaborazione della Fabbrica di San Pietro, curata da Claudio Crescentini e Claudio Strinati, è un evento unico nel suo genere, incentrato sulla scultura del Rinascimento a Roma, uno dei linguaggi artistici ancora poco frequentati dal grande pubblico e indagato mediante l’attività di tre grandi artisti del periodo: Donatello, Andrea Bregno, Michelangelo.Promossa da un Comitato Scientifico del quale fanno parte i massimi studiosi italiani ed internazionali del settore (scheda in allegato), la mostra si pone come fondamentale momento di studio dei tre protagonisti della scultura del Quattrocento, colti in quel particolare periodo di rinnovamento culturale, individuato nella Roma dei Papi umanisti, vissuto alla luce della memoria dei Maestri antichi, con la prospettiva di creare una nuova forma della scultura, quella appunto del Rinascimento.
Fra le altre opere presentate, di speciale interesse l’esposizione di due sculture di grande impatto visivo di Donatello, la Formella con angeli musicanti, gesso preparatorio dell’opera finale in bronzo realizzata per l’altare di Sant’Antonio per l’omonima Basilica di Padova, e la spettacolare Protome equina realizzata dall’artista come modello del monumento equestre che avrebbe dovuto realizzare per Alfonso d’Aragona, Re di Napoli.
Per la prima volta in maniera unitaria è anche esposto il nucleo delle sculture provenienti dalla Fabbrica di San Pietro della Città del Vaticano e facente parte del Monumento funebre di Paolo II Barbo, opera di Mino da Fiesole e Giovanni Dalmata.
Culmine della mostra un prezioso altorilievo in marmo di Michelangelo mai esposto in precedenza, Eolo o Vento marino, già parte della decorazione scultorea della chiesa di Santa Maria Maddalena a Capranica Prenestina (RM), operazione architettonica attribuita allo stesso artista e commissione dei Porcari-Capranica, famiglia fortemente legata a Michelangelo mediante altre committenze artistiche, a partire dal più famoso Cristo risorto di Santa Maria sopra Minerva in Roma. L’Eolo è stato, fino ad oggi, poco studiato dalla storiografia michelangiolesca, tanto che, nella presente sede, si è, di necessità, verificata la tradizionale attribuzione direttamente sulle fonti documentarie e sui nessi storico-artistici che hanno, inevitabilmente, supportato l’indicazione della più che verosimile paternità dell’opera.
L’allestimento della mostra è stato progettato dall’arch. Eugenia Cuore della Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Roma.
A corollario della mostra la realizzazione di un elegante volume/catalogo (Rubbettino editore), nel quale sono raccolti venti saggi inediti dei più autorevoli studiosi nazionali e internazionali del settore. Al volume, che si impone per la presenza di una vasta documentazione inedita e di un possente apparato critico, è abbinata una guida alla mostra.
Notizie, documentazione scientifica e allestimento sono presenti nel sito ufficiale del Comitato Nazionale Andrea Bregno: www.andreabregno.it/laformadelrinascimento.
Sede: Museo Nazionale del Palazzo di Venezia, Roma
Date: 16 giugno - 5 settembre 2010
Inaugurazione: martedì 15 giugno 2010, ore 18.00
Giorni e orari di apertura al pubblico: da martedì a domenica, dalle ore 10.00 alle 19.00
Ingresso: € 4,00
Organizzazione: CIVITA
Immagine: Donatello, Testa del Gattamelata, calco in gesso, cm. 24x27, Padova, Università degli Studi - Museo di Scienze Archeologiche e d’Arte
Sebastiano Ricci. Il trionfo dell’invenzione nel Settecento veneziano
Dal 24 aprile all’11 luglio 2010 si terrà sull’Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia,
L’esposizione, curata dall’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Cini, diretto dal prof. Giuseppe Pavanello, riunirà un insieme di ‘bozzetti’ (dipinti, sculture, disegni) in grado di rappresentare un aspetto originale del genio multiforme e spettacolare di Sebastiano Ricci, alla base di quella rivoluzione formale, tecnica, stilistica, di gusto e di visione, legata alle novità del Rococò. Ricci, oltre che grande maestro, fu infatti un innovatore dell’arte del bozzetto poiché ne rivalutò l’importanza e il valore di ‘originale’ rispetto all’opera finita che ne deriva: rivalutazione che appare evidente nella lettera scritta al conte Giacomo Tassi di Bergamo, suo mecenate, il 14 novembre 1731, dove si legge, in riferimento al bozzetto per la pala bergamasca di Sant’Alessandro della Croce: "sappia di più, che questo piccolo è l'originale e la tavola d'altare è la copia".
In mostra non mancheranno i confronti con i bozzetti di altri importanti artisti della scuola veneziana del primo Settecento, quali Antonio Pellegrini, il giovane Giambattista Tiepolo, Gaspare Diziani, Giambattista Pittoni, Antonio Molinari, Giambattista Piazzetta.
Attenzione particolare sarà inoltre rivolta alla grafica di Sebastiano Ricci, in particolare ai disegni custoditi presso il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe delle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Saranno, inoltre, esposti anche alcuni bozzetti in terracotta provenienti dal “fondo di bottega” di Giovanni Maria Morlaiter, oggi custoditi presso il Museo del Settecento Veneziano di Ca’ Rezzonico.
L’esposizione si avvale della collaborazione di alcune tra le più importanti istituzioni museali italiane, europee e statunitensi: oltre alle opere concesse dalle Gallerie dell’Accademia e da Ca’ Rezzonico, si potranno ammirare capolavori in prestito dalla Galleria degli Uffizi di Firenze, dal Castello Sforzesco di Milano, dalla Galleria Sabauda di Torino, dal Museo di Capodimonte di Napoli, dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, dal Musée des Beaux-Arts di Orléans, dal Musée de
Questa iniziativa si configura come la più importante delle attività che Regione del Veneto e
Anche il Comune di Belluno, città che diede i natali al grande pittore, in collaborazione con
Date: fino all’11 luglio 2010
Orari: 11.00-19.00, chiuso il martedì, ultimo ingresso alle 18.15
Biglietti: intero € 9,50, ridotto € 8
Sede: Centro Espositivo Fondazione Giorgio Cini
Indirizzo: Isola di San Giorgio Maggiore – Venezia
Catalogo: Marsilio
Immagine: Sebastiano Ricci, Apoteosi di San Sebastiano, ante 1694, olio su tela (bozzetto per decorazione pennacchio cappella San Bernardino alle Ossa), cm. 78,5 x 63,5, Milano, Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco
lunedì 17 maggio 2010
Pregio e Bellezza. Cammei e intagli dei Medici
Comunicato stampa
Il Museo degli Argenti di Palazzo Pitti dedica una mostra ad un particolare aspetto dell’arte, il collezionismo di gemme antiche e moderne nel corso dei secoli e lo fa illustrando la prestigiosa raccolta dei Medici, con oltre centosettanta opere esposte che testimoniano quanto questi piccoli, ma pregevoli oggetti interagissero con le così dette arti maggiori.
