lunedì 31 gennaio 2011

Gigino Falconi

di Andrea Carnevali

Dal 16 al 31 luglio 2011 presso il museo di Villa Coppetti si terrà la mostra antologica di Gigino Falconi, organizzata dal Comune di Castelbellino e Compagnia dell’Arco, a cura di Sandro Franconi e Riccardo Ceccarelli.
Gigino Falconi, nato a Giulianova nel 1933, dopo una esperienza nell’Informale tra anni ‘50, ‘60, ‘70, ha cercato il rinnovamento nell’arte figurativa, alla ricerca di uno stile nuovo attraverso la pittura del ‘300 e del ‘400 per poi virare e giungere alla fotografia. Il nuovo stile pittorico lo ha poi condotto ad utilizzare per i suoi lavori – come fonte di ispirazione - le poesie di Enzo Fabiani, Alberico Sala, Leonardo Cohen. Le esposizioni cui ha partecipato - personali e collettive - all'estero sono state nei paesi: Stati Uniti, Olanda, Canada, Giappone. Falconi è solito presentare i suoi quadri fuori dai circuiti artificiosamente costruiti, che non lo hanno mai interessato - ha detto Marcello Vederosa - e da più di cinquant’anni è, di fatto, sulla scena dell’arte italiana come uno dei protagonisti. In mostra a Castelbellino (An) è presente una selezione di altri dipinti più recenti del pittore. La linea di ricerca dove si costruisce la creatività di Falconi è in evidenza da tre opere principali del 2008: Il grande albero sul lago, Strana luce sul porto e Grande albero con luce sul porto. Che appaiono come una riaffermazione dell’identità tra uomo e universo, che stava alla base del pensiero umanistico e rinascimentale. La sua ricerca iconica di estremo rigore formale e di straordinaria intensità luministica, si esprime in grandi cicli pittorici, come quelli dedicati ai temi dannunziani e all’arte sacra. I dipinti più importanti del passato sono di arte sacra anche se probabilmente gli autori avrebbero dipinto altro, con una committenza più diversificata. La sua pittura ammette soffuse atmosfere neoclassiche ed intimi vagheggiamenti romantici. La sua vita è segnata dalla ricerca appassionata, dalla solitudine nostalgica, dalla bellezza cosmica, dall’idealità femminile, dall’inquietudine religiosa”. La ricerca del bello lo prende ma non lo domina perché l’elemento sociale evoca trascendenza e vagheggiamento religioso (Carlo Chenis).
Un racconto interiore del pittore è però anche di versi delle Laudi di G. D’Annunzio che sono tradotte in simbolici e segni. Falconi è dotato di una cultura umanistica di spessore, arricchita da interessi in campo religioso che lo hanno spinto a realizzare. È un pittore puro che riesce ad esprimersi con semplicità ed efficacia i modelli culturali del Novecento. Falconi non pretende di cambiare il mondo, ma il suo lavoro è preciso e degno di attenzione, per le suggestioni impresse nei suoi paesaggi interiori che vogliono essere qualcosa di più di un recupero memoriale del tempo perduto o letterario.
La sua pittura produce effetti metafisici che consentono di far immergere il tempo presente: i sui racconti offrono allo spettatore una serie di rivelazioni e significati non sempre facili e accessibili. La sua produzione è ricca di suggestioni espressive che mostrano una forte esigenza di mediazione della realtà attraverso i gesti dei suoi personaggi o le ambientazioni teatrali. Che si traducono in scelte compositiva rivolte quasi completamente alle immagini femminili, diventando così il nucleo centrale della struttura compositiva.
La luce, che modella la figura umana, è l’artificio linguistico per rendere il tempo all’interno del quadro fermo. Luce, forma e colore sono inscindibile, nella pittura di Falconi che è sostanzialmente necessità mentale di uno spazio-luce nato dall’arte antica. Per questo si affida ad una sorta di quinta che rinserra, protegge ed esalta l’immagine centrale, come nei paesaggi innevati di Bianco su bianco, 2006-2007 dove la neve viene utilizzata per rinforzare l’impatto visivo. La stessa struttura viene riproposta – fondata sull’immagine centrale – crea uno spartiacque della visione, come suo nucleo fondamentale e centro di gravità ne Ombra sul fiore, 2006. La sua è una pittura fatta di luoghi interiori, di frammenti poetici, portati con sé per tutta la vita, ma senza stacchi e sradicamenti sentimentali. Negli ultimi anni il suo lavoro è stato al centro di una serie di monografie firmate, tra l’altro, noti critici: Antonio De Guercio, Carlo Bo, Mario Luzi e Mario De Micheli; interventi critici di Sandro Parmigiani e Vittorio Sgarbi.

sabato 29 gennaio 2011

La Torre Medievale di Picerno

di Sonia Gammone

Picerno sorge su un colle panoramico vicino a Potenza. Secondo la tradizione la sua fondazione risale al II secolo a. C. quando gli abitanti di Acerrona per sfuggire all’esercito di Annibale durante la Seconda Guerra Punica, si rifugiarono sulla collina dove edificarono il castrum Pizeni. Il centro acquista particolare importanza nell’età normanna-sveva con Pocamato, Gaudino de Glosa e Amor. Un’analisi storica effettuata sul territorio sostiene che probabilmente siano stati proprio questi signori a far costruire la rocca fortificata che l’imperatore Federico II successivamente ingrandì.
Ad oggi non ci sono notizie certe circa l’esatta datazione della costruzione della Torre e i giudizi dei vari studiosi sono tutt’altro che unanimi. La Torre Medievale, posta ad ovest di Piazza Statuto, si innalza in maniera prepotente rispetto al tessuto circostante e con la sua mole cattura lo sguardo. Costituita da una base poliedrica, sale verso l’alto in un’armoniosa struttura cilindrica che dissolve così la spigolosità del basamento. All’interno si presenta con una struttura attestante l’esistenza di una scala in muratura che, correndo a spirale lungo la parete interna provvista di feritoie e colombaie, portava in sommità.
Vista la presenza di un’altra torre nella zona sud del paese denominata “Toppo San Leonardo”, molti studiosi si interrogano sulla possibilità dell’esistenza di una cinta muraria che unisse le due torri a difesa del castello normanno-svevo. Questa torre, di dimensioni assai più ridotte rispetto alla Torre Medievale, presenta una struttura interna che si conclude con uno squarcio circolare verso il cielo ed è circondata da strutture abitative. Un altro elemento che attesterebbe l’ipotesi di una cinta muraria preesistente è dato dalla posizione della Chiesa Madre, ottenuta dal rifacimento e dall’ampliamento della Cappella dei Principi, che si trova in posizione centrale rispetto alle due torri. Tornando alla Torre Medievale, notizie più precise emergono dallo studio del suo basamento. Infatti, dalle planimetrie in possesso dell’ente comunale e della Soprintendenza, sembra plausibile la forma ottagonale della base e questo ci riporta inevitabilmente al periodo federiciano. L’ottagono, infatti, era una sorta di sigillo simbolico dell’edilizia del tempo, era considerato la figura intermedia tra il vero uomo e il vero Dio, rappresentava la resurrezione, il tramite tra il regno della terra verso l’infinità del cielo e verso l’immortalità. Nella pressoché totale assenza di documentazione certa comprovante la paternità della Torre Medievale di Picerno, dopo quanto detto, la sua costruzione pare collocarsi in epoca normanno-sveva. Ma anche questa, che pare l’ipotesi più plausibile, resta pur sempre un’ipotesi in attesa di conferma.
Questa splendida Torre che ci riporta indietro nei secoli aspetta ancora di essere “scoperta” del tutto. Nel frattempo continua ad ergersi con la sua maestosità sul paesaggio circostante e punta verso il cielo forse proprio con l’obiettivo di avvicinare l’uomo a Dio.

