giovedì 28 aprile 2011

Donne a Venezia: trionfo di colore

di Sonia Gammone

Con il Cinquecento si apre per Venezia un periodo di grande fervore artistico che vedrà la città lagunare protagonista di un “duello” a distanza con Firenze e la sua arte ormai affermata. La pittura veneta si fonda su principi molto diversi da quelli della pittura fiorentina. Mentre in quest’ultima la natura è sottomessa all’uomo, a Venezia vi è sempre un intimo rapporto tra uomo e natura. A Firenze prevalgono la linea, il disegno, la forma, il volume; a Venezia invece trionfa il colore che, a partire dalla lezione di Giorgione e poi con Tiziano, prevale sul disegno tanto da arrivare a sostituirlo nella definizione delle forme. Nasce così la pittura tonale che riesce ad ottenere effetti di luce, ombra e spazio senza il chiaroscuro e senza il disegno ma solo con le variazioni di colore. Tiziano Vercellio ne sarà il massimo interprete: il colore è in alcuni casi festoso e intenso, in altri scomposto e acceso da improvvisi colpi di luce. Egli diventerà in breve tempo l’artista prediletto di molte corti italiane, soprattutto come ritrattista.
Molte delle sue opere più belle raffigurano soggetti mitologici e tra esse ne è un esempio magnifico la Venere di Urbino. Secondo molti critici quest’opera raffigura la celebrazione dell’amore coniugale. La giovane donna, identificata con la dea Venere, è ritratta nuda sdraiata su un divano in un sontuoso ambiente rinascimentale. Il suo sguardo è rivolto verso lo spettatore che è subito attratto dalla luminosità della dea, esaltata e ravvivata dal rosso dei cuscini e della gonna della domestica. Il vaso di mirto alla finestra rappresenta la costanza in amore, così come le rose che la giovane donna tiene in mano, sono simbolo dell’amore duraturo; e ancora, il cane che dorme ai suoi piedi, simbolo di fedeltà. Quest’opera ha un carattere intimista e caloroso, la sensualità della dea è volutamente erotica.
Altro grande interprete della pittura veneta è Paolo Caliari dello il Veronese, con il quale il colore giunge alla sua massima luminosità, tanto che la sua pittura è definita solare per l’abbagliante intensità cromatica. Anche il Veronese produrrà molte opere con soggetti mitologici. Nel dipinto Venere allo specchio vengono esaltate le forme della dea, il cui viso ritorna in molte altre opere dell’artista. I colori sono caldi e molto luminosi, come la tenda rossa che funge da sfondo o la veste abbassata di un verde intenso che scopre il corpo della Venere seduta di spalle intenta a guardarsi allo specchio. Altra magnifica opera è la Giuditta e Oloferne dipinta nel 1581 circa: contro uno sfondo scuro, in forte contrasto, quasi a voler far dimenticare l’orrendo soggetto, la bella e giovane Giuditta, bionda, dalla carnagione chiara, elegantemente vestita, che regge tra le mani il capo reciso del tiranno.
Con Jacopo Robusti detto il Tintoretto il colore si disgrega sotto l’azione violenta della luce in una serie di bagliori luminosi che contrastano con l’ombra, rendendo la scena drammatica. La sua Danae è uno splendido esempio di questa pittura. La donna è ritratta nuda mentre le monete d’oro, simbolo dell’amore di Giove, cadono dall’alto. Riccamente adornato il suo corpo emerge prepotentemente sullo sfondo fatto di una tenda di un rosso acceso. È luminosa e morbida nella sua posa.
Le donne del mito, ritratte dai maggiori artisti della scuola veneta, scoprono senza timore la propria carnale sensualità. Lontane ormai dallo stereotipo di donna nobile e casta, si mostrano in tutta la loro bellezza terrena.

