mercoledì 29 dicembre 2010

La bellezza del somaro

di Angela Delle Donne

La bellezza del somaro è un film di Sergio Castellitto che nasce da un racconto lungo di Margaret Mazzantini. Sono coinvolti attori poliedrici ed differenti tra loro, e con la partecipazione di Enzo Jannacci, che vesti i panni di un uomo anziano che sconvolge la vita di tutti gli altri personaggi con le sue scelte. Una commedia a tratti leggera che ci racconta uno spaccato della nostra società contemporanea italiana, un film per grandi che poi forse attraverso queste scene si scoprono essere più infantili dei propri figli, i quali in qualunque maniera cercano di trovare il proprio posto nel mondo anche a costo di fare gesti estremi. Laura Morante ancora una volta interpreta il ruolo di una donna nevrotica che non riesce a riportare nell’habitat familiare la pacatezza e la serenità che svela candidamente nel mondo professionale. Infatti proprio i comportamenti della figlia adolescente metteranno a dura prova la sua serenità e quella dal marito. La figlia presenta loro un fidanzato senile – Jannacci – che se dapprima scombina il mondo coniugale paterno, in realtà, successivamente attraverso la sua saggezza e tutta la consapevolezza della sua età, riuscirà a traghettare la famiglia ed il mondo amicale che ruota intorno a loro, ad una nuova dimensione; non di certo risolutiva dei dilemmi umani, ma che sicuramente permetterà di ricreare dialoghi e rapporti. Castellitto è regista ed attore e non è la prima volta che passa dietro la macchina da presa e che porta in scena gli isterismi di una coppia di genitori che proprio non riesce a gestire i figli e che proprio non riesce a gestire il ruolo genitoriale.

lunedì 27 dicembre 2010

La banda dei Babbi Natale

di Angela Delle Donne

Un nuovo appuntamento con la comicità di Aldo, Giovanni e Giacomo, questa volta come ci racconta il titolo i tre comici si divertono a vestire i panni di babbo natale in un freddo inverno milanese ignari di ciò che li aspetterà. La divertente Angela Finocchiaro si ritrova nel suo commissariato tre personaggi in barba bianche e visto rosso che a ritroso nel tempo – utilizzando la tecnica del flash back, raccontano le loro disavventure proprio la notte di Natale. Aldo racconta di dover recuperare l’amore della sua amata arrabbiata per la sua vita da nullafacente; Giovanni è un veterinario che porta avanti due relazioni, una a Milano e l’altra aldilà del confine elvetico; Giacomo è ancorato al ricordo di una moglie eterea dalla qual immagine non riesce a distaccarsi. Sono uniti da un'unica passione: il gioco delle bocce ed inseguo un trofeo del campionato bocciofilo che li lascia sempre al secondo posto. Così tra le canzoni di Mina, passa una notte di Natale dapprima dietro una sbarra e poi dietro una scrivania di commissariato a fare tortellini e pasta di casa. La leggerezza di questa commedia ci restituisce una favola tante volte rappresentata che qui si replica in tre differenti vite ed un commissario che aspetta di scartare il suo regalo tra una telefonata alla famiglia che aspetta a casa ed un appuntato che le fa da spalla nell’ilarità gaudente ma mai volgare. Il regista, Paolo Genovese, noto per film Incantesimo, ambientato nel napoletano ma con una protagonista imbevuta della cultura meneghina, ancora una volta si lascia affascinare dalla città delle Madunnina, che in realtà viene inghiottita dalla nostra banda, ma che aleggia tra la neve ed una via del centro. Ancora una volta la comicità di Aldo, Giovanni e Giacomo emerge per semplicità e bellezza.

domenica 19 dicembre 2010

In edicola "In Arte" di Novembre/Dicembre

E' arrivato in edicola il nuovo numero di "In Arte", per offrirvi ancora una volta tanti stimoli artistici e suggestioni estetiche. Questo mese vi parliamo di due grandi artisti toscani vissuti a cavallo tra Ottocento e Novecento: il pittore espressionista Lorenzo Viani e lo scultore Libero Andreotti. Vi raccontiamo, poi, degli splendidi affreschi realizzati da Mario Mogani nella chiesa di San Giovanni Bosco a Brescia. Attenzione focalizzata, inoltre, sulla pittura in epoca etrusca e sull’antica arte di realizzare intagli e cammei.
In sommario, inoltre, potrete trovare:

Antichità
La chiesa di Santa Lucia ad Avigliano
S. Maria di Orsoleo: la porta della Val d'Agri

Mostre
Donne tra baci rubati e amorose passioni
Salvator Rosa: l’incomprensibile diventa mito

Cinema
Bright star

venerdì 17 dicembre 2010

Donato Di Zio a Pescara

Comunicato stampa

La Città di Pescara dedica una grande mostra antologica a Donato di Zio, pittore, scenografo, grafico e costumista di nuova generazione e grande talento, curata da Gillo Dorfles che da diversi anni segue e promuove la sua arte.
Vengono presentate oltre duecento opere (disegni a inchiostro e china, incisioni, piatti in porcellana, due servizi da tè e da caffè e cinque opere con progetti per gioielli) realizzati dal 1995 a aggi.
La rassegna permette di apprezzare la continua ricerca di Donato Di Zio, la cui creatività – dalla grafica alla scenografia teatrale, dall’incisione alla decorazione dell’oggetto domestico, agli interventi progettuali sullo spazio urbano – si mantiene costante e sempre molto autonoma.

Scrive Gillo Dorfles nel catalogo: "La lunga ricerca di Donato Di Zio – pittore ma anche scenografo, grafico, costumista – è volta soprattutto al raggiungimento di quella che potremmo definire un’autonoma entità grafica che, partendo da quelli che erano soltanto dei grovigli di segni tracciati con l’inchiostro di china, si sono man mano trasformati in tracciati più complessi [...]
Di Zio, così, è riuscito a realizzare un effettivo ed efficace “segno iconico” che riveste le caratteristiche di una peculiare identità grafica attraverso la quale l’artista costituisce a seconda dei casi quelle sagome che vengono a colmare gli spazi ancora beanti, tanto se si tratti di oggetti domestici quanto addirittura di strutture urbane come in alcune aree fiorentine delle quali viene presentato un progetto."

Scrive Rita Levi Montalcini: "[...] indaga la vita in tutti i suoi molteplici e variegati aspetti, alcune opere possono ricordare dei microrganismi ingranditi al microscopio dove si ha la reale percezione della grandezza e della vitalità che regna nel cosmo: in questo trovo dell’assonanza con il mio operato, una ricerca costante che non avrà mai fine. [...] Trovo che la scienza, la cultura e l’arte siano campi d’indagine che portano chi se ne occupa in maniera attiva ad avere una visione sempre più ampia della vita [...]"

Sottolinea invece Annamaria Cirillo: "[...] Nelle sue opere affiora, definita e pungente, la natura mutevole dell’uomo contemporaneo, la cui fluidità fisica-culturale è in consonanza con la fragile mutazione dei nostri tempi, e travalica identità, generi, tipizzazioni e certezze [...]Il suo è un segno-disegno che s’insinua nella coscienza, e inserisce la dimensione della visione nella dimensione dell’esistenza, quella che accetta il concetto di “infinito” [...]"

Il catalogo, edito da Mazzotta, contiene numerose testimonianze di Rita Levi Montalcini (Premio Nobel per la Scienza), Riccardo Nencini, Luigi Albore Mascia ed Elena Seller (Sindaco e Assessore alla Cultura della Città di Pescara), Matteo Renzi (Sindaco di Firenze), Alberico Ambrosini (Sindaco di Moscufo), Attilio Bellanca (Ex-Presidente della Società delle Belle Arti Circolo degli Artisti - Casa di Dante di Firenze), Michele Samuele Borgia (Presidente della Banca di Credito Cooperativo Abruzzese), Franco Grillini, Rodolfo Ceccotti (Direttore della Fondazione Il Bisonte di Firenze), Dino Burtini e Umberto De Palma (Fondatore e Presidente dell’Associazione Culturale “Elicethnos”), oltre a una poesia dell’artista Sergio Scatizzi.
I testi critici sono di Gillo Dorfles, Giovanni Pallanti, Franco Grillini, Ornella Casazza, Annamaria Cirillo a cui si deve anche una ricca biografia dal titolo, Diario di un percorso tra Arte e professione.