Qualunquemente

di Angela Delle Donne

Antonio Albanese con la regia di Giulio Manfredonia porta in scena uno dei suoi personaggi più famosi e popolari: Cetto La Qualunque. Il personaggio, noto per lo spazio riservatogli nel programma di Fabio Fazio, nel film sfoggia tutto il suo essere attraverso battute e personaggi di spalla. Commedia amara su una realtà non poi così fantastica di uno spaccato di società italiana, affronta il tema delle elezioni politiche che sono precedute da una scorretta campagna elettorale. C’è spazio per il dibattito televisivo che è completamente politicamente scorretto; c’è spazio per la “seduzione” dell’elettorato attraverso feste e regalie di vario genere; c’è la scelta del guru che viene chiamato per dare i consigli più utili alla creazione di un personaggio vincente; c’è il tentativo di intimorire l’avversario affinché si ritiri “spontaneamente” dalla scena politica. Il film è ambientato in una Calabria pervasa dal degrado, dal mal costume societario dei falsi invalidi, degli scavi archeologici occultati per costruire stabilimenti balneari, speculazioni edilizie abusive che hanno permesso la costruzione di grandi ville sulla costa. Ed ecco che fra tutto questo torna Cetto da un lungo periodo di latitanza, portando con sé una seconda moglie con bambina che deve dividere il tetto coniugale con la prima moglie ed il primo figlio. Quest’ultimo, di nome Melo, è completamente il rovescio del padre: timido, innamorato di una ragazzina che non ha nulla delle donne portate in giro per propaganda elettorale; impacciato e costretto a subire il carcere al posto del padre, per permettergli di dare l’immagine di un uomo che arriva fino in fondo al proprio dovere di cittadino. Battuta amara e riflessiva che racchiude il senso del film viene pronunciata dal guru, che si sbaglia chiamando La Qualsiasi, lapsus che esplica la pochezza e l’anonimato che a tratti pervade la nostra società.

venerdì 28 gennaio 2011

RIcreazione

Comunicato stampa

L’Associazione Culturale Frammenti e studio Spaziosessantasei presentano RIcreazione, una mostra di Salvatore La Battaglia.
RIcreazione vuole celebrare il corpo della donna, che è gioia e cosa preziosa, proprio come i gioielli. Il gioiello diventa corpo e viceversa. Solo che la creazione di Salvatore La Battaglia non avviene con la trasformazione di materiali preziosi, ma poveri e di riuso. E la celebrazione del corpo della donna diventa un gioco parodistico che prende la bellezza dal passato e la trasmigra nel presente, apportando elementi di modernità ostentata, perchè di questo si tratta: di mettere in mostra il bello e il gioco.
RIcreazione è sostanzialmente un evento, più che una semplice mostra, che si svolge attraverso la presentazione di gioielli in materiali ferrosi e plastici, indossati da modelle affatto ordinarie che si aggireranno tra i visitatori, e manipolati come complementi di immagini evocative che divengono vere e proprie opere a sè stanti,accompagnate musicalmente dai suoni elettronici del dj Vittorio De Rienzo.
La produzione di S. La Battaglia presenta, ri-proponendo in un claidoscopio di immagini-citazioni provenienti da alcuni dei capolavori assoluti del periodo a cavallo tra XIX e XX sec., la problematicità del dare alla donna, o alla sete di essa, un volto univoco e puro.

La location:
Spaziosessantasei è, in origine, uno studio di giovani architetti, Manuela Cardone e Valentina Stefanelli. Dal 29 Febbraio le sale dello studio si trasformeranno in spazio espositivo e luogo di eventi d’arte, per inaugurare la realizzazione di una nuova idea e di un progetto che prende decisamente il via, quello di rendere pubblico, e dedicarlo all’arte, lo spazio privato e quotidiano del proprio lavoro, di far coincidere l’ordinario con lo straordinario in ogni momento della routine giornaliera, tra strumenti di lavoro, opere e visitatori.

La s-comparsa del mondo
La Battaglia in azione
di Viviana Reda

“Il Bello non è se non la promessa di felicità” (C. Baudelaire)
“L'essere che per la maggior parte degli uomini è la fonte dei piaceri più vivi e anche più durevoli (sia detto a mortificazione delle voluttà filosofiche); l'essere verso di cui o a beneficio del quale tendono tutti gli sforzi del maschio; codesto essere terribile e comunicabile al pari di Dio (…), l'essere in cui J. De Maistre ravvisava un bell'animale (…) la donna, per dirla in una parola, non è soltanto per l'artista in generale, e per G. in particolare, la femmina dell'uomo. Essa è piuttosto una divinità, un astro che presiede a tutte le concezioni del cervello virile; uno scintillio di tutte le grazie della natura condensate in un unico essere; l'oggetto dell'ammirazione della curiosità più acuta che l'affresco della vita possa offrire allo spettatore che contempla. È una specie di idolo, forse stupido, ma affascinante e stregato, che tiene sospesi ai suoi sguardi, destini e volontà. (…)”
Così C. Baudelaire definisce ne Il pittore della vita moderna il mundus muliebris, luogo della seduzione e dell'incanto, della perdita e del ritrovamento, della fine e dell'origine del mondo. Si chiarisce in tal modo lo spazio di una poetica del desiderio che, nella poesia, si dà nella volontà di ritrarre il piacere che tale visione suscita, creando forme che restino vive, segno tangibile di un'inesausta sete di visione. Tale potere di seduzione che l'immagine femminile esercita sul lettore si dà nella modernità in maniera s-composta, s-velata, dis-organica priva di una matrice armoniosa e naturale che la vuole semplice atto della rappresentazione.
“E qual è poi l'uomo che per la strada, a teatro, al parco, non abbia goduto, nella forma più disinteressata, di una toletta sapientemente composta, e non ne abbia attinto un'immagine inseparabile della bellezza di colei a cui apparteneva, così facendo delle due entità, della donna e della veste, un tutto invisibile?” (C. Baudelaire)
In tal senso la produzione di S. LaBattaglia presenta, ri-proponendo in un claidoscopio di immaigni-citazioni provenienti da alcuni dei capolavori assoluti del periodo a cavallo tra XIX e XX sec., la problematicità del dare alla donna, o alla sete di essa, un volto univoco e puro. Sulla donna, nella raffigurazione della sua immagine, si esercita al meglio la moda in cui l'autore dei Salons vedeva la morale e l'estetica del tempo rappresentando uno strumento di messa in scena, dell'identità sociale e culturale cui si vuole dare un volto, in cui l'uomo finisce per assomigliare a ciò che vorrebbe essere. Una immagine che si produce in una s-cultura che nel proporsi come fotografia si rende solido, oltrepassa ed uccide le due dimensioni ed, insieme ad esse, il suo antecedente storico (che sia Gustave Courbet o Gustave Klimt) per rendere ciò che resta della donna, la sua più propria ed ossessiva cultura, quella del dettaglio. Il gioiello diviene il punto di vista particolare, il gesto assoluto che della donna parla facendone a meno, dicendone solo la mancanza, il desiderio, il potere di seduzione. L'eros e la morte, così ossessivamente presenti nell'opera di Klimt, sono qui stemperati da un barocchismo esasperato, sulle soglie del kitch, ostentato e ricercato al punto da fondersi con le forme di donna che, dette, sono destinate a sparire nella decorazione. Nel suo scritto dedicato ai Gioielli, ne La moda, Mallarmè esclamava:
“la Decorazione! Tutto è in questa parola: e io consiglierei a una signora, che esita a chi affidare il disegno, all'architetto che le costruisce il palazzo, piuttosto che alla sarta illustre che le confeziona il suo abito da sera. Tale, in una parola, l'arte del Gioiello; e, detto questo per non tornarci più sopra, passiamo da alcuni luoghi comuni ad alcuni particolari.”
Ecco perchè ogni particolare, ogni dettaglio che nel gioiello si dà come assoluto diviene indispensabile accessorio del femminile, lo descrive e lo contempla, si offre in maniera assoluta pronto a definirsi come nuova natura della bellezza muliebre. “Fiori e gioielli: ogni specie non ha, come dire, il suo terreno? Un certo splendore di sole si addice a questo fiore, un certo tipo di donna a quel gioiello.” (Mallarmè) E come un fiore, la bellezza della donna, evocata dal desiderio metallico della materia si propone ed interroga sulla sua stessa presenza, sulla sua s-comparsa.