mercoledì 27 aprile 2011

Giovanni Scioscia. Il sogno utopico

La rivista “In Arte Multiversi” è lieta di annunciare che dal prossimo 29 aprile presso la nuova sede della propria redazione di Potenza, nel centro storico del capoluogo, verrà ospitata una mostra personale del pittore potentino Giovanni Scioscia. L’inaugurazione della mostra “Il sogno utopico” avverrà venerdì prossimo 29 aprile a partire dalle ore 18.30 e vedrà la presenza dell’artista.
Giovanni Scioscia è sulla scena artistica nazionale da oltre quarant’anni, durante i quali ha esposto in molteplici mostre, sia personali che collettive, in tutta Italia. È, inoltre, un apprezzato scenografo per spettacoli teatrali e di danza. Il suo stile utilizza, su tela e tavola, colori acrilici, china, oro antico ed oli combinati insieme, che arricchiscono l’opera di un tono smaltato che esalta un gusto pittorico di sapore antico.
Le opere che saranno esposte presso la nuova sede di “In Arte” appartengono tutte al suo ciclo pittorico a carattere sociale del 2009. La mostra sarà visitabile fino al prossimo 8 maggio, tutti i giorni negli orari dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 21.
A partire da maggio “In Arte” proporrà ad ogni artista interessato l’esposizione delle proprie opere presso la sede della redazione. Questo sodalizio tra la rivista e gli artisti permetterà di stendere un filo rosso tra lettori ed appassionati d’arte, per un incontro proficuo che permetterà un’interazione, del tutto nuova, rispetto ai soliti canoni espositivi; nel contempo gli artisti potranno contare sull’esperienza di una redazione che da anni si occupa di arte, attraverso specialisti del settore attenti ad ogni nuovo cambiamento culturale.

Titolo mostra: Giovanni Scioscia, il sogno utopico
Sede: Redazione di “In Arte Multiversi”, Via Pisacane 15, Potenza
Periodo: 29 aprile - 8 maggio 2011
Inaugurazione: 29 aprile 2011, ore 18.30
Orari: tutti i giorni ore 10.00-13.00, 17.00-20.00
Ingresso: libero

martedì 26 aprile 2011

Stefano Broli. Prospettive

Comunicato stampa

Giovane fotografo freelance di sicuro talento agli esordi della sua carriera espositiva Stefano Broli presenta alla Galleria Monty&Company la sua prima mostra personale importante con 20 foto d’autore intitolata Prospettive.
Prospettive invita a guardare il quotidiano con occhi diversi: per riscoprirne il senso, un senso inconsueta. E anche con una sensibilità inconsueta. Broli lavora sulla prospettiva che nasce dal punto da cui osserviamo le cose per poi convergere con il nostro punto di vista. Le foto di Broli giocano con le profondità: l’autore allontana gli oggetti cambiandogli le proporzioni, rendendo distante ciò che è vicino e viceversa.
Ogni foto è legata a uno stato emozionale di Broli. Nei suoi racconti fotografici, troviamo lo sviluppo di un'idea narrativa. I temi muovono nella loro diversità in tante direzioni, proprio come le sue fughe fotografiche, per intrecciare dialoghi anche in senso filosofico che non si fermano alla superficie delle cose, ma vanno oltre le apparenze, alla ricerca del loro intimo e più segreto significato. Realizzare opere di questa natura richiede la capacità di analisi della realtà e del proprio mondo di sentimenti interiori che, pur nascendo dal privato, riescono a diventare sollecitazione della pubblica consapevolezza.

In occasione del finissage, il 24 maggio alle ore 20.30 durante la mostra fotografica Prospettive di Stefano Broli verrà presentato la performance scenica a cura di Matilde D’Accardi:
FERITOIE Un kit d’emergenza per le pene dell’anima
Performance scenica
Regia di Matilde D’Accardi
Con Beatrice Bassoli e Francesco Sferrazza Papa

Stefano Broli nasce a Roma nel 1985, nel 2007 ottiene il diploma di cinema avanzato presso il centro sperimentale di fotografia Ansel Adams (CSF). Contemporaneamente lavora per il magazine online Komakino (www.inkoma.com) documentando la scena Indie-rock romana con le sue fotografie ed è protagonista esclusivo di una puntata del programma carico&scarico su All-Music channel con tema la sua produzione artistica. Nel 2008 le fotografie “First meal after coma” e “First drink after coma” vengono esposte presso il Cineclub Detour in occasione del Festival del cinema di Roma. Lo stesso anno vince il concorso tematico “Strade” sulla rivista “Fotografare” con la fotografia “Instant street” e partecipa al Festival Overlook: Cortometraggi e adattamenti con l’instant movie “Le distanze tra un punto e una retta”. Nel 2009 ha curato il backstage fotografico e la ripresa video dello spettacolo teatrale “I morti non fanno paura – un atto unico di Edoardo De Filippo”. Regia di Marco Consiglio. Dal 2010 è laureato in Letteratura, musica e spettacolo. Dal 7 al 12 Aprile 2011, 24 fotografie vengono esposte a Roma presso il locale Dodici Pose nell’esposizione fotografica “Stefano Broli – La distanza tra un punto e una retta”.