Messe a dialogare con le opere d’arte – commenta la Soprintendente Cristina Acidini – le gemme del Rinascimento rivelano quanta forza ispiratrice si sprigionasse da quei minuscoli capolavori, grazie alla maestria degli artefici in grado di competere con gl’intagliatori dell’antichità imperiale, all’arcano potere simbolico dei soggetti, alle virtù magiche delle pietre.
Il collezionismo di gemme costituì uno degli aspetti più affascinanti del processo di riscoperta dell’antico che caratterizzò il Rinascimento. A partire dalla prima metà del XV secolo cammei e intagli furono ricercati con fervore da pontefici, principi e cardinali, scatenando in alcuni casi aspri conflitti tra estimatori, pronti a spendere cifre molto elevate pur di aggiudicarsi il pezzo desiderato.
Le ragioni di questo successo furono molteplici.
Innanzitutto l’arte di incidere le gemme richiedeva l’impiego di materiali rari e molto costosi, nonché l’apporto di maestri dotati di straordinarie capacità tecniche, dato che anche il più piccolo errore, di fatto irreversibile, poteva vanificare mesi, se non addirittura anni, di duro lavoro. In secondo luogo ai cammei e agli intagli si attribuivano particolari virtù magiche e misteriose, dipendenti dal tipo di materia utilizzata e dal soggetto della raffigurazione. Inoltre le loro ridotte dimensioni e la facilità di trasporto, ne facevano un regalo ideale per illustri personaggi e un’ottima forma di investimento, un capitale al quale attingere nei momenti di maggiore difficoltà.
Tutti questi fattori ben spiegano la speciale predilezione che i Medici svilupparono, fin dal Quattrocento, per le incisioni su pietre dure e preziose, da loro alacremente raccolte in una delle più rilevanti collezioni della storia, fonte di grande prestigio per tutta la famiglia, che, nel corso dei secoli, continuò a incrementarla con nuove acquisizioni.
Attraverso un selezionato numero di pezzi di eccezionale qualità provenienti dai più importanti musei italiani e stranieri, la mostra illustrerà la complessa storia di questo tesoro, a partire dalla sua costituzione ad opera di Cosimo e, soprattutto, Piero de’ Medici, che ai cammei e agli intagli riservò un posto di rilievo all’interno del suo rinomato studiolo nel palazzo di via Larga, vera e propria camera delle meraviglie esibita con orgoglio a pochi, insigni visitatori e dove le gemme furono custodite accanto a monete, medaglie, sculture, gioielli, vasi in pietre dure e codici miniati. La passione per simili oggetti fu trasmessa da Piero al figlio Lorenzo il Magnifico, con il quale il tesoro mediceo si elevò al rango di raccolta principesca, guadagnando una enorme popolarità grazie all’acquisto di esemplari celebri e contesi dai più eminenti collezionisti dell’epoca, come la splendida corniola con Apollo, Marsia e Olimpo oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, nota agli artisti e letterati del XV secolo anche con il nome di Sigillo di Nerone.
Lorenzo Ghiberti, Donatello e Sandro Botticelli sono solo alcuni degli artisti che nelle diafane raffigurazioni delle gemme medicee trovarono importanti spunti creativi. Tale aspetto sarà documentato in mostra da un’ampia varietà di opere, codici miniati, medaglie, disegni, dipinti e sculture atti a dimostrare la grande fortuna degli esemplari posseduti dai Medici. In molti casi si tratta di fedeli traduzioni dei modelli iconografici prescelti, ma non mancano esempi più originali, in cui gli elementi desunti dalle pietre incise si arricchiscono di aspetti del tutto nuovi, come si può riscontrare in alcuni disegni di Sandro Botticelli e di Leonardo da Vinci, artisti che nelle gemme non trovarono solo un eterogeneo repertorio di forme e figure, bensì un efficace strumento per il recupero del senso di equilibrio e di misura delle proporzioni caratteristico dell’arte classica. Fulcro di questa sezione sarà il Ritratto ideale di fanciulla di Sandro Botticelli, che grazie alla collaborazione con lo Städel Museum di Francoforte verrà esposto in Italia per la prima volta, un omaggio al pittore in occasione del V centenario della sua morte. Il dipinto, tra i più importanti esempi di ritratti eseguiti dal grande pittore, rappresenta il busto di una giovane donna con le chiome acconciate in modo elaborato, sul cui petto spicca un pendente in oro ornato da un cammeo riproducente la corniola con Apollo, Marsia e Olimpo di proprietà di Lorenzo il Magnifico. La presenza di questo particolare attesta l’appartenenza del committente dell’opera alla cerchia laurenziana e ha generato diverse ipotesi sull’identità dell’effigiata, identificata da alcuni con Lucrezia Tornabuoni, madre del Magnifico, e da altri con Simonetta Cattaneo, moglie di Marco Vespucci e amata ideale di Giuliano de’ Medici, elevata da letterati e artisti a modello di bellezza dopo la prematura scomparsa per tisi nel 1476.
Il percorso espositivo proseguirà poi illustrando le successive fasi di crescita e dispersione della collezione medicea. Nonostante la profonda crisi che colpì duramente l’egemonia medicea su Firenze a partire dal 1496, i discendenti di Lorenzo, ben consci dell’enorme prestigio culturale derivante dal possesso della raccolta di gemme, riuscirono a preservarne quasi intatta l’unità fino al 1537, quando l’assassinio del duca Alessandro ne segnò il passaggio alla giovane vedova Margherita d’Austria, la quale nel 1538 la portò in dote al nuovo consorte Ottavio Farnese. In seguito a tali avvenimenti, il successore di Alessandro, Cosimo I, si impegnò nella costituzione di un nuovo nucleo di cammei e intagli che, grazie anche all’apporto dei figli Francesco e Ferdinando, poté ben presto eguagliare quello laurenziano.
In virtù dell’incessante politica di acquisti portata avanti dai successivi Granduchi di Toscana e dai loro familiari, nella seconda metà del XVII secolo la rifondata raccolta medicea consolidò la propria fama a livello europeo, tanto da essere considerata dai molti viaggiatori del Grand Tour di inizio Settecento una delle principali meraviglie di Firenze. Altri elementi concorsero inoltre alla sua fortuna: fra questi la riproduzione delle gemme più preziose nel campo dell’illustrazione libraria, che ebbe nell’impresa editoriale del Museum Florentinum guidata da Filippo Buonarroti e Anton Francesco Gori una delle sue massime espressioni, e la realizzazione di impronte in paste e zolfi colorati raccolte spesso in serie tematiche. Tale categoria di oggetti contribuì più di ogni altra a divulgare i temi delle pietre medicee in tutta Europa e principalmente tra gli artisti neoclassici, che ad esse tornarono a ispirarsi per le loro invenzioni pittoriche e scultoree.