Titolo mostra: Salvatore La Battaglia. RIcreazione
Sede: Spaziosessantasei, Largo Santa Maria La Nova 12, Napoli
Date: 29 gennaio - 11 febbraio 2011
A cura di: Viviana Reda
Vernissage: sabato 29 gennaio, ore 19.00
Finissage: venerdì 11 febbraio, ore 19.00
Orari: dal lunedì al venerdì ore 16.00-19.00

giovedì 27 gennaio 2011

Se per caso una singolarità iniziale

Comunicato stampa

Vittorio Messina torna da Giacomo Guidi con una mostra ritagliata ad hoc per la Galleria, il cui titolo sembra suggerire l'abbozzo di un discorso che sta per incominciare. L'artista ha realizzato un progetto comprensivo di sei opere da parete eseguite per l' occasione, più una nuova versione de la “La Muraglia Cinese”, lavoro con cui esordì alla fine degli anni settanta a Roma. Messina crea così un fil rouge tra i suoi diversi momenti espressivi in cui rimane costante il riferimento alle nuove concezioni sullo spazio-tempo a partire dall'indeterminazione heisenberghiana.
Come scrive Ludovico Pratesi, “Se per caso una singolarita’ iniziale” riunisce una serie di opere recenti di Vittorio Messina, caratterizzate da una cifra concettuale precisa, che si riscontra nell’armonioso equilibrio tra materiali e idee. All’interno di una mostra concepita come una partitura musicale, con un dialogo tra pieni e vuoti, simboli e significati, Messina rivela una nuova attitudine alla rarefazione , in grado di attivare felici tensioni all’interno delle opere, non assertive ma intime ed essenziali. Procedendo, come direbbe Michelangelo, “per via di levare”, l’artista raggiunge una sottile ma penetrante intensita’ nell’abbinare elementi tratti dal vocabolario del modernismo, come il neon colorato, con oggetti quotidiani e domestici, impaginati con una sapienza che non ha paura di svelare l’anima segreta delle cose, per reinterpretarla con una grammatica sensibile e attenta sospesa tra forma e contenuto”.
Vittorio Messina nasce a Zafferana Etnea nel 1946. A Roma conosce Afro, Novelli, Turcato, Capogrossi e compie studi che lo vedono interessato oltre che all'arte concettuale alle tematiche del pensiero scientifico e filosofico, dell'architettura, dell'ambiente naturale, del cinema e dell' avanguardia storica. Le sue opere coniugano materiali tradizionali della scultura quali pietra, ferro e piombo con nuovi materiali del linguaggio contemporaneo come cemento e neon affiancati dalla parola con echi mediterranei e orientali. Ha mostrato il suo lavoro alla H. Moore Foundation, Halifax 1999, al Maschio Angioino e Castel dell'Ovo, Napoli, 2002, al Museo Ujasdovki, Varsavia, 2002, al M.A.K., Vienna, 2004, Torino, alla XII Biennale di Scultura, Carrara, 2006. Vive e lavora a Roma.
Ludovico Pratesi, critico d'arte e curatore, è Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro, curatore scientifico di Palazzo Fabroni e Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. E' inoltre Presidente della sezione italiana dell'AICA e consigliere dell'AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Collabora con il quotidiano "La Repubblica".

Titolo mostra: Vittorio Messina. Se per caso una singolarità iniziale
A cura di: Ludovico Pratesi
Sede: Giacomo Guidi & Mg Art Arte Contemporanea
Indirizzo: Vicolo Sant' Onofrio, 22, 23 00165 Roma
Inaugurazione: giovedì 10 febbraio ore 19,00
Date: 11 febbraio - 30 marzo 2011
Orari: da martedì a sabato 11.00-13.00/16.00-20.00

mercoledì 26 gennaio 2011

Enrico Benaglia. Splendore mediterraneo

Comunicato stampa

Dopo nove anni dalla grande mostra antologica tenutasi presso il Centro Culturale de “Le Ciminiere”, il Maestro Enrico Benaglia torna ad esporre a Catania.
Dal 29 gennaio al 13 febbraio 2011 apre al pubblico, presso la Sala delle Grida della Camera di Commercio, la mostra "Enrico Benaglia. Splendore mediterraneo" dove luce e mare, sogno e simbolo sono le costanti capaci di coinvolgere un pubblico rapito dal linguaggio dell'anima e dal racconto leggero di storie, antichi amori, respiri universali. Al centro dei dipinti spesso ci sono l'uomo e la donna, e il loro rapporto con il magnifico Mare nostrum.
La mostra, nata su invito del dott. Pietro Agen, presidente della Camera di Commercio di Catania, è curata da Alida Maria Sessa e presentata in catalogo da Pietrangelo Buttafuoco.
Nella prefazione, Alida Maria Sessa sottolinea che "la mostra è costruita attorno ai ricordi privati, le occasioni segrete di una scenografia ricca di bellezze a portata di mano. Si celebra la luminosità diffusa che proviene dal mare, le atmosfere terse di un cielo spazzato dalla tramontana che rende esatti i contorni, la costa alta che sale, i colori pastosi delle case, i cespugli esuberanti".
Enrico Benaglia, pittore, disegnatore, incisore, litografo, scenografo, scultore, nasce nel 1938 a Roma, dove vive e lavora. Al di fuori dei maggiori "poli artistici" concettuali degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta, grazie all'autenticità della sua pittura, Benaglia entra in contatto con un mondo culturale di poeti e attori, quali Luciano Luisi, Renato Civello, Claudio Rendina, Mario Lunetta, Walter Maestosi, Biagio Proietti, Nanni Fabbri, Riccardo Cucciolla, Gabriella Sobrino, Umberto Serafini, Laura Gianoli, Guido Ruggiero, che contribuiscono allo sviluppo e alla definizione ulteriore del suo mondo poetico.
La sua vita artistica è segnata da un ampio interesse per la litografia, l'incisione e la scenografia. A partire dagli anni Ottanta Benaglia si colloca definitivamente nel panorama artistico nazionale grazie all'individuazione di un'iconografia originale e simbolica, legata al mondo favolistico e mitologico. Il forte successo di pubblico e di critica è confermato dal susseguirsi, a partire dagli anni Novanta, di grandi mostre istituzionali in Italia e all'estero. Tra tutte si ricordano "Il salotto incantato" presso il Castello de L'Aquila nel 1998, "Stati di instabilità permanente" presso Villa Letizia a Treviso nel 2000, "Il giardino segreto" presso il Museo del Vittoriano di Roma nel 2002, "Geografia delle emozioni" presso il Museo di Santa Maria della Scala a Siena nel 2004, "Percorso interiore" presso la Pinacoteca civica di Teramo nel 2007, "Collages-Paintings" presso la Pinacoteca Vitelli di Città di Castello nel 2008, fino alla più recente "Benaglia's Circus" preso l'Auditorium Parco della Musica di Roma nel 2010. Alcuni dei suoi cicli pittorici più famosi sono stati esposti presso sedi atipiche e suggestive quali gli Aeroporti "Charles de Gaulle" di Parigi e il JFK di New York, oltre che in sedi prestigiose come gli Istituti di Cultura Italiani di Strasburgo, di Madrid e di Vienna e ancora l'ambasciata d'Italia di Tallinn.
La mostra, curata nell’organizzazione dalla Edarcom Europa Galleria d’Arte Contemporanea in collaborazione con la Galleria d'arte Orizzonti, si compone di ventiquattro opere pubblicate in un accurato catalogo edito dalla Domenico Sanfilippo Editore.