Titolo mostra: Stefano Broli. Prospettive
A cura di: Irmela Heimbächer
Sede: Galleria Monty & Company, Roma
Date: 28 aprile - 24 maggio 2011
Inaugurazione giovedì 28 aprile 2011, ore 18.30
Orari: Dal martedì al sabato dalle ore 16.00 alle ore 20.00.
La domenica, il lunedì e tutte le mattine su appuntamento.

domenica 24 aprile 2011

Romano Mussolini, sguardi malinconici

di Francesco Mastrorizzi

Romano Mussolini (Forlì, 1927 - Roma, 2006) è famoso soprattutto per essere stato un pianista jazz di rilievo internazionale. Amico di Duke Ellington, ha suonato con musicisti del calibro di Chet Baker, Lionel Hampton e Dizzy Gillespie. Tuttavia negli ultimi anni ha raggiunto una considerevole notorietà anche come pittore, grazie a numerose mostre e all’interessamento dei critici. La sua attrazione verso la pittura iniziò a Napoli nel 1946, dove apprese le prime nozioni dai maestri Cucurra e Terracina, ma solo nel 1967 iniziò professionalmente l’attività. Nel 1979 incontrò il gallerista Bruno Lodi, con il quale nacque una profonda amicizia e cominciò una fattiva collaborazione.
Musica e pittura sono espressioni del talento artistico di Romano Mussolini strettamente legate tra loro ed entrambe rivelano una spiccata sensibilità, influenzata profondamente dalla propria esperienza di vita individuale e dal peso del passato familiare portato sulle spalle.
La pittura di Mussolini si sforza costantemente di essere leggibile, affidandosi sempre al metodo figurativo e rinunciando alla levigatezza estetica per andare dritta al tema, con pochi tratti di pennello capaci di trasmettere forti emozioni allo spettatore. La sua tavolozza è uno sprigionarsi di colori sgargianti: rossi intensi, blu cobalto e verdi accecanti, alla maniera espressionista. I temi da lui raffigurati sono, però, distanti dall’espressionismo e toccano, invece, le corde dell’intimismo, che sulla tela si tramuta in un lirismo unico e assai personale.
I soggetti dei suoi dipinti sono quasi sempre gli stessi: paesaggi che richiamano il passato e i ricordi, i volti e i corpi di donne affascinanti e sensuali, le scene zingaresche, i carnevali di Venezia e soprattutto i pagliacci, protagonisti assoluti della sua produzione, che tanto lo hanno reso noto in tutto il mondo.
I clown di Romano Mussolini hanno i costumi tipici del circo, definiti nel dettaglio: naso rosso, bocche enormi coperte dal trucco, parrucche colorate, buffi papillon e vestiti enormi e ridicoli. Tuttavia i loro occhi, pur dietro al trucco, rivelano una profonda dolcezza e umanità e trasmettono un forte senso di malinconia. La loro espressione, pensierosa e riflessiva, rispecchia, infatti, l’eterno destino del clown, diviso tra le luci della ribalta e la sua normale interiorità di uomo. Il pagliaccio diventa così simbolo del mondo interiore dell’artista e della sua personalità contrastata, che ha sempre portato dentro di sé misteri ed interrogativi.

sabato 23 aprile 2011

L’eleganza dell’arte di Carlo Massimo Franchi

di Francesco Mastrorizzi

Carlo Massimo Franchi, nativo di Pavia e novarese di adozione, si è da tempo imposto all’attenzione del pubblico e della critica grazie a una serie di personali tenute in tutto il mondo, da Dubai a New York, da Las Vegas a Montecarlo. La sua produzione trova spazi significativi nelle gallerie americane di San Francisco, Los Angeles e nel Getty Museum di Santa Monica in California. Molte le esposizioni pubbliche allestite in Italia, tra le quali va ricordata quella al Palazzo dei Normanni di Palermo e le numerose personali curate a Firenze, Napoli, Torino, Roma e Milano. Importanti committenze gli sono giunte dal Medio Oriente e dal Sultanato del Brunei.
Dopo essersi diplomato presso lʼAccademia di Brera, Franchi intraprende il suo percorso artistico a inizio anni ‘80 con opere di stampo figurativo incentrate sulle “donne mediterranee”, dalle quali in seguito si discosta, inclinando verso uno stile informale e metafisico. Architetto, scenografo per alcuni lavori teatrali di Salvatore Fiume, di cui diventa allievo, e poi apprezzato designer, sul finire degli anni ‘90 decide di dedicarsi esclusivamente alla pittura. Il design e la moda rimangono, tuttavia, il filo conduttore delle sue opere e ciò si manifesta soprattutto nella ricerca di supporti sempre nuovi e originali, come sete, damaschi e broccati: materiali che addensano una grande storia e che sono un omaggio e un riconoscimento al made in Italy. Tessuti preziosi che ben si abbinano all’eleganza del suo tratto, che gli hanno permesso di rendere il suo stile facilmente riconoscibile.
Una caratteristica fondamentale di Franchi è, appunto, la continua sperimentazione nella scelta e nell’utilizzo dei materiali: alle stoffe pregiate prese in oriente si alternano tessuti poveri come la juta, su cui vengono applicati oli grassi e materici, smalti, calce e gesso. Molto ricercato è anche il cromatismo, attraverso l’utilizzo di colori intensi e sgargianti, con accostamenti sempre nuovi e originali.
Uno dei filoni più rilevanti della carriera di Franchi è quello dedicato alle cosiddette “aggregazioni”. Si tratta di composizioni in cui si intrecciano e si sovrappongono profili umani stilizzati, che si guardano specularmente o che nascono l’uno dall’altro, a simboleggiare un atto metafisico di unione tra gli uomini. Unione fortemente auspicata dall’autore, che tuttavia riconosce nella società moderna incomunicabilità e individualismo, tanto da raffigurare le persone come rigide sagome. Tra di esse risulta esserci sì vicinanza fisica, ma al tempo stesso una evidente distanza emotiva. In alcune opere oltre alle figure umane compaiono anche degli elementi architettonici, che creano geometrici paesaggi urbani dominati dai ponti, simbolo di salvezza e di speranza.