La mostra apre Firenze 2010 Un anno ad arte (www.unannoadarte.it), l’ambizioso e articolato progetto espositivo dei Musei Statali Fiorentini promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, il Museo degli Argenti, Firenze Musei e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
Titolo: Pregio e Bellezza. Cammei e intagli dei Medici
Sede: Museo degli Argenti - Palazzo Pitti - Firenze
Periodo: fino al 27 giugno 2010
venerdì 14 maggio 2010
La Basilicata Turistica stupisce tutti a Bologna
Bologna: obiettivo centrato. Potrebbe essere l’estrema sintesi del workshop tenutosi presso il Royal Hotel Carlton di Bologna martedì scorso. L’ultima città obiettivo dopo Latina e Firenze del ciclo di incontri del “Roadshow nazionale”, organizzato dall’Apt Basilicata per la promozione delle bellezze turistiche, ha riscosso un unanime successo sia dalla parte dei suppliers che dalla parte dei buyers. Oltre 27 operatori della domanda emiliana, tra Adv e Cral, hanno incontrato direttamente 12 operatori dell’offerta lucana con risultati e soddisfazioni impreviste. Lo strumento innovativo per far incontrare gli interessi del settore si rivela ancora una volta il più efficace che la storia turistica lucana ricordi.Nella “sala imperiale” di uno dei più raffinati hotel bolognesi, gli operatori turistici della Basilicata hanno incontrato direttamente i buyers emiliani realmente interessati alle rotte lucane, in un contesto ove ciascun interlocutore può chiedere nel dettaglio l’offerta a cui è interessato. L’incontro “de visu” degli operatori del settore consente una chiarezza che permette di trasformare i contatti in presenze concrete. «E’ una sorpresa positiva e fuori dai canoni classici che, essendo generali, scadono nel generico- ha affermato Marzaroli Umberto dell’ Adv di Bologna “Viaggi senza filtro”- Un incontro di questo tipo è un modo di approcciare gli operatori del turismo tale da far loro capire cosa realmente offrono, senza troppe chiacchiere e con un rapporto personalizzato- continua Marzaroli- Quello lucano è un turismo che copre una fetta di pubblico quale può essere quello interessato al relax o alla cultura e soprattutto non è il solito mordi e fuggi ma può avere tempi più lunghi. Cosa non trascurabile è anche l’incentivo economico regionale che, di questi tempi, può essere uno strumento competitivo di non poco rilievo». Della stessa opinione è Giuliano Pedrelli dell’Acma: «Così si riesce a discutere e capire quel che si offre e quel che si cerca. Io punto su un rapporto privilegiato tra me e la mia clientela. Per la Basilicata vorrei un turismo per piccoli gruppi o familiare ma di qualità, che vada da quello religioso fino al naturalistico».
Molte adesioni ha ricevuto anche l’educational tour “Basilicata coast to coast” previsto tra fine maggio e inizio giugno, quando gli interessati emiliani saranno i protagonisti di una serie di incontri da tenersi direttamente in Basilicata: «Mia figlia mi ha raccomandato di partecipare a questo workshop perché lei ha già avuto modo di aderire ad altri educational della Basilicata e ritiene che sia un’esperienza da ripetere assolutamente- dice Rossano Dalmatini dell’Adv Scacciapensieri- La mia agenzia si occupa di turismo medio-alto e, poiché quello destinato alla classe media è in forte ribasso, la Basilicata potrebbe essere un’offerta che ci permette di risollevare le cifre di questo fascia di pubblico».
L’elevata diversificazione dell’offerta turistica lucana sembra essere il punto di forza emergente da questa azione di marketing turistico diretto. Si parte dalla soddisfazione alla domanda culturale o quella paesaggistica, da quella sportiva a quella sociale o congressuale: «la Basilicata è una meta turistica che permette di vedere posti nuovi e fare cose nuove per noi- dice Amilcare Grana del Circolo Aziendale UGF- E’ un’ottima idea diversificare così tanto sia l’offerta che i canali comunicativi. E’ la prima volta che la Basilicata ci viene presentata così nel dettaglio da motivarci alla sua scoperta».
La richiesta di novità da parte dei buyers trova soddisfazione nell’esperienza del workshop di Valentina Trotta del Consorzio Turistico Maratea: «Un operatore in cerca di “posti nuovi” ha avuto la possibilità di incontrarci grazie a questo tipo di iniziativa. O ancora- continua la Trotta- L’incontro diretto tra domanda e offerta, con la specializzazione che ne consegue, ci ha procurato un contatto con un’agenzia di incoming, che lavora con l’America, per un convegno tra medici americani».
Riscontro molto positivo anche per Mazzei Francesco del Caveoso Hotel di Maratea: «Negli altri workshop è sempre l’offerta ad andare dalla domanda. Qui è il contrario e questo garantisce un’efficacia e un impatto che fa lievitare di tanto l’incisività turistica lucana». E di risultati precisi parla Balbi Assunta dell’Hotel Grumentum: «Ho avuto 3 contatti molto interessanti per pacchetti destinati all’escursionismo. L’APT Basilicata si sta muovendo tanto e nella giusta direzione- continua la Balbi- Io sono campana, anche se mi sento lucana, e vedo un’attenzione al settore turistico a cui non ero abituata»
Il workshop, dagli operatori lucani, non è considerato solo uno strumento efficace per il mercato ma anche un metodo di confronto con le altre realtà: «L’iniziativa è egregia. E’ il miglior modo di investire nella promozione turistica- dice Giubileo Antonio del Giubileo Hotel- perché diventa anche uno strumento per ottenere una comprensione autonoma dei propri punti di forza o debolezza. E’ il filone giusto da seguire per migliorare la qualità di ciascuno di noi».
Potenza, 12 maggio 2010 APT Basilicata
giovedì 13 maggio 2010
Avventure minime
L'Associazione Corporazione delle Arti e delle Tecnologie con il patrocinio del Comune di Salerno - Assessorato al Turismo ai Beni Culturali e alla Portualità Turistica, la preziosa collaborazione del MMMAC - Museo Materiali Minimi d'Arte Contemporanea, della Fondazione Filiberto Menna - Centro Studi d'Arte Contemporanea e dell'Associazione Seventh Degree dell'Università degli Studi di Salerno presenta, per le manifestazioni di Salerno Porte Aperte 2010 - Maggio dei Monumenti - la mostra collettiva Avventure Minime. Miocinesia nell'arte d'oggi, a cura di Antonello Tolve.«I rimasugli del poeta, lo spartito incompleto di un compositore, il modello di una scultura, il disegno preparatorio o il semplice schizzo lasciato su un foglietto qualsiasi e magari approntato su un tram, in treno, nella sala d'attesa di un aeroporto, durante la fila che si fa per pagare la bolletta di turno in un ufficio postale. Caratterizzato da un gesto fulmineo e a volte frenetico», suggerisce Antonello Tolve nel testo in catalogo, «lo schizzo rappresenta il mondo embrionale e sotterraneo dell'arte che fa i conti con un atteggiamento miocinetico, basato, cioè, su un sistema psichico incompleto o, quantomeno, non così dettagliato come quello trattato dal raziocinio e dalla rielaborazione e organizzazione di tutti quei materiali primari che caratterizzano una molteplicità di condotte cotidiane.