Titolo mostra: Enrico Benaglia. Splendore mediterraneo
Spazio: Sala delle Grida - Camera di Commercio di Catania
Indirizzo: Catania, Piazza della Borsa
Inaugurazione a inviti: venerdì 28 gennaio 2011 ore 18.00
Apertura al pubblico: 29 gennaio - 13 febbraio 2011
Orario: dal lunedì al venerdì dalle 15.30 alle 20.00. Sabato e domenica dalle 10.00 alle 20.00
Ingresso: libero
A cura di: Alida Maria Sessa
Presentazione di: Pietrangelo Buttafuoco
Coordinamento: Francesco Ciaffi
Organizzazione: Edarcom Europa Galleria d’Arte Contemporanea, Roma
In collaborazione con: Galleria d'Arte Orizzonti, Catania

martedì 25 gennaio 2011

"Seravezza Fotografia" nel segno di Roger Ballen

Comunicato stampa

Ottava edizione, dal 29 gennaio al 3 aprile 2011, di “Seravezza Fotografia”, che si svolgerà nell’Area Medicea di Seravezza, nel cuore della Versilia Storica (Lucca). Una manifestazione ormai di respiro nazionale che ogni anno coniuga con successo i grandi nomi della fotografia internazionale con il mondo amatoriale, organizzata da Fondazione Terre Medicee, Assessorato alla Cultura del Comune di Seravezza, FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) con la direzione artistica di Libero Musetti e i patrocini dell’Ambasciata della Repubblica del Sud Africa, Regione Toscana, Provincia di Lucca e Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.
Anche quest’anno il programma si presenta ricchissimo: 7 mostre, la più importante dedicata ad uno dei grandi della fotografia moderna, Roger Ballen che sarà anche ospite d’onore, workshop, corsi di fotografia, incontri di cultura fotografica e lettura dei portfolio. Una importante novità dell’edizione 2011 sarò lo “sconfinamento” della manifestazione, che propone alcuni incontri di cultura fotografica nelle sedi dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, presso il Centro per l’Arte Contemporanea di Pietrasanta, fino ad arrivare nel cuore di Firenze grazie alla collaborazione con la Casa della Creatività, dove verrà anche allestita una collaterale curata dall’Associazione Terra di Confine.
Proprio la mostra del fotografo americano, ma affascinato dal Sud Africa, nelle sale del Palazzo Mediceo ( via del Palazzo 358), aprirà la rassegna il 29 gennaio ( aperta fino al 3 aprile 2011) con le sue immagini potenti e visionarie sempre al confine tra fotografia e arte. Un percorso espositivo con una selezione delle sue più celebri fotografie, scelte in base alla loro capacità narrativa nella dimensione del “Paesaggio interiore” dell’uomo, tutte rigorosamente in bianco e nero e provenienti dai quattro cicli “Outland” del 2001, “Shadow Chamber” 2005, “Boarding House” del 2009 e dal recente “Asylum” del 2010. Altre tre mostre importanti si svolgeranno nelle adiacenti Scuderie Granducali. Si tratta di “Buenos Aires cafè” di Lucia Baldini dal 19 febbraio al 6 marzo, “Dentro la città di Ivano Bolondi dal 29 gennaio al 13 febbraio e una collettiva a cura di Micromosso dal 12 marzo al 3 aprile. Poi quattro esposizioni collaterali di Maria Riva Christensen, Nico Orlandi, quella del Circolo fotografico Altissimo e una mostra di allievi Ws.
Sempre le Scuderie saranno la sede di numerosi workshops con maestri consacrati come Ivo Balderi dove saranno affrontati temi quali lo stil life, il paesaggio, il ritratto, la foto glamour, la fotografia di scena e l’arte di rendere in foto la musica jazz. Poi grande spazio poi agli incontri di cultura fotografica con lo stesso Roger Ballen ( domenica 30 gennaio alla Casa della Creatività di Firenze e lunedì 31 gennaio all’Accademia di Carrara). Insieme a lui personaggi di rilievo come Giovanni Marrozzini, Giovanna Calvenzi, Ivano Bolondi, Gaetano Poccetti, Alex Maioli, il reporter di guerra Livio Senigalliesi presentato da Gianni Minà, e Adriano Altamira con la vera storia della “fotografia concettuale”.

lunedì 24 gennaio 2011

Voce di vento

Comunicato stampa

Secondo appuntamento per la rassegna "Un libro una mostra". Singolare progetto che fonde due espressioni artistiche quali: pittura e poesia. ADSUM non è nuova a eventi in cui discipline espressive differenti come pittura, scultura, musica e letteratura si intersecano in un connubio espressivo di indubbia suggestione. Il testo di Giovanni Parisi parla di luoghi e personaggi della sua giovinezza che richiamano le atmosfere della quotidianità della provincia pugliese con un profondo senso di malinconia verso un “piccolo mondo antico”. Ma questo non è che un punto di partenza per porsi domande sul senso della vita, dell’amore, dei sogni. “Voce di vento” è appunto una delle liriche scelta dagli artisti per intitolare la mostra poiché esprime visivamente l’idea di un soffio che attraversa la nostra esistenza sussurrandoci ciò per cui vale la pena vivere. Un soffio di antica arcana bellezza di cui ci sfugge l’origine e ci è sconosciuta la meta. Soffio che sussurra, scompiglia, urla, accarezza. Soffio di disperazione e speranza, di tragedia e incanto.
Dieci gli artisti che si sono fatti coinvolgere emotivamente in un cammino a ritroso nella propria storia e che attraverso il loro originale linguaggio visivo hanno dilatato attraverso le immagini i versi poetici dell’autore. Una simbiosi di forte impatto emotivo che trascina l’osservatore in un viaggio indietro nel tempo consentendogli di riassaporare sensazioni dimenticate e percepire l’importanza del ricordo come bagaglio indispensabile nel viaggio della vita.

Titolo mostra: Voce di vento. Elaborazioni pittoriche su testi poetici di Giovanni Parisi
Sede: ADSUM Artecontemporanea, Terlizzi (BA)
Inaugurazione: sabato 5 febbraio 2011 ore 18.30
Presentazione del libro: “Il casale” di Giovanni Parisi
Durata: 5-19 febbraio 2011
Orari: dal lunedì al sabato dalle ore 10.00-12.30, 18.00- 20.30; chiusura giovedì pomeriggio e festivi
A cura di: Renato Brucoli e Luigi Dello Russo
Artisti in mostra: Maria Addamiano, Cosmo Allegretta, Maria Bonaduce, Paolo De Nicolo, Pietro De Scisciolo, Angelo Lamorgese, Fabrizio Molinario, Giovanni Morgese, Ines Tarascio, Francesco Tullo.

venerdì 21 gennaio 2011

Il Medioevo e la donna sacra

di Sonia Gammone

Da sempre la donna è stata oggetto/soggetto privilegiato nell’arte. Rappresentata come archetipo della dimensione umana, la figura femminile ha ricoperto di volta in volta un significato diverso a seconda del periodo storico nel quale viveva. Il modo di rappresentarla e il ruolo simbolico da essa svolto sono cambiati nel corso dei secoli, di pari passo con l’evoluzione delle tecniche artistiche e degli stili, con il variare del gusto estetico e, elemento non meno importante, con il diverso modo di concepire il ruolo della donna nella società.
Nell'iconografia medievale la bellezza femminile era riservata alle immagini sacre. Era la figura di Maria ad essere protagonista indiscussa in tutti i campi dell'arte. Le enormi influenze derivanti dal Cristianesimo portarono ad una rappresentazione della donna solo considerandola nella sua sacralità. La concezione teocentrica tipica di questo periodo, investe ogni ambito della vita e conseguentemente l’arte ne diventa espressione. Le Madonne sono il soggetto sacro per eccellenza: si presentano composte, dolci ed eleganti, come nel caso di Simone Martini; oppure sono ricche di umanità e di tratti più “umanamente” reali, come quelle di Giotto. Nell’opera di Simone Martini Annunciazione la pittura ci presenta l’Arcangelo Gabriele in ginocchio davanti alla Beata Vergine mentre le porge una fronda d’ulivo annunciandole la volontà divina. I loro corpi sono privi di qualsiasi consistenza materiale. Maria è avvolta in un mantello blu con una bordatura dorata. Il suo volto, reclinato sulla spalla destra, indica un sentimento misto tra il pudore e il distacco.
Sarà Giotto a dare una svolta radicale alla pittura del tempo. Nella Chiesa di Ognissanti a Firenze si trova la Pala di Ognissanti: la Madonna è una figura solida, reale, e per la prima volta la sua espressione ci appare del tutto “umanizzata”. A differenza della Madonna bizantina, solenne e severa, questa accenna quasi ad un sorriso nello schiudersi delle labbra che lascia intravedere i denti. Il suo aspetto, il suo volto, la sua espressione, sono di una dolcezza tipicamente umana, senza alcuna astrazione. Il mantello azzurro scuro che la ricopre scende dalla testa creando una linea verticale netta, ma poi si modella adagiandosi sulle gambe della Madonna: a Giotto basta una leggera scoloritura del colore del mantello per farci vedere pienamente il volume disegnato dalle ginocchia. In ossequio alla tradizione, anche Giotto alla fine utilizza il fondo dorato e una sproporzione “gerarchica” tra la figura della Madonna e del Bambino rispetto alle altre figure. Ma sono solo concessioni che egli fa alla tradizione, senza nulla togliere alla sua grande capacità di controllare visivamente tutti i rapporti spaziali e visivi tra le figure. Queste che per Giotto saranno pure intuizioni presto diventeranno metodo e regola con la scoperta e l’utilizzo della prospettiva.
All’unisono con i poeti e i letterati del tempo, le donne sono angeli, sono creature sacre ed immateriali. Una consuetudine questa, rimasta fino all'epoca rinascimentale, quando, secondo le nuove concezioni che riportavano l'uomo al centro dell'universo, anche la donna si riappropriava dei suoi connotati corporali e la sua figura si sganciava da una dimensione esclusivamente trascendentale nella quale era stata relegata dalla storia. Col Rinascimento tutto cambierà, la donna come soggetto sacro sarà sempre presente. Non più lontana e austera come nelle rappresentazioni medievali, ma reale e terrena nelle espressioni e nei gesti, perfezione dell’umanità che rappresenta.