Titolo mostra: Donato Di Zio
A cura di: Gillo Dorfles
Sede: Pescara, Ex Aurum (via F. F. D'Avalos angolo via Luisa D'Annunzio)
Date: 7 febbraio - 27 marzo 2011
Inaugurazione: domenica 6 febbraio 2011, ore 16.30
Orari: da martedì a sabato: 9.30-13.30 / 15.30-19.30, domenica: 15.30-19.30, lunedì chiuso
Catalogo: Edizioni Gabriele Mazzotta
Presentazione del volume e della mostra:
lunedì 24 gennaio 2011 ore 18. Milano Libreria Feltrinelli di via Manzoni 12
Intervengono: Martina Mazzotta, Gillo Dorfles e l’artista

lunedì 6 dicembre 2010

Il Mann: uno scrigno per le antichità

di Gianmatteo Funicelli
  • 1585 = l’architetto G.V. Casale progetta l’edificio per il volere del viceré spagnolo Don Pedro de Giron e fu adibito a caserma per la cavalleria.
  • Sino agli inizi del Seicento l’edificio rimase incompiuto sin quando il nuovo viceré De Castro lo fece rammodernare sotto progetto di Giulio Fontana per ospitarvi l’Università. L’involucro esterno, in perfetto stile della Roma tardo-rinascimentale, rimase ad un solo piano nelle due aule laterali, mentre lo spazio centrale del salone venne sopraelevato.
  • Con il trasferimento dell’Università, l’edificio fu completamente ampliato e rimaneggiato, per essere poi trasformato in “museo universale”, scrigno del sapere scientifico ed artistico del Regno. L’ampliamento del secondo piano venne realizzato da Pompeo Schiantarelli.
  • 1738 = con le scoperte archeologiche di Ercolano e Pompei, la collezione di reperti antichi presenti nella Villa Reale di Portici crebbe notevolmente, mente lo spazio espositivo si faceva sempre più angusto.
  • 1791 ca.= il Vanvitelli propone l’idea di raccogliere tutto il materiale archeologico del vesuviano per custodirlo nel museo universale: la collezione antica di Portici e la Collezione Farnese del palazzo a Campo dei Fiori a Roma, avrebbero dovuto costituire, sotto direttiva di Ferdinando IV, una più coerente ed organica esposizione all’interno del grande palazzo napoletano.
  • 1791 = l’idea di collocare un osservatorio astronomico nel grande salone centrale presente all’interno del palazzo, sfuggì nella sua realizzazione, ed al suo posto venne collocata una monumentale meridiana (lo spazio ancora oggi viene denominato “Salone della Meridiana”) lunga 27 mt.. il soffitto della grande sala, venne decorato con i ritratti dei regnanti Ferdinando e Carolina, qui in veste di protettori delle arti. Sul maestoso pavimento in marmi policromi venne realizzato un ampio scalone di accesso agli ambienti del primo ammezzato e del primo piano.
  • 1805 = i Borboni fuggono da Napoli, mentre a governare saranno i francesi. La struttura espositiva verrà battezzata come “Real Museo”. Quando i Borboni ritornano, verrà intitolato “Real Museo Borbonico” (1816).
  • 1831 = il museo si arricchisce di maestose acquisizioni e scoperte, come il monumentale pavimento musivo raffigurante Alessandro e Dario nella Battaglia di Isso, proveniente dalla Casa del Fauno.
  • 1861 = con la direzione di Giuseppe Fiorelli, la grande struttura espositiva fu “Museo Nazionale”.
  • Una fondamentale riorganizzazione delle raccolte venne attuata da Ettore Pais, che con zelo lo diresse dal 1910 al 1915. Il suo percorso espositivo è rimasto attualmente quasi del tutto inalterato.