Tutti quei segni che maltrattano un volume, quei segni lasciati tra le righe o ai margini di saggi, romanzi o raccolte poetiche (trattini, freccette, parentesi, piccole v, stelle e crocette) che, oltre a disegnare una vera e propria segnaletica in cui l'artefice ritrova una personalissima geografia, rendono caratteristico il libro. Tutte quelle parole, quei cerchietti, quadratini, quei triangolini e quei segni decisamente automatici che lasciamo su un foglietto, su uno scontrino, su un post-it, al termine di una telefonata. Tutte quelle pseudoforme insignificanti che produciamo quotidianamente e buttiamo regolarmente nel cestino della carta perché inutili e inutilizzabili (ma tuttavia figli di un appagamento momentaneo). Sono esperienze psicomotorie (impulsi fulminei) che, se da una parte si presentano come involontarie azioni autoterapeutiche perché svolgono un'attività appagante e dunque non trasformano il desiderio e l'impulso elementare in una frustrazione o in un insuccesso, dall'altra disegnano un vero e proprio scenario interiore il più delle volte incomprensibile al suo autore».
«La gestualità impura, lo scarabocchio, il ghirigoro, la macchia o lo sgorbio che molte volte l'artista reputa inutile e decisamente secondario rispetto ad opere elaborate con cura (anche in vista di un loro ingresso nel mercato dell'arte) è, in molti casi, il primus movens di un discorso che troverà soltanto successivamente una reale conformazione, una reale compilazione, un reale raziocinio.
Miocinesia nell'arte d'oggi vuole essere un omaggio a Gillo Dorfles, e precisamente ad un ambito del suo pensiero che, per la forte coincidenza tra la pratica critica e quella pittorica, ha individuato nei collassi della ragione o nei flussi dello sgrammaticato la rivincita di un potere magico e mitico centrale nella produzione artistica di ogni tempo».
«Senza alcuna pretesa di essere esauriente o minuzioso nelle sue forme, lo schizzo si pone, così, tra le maglie dell'arte e della sua storia (delle sue storie), come fonte di studio tenacemente connessa all'intenzione dell'artista.
Di dimensioni ridotte e di rapida esecuzione, questa forma fetale è un'impressione che si pone, paradossalmente, come un non finito compiuto. In altre parole, quello che definiamo come schizzo riassume al suo interno - in uno spazio che sottolinea, appunto, la velocità dell'esecuzione - ciò che è necessario e sufficiente per fornire una determinata informazione.
Così, tutte quelle linee intime che sviluppano su ogni tipo di superficie le forze creatrici dell’artista, linee preverbali e pregrammaticali in cui è possibile individuare appieno il senso investigativo e la libertà espressiva dell’artista fanno del materiale minimo una vera e propria modalità estetica presente in ogni attività artistica e non».
A cura di: Antonello Tolve
Sede: Archivio Generale - Sede Storica, ex Convento di San Lorenzo, Via de' Renzi, Salerno
Periodo della mostra: dal 22 maggio al 13 giugno 2010
Opening: 22 maggio 2010, ore 11.00
Orari d'apertura: 10.00 - 13.00 / o su appuntamento +39 349 5813002
Catalogo MMMAC Edizioni / EDI.COM
Artisti in mostra:
Mrdjan Bajic, Jean-Michel Basquiat, Bianco-Valente, Joseph Beuys, Louis Cane, Maurizio Cattelan / Patrizia Giambi, Antonio Cervasio, Gianluca Codeghini, Gillo Dorfles, Fredrich Kiesler, Wilma Kun, Pierpaolo Lista, Pietro Lista, Richard Long, Annalisa Macagnino, Domenico Antonio Mancini, Alessandro Mendini, Moio & Sivelli, Damir Očko, Mimmo Paladino, Giulia Palombino, Anja Puntari, Luisa Rabbia, Marco Raparelli, Mimmo Rotella, Giuseppe Stampone, Studio Azzurro, Enrico Tealdi, Eugenia Vanni, Andy Warhol, Mary Zygouri.
Con due poesie di Tomaso Binga
mercoledì 12 maggio 2010
Jorrit Tornquist. Viaggio a Genova
Inaugurerà Martedì 18 Maggio 2010 al Museo di Palazzo Reale - Teatro del Falcone di Genova la mostra Jorrit Tornquist, Viaggio a Genova a cura di Giovanni Granzotto; patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, la mostra proseguirà fino al 18 Luglio.Jorrit Tornquist, nato nel 1938 a Graz, si dedica alle ricerche sul colore dal punto di vista scientifico, dal 1965 importanti gallerie organizzano una serie di mostre in moltissime città italiane e straniere tra cui Milano, Venezia, Genova, Torino, Roma, Firenze, Bruxelles, Zurigo, Vienna, Berlino e Tokyo. Ha esposto in prestigiosi spazi pubblici quali Palazzo Reale a Milano, il Public Eye di Amburgo, il Museum of Drawers e il Mc Crony Collection di New York, il Museo Soto di Ciudad in Venezuela, la Galleria d’Arte Moderna di Lubiana, Praga, Zagabria e il Museo Hermitage a San Pietroburgo. Dal 1980 è molto impegnato nell’attività didattica, insegna: all’Istituto Europeo di Design di Milano, alla Facoltà di Architettura dell’Università di Graz, all’Accademia di Belle Arti di Bergamo e al Politecnico di Milano e nel 1986 partecipa alla Biennale di Venezia. È inoltre autore di numerosi interventi urbanistici tra cui: il nuovo Termovalorizzatore dell’ASM di Brescia, il depuratore del Garda a Peschiera, la ex Italcementi di Tavernola sul lago d’Iseo, e la colorazione della Galleria Tito Speri di Brescia.
Questa esposizione intende essere un esaustivo percorso che transita attraverso l’intera carriera artistica di Jorrit Tornquist, saranno messe in mostra una sessantina di opere che spaziano dagli squillanti esperimenti cromatici degli anni ‘60, alle pacate variazioni tonali degli anni settanta, fino alle Pieghe e ai Tessuti contemporanei. Verrà inoltre presentata una sezione dedicata alla scultura. Tutte le composizioni esposte sono raccolte in un elegante volume a colori edito da Il Cigno GG Edizioni, casa editrice organizzatrice dell’evento in collaborazione con la galleria Studio d’Arte GR. Il catalogo sarà corredato da testi critici ad opera di Giovanni Granzotto, Elsa Dezuanni e Alberto Pasini.
La mostra è resa possibile anche grazie al contributo della ditta Euromobil e del MIBAC. Alla vernice saranno presenti: Jorrit Tornquist, Giovanni Granzotto, Maurizio Galletti, direttore generale per i beni culturali della Liguria, Giorgio Rossini, soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici della Liguria, Luca Leoncini, direttore del museo di Palazzo Reale.