lunedì 17 gennaio 2011

In edicola "In Arte" di Gennaio

Uscirà in questi giorni il nuovo numero di "In Arte", con tante novità, che speriamo saranno gradite ai nostri lettori. La prima è la rubrica "150° in Arte", che vuole celebrare attraverso l’arte l’anniversario dei 150 anni dell'Unità d'Italia. Iniziamo parlandovi della mostra dedicata, presso le Scuderie del Quirinale a Roma, ai pittori del Risorgimento. Debutta, inoltre, il "Giro del mondo in 12 musei", curato da Fiorella Fiore, la cui prima tappa è agli Uffizi di Firenze. Nella rubrica "Persistenze" spazio alle ricchezze lucane: si va dalla fortezza di Moliterno, al convento di San Martino d'Agri, passando per Castronuovo di Sant'Andrea. A Potenza, invece, vi segnaliamo la mostra in corso presso la Galleria Civica, dedicata al pittore Ernesto Treccani, che fu molto legato alla Basilicata.
Sonia Gammone ci propone, invece, un’analisi sul modo di rappresentare la donna da parte dei macchiaioli, in un periodo in cui in Francia si sviluppava prepotentemente l’Impressionismo, corrente alla quale appartengono molte splendide opere esposte nella mostra "Parigi. Gli anni meravigliosi", in svolgimento a Rimini, di cui vi presentiamo un reportage. E ancora vi parliamo di pittura rupestre in epoca preistorica, dello scultore Arturo Martini, della nascita dell’ingegneria nella seconda metà del '700, del mito di Teseo e Arianna.
"In Arte", tutto da leggere, tutto da guardare!

venerdì 14 gennaio 2011

L’arte editoriale di un nobile cacciatore

di Gianmatteo Funicelli

Federico II ne fu l’autore: titolata anche “L’Arte di cacciare con gli uccelli / Trattato di falconeria di Federico II”, quest’opera illustrata, grande esemplare di ornitologia di tutto il medioevo, dichiara con fermezza la più grande passione del Re svevo: la caccia. Esso fu realizzato in un’epoca collocabile tra il 1258 e il 1266 ca.: un’attività editoriale e di ricerca che lo tenne impegnato per circa trent’anni. Sulla base delle sue esperienze culturali, Federico utilizzò per la realizzazione di tale scritto molte fonti documentarie, desunte soprattutto dai testi di Michele Scoto, grande erudito. Federico amava gli animali, li osservava dalla sua corte, li scrutava e studiava sino a carpirne i moti interiori e le particolarità anatomiche in veste di illustre scienziato. Nel mondo orientale, dove spesso si diresse per motivi vari tra cui le crociate, assimilò usi e costumi ma soprattutto l’arte della caccia presso i falconieri arabi, rimanendone completamente affascinato. Dalla sua costante ricerca realizzò un codice di lusso, fatto di colori, argento ed oro dove i contenuti spaziano tra innumerevoli fonti accuratamente illustrate.
La sua prima edizione andò perduta durante l’assedio di Parma in data 1248. Una seconda versione fu poi realizzata da suo figlio Manfredi durante la reggenza in Sicilia (1258- 1266), ma non venne mai completata, riuscendo a terminare solo la fine del secondo tomo. Al suo interno: uno dei più antichi trattati di arte venatoria, integrato ad una ricerca (teorica e illustrata) di circa 500 figure di uccelli appartenenti a 80 specie diverse, raffigurati con minuziosa particolarità e con abile maestria nell’uso del contorno e del colore. La provenienza del testo è Rotonda, mentre il suo formato (360 x 250 mm) è costituito da 111 fogli. La sua prima edizione, quella di Federico, fu realizzata prima del 1248, mentre la seconda, quella di Manfredi, è una riedizione di cui ci pervengono solo due dei sei tomi originari. Al loro interno, circa 66o illustrazioni descrivono fasi e regole per la corretta attività venatoria (alcune delle immagini rappresentano nientemeno che le modalità per mantenere calmi i falchi o per esempio come e quando nutrirli, se con carne secca o con carne fresca). Il manoscritto, dopo svariate peripezie e l’appropriamento di notevoli personaggi nel corso della storia, raggiunse l’attuale sede in cui si conserva, la Biblioteca Apostolica Vaticana, Pal. Lat. 1071.

giovedì 13 gennaio 2011

Cecilia Falasca. ModulArt Forme in MOVIMENTO


Comunicato stampa

Mercoledì 26 gennaio alle ore 18:00 presso il MediaMuseum, in Piazza Alessandrini 34 a Pescara, si inaugura la mostra personale di Cecilia Falasca, ModulArt Forme in MOVIMENTO, con il Patrocino della Provincia e del Comune di Pescara - Assessorati alla Cultura.
L’esposizione ha un taglio curatoriale atto a ripercorrere le tappe principali dell’attività dell’artista e traccia nello spazio del Museo un percorso lineare, organizzato per aree tematiche. Ogni sezione della mostra si pone come un momento di riflessione sul percorso estetico di Cecilia Falasca, dalle prime Tavole 1986, alle opere più recenti come le installazioni site specific, Aquatic 2010 ed Ever green Ever love 2010. Un'intera sala è dedicata alla consultazione di materiali documentari, cartacei e multimediali, relativi ai momenti più significativi della ricerca dell'artista. Nodo centrale della mostra è l’esposizione delle Sculture iXi 2009 (itineranti ed interattive), sculture mobili e sempre in divenire, con le quali lo spettatore è invitato ad interagire.
Le Sculture iXi, in legno e polvere di marmo colorata, esposte e composte dall’artista sul momento, subiranno infinite variazioni dovute alla volontà dello spettatore chiamato a smontarle ed a rimontarle. Il coinvolgimento del pubblico, protagonista dell’happening, sarà emotivo e cognitivo: egli infatti darà vita ad una nuova forma, ma anche alla sua documentazione scritta mediante la compilazione di una scheda critica, parte integrante dell’operazione estetica di Cecilia Falasca. L’esposizione offrirà così al pubblico l’opportunità di entrare nel ruolo dell’artista e di interpretare il senso estetico dell’opera a cui egli stesso darà vita.
Durante tutta la durata dell’esposizione, inoltre, una videocamera collegata ad un proiettore riprenderà quanto accade nelle sale del Museo, creando un singolare allestimento scenografico anch'esso in costante divenire, come le opere, ed il cui protagonista sarà sempre lo spettatore.
La ricerca estetica di Cecilia Falasca è tesa alla sperimentazione di nuove forme d’arte basate sull’interattività e sulla produzione di relazioni con l’Altro, forme che assumono come tema centrale l’elaborazione collettiva del senso. L’artista infatti sviluppa sin dal 1980 un linguaggio sublime e personale i cui attori principali sono la linea e la materia pittorica in rapporto con lo spazio circostante, come testimoniano le sue installazioni site specific ed i suoi interventi di Land Art. A partire dal progetto Gioca con me nel 2006, il protagonista indiscusso di tutta la sua produzione artistica diviene palesemente lo spettatore, a cui l’artista offre tracce e suggestioni demandando una possibile interpretazione dell’opera che si rinnova ad ogni sguardo. Nel 2009 inizia l’avventura con le Sculture iXi (itineranti-interattive) che oggi viaggiano in tutto il mondo (Bruxelles, Lione, Melbourne, New York) come pixel dispersi ma sempre interconnessi.
ModulArt Forme in MOVIMENTO, affronta con brio uno dei filoni di ricerca sperimentale dell’arte contemporanea, l’estetica relazionale, su cui oggi tutta la scena artistica e curatoriale si interroga, rientrando in quella sfera delle produzioni artistiche tese alla realizzazione di modelli di partecipazione sociale atti a produrre delle relazioni interpersonali.