venerdì 3 dicembre 2010

Il monumento di un antico fornaio

di Gianmatteo Funicelli

Sul tramonto dell’età repubblicana, la memoria dopo la morte compare nella rappresentazione monumentale impressa sulla pietra dura. Dura e senza tempo, così come l’eternità che poteva ricordare meriti ed onori di chi, in vita, conseguì successi ed orgogliose carriere. È in prossimità delle strade che si innalzano i blocchi monolitici depositari della storia dei grandi uomini della romanità: ricordi di un tempo vissuto, di chi ha dato voce alla storia. Fatti e reminiscenze incise sulle fredde lettere epigrafiche che, come un marchio a fuoco, segnano per sempre i caratteri di una vita che fu. Tra i sepolcri maggiormente rappresentativi, quello di Eurisace eretto sul finire del I sec. a.C. all’incrocio di Porta Maggiore rappresenta l’acme in tale ambito: Marco Virgilio Eurisace è in età augustea uno stimato e conosciuto fornaio che commercia all’ingrosso, arricchitosi con la vendita del grano e la produzione di pane per lo Stato. Il suo grande tumulo è un monolite in travertino, su cui si profilano, in sequenza ritmica su tre file, dei grandi oculi neri, a rievocare i recipienti (modii) dove si conservava il pane, mentre sul ristretto fregio superiore, una serie di figure animate propongono le fasi di lavorazione del pane e della sua vendita. La fascia iscritta sulla fronte e che cinge il sepolcro nella parte mediana, ricorda al passante Eurisace e la sua onorata esistenza: «Est hoc monimentum Marcei Vergilei Eurysacis pistoris, redemptoris, apparet» / “Questo sepolcro appartiene a Marco Virgilio Eurisace, fornaio, appaltatore, apparitore”.

giovedì 2 dicembre 2010

La chiesa di un principe

di Gianmatteo Funicelli

Sul tramonto del XII secolo, la dinastia normanna recupera stabilità e peso politico con la riaffermazione del potere sotto Guglielmo II, nelle calde e lussureggianti terre siciliane. Tale testimonianza è tangibile nella maestosa costruzione sacra dedicata alla Maria Assunta e voluta dal principe sull’ampio terrazzamento naturale, nei pressi della fiorente Palermo, denominato poi “monreale”. La sua grande progettazione, attraverso cui doveva configurarsi uno sfarzoso tempio dinastico, venne attuata tramite l’edificazione di uno schema “classico”: l’impianto chiesastico a sé, con annesso il palazzo dei principi. Tale impresa, già pensata in passato, fallì tra le mani di Ruggero II, il quale non seppe dare alla capitale siciliana un’architettura religiosa degna del potere normanno, che vide invece a Monreale la sua più esaustiva realizzazione più tardi.
Sulla linea ideologica della rappresentanza dei due poteri, regale ed ecclesiastico, temporale e spirituale, questi vennero equilibrati con la soluzione di due distinti impianti: l’abbazia su di un lato, e il palazzo reale sull’impianto opposto, mentre la facciata, ad Est, si ergeva imponente verso la città di Palermo. Il corpo di fabbrica mosse numerose maestranze (forse anche costantinopolitane) tali da ridurre i tempi di costruzione sin dall’anno di posa della sua prima pietra (1174).
Dopo quindici anni, la prematura morte di Guglielmo (1189) ne prolunga i lavori, lasciando incompiute le murature interne, ancora senza alcuna decorazione nonché prive delle progettate coperture capriate. Lo spazio religioso all’interno venne riccamente intessuto da fitti parametri musivi, i quali descrivevano ieratiche scene testamentarie (Vecchio e Nuovo Testamento) completamente profuse di luce color dell’oro. Tra gli sfavilli delle tessere, Guglielmo compare effigiato riccamente vestito “alla bizantina”, ai piedi della Vergine mentre le offre il modellino della chiesa imitando, per provocazione, la rappresentazione regale del nonno Ruggero II, raffigurato analogamente nella Martorana all’epoca di Giorgio di Antiochia. La ricchezza degli elementi, tendenti al moresco e alla prassi decorativa di area campana, si esprime a Monreale soprattutto all’esterno dell’abside e nel chiostro, dove il repertorio compositivo ad archi intrecciati e fittamente ornato, ricrea nel duomo normanno quasi una trasposizione stilistica degli edifici di culto islamico.

mercoledì 1 dicembre 2010

366: dal buio delle anime "pezzentelle"