Jorrit Tornquist. Viaggio a Genova
A cura di: Giovanni Granzotto
Date: 18 maggio - 18 luglio 2010
Inaugurazione: martedì 18 maggio 2010, ore 18.00
Museo di Palazzo Reale, Via Balbi 10, 16126 Genova
Orari: martedì-mercoledì 9.00/13.30; giovedì-domenica 9.00/19.00
Catalogo: IL Cigno GG Edizioni
martedì 11 maggio 2010
Tagli d’artista: una storia lunga un secolo
In occasione della presentazione del grande soffitto “Ambiente spaziale con tagli” (gesso, sei tagli su fondo bianco, cm 400 x 814,3) che Lucio Fontana realizzò nel lontano 1960 per la casa di Milano dell’ing. Antonio Melandri, grande estimatore e amico dell’artista, la Galleria nazionale d’arte moderna ha voluto allestire, nei due saloni centrali, una scelta di capolavori appartenenti alle collezioni che, partendo dagli inizi del ‘900, sviluppano in un percorso esemplificativo della cultura del secolo i germi di una sfida che continua nel tempo.L’intento non è solo di esaltare l’alto impegno creativo di Fontana, nel retro del soffitto lasciato a giorno si può vedere come l’artista lavorava, ma di correlare la sua arte che, unita ad un mecenatismo illuminato, ha portato prodotti riconosciuti nel mondo e ha spinto l’evoluzione di tutta l’arte del secolo.
Si parte dalla cultura secessionista di Klimt, ripresa dal divisionismo e poi dal futurismo di Balla, i cui tagli compositivi già preludono alle deflagranti aperture del secondo dopoguerra, per passare attraverso l’unicità delle preveggenze di Schwitters, alle certezze assolute di Mondrian, all’introspezione luminosa di Giacometti, allo sfondamento della materia di Moore, mantenendo costante una linea che in Italia parte da Boccioni, con i vuoti dell’Antigrazioso del 1912, e prosegue nelle masse bianche di Arturo Martini, fino ai vuoti del marmo di Adolfo Wildt, che di tutti fu maestro a Brera.
Nel secondo salone il soffitto è affiancato dal mobile di Calder, che già negli anni ’30 mise in movimento gli scacchi colorati di Mondrian per azzardare volatili equilibri di forme aperte, mentre dall’altra parte la Ricostruzione del Dinosauro bianco di Pascali conferma l’assunzione dei tagli come valore acquisito, tanto da farne strumento di costruzione di un imprevedibile “ready made”.
Nell’ala destra si sviluppa il momento culturale milanese ispirato da Fontana, riconoscibile negli aderenti al gruppo “Azimuth”, in cui il bianco diviene un dovere assoluto con Castellani e Manzoni, fino al comportamentalismo in bianco di Christo, al blu totale di Klein, alla creatività materica del veneto Turcato, al rigore intellettuale di Paolini. Nell’ala sinistra del salone si contrappone il “negativo” di Burri, che crea capolavori ugualmente dirompenti, con i “Gobbi”, i “Catrami”, i “Sacchi”, i “Ferri” e i “Cretti”, artista che per l’arte giovane romana rappresentò il vate di una nuova cultura di “nigredo”. Pascali, Tano Festa, Lo Savio, Accardi, Mochetti lo affiancano dando esempi di alta qualità e aprendo alla storia dell’arte italiana degli anni ’60 e ’70.
Titolo: Tagli d’artista: una storia lunga un secolo
A cura di: Livia Velani
Durata: 15 maggio 2010 - 7 gennaio 2011
Inaugurazione: 15 maggio 2010, ore 20.00
Sede: Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea
Viale delle Belle Arti 131, Roma
Orari di apertura: martedì - domenica dalle 8.30 alle 19.30
(la biglietteria chiude alle 18.45)
Chiusura il lunedì
Biglietti: Intero 10 euro, ridotto 8 euro
Catalogo: Electa
Immagine: Lucio Fontana, Ambiente spaziale con tagli, 1960, gesso, cm. 400x814,3
lunedì 10 maggio 2010
Al museo per una notte
Insolita iniziativa quella promossa dal Mibac per la fruizione del nostro patrimonio storico-archeologico: l’apertura straordinaria di musei, gallerie, pinacoteche o luoghi di cultura in orario notturno. Giunta alla seconda edizione, il successo dell’evento dal respiro europeo, vedrà la partecipazione dei maggiori luoghi d’arte aperti al pubblico gratuitamente nell’orario che va dalle ore 20,00 alle 2,00 di sabato 15 Maggio 2010, per un’affascinante viaggio nell’arte al chiaro di luna. Si, perché l’iniziativa è stata rivolta maggiormente al pubblico, soprattutto tra i più giovani, che non può dedicarsi al panorama culturale che lo circonda negli ordinari orari di visita, talvolta molto limitativi per la durata di fruizione. Così si è voluto lanciare l’apertura dei luoghi d’arte statali in un orario di maggiore coinvolgimento, e di per sé del tutto accattivante. Passare una notte tra l’infinito fascino della storia, archeologia e arte dei nostri luoghi, integrando alla proposta un relativo programma di attività culturali affini, quali concerti, mostre, iniziative e particolari percorsi guidati.Determinante è l’adesione della Regione Campania all’evento, la quale sarà parte attiva nel programma preposto con l’apertura notturna di ben trentacinque siti museali che garantiranno un ricco calendario di eventi, grazie soprattutto alla fortunata riuscita del progetto turistico integrato “Campania Artecard”. Tra parchi archeologici, gallerie e sfarzosi palazzi signorili, l’Arte abbraccerà migliaia di visitatori in una notte all’insegna della cultura sotto le stelle.
Per conoscere i luoghi d’arte che hanno aderito all’iniziativa, Regione per Regione, consultare il sito del Mibac.
venerdì 7 maggio 2010
Arte del XX secolo nelle collezioni delle Fondazioni Bancarie di Venezia e Pistoia
La Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e
Completa l’esposizione un itinerario in città e provincia che comprende opere commissionate, donate o realizzate dalla Fondazione: il Cavaliere di Marino Marini nel Palazzo del Tau (scultura in bronzo) e le vetrate di Sigfrido Bartolini e Umberto Buscioni nelle chiese di San Paolo e dell’Immacolata Concezione a Pistoia; diciassette installazioni permanenti site-specific per spazi pubblici di Anselm Kiefer, Daniel Buren, Marco Bagnoli, Pol Bury, Fabrizio Corneli, Vittorio Corsini, Dani Karavan, Sol Lewitt, Robert Morris, Maurizio Nannucci, Hidetoshi Nagasawa, Claudio Parmiggiani, Anne a Patric Poirier, Susuma Shingu e Gianni Ruffi.
VENEZIA E IL SECOLO DELLA BIENNALE. Dipinti, vetri e fotografie dalla Collezione della Fondazione di Venezia, a cura di Enzo Di Martino, che segue le mostre precedenti di Palermo, Verona e Roma, rappresenta un’occasione unica per ammirare un’importante collezione, quella della Fondazione di Venezia, raramente accessibile al pubblico ed approfondire le vicende artistiche legate alla Biennale di Venezia che hanno segnato il secolo scorso. Una storia ricca di avvenimenti artistici, polemiche culturali, mutamenti politici e perfino scandali clamorosi. A partire dalla fondazione, avvenuta nel 1895, la grande istituzione veneziana che fu in grado di coinvolgere ad ogni edizione oltre 70 Paesi stranieri, passando per il “rumoroso” arrivo nel 1910 dei Futuristi a Venezia, l’opaco periodo tra le due guerre, la clamorosa riapertura nel 1948, l’esplosione della Pop Art americana nel 1964, la contestazione del 1968, il rinnovo statutario del 1973, fino agli eventi dei giorni nostri. Una storia documentata da quaranta dipinti, selezionati da un corpus di circa 300 opere, tra i quali spiccano opere di Boccioni e i Ciardi, De Pisis e Carena, Casorati e Depero, Cagnaccio di San Pietro e Marussig, Vedova e Santomaso, Pizzinato, Tancredi, Plessi, Virgilio Guidi e Gino Rossi. Il percorso espositivo comprende anche trentasei vetri di Murano, parte di una collezione di 128, acquisiti nello storico padiglione Venezia, tra i quali troviamo, oltre quelli di maestri vetrai leggendari, i nomi di prestigiosi artisti e designers quali Tapio Wirkkala, Carlo Scarpa e Paolo Venini. Ad aprire la mostra una selezione di fotografie dei maggiori protagonisti dell’arte del XX secolo, spesso ritratti al lavoro durante l’allestimento del loro spazio alla Biennale, che provengono dall’archivio del fotografo Graziano Arici e dall’archivio De Maria della Fondazione di Venezia.