Mostra: Cecilia Falasca. ModulArt Forme in MOVIMENTO
A cura di: Maddalena Rinaldi
Sede: MediaMuseum, Piazza Alessandrini 34, Pescara
Periodo: 26 gennaio - 4 febbraio 2011
Orari: lunedì - sabato h 10.30/13.00 - 17.00/19.00

mercoledì 12 gennaio 2011

"Terrae motus" dalla Reggia al Pan di Napoli

di Gianmatteo Funicelli

L’allestimento che fu realizzato nelle luccicanti sale del Palazzo Reale di Caserta, rappresentò il risultato di un vasto progetto artistico tal titolo “Terrae motus”, installato in vista al pubblico nelle aule del grande palazzo barocco dal 1992 sino ad oggi: un piano espositivo che vide riuniti grandi artisti (locali e internazionali) della scena contemporanea impegnati sulla tematica inerente il catastrofico evento sismico datato 23 novembre 1980. Arte e inventiva dunque per rappresentare, ognuno con la propria capacità espressiva integrata all’intima sensibilità di artista, effetti, segni, angosce e paure in termini di arte visiva, come testimonianza del disastro che trentuno anni fa lacerò Irpinia e Lucania, i cuori pulsanti del Meridione italiano. Dall’anno di prima esposizione del progetto, i 70 lavori riuniti dal gallerista e mecenate Lucio Amelio per la Reggia di Caserta costituiscono un nucleo di arte sempre più ampio e in continue trasferte in numerosi eventi svoltisi in tutta Italia e all’estero, per poi approdare, dal 21 dicembre 2010 nelle sale del PAN Palazzo delle Arti di Napoli, centro di arte contemporanea, dove dalla costellazione del progetto originario, sei sono gli artisti che hanno rappresentato il proprio “Terrae motus” distaccandosi dalla permanente esposizione di Caserta.
In occasione del trentennale terremoto in Irpinia, presentano i propri lavori gli artisti Carlo Alfano, Bruno di Bello, Sergio Fermariello, Nino Longobardi, Gianni Pisani, Ernesto Tatafiore. Carlo Alfano e Bruno di Bello per la realizzazione delle proprie opere attingono preziosi suggerimenti malinconici dal mondo classico; l’opera di Fermariello invece racconta esplicitamente il boato del dramma, mentre il Longobardi tenta di raffigurare la forza distruttrice della natura; oltre alle visioni intime, interiori della distruzione in Gianni Pisani, il pubblico potrà percepire i caratteri identificativi del mondo partenopeo nell’opera del Tatafiore. La particolare esposizione, attiva sino al 4 febbraio 2011, è arricchita dalle documentazioni fotografiche di Peppe Avallone, che tracciano all’unisono, attraverso gli scatti raffiguranti gli artisti in azione nelle fasi di allestimento dei percorsi, il profilo culturale della città partenopea.
L’evento è stato realizzato grazie al contributo di Electa Napoli e Metropolitana di Napoli.

Elenco opere:
- Carlo Alfano (Napoli, 1932 – 1990), Eco-Discesa, 1981, tecnica mista su tela, cm 220 x 200
- Bruno Di Bello (Torre del Greco, Napoli, 1938), Apollo e Dafne, 1985, tre tele fotografiche a viraggio blu, cm 200 x 120 ciascuna
- Sergio Fermariello (Napoli, 1961), Senza titolo, 1990, acrilico su legno, cm 80 x 200
- Nino Longobardi (Napoli, 1951), Senza titolo, 1983, tecnica mista su tela, cm 204 x 524
- Gianni Pisani (Napoli, 1935), La credenza, 1964, legno, calchi in gesso, specchio, cm 240 x 163 x 54
- Ernesto Tatafiore (Napoli, 1943), 23 novembre 1980, 1983, acrilico su cartone intelato, cm 228 x 342

PAN | Palazzo delle Arti Napoli
Palazzo Roccella | Via dei Mille, 60 | 80121 Napoli
info@palazzoartinapoli.net
Orari: feriali: 9.30 > 19.30 | festivi: 9.30 > 14.00 |chiuso il martedì

martedì 11 gennaio 2011

Cosa Vostra

AMACI, alla luce dei tagli alla cultura previsti dalla Finanziaria 2011, promuove una campagna di sensibilizzazione pubblica a sostegno dell’arte contemporanea attraverso la realizzazione di undici “manifesti” proposti da undici artisti italiani.
Carla Accardi, Stefano Arienti, Maurizio Cattelan, Enzo Cucchi, Marisa Merz, Luigi Ontani, Giulio Paolini, Mimmo Paladino, Michelangelo Pistoletto, Paola Pivi e Francesco Vezzoli hanno risposto all’invito mettendo le loro creazioni a sostegno dell’arte del nostro tempo.

“COSA VOSTRA. L’arte del presente è l’anima del futuro: nutriamola”.

Questo è il titolo scelto per la campagna promossa dall’AMACI con la quale i musei associati hanno voluto ribadire al pubblico la natura collettiva del patrimonio e della produzione artistica nazionale.
L’arte contemporanea è l’anima del futuro perché, con la sua capacità di offrire nuovi scenari e nuove prospettive, rappresenta uno stimolo costante alla creatività degli italiani e all’innovazione sociale ed economica.
L’arte contemporanea è un modo attraverso il quale, anche grazie alle relazioni costruite con i più importanti musei internazionali, il nostro Paese consegna all’estero un’immagine di sé fatta non di stereotipi bensì di intelligenze creative e dinamiche.
L’arte contemporanea è motore attivo della nostra economia, poiché fonda la propria attività su una catena del valore che è costituita da ricercatori, conservatori, piccoli artigiani, editori locali e nazionali, restauratori, assicuratori, trasportatori, architetti, professionisti, nonché dal sistema di ristoratori, albergatori, commercianti, che, anche nelle realtà più piccole, beneficiano dell’indotto economico e turistico generato dalle realtà museali. Un patrimonio collettivo di opere, di relazioni, di immagine, di sapere e di stimolo all’innovazione, portatore di un valore aggiunto agli investimenti pubblici che lo sostengono.
Di fronte alla riduzione dei finanziamenti pubblici, che si inserisce in una politica generale di decurtazioni già registrate negli ultimi anni e in un contesto di stanziamenti pubblici alla cultura considerevolmente inferiore rispetto agli altri Stati europei, AMACI vuole sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto alla centralità che l’arte del nostro tempo assume per lo sviluppo culturale, sociale ed economico del nostro Paese.