venerdì 22 aprile 2011

Brunivo Buttarelli. Ciò che rimane del tempo

Comunicato stampa

Brunivo Buttarelli (Casalmaggiore di Cremona, 1946) è al tempo stesso un outsider e una presenza forte nel non esaltante panorama della scultura italiana. Docente prima di tecniche pittoriche applicate, scultore scenografo del Teatro Regio di Parma, dal 1991 si dedica con crescente esclusiva passione alla scultura. La sua preistoria artigianale fa capo agli anni dell’adolescenza passati nella bottega del padre falegname. Il suo retroterra culturale è la grande stagione informale e materica degli anni Cinquanta. Maestri di riferimento Leoncillo e Burri, l’opera fondata sulle materie prime e spurie (plastiche, jute, ferri, legni), Fontana e Tàpies, Scanavino e Tavernari. Infine Joseph Beuys, suo modello.
Come Beuys, Buttarelli fonda le sue installazioni sul legno, ceppi e tronchi d’albero. Il pioppo è il legno-base delle sue sculture. Lo raccoglie lungo i fossati: tronchi di alberi caduti o quelli di bosco ceduo. Pioppo, ferro, marmo, materie dell’alba dell’umanità. Le indagini e le interrogazioni sulla materia prendono un forte profilo originale - con esiti artistici imponenti, avventurosi e straordinari - quando Buttarelli incrocia la propria ricerca con l’archeologia e la paleontologia. Fuga nel tempo e rappresentazione di un Tempo che regge e governa i passaggi della Storia, riduce in prossimità del nulla l’azione dell’uomo - il tempo storico. L’opera allora evoca specie scomparse e il loro habitat, scopre con l’affioramento dei resti paleontologici la dimensione di un tempo di Natura che divora le atrocità del tempo storico. Tuttavia - in queste sculture - la pietra, il marmo, il legno, il ferro sono sia materie in natura che materiali del lavoro e dell’habitat nelle prime organizzazioni sociali. E’ il mondo come mondo contadino, teatro di una organizzazione sociale primordiale, epoca dello scambio lavoro-Natura. Così attuale nel tempo della crisi - quando risorse e tecnologia marcano limiti - e l’umanità appare nella sua nuda organizzazione, nelle sue epocali trasformazioni e trasferimenti: tela jeans e pane senza lievito, fuoco di accampamento e zainetto del migrante. Infine quest’opera è passione di una natura aggredita e ferita dall’uomo, opera ansiosa per il degrado e le violenze subite, monumento civile in difesa dell’ambiente, allarme per una catastrofe possibile futura.
Il lavoro di Brunivo Buttarelli, ha una grande forza espressiva e muove da un immaginario apocalittico, le sue sculture - ungulati, carcasse di “balene bianche”, leviatani giganteschi - sono fortemente evocative di una vita dei primordi, resti geologici, in qualche misura i calchi delle specie scomparse che abitavano una Terra incontaminata, un Tempo del Sacro ormai scomparso.

Titolo mostra: Brunivo Buttarelli. Ciò che rimane del tempo (sculture 1992-2011)
A cura di: Piero Del Giudice
Sede: Milano, Galleria Ostrakon - Teatro Verdi - Parco di