In ogni edizione della Biennale sono stati presenti numerosi artisti veneziani e veneti, che hanno partecipato con opere assolutamente puntuali e rispondenti allo spirito del proprio tempo. In tal senso ci troviamo di fronte ad un vero e proprio patrimonio culturale, che vuole celebrare nello stesso tempo il valore culturale degli artisti e la cornice entro cui essi furono presentati. È importante notare le diverse ricerche linguistiche, l’evoluzione sperimentale di forme che man mano assumono le cadenze stilistiche di un’epoca culturale. Se la Biennale di Venezia ha infatti presentato nel corso della propria storia la ricerca in atto a livello internazionale, ecco ben documentato come la presenza degli artisti veneziani sia assolutamente pertinente e capace di sostenere un dialogo con artisti di paesi diversi.
La Fondazione di Venezia raccoglie l’eredità collezionistica della Cassa di Risparmio di Venezia che a cavallo tra Ottocento e Novecento fu uno dei soggetti promotori della manifestazione veneziana, rivelando spirito di rinnovamento e riuscendo a tessere contatti con gli artisti più significativi nell'ambiente italiano.
La mostra 1910-2010: UN SECOLO D'ARTE A PISTOIA prende le mosse dalle PRIME AVANGUARDIE a Pistoia con Andrea Lippi e Mario Nannini le cui opere rappresentano un’uscita dalle regole di un mondo, che pur essendo al corrente di quanto avveniva in Italia e all’estero, resta legato alla natura e alla figurazione colta. Se Lippi esporrà, prima di morire giovanissimo, alle Biennali di Venezia del 1912 e del 1914, Nannini si misurerà con le avanguardie e con l’esperienza futurista e in pochi anni raggiungerà una tale maturità da trovare confronti solo con i modelli nazionali di Balla e Boccioni e un certo cubofuturismo internazionale. Anche a Pistoia, come a Firenze, sono gli anni delle riviste che contribuiscono a creare un’animata vita culturale, avvicinando alla città personaggi decisivi nel creare un’unione tra gli artisti in nome di programmi e ideologie, come Giovanni Costetti, Galileo Chini e Giovanni Michelucci che avrà un ruolo fondamentale per i giovani artisti suoi contemporanei. IL PRIMO NOVECENTO NELL’ARTE A PISTOIA è rappresentato da artisti come Francesco Chiappelli, dal cui lavoro si rafforza in Toscana il grande interesse per la grafica, Renzo Agostini con i suoi lavori di un “primitivismo quasi infantile, ma di una straordinaria freschezza”, Pietro Bugiani, che più incarna il carattere della pittura a Pistoia tra la metà degli anni Venti e Quaranta, portandola ai massimi livelli. Infine Marino Marini, Agenore Fabbri, Mario Nigro e Gualtiero Nativi che pur essendo nati a Pistoia e rimanendovi fortemente legati, svolsero la maggior parte della loro vita artistica fuori dalla città. Seguono le opere di quella che è stata definita “la generazione di mezzo”, dove i contrasti si fanno evidenti tra chi rimane fedele al figurativo e chi si apre verso le nuove avanguardie. Da un lato dunque personalità come Sigfrido Bartolini, colto e agguerrito critico oltre che pittore e incisore, che non indugia su nessun senso di nostalgia ma punta su una visione chiara e intensa del reale, dall’altra parte artisti come Fernando Melani - un “unicum” straordinario nel panorama artistico contemporaneo - che anticipa nel suo continuo riferimento alla forza e all’energia insita nella materia, uno dei più forti contenuti dall’Arte povera e per certi aspetti il “progetto” di Beuys e del concettualismo. A metà degli anni Sessanta, Remo Gordigiani, costretto ad abbandonare la pittura a causa di una grave malattia, si inventa un nuovo modo di “fare pittura”, con uno straordinario e personale uso del collage. Col gruppo Barni, Buscioni e Ruffi, inizialmente comprendente anche Natalini, la cosiddetta “Scuola di Pistoia”, siamo in pieno rapporto con la cultura internazionale contemporanea, dalla metà degli anni Cinquanta incentrata sulla Pop Art americana, seguono Massimo Biagi ed Andrea Dami. Infine due giovani artisti, Federico Gori e Zoè Gruni, esempi del “fare arte” contemporaneo, in linea con le manifestazioni artistiche internazionali ma con un proprio e profondo linguaggio personale.
CATALOGO: GLI ORI editori contemporanei
MOSTRA: VENEZIA E IL SECOLO DELLA BIENNALE. Dipinti, vetri e fotografie dalla
Collezione della Fondazione di Venezia
CATALOGO: ALLEMANDI
DOVE: Palazzo Fabroni, via Santa 5, Pistoia
QUANDO: 23 maggio - 25 luglio 2010
INAUGURAZIONE: 22 maggio 2010
ORARI: dal martedì alla domenica, ore 10/18 (chiuso il lunedì)
possibilità biglietto cumulativo con i musei del sistema museale pistoiese

Gualtiero Nativi, Grande Apocalisse, Firenze, 1983, tempera grassa su tela, cm. 112x162
Umberto Boccioni, Nonna, 1905-6, pastello su carta, cm. 116x71, Collezione della Fondazione di Venezia
Hidetoshi Nagasawa, Giardino con sassi, Padiglione per l’Emodialisi dell’Ospedale di Pistoia, foto Aurelio Amendola
giovedì 6 maggio 2010
“’O princepe diavulo”. Storia di nobile follia.
Napoli, 1590: un uomo, ingiustamente incriminato, attraversa ammanettato il fulcro cittadino antico, Piazza San Domenico Maggiore. Nel suo tormentoso percorso verso la prigionia, l’uomo volge lo sguardo nei giardini privati dei di Sangro, che proprio lì dimoravano nel loro palazzo signorile, mentre vide ad un tratto il repentino crollo di un muro e, attraverso di esso, l’immagine sacra di una Madonna. Allora il personaggio si promise che, se fosse stata giustamente riconosciuta la sua innocenza, quella stessa Madonna avrebbe da lui ricevuto lampade, un’iscrizione e degno riconoscimento per la sacra azione salvifica. Dell’uomo, le fonti non hanno traccia (leggenda?), ma di lì a poco venne innalzata nel suddetto luogo sacro una piccola cappella, che un personaggio di spicco dei nobili risiedenti, Alessandro di Sangro, patriarca di Alessandria, istituisce come sepolcreto privato, destinato a deporre le nobili spoglie della famiglia, così come recita la lapide sul portale d’ingresso al tempio (1613).Ma è con Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, che il sito ricevette il giusto fervore artistico. Il singolare personaggio, nato nel 1710, pecora nera della famiglia, fu esponente del primo Illuminismo napoletano, profondo conoscitore di arte e cultura, mecenate, editore e uomo insignito delle più alte cariche nobiliari, che a quel tempo costituivano vanto e competizione tra le nobili famiglie. Fu un formidabile inventore e scienziato, aprendo nei salotti napoletani la conoscenza della chimica sperimentata. Ma questo per noi è ovvio, in una capitale borbonica di pieno Illuminismo. Quello che invece maggiormente ci attira di questo personaggio, fu la sua singolare ambiguità, nonché l’alone di mistero che circondano casa Sansevero, cappella inclusa. A partire proprio da quest’ultima, ai tempi del principe, Cappella Sansevero non fu mai aperta al pubblico culto, ma fu ritenuta da sempre un centro di scienze occulte, una loggia massonica, dove la prevalenza misterica della statuaria in marmo racconta simbolismi e segreti non del tutto risolti.
Il Cristo velato, tutt’oggi un simbolo dell’arte napoletana che campeggia sul centro della navata unica del sacrario, fu voluto dal principe per la “cavea” sotterranea del tempio. Fu eseguito dal napoletano Giuseppe Sammartino nel 1753. Si narra che Raimondo di Sangro segregò lo scultore sin quando non terminò la sua opera. Poi fu accecato, affinché non potesse replicare in nessun modo il capolavoro.
Raimondo di Sangro, al secolo “’o princepe diavulo”, fu davvero una mente singolare; la sua fama di mago e scienziato lo condussero dalla razionalità alla pura pazzia in breve tempo: si racconta che uccise venti cardinali, e che con le loro ossa costruì delle seggiole. Le sue invenzioni fecero scalpore: inventò una carta composta da uno strato di seta e l’altro di lana. Sperimentò su corpi umani le sue più disparate ricerche. L’esempio massimo furono le “macchine anatomiche”, ossia due figure umane, un uomo e una donna incinta, probabilmente due suoi servitori, che accuratamente mummificò. Il macabro e inspiegabile procedimento ha voluto che i corpi conservassero solo l’apparato circolatorio, che tutt’oggi risulta una pratica oscura agli studiosi. L’orrendo esperimento basterebbe a definire la personalità di Raimondo, ma questo non basta: il nobile era ossessionato dal desiderio dell’immortalità, praticandosi più volte dei riti magici, facendosi anche rinchiudere in una cassa con dei composti da lui stesso preparati così da accaparrarsi l’eternità, ma la pratica non funzionò mai. La storia di quest’uomo, vissuto tra laboratori, libri e sette segrete, si concluse nel 1771, a seguito delle continue inalazioni delle sostanze chimiche da lui stesso create e che lo tradirono ben presto da quella promettente immortalità con un infarto.Info: www.museosansevero.it
mercoledì 5 maggio 2010
Tratti Tangenti
Sabato 29 Maggio la galleria GiaMaArt studio inaugura alle ore 19.30 la mostra "Tratti Tangenti". L'evento, curato da Anna Lisa Ghirardi, presenta l’opera pittorica di sedici artisti legati da tempo alla galleria GiaMaArt studio. Questi artisti costituiscono il fiore all’occhiello della galleria, centro di promozione e divulgazione dell’arte contemporanea, rivolto con particolare interesse alla giovane pittura figurativa.Le opere presentate in mostra, circa una quarantina, sono tangenti nel tema trattato, tutti i dipinti hanno infatti come soggetto la donna. Nel beneventano sono tornate le streghe, ma anche le fate! Ogni artista rilegge infatti la donna con il proprio stile pittorico e secondo una peculiare sensibilità poetica, il panorama femminile è pertanto ampio e complesso: dalla donna simbolo della bellezza e oggetto di seduzione, alla donna che osserva, da insolite prospettive, il mondo, dalla ignara bambina alla vecchia disillusa, dalla femme fatale alla sposa perplessa, dalla donna contemporanea, esistenza pulsante in un anonimo e vacuo contesto urbano, alla donna agreste, del tempo passato, mitico, dalla donna inconsapevole ed ingenua, alla donna penetrata dal caos, fenduta dal dramma.
Corpo e psiche si intrecciano in intricate esistenze, unite dal gene femminile, ma diversificate per natura, età, esperienza, cultura, … attraversate da sogni, speranze, tentazioni, progetti, illusioni, sofferenze, … in un panorama che ci mostra la gioia e il dolore, il piacere e il disincanto. Una mostra sull’essere umano più che sulla donna, nella quale l’uomo è iconograficamente assente, ma inevitabilmente presente per riflesso, rimando.
Gianfranco Matarazzo, titolare e direttore artistico della galleria, con questa collettiva pone sotto la luce dei riflettori ancora una volta gli artisti che con profonda convinzione sostiene, promuove ed incoraggia nella loro costante e tenace ricerca artistica.
Titolo mostra: Tratti Tangenti
Sede: Galleria GiaMaArt studio, Via Iadonisi 14, Vitulano (BN)
Artisti in mostra: Angelo Bellobono, Maurizio Cariati, Jacopo Casadei, Linda Carrara, Alberto Castelli, Sonia Ceccotti, Rudy Cremonini, Marco Demis, Ettore Frani, Federico Lombardo, Elena Monzo, Andrea Riga, Mario Salina, Igor Verrilli, Giulio Zanet, Fernando Zucchi
A cura di: Anna Lisa Ghirardi
Inaugurazione: sabato 29 maggio, ore 19.30
Durata: dal 29 maggio al 19 settembre 2010
martedì 4 maggio 2010
Steve McCurry. Sud-Est
Steve McCurry (Philadelphia, 1950), uno dei grandi maestri della fotografia del nostro secolo, giunge alla Galleria Nazionale di Perugia per iniziativa della Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici dell'Umbria, dopo lo straordinario successo di pubblico (129.000 visitatori) e di critica ottenuto a Milano con una mostra unica nel suo genere, dedicata ai 30 anni della sua carriera, mirabilmente allestita a Palazzo della Ragione.
Ideata e curata da Tanja Solci, la mostra propone un’eccezionale raccolta di 240 scatti che accompagnano il visitatore in un racconto, che si snoda in un percorso dove volti, colori, paesaggi e luci, pervasi da una magica atmosfera, segnano l’identità di paesi come l’Afghanistan, l’India, il Tibet, la Birmania, colti dall’obiettivo di uno dei maestri del fotogiornalismo, premiato diverse volte con il World Press Photo Awards, il premio Nobel della fotografia.
La mostra è la narrazione del viaggio silenzioso che Steve McCurry ha più volte intrapreso nel Sud e nell’Est del mondo dove si è trasformato in osservatore per renderci testimoni di luoghi che sembrano non incrociare il nostro sguardo. “La sequenza di immagini presentata nella mostra SUD-EST - afferma Steve McCurry - evoca l’ampio mosaico dell’esperienza umana e i miei incontri casuali con sagome e ombre, acqua e luce. Ho voluto trasmettere al visitatore il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità”.
“Ho voluto mettere in scena l’anima di un grande artista - dichiara Tanja Solci - che nel suo percorso creativo e professionale ha avuto la straordinaria capacità di entrare ed uscire dalla tragedia della guerra, uno scatto diventa simbolo di un momento storico, un ritratto acquista la forza di un’icona sacra. E se per un istante fossero i protagonisti di queste immagini a guardare noi?”
Le 240 fotografie rompono il tradizionale rapporto frontale con il visitatore. Il suggestivo allestimento di Peter Bottazzi propone anche nella Galleria Nazionale dell’Umbria una apposita istallazione costituita da alberi metaforici che distendono i loro rami nella grande Sala Podiani. Ragazze afgane, monaci, bambini tibetani si animano in una fitta foresta dove tutto è sospeso. Si potrà camminare e immergersi nel mondo del fotografo americano fino a quasi a sentire i rumori e gli odori del luoghi rappresentati. Si diventa scorci di realtà, mescolandosi alla bellezza del racconto fotografico e del mondo incontrato da McCurry.
La mostra è promossa dalla Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici e Etnoantropologici dell’Umbria e dal Comune di Perugia, è organizzata e prodotta da Civita, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e di Lavazza e con la preziosa collaborazione di Arnoldo Mosca Mondadori, di Stefano Senardi, di Roberto Da Pozzo per la progettazione grafica e di Biba Giacchetti che con la sua agenzia SudEst57 segue le relazioni del fotografo in Italia. Mediapartner sono National Geographic Channel e Radio Subasio.
"Sono davvero felice che la mostra SUD-EST ideata da Tanja Solci, prodotta da Civita e realizzata con la collaborazione di Sudest57, la società che segue tutto il mio lavoro in Italia, giunga a Perugia come seconda tappa dopo il grande successo ottenuto a Milano.
Perugia è una città di grande importanza artistica e la sua fama internazionale è quella di una città bellissima e viva, incastonata in una delle regioni più belle d'Italia.
Il mio lavoro mi ha portato molto in Italia recentemente, e la prospettiva di passare qualche tempo in questa città per me nuova mi attrae moltissimo. Come viaggiatore. E come fotografo. Ed infine come grande appassionato di musica." Steve McCurry.
Il percorso espositivo della mostra si articola in sei sezioni.
L’Altro. Lo spettatore entra e incontra immediatamente la bellezza, l’eleganza, la dignità dei ritratti di McCurry. Viene proiettato subito nella relazione con ”l’altro”, con la persona nel senso più assoluto del termine: McCurry ha sempre sottolineato il valore imprescindibile che ha per lui la dignità della persona umana.
Il Silenzio e il Viaggio. Tema portante della sezione è il viaggio attraverso le culture e il silenzio. Le fotografie di McCurry rappresentano persone in preghiera, scenari di silenzio. Lo spettatore segue e vive insieme all’artista non solo i suoi viaggi fisici nei differenti paesi che egli ha percorso ma anche lo stupore di fronte al rapporto dell’essere umano con l’Assoluto.
Guerra. Il dramma dell’umanità contro l’umanità. Non c’è nessuna retorica in questa sezione. La tragedia è colma di “poesia”, il dolore viene trasfigurato dall’armonia delle immagini. Questo albero è il cuore della mostra. Bellezza e tragedia si intrecciano, comunicando il mistero della condizione umana sulla terra.
Gioia. È l’uscita dalla guerra. Le fotografie di McCurry immortalano scenari di allegria, intensità di colori, vita che scorre e fluisce. Anche qui non vi è retorica. La bellezza è bellezza poetica, come se l’interruzione della guerra non avesse potuto incidere sull’essenza della vita nei suoi strati più profondi e nei suoi gesti quotidiani.
Infanzia. La quinta sezione riporta lo spettatore a riflettere su uno dei temi più drammatici della storia dell’umanità: lo sfruttamento dei bambini, che vede nei bambini soldato l’apice della sua rappresentazione. La sezione indica anche che forse non può esistere autentica gioia senza piena consapevolezza del dolore. Le fotografie di bambini costretti a rinunciare alla propria infanzia sono penetranti: dallo stupore alla paura, dalla solitudine alla necessità di assumere uno sguardo adulto, innaturale.
L’impianto della mostra si conclude con la sezione dal titolo La Bellezza. Qui si incontrano tre immagini, una delle quali è il celebre scatto della bambina afgana dagli occhi verdi, diventata ormai un’icona della fotografia contemporanea. Le altre due sono anch’essi ritratti (una studentessa afgana con i libri in mano e una ragazza pakistana con uno scialle verde), che per il curatore testimoniano altre due icone femminili del nostro tempo attraverso l’opera di McCurry.
Nel percorso saranno presentate due ulteriori sezioni fotografiche, costruite come ‘cortometraggi’ che compongono due diverse storie: Acqua, Malattia.
Steve McCurry. Note biografiche
Nato a Philadelphia nel 1950, Steve McCurry studia cinema e storia alla Pennsylvania State University. Inizialmente pensava di dedicarsi alla realizzazione di documentari, ma comincia ben presto a collaborare come fotografo con un giornale locale. Dopo tre anni decide di recarsi in India per qualche mese e comporre il suo primo vero portfolio con immagini di questo viaggio. Si ferma invece due anni e, dopo la pubblicazione del suo primo lavoro importante sull’Afghanistan, collabora con alcune delle riviste più prestigiose: Time, Life, Newsweek, Geo e il National Geographic. Inviato su mille fronti di guerra, da Beirut alla Cambogia, dal Kuwait all’ex Jugoslavia, all’Afghanistan, Steve McCurry si è sempre spinto in prima linea rischiando la vita pur di testimoniare gli effetti e le conseguenze dei conflitti in tutto il mondo. Membro dell’agenzia Magnum dal 1985, vincitore molti premi fotogiornalistici (tra cui alcuni World Press Photo Awards) autore del celeberrimo reportage sulla ragazza divenuta icona del conflitto afghano sulle pagine del National Geographic nel mondo, Steve McCurry è uno dei maestri contemporanei del fotogiornalismo. Ogni suo ritratto racchiude un complesso universo di esperienze, storie, emozioni, dolori, paure, speranze. «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te», spiega McCurry. Veterano di National Geographic, sempre in viaggio, più facilmente in qualche parte dell’Asia che non in America, Steve McCurry ha fatto del viaggiare una sua dimensione di vita: «Perché già il solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse, mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile».
Ideata e curata da Tanja Solci
Con la collaborazione di Arnoldo Mosca Mondatori e Stefano Senardi
Sede: Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria, Corso Vannucci 19
Periodo: 10 aprile - 5 settembre 2010
Immagine: Steve McCurry, Sharbat Gula, Afghan Girl, at Nasir Bagh refugee camp near Peshawar, Pakistan, 1984, Copyright Steve McCurry