Bergamo, 31 dicembre 2010


lunedì 10 gennaio 2011

Arte in memoria 6

Comunicato stampa

In occasione della Giornata della Memoria 2011, domenica 30 gennaio torna nella Sinagoga di Ostia Antica l’appuntamento biennale con “Arte in memoria”, la rassegna di arte contemporanea di respiro internazionale, a cura di Adachiara Zevi, organizzata dalla Fondazione VOLUME!.
La mostra, alla sua sesta edizione, è promossa da: Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma Sede di Ostia; PABAAC - Direzione generale per il paesaggio, le belle arti, l'architettura e l'arte contemporanee, Assessorato alle Politiche Culturali della Provincia di Roma, Municipio Roma XIII.
La mostra si avvale del patrocinio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e del contributo dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania in Italia.
Gli artisti invitati ad intervenire quest’anno sono: Jochen Gerz, Richard Long, Liliana Moro, Giuseppe Penone.
Come per le edizioni precedenti, le opere, sono realizzate appositamente per la Sinagoga di Ostia Antica, una delle più antiche testimonianze archeologiche dell’ebraismo della Diaspora (I secolo d.C.).
L’idea dell'iniziativa nasce dalla storia della Sinagoga di Stommeln, in provincia di Colonia, sopravvissuta al nazismo, dove dal 1990 ogni anno un artista è invitato a creare un lavoro originale per il luogo.
“Arte in memoria” partecipa alla Giornata della Memoria, istituita dai Parlamenti europei nella data di apertura dei cancelli di Auschwitz, con la convinzione che un progetto sulla memoria non debba attestarsi a un livello meramente simbolico e commemorativo, ma trovare una continuità nel tempo, impegnando ogni volta artisti diversi a cimentarsi con un tema così drammaticamente attuale e con un luogo così significativo dal punto di vista storico, artistico e simbolico.
Il pensiero critico della rassegna considera la nostra cultura, ossessionata dalla memoria ma anche caratterizzata dalla dinamica distruttiva dell’oblio. Affinché la memoria delle tragedie, trascorse e in atto, non si risolva nelle commemorazioni e nei discorsi rituali di un giorno, “Arte in memoria” coinvolge la comunità degli artisti perché trasformi un luogo di culto in luogo di cultura, ripopolandolo con visioni ispirate alla storia ma radicate nell’attualità.
Il catalogo di “Arte in memoria” 6 sarà presentato in occasione della chiusura della mostra. Bilingue e graficamente conforme ai precedenti, contiene un saggio della curatrice e le immagini delle opere esposte nella Sinagoga di Ostia dal 30 gennaio al 3 aprile 2011.
A memoria dell’iniziativa e come abbrivio di una possibile collezione di opere d’arte contemporanea in un sito archeologico, al termine dell’esposizione del 2002 hanno donato il loro lavoro gli artisti Sol LeWitt e Gal Weinstein cui si è aggiunta, con l’edizione del 2005, la donazione del lavoro dell’artista portoghese Pedro Cabrita Reis.
Le opere, in dialogo permanente con le rovine, sono visibili dalla strada che collega gli Scavi di Ostia all’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino.

Mostra: “Arte in memoria” 6
Sede: Sinagoga di Ostia Antica
Curatore: Adachiara Zevi
Allestimento: Sauro Radicchi
Direzione e coordinamento architettonico: Anomia Studio Architetture
Organizzazione: Fondazione VOLUME!
Progetto grafico: Giovanni D’Ambrosio, Paolo La Farina
Inaugurazione: domenica 30 gennaio 2011 ore 11.00
Durata mostra: 30 gennaio-3 aprile 2011
Orario: dal martedì alla domenica dalle 11.00 alle 16.00. (uscita dagli Scavi entro le ore 17.00). Lunedì chiuso.
Ingresso: intero € 6,50; ridotto € 3,25 (l’ingresso alla mostra è incluso nel biglietto d’ingresso agli scavi archeologici)

I dipinti del Salone del Risorgimento di Luigi Pizzardi

di Sonia Gammone

Resterà aperta fino al prossimo 23 gennaio 2011, presso la Sala D’Ercole di Palazzo d’Accursio, la mostra I dipinti del Salone del Risorgimento di Luigi Pizzardi, a cura dell’Istituzione Musei Civici del Comune di Bologna e del Museo Civico del Risorgimento. Il marchese Luigi Pizzardi fu sindaco dal 1860 e, nel clima di positività che seguì all’allontanamento austriaco, fece realizzare per il suo sontuoso palazzo un Salone del Risorgimento per celebrare proprio il passaggio alla nuova autorità statale. Per realizzare ciò scelse pittori noti anche a livello nazionale. Pittori come Carlo Arienti, Alessandro Guardassoni, Andrea Besteghi, Luigi Busi e altri realizzarono opere che nei progetti dovevano seguire il filo delle glorie italiche: si va dagli uomini illustri del passato, che avevano contribuito alla cultura, alla scienza e alla politica, sino agli artefici istituzionali della recente unificazione. Tra il 1861 e il 1871 vennero così realizzati su commissione i ritratti di Galileo Galilei, Pieri Capponi, Dante Alighieri, Michelangelo Buonarroti e Cristoforo Colombo da una parte, e dall’altra Vittorio Emanuele II e Napoleone II. Inoltre, unici contemporanei non di stirpe regale, furono realizzati anche i dipinti Camillo Cavour e Marco Minghetti. L’importanza di questa mostra sta nell’aver riunito tutti questi dipinti che nel tempo si erano dispersi e separati. Grazie al contributo congiunto di Fondazione CittàItalia e Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, è stato possibile operare un lungo e accurato restauro che ci ha permesso oggi di poter ammirare nuovamente queste splendide opere proprio in occasione della ricorrenza per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

venerdì 7 gennaio 2011

Federico, il re tra i castelli

di Gianmatteo Funicelli

Fortemente influenzata da un revival sul classico, la cultura di re Federico II, protagonista assoluto dell’ascesa politica degli Svevi nel meridione d’Italia, incarna un perfetto, quasi meticoloso, recupero ideologico dell’antico: dal mondo greco a quello latino, dall’arabo alla cultura francese la poliedricità innovativa, ma di carattere “antiquario”, dell’imperatore svevo si rispecchia nella politica, medicina, scienza, nell’arte e persino nella musica. Elettosi come “imperator romano”, Federico arriva a combattere aspramente contro l’imponente dominio spirituale di papa Innocenzo III, in quanto protagonista e partecipe della sua stessa universalità: è il potente mandato da Dio sulla terra per ricostruire l’impero. La sua direttiva politica è di stampo antico, quasi costantiniana.
La complessiva ideologia federiciana esplicita la restaurazione dell’impero tramite la promozione dei suo “antichi” valori. Nelle sue spettanze la produzione artistica, vero emblema del potere, verte sulla celebrazione regale impressa sulla fastosità del marmo, quasi a rievocare la monumentalità ellenistica, quindi “ad instar antiquorum operum”. Testimonianze di propaganda politica saranno i numerosi incastellamenti che Federico staziona per le terre dell’impero soprattutto per la sua più grande passione: la caccia. Al di là delle simbologie di sviluppo civile e difensivo, l’erezione dei castelli in Federico rappresenta un’autocelebrazione del potere, in linea con l’esigenza di un sentito sfarzo residenziale.
Il castello federiciano si distoglie da quelli di matrice normanna, più fedeli alle forme europee, per essere costituiti da una spiccata modulazione geometrica degli alzati, incline sui quadrati, cilindri, e soprattutto sugli ottagoni, nonché dalla ricercatezza spaziale degli ambienti, tipica dei costruttori cistercensi. Di stampo bernardino è, difatti, Castel del Monte presso Andria, esempio capitale dell’incastellamento svevo. La sua fabbrica si attiva già nel 1240. La struttura esterna configura quasi il diadema che cingeva il capo a Federico. Il grande blocco ottagonale riassume, nella forma, simbologie tradizionali come quelle dei martiria, legati al concetto di eternità, come pure quelli incentrati sull’astronomia (“quando il sole entra in un segno zodiacale, le ombre cadono su specifici punti dell’edificio”). La struttura rigorosamente geometrica è incorniciata da otto torri angolari. Nello spazio centrale si apre un cortile, mentre su ogni lato gli ambienti interni, di forma trapezoidale, si impostano su una vasta crociera costolonata con chiave di volta scolpita. Di matrice gotica è lo slancio dell’alzato, nonché le finestrature trilobate. Sulla zona mediana dell’esterno, una netta cornice marcapiano spezza la verticalità del blocco, mentre il portale d’ingresso, rigorosamente di stampo classico, presenta un’impostazione gotica ma con elementi di repertorio ellenistico (architravi, capitelli, fregi e dentelli) che anticipano, a lunga distanza, forme e modus tipici dell’età rinascimentale.

giovedì 6 gennaio 2011

Fragili Equilibri

Comunicato stampa

Sala 1 ospita le opere di Francesco Landucci. L’ artista, conosciuto per le sue opere realizzate con cristallo e cellulosa, ha progettato una complessa installazione per la galleria, promuovendo una proposta che si distingue per originalità, coraggio e qualità nell’ uso di materiali che nella società attuale sembrano assumere un valore nuovo.
Elemento privilegiato da Landucci per i suoi lavori è il cristallo, con cui realizza sculture che raggiungono un mirabile equilibrio fra monumentalità e raffinatezza estetica. Luminosità, leggerezza e trasparenza ne trasmettono l’incanto e ne fanno veicolo di molteplici significati simbolici.
Oltre a numerose esposizioni tenutesi in prestigiose istituzioni e gallerie di arte contemporanea, Landucci ha all’attivo progetti di arte sacra realizzati su commissione di enti ecclesiastici: pitture, vetrate, porte bronzee, cibori, amboni, sedute per celebranti, panche e altri arredi sacri. In questo ambito, Landucci ha inoltre collaborato con gli architetti Franca Zecchi e Andrea Marcuccetti, per la progettazione del complesso parrocchiale della Visitazione di Galciana (PO). Molte sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private.
Nel suo lavoro, l’artista si avvale della collaborazione e della perizia di aziende specializzate nella lavorazione del vetro, seguendo e curando a stretto contatto ogni fase della produzione.

Titolo: Francesco Landucci. Fragili Equilibri
Sede: Sala 1, Centro Internazionale d’Arte Contemporanea
Complesso Monumentale della Scala Santa/Padri Passionisti
Piazza di Porta S. Giovanni, 10 Roma
A cura di Roberto Gramoccia e da un’idea di Tito Amodei
Vernissage: Sabato 15 Gennaio 2011, ore 12 - 19
Durata: fino al 13 febbraio 2011
Orari: dal martedì al sabato, ore 16.30 - 19.30
Testo in catalogo a cura di Roberto Gramiccia.
Coordinamento: Barbara Santamato, Emanuela Termine.

mercoledì 5 gennaio 2011

Venosa, ventitre secoli di storia e di arte

di Francesco Mastrorizzi

Era il 291 a.C. quando i Romani, dopo aver sconfitto e scacciato i Sanniti, che occupavano un altopiano situato ai margini del Vulture, fondarono la colonia latina di Venusia, chiamata così forse in onore della dea dell’amore Venere (in latino Venus), probabilmente riprendendo il nome della già importante città sannita. Da allora Venosa ha vissuto a pieno ventitre secoli di storia, durante i quali hanno lasciato le loro tracce in questo luogo molteplici popoli e civiltà (dai Romani ai Longobardi, dai Saraceni ai Normanni, dagli Svevi agli Aragonesi), nonché personalità artistiche di rilievo nel campo della poesia, della musica e della pittura. Il passato di Venosa è ricco di arte e di cultura e affascina per la sua lunga vicenda storica e per i suoi monumenti carichi di memoria.
Gran parte delle testimonianze della storia di Venosa sono conservate nel tessuto urbano della città, il quale costituisce uno straordinario esempio di continuità storica tra età romana, medioevo ed età moderna. Il centro storico è fatto quasi per intero di materiali recuperati dalle architetture civili e religiose romane e questo gioco di rimandi e intrecci, innesti e sovrapposizioni, crea il fascino della città. Ogni più piccolo angolo racchiude in sé i segni di un passato luminoso e importante e merita di essere apprezzato e valorizzato. Chi, visitando la città, si incammina per strade e vicoli, attraversandola da un’estremità all’altra, percepisce la muta presenza del tempo, sedimentato in tantissime testimonianze architettoniche, dalle chiese ai palazzi nobiliari alle tante fontane sparse per il centro.
Le tracce più significative della colonia latina sono individuabili nell’attuale parco archeologico, il quale conserva testimonianze comprese tra il periodo repubblicano e l’età medievale, quali le terme pubbliche del I-III secolo d.C., una grande domus con pavimenti a mosaico di prima età imperiale, alcuni edifici a carattere abitativo, in uso dal II secolo a.C. sino al V-VI secolo d.C. Nella stessa area, ai margini della città antica, è ubicato un anfiteatro costruito tra il I ed il II secolo d.C. e utilizzato per spettacoli a cui potevano assistere fino a 10.000 spettatori.
Attrazione di grande valore è anche il complesso della S.S. Trinità. Sorto su di un insediamento paleocristiano del V-VI secolo d. C., a sua volta edificato sulle rovine di un tempio pagano dedicato ad Imene, divinità delle Nozze, la sua origine, ancora oggi oggetto di dibattito e di confronto in sede storica, si può far risalire tra l’XI e il XII secolo. La dominazione normanna e la presenza benedettina furono il volano di crescita e di sviluppo di questo complesso. I Normanni nel 1135 decisero di realizzare un consistente ampliamento dell'abbazia, attraverso un intervento estremamente ambizioso, che non fu mai portato a termine. Testimonianza dell’imponente progetto basilicale sono i muri perimetrali e parte del colonnato, eretti utilizzando materiali sottratti all'anfiteatro romano, che costituiscono quella che è nota a tutti come l’Incompiuta.
All’interno del centro storico spicca maestoso il Castello Aragonese con le sue quattro torri cilindriche, costruito nel 1470 per ordine del duca Pirro del Balzo, nel punto dove sorgeva l'antica Cattedrale e vi era un sistema di cisterne di età romana. Trasformato nel Seicento in dimora signorile, al suo interno ospita il Museo Archeologico, ricco di reperti di diverse civiltà ed epoche storiche, che vanno dal Paleolitico al periodo normanno.
La Cattedrale di Sant'Andrea, edificata anch’essa secondo il volere di Pirro del Balzo tra il 1470 e il 1502, si distingue per la sua facciata a capanna e lo spettacolare campanile che svetta su tutta la città. L'interno presenta un impianto basilicale a tre navate, adornate con archi a sesto acuto, e custodisce diversi dipinti, tra cui il Martirio di San Felice e l’Annunciazione di Carlo Maratta (1625-1713) e L'Adorazione dei Magi, affresco ad opera di Simone da Firenze (notizie 1520-1540), di cui ci rimane solamente un piccolo frammento.
Fuori dall’abitato, sulla collina della Maddalena, sono situate le catacombe ebriache. Datate tra il IV e il VI secolo d.C. secondo la documentazione epigrafica e scoperte nel 1853, sono composte da una serie di corridoi lungo i quali si possono ammirare le sepolture e le iconografie di questo popolo. Accanto alle catacombe ebraiche, vi è un'altra struttura che ospita quelle cristiane; ciò è una delle prove che gli ebrei riuscirono a convivere pacificamente con la popolazione locale.
Tra i personaggi a cui Venosa ha dato i natali spiccano quelli che si sono distinti a livello nazionale e mondiale nell’ambito dell’arte e della cultura.
A Venosa nel 65 a.C. nacque uno tra i più grandi poeti della latinità, il celeberrimo Quinto Orazio Flacco. Maestro di eleganza stilistica e dotato di inusuale ironia, fu poeta che seppe affrontare le vicissitudini politiche e civili del suo tempo da placido epicureo amante dei piaceri della vita, dettando quelli che per molti sono ancora oggi i canoni dell’ars vivendi.
Restando nell’ambito della poesia, tra i suoi cittadini illustri Venosa può vantare anche Luigi Tansillo, uno dei più validi poeti italiani del XVI sec., da alcuni ritenuto il creatore del dramma pastorale. Le liriche raccolte nel suo Canzoniere ne fanno uno dei più eminenti poeti del petrarchismo meridionale.
Nacque a Venosa anche il sommo madrigalista Carlo Gesualdo, musicista geniale e compositore eccentrico, da molti considerato un autentico precursore della musica moderna. Fu uno dei personaggi più rappresentativi dell'età della Controriforma e uno dei grandi testimoni del manierismo musicale. Le sue originali composizioni, assieme alle tormentate vicende personali, sono state oggetto nel corso dei secoli non solo di studi storici, ma anche di opere letterarie, musicali, teatrali, cinematografiche.
Venosino di rilievo fu anche Giacomo Di Chirico, uno dei protagonisti della scena pittorica napoletana della seconda metà dell'Ottocento, apprezzato dalla critica nazionale ed europea e più volte in mostra nelle grandi capitali culturali del tempo (Napoli, Roma, Milano, Torino, Parigi, Vienna), tanto che riuscì ad approdare alla Galleria parigina di Goupil, il cui gusto determinava gli orientamenti di gran parte del mercato europeo dell'arte.
Altro pittore molto conosciuto in tutta Italia, tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, fu Andrea Petroni, il quale espose nelle principali mostre della penisola, da Venezia a Napoli, e decorò il salone del Ministero dell’Agricoltura a Roma.