di Gianmatteo Funicelli

Luogo della morte e del riposo eterno per chi, come tanti, non poteva degnamente custodire le proprie spoglie. Il grande sepolcreto pubblico progettato ed innalzato da Ferdinando Fuga nel 1762, fu voluto in un luogo isolato, così com’era all’epoca l’altura di Poggioreale, sulla zona orientale di Napoli, dove venne installato: fredda, paludosa e avvolta nel silenzio del cielo nero quasi a toccarlo. Nella Napoli di metà Settecento, il grande cimitero del Fuga è il primo ad accogliere le salme più povere della popolazione del Regno. Assieme all’”Albergo dei poveri”, adiacente e complementare al camposanto pubblico, l’idea di Ferdinando IV, l’allora reggente al potere, era quello di provvedere ad una radicale “ghettizzazione” dei corpi e delle anime meno abbienti, che dal suddetto albergo ospitale passavano alla macabra e sistematica eliminazione di massa tramite un’”inquietante fabbrica di sepoltura”. Il raccapricciante, ma doveroso, progetto servì ad eliminare i numerosi cadaveri che venivano gettati nell’Ospedale degli Incurabili, oppure quelli sepolti un po’ dappertutto per le strade periferiche del napoletano, molto spesso causa di pestilente e malattie devastatrici. Fu allora che il Fuga realizzò il grande complesso cimiteriale, in linea alle teorie razionali delle costruzioni illuministiche: un vasto recinto perfettamente quadrangolare, cinto da alte mura. All’interno lo spiazzo a cielo aperto venne così adibito alla corte della morte: 366 fosse comuni. Tutte coperte da una lastra segnata a numero arabo inciso a mano, sono disposte tramite un coerente reticolo geometrico che si imposta sul piano lastricato e ripartito da 360 fosse allineate in numero di diciannove per diciannove file. Le rimanenti sei fosse, invece, erano posizionate nello spazio rettangolare antistante il cortile, sotto l’atrio coperto.
Al di sotto di tutte le cavità, si aprono le relative strutture ipogee, a maglia ortogonale, dove venivano calate le anime “pezzentelle”. Le modalità di inumazione, furono dapprima quelle di “gettare” il defunto a mano, nella sua rispettiva buca, mentre fu poi adottata una macchina per calare la salma nello spazio sottostante, così da adottare una prassi che rispettasse il ritegno dovuto: Il macchinario in ferro ad argano fu un efficace strumento di sepoltura. Venne donato da una nobildonna inglese all’Arciconfraternita di Santa Maria del Popolo degli incurabili, che allora gestiva il complesso funerario. La donna, in un suo soggiorno a Napoli, fu colpita dalla perdita della figlioletta deceduta a causa del devastante colera che si diffuse in tutta l’area partenopea. Rimasta particolarmente scossa dalle rozze pratiche di tumulazione adottate nel cimitero, fece costruire dalla migliore fonderia napoletana questo geniale meccanismo di deposizione, ancora oggi visibile nello spazio interno del santuario funerario, attraverso cui il defunto, adagiato in una bara in ferro, veniva calato verticalmente tramite una carrucola. Quando il feretro toccava l’estremità dello spazio, un meccanismo apriva uno sportellino e il corpo della salma si adagiava così sul fondo, per essere degnamente custodito nei meandri dell’eternità. Oggi, tra l’imminente degrado e il suo fascino popolare, il “Cimitero delle 366 fosse” continua a perpetuare sia il valore storico della Napoli Sacra, sia l’eterna memoria delle sue più povere anime.

La donna della mia vita

di Angela Delle Donne

La donna della mia vita è una commedia ideata da Cristina Comencini, per la regia di Luca Lucini. Siamo di fronte alla storia di due fratelli che oltre a condividere un’unica madre chioccia condividono la passione per una stessa donna, che di fronte a bugie e colpi di scena, tarda a decidere quale dei due sarà il suo uomo. Valentina Lodovini è contesa tra l’inquieto primo figlio che è Alessandro Gassman e il piccolo cucciolo di famiglia che è Luca Argentero. Il personaggio di Gassman vive a Roma con una moglie disperatamente concentrata su i suoi tentativi di gravidanza e che non sa nulla delle trasferte milanesi del marito, che per questioni di lavoro e per questioni affettive, periodicamente lascia la capitale per andare nel capoluogo lombardo dove lo aspettano anche la mamma ed il fratellino. Quest’ultimo svogliatamente porta avanti la azienda di famiglia che produce torroncini. Il personaggio della Lodovini risulta spesso stretto tra le dirompenze dei due protagonisti maschili, che magistralmente si cedono l’un l’altro la scena; il tutto è intessuto dalla brava Stefania Sandrelli che ricama a suo piacimento la trama delle vite dei sui cari. La Sandrelli si assume il ruolo di definire le verità per tutti in nome del bene comune che non sconvolga le vite di nessuno, ma, come si sa, non si può imporre la propria volontà al caso, per cui le cose accadono e seguo il loro verso. A tutto questo il personaggio della Sandrelli, mamma chioccia che non si spoglia mai di questo ruolo, reagisce con un sorriso e qualche bugia e svelando forse che è proprio lei la donna della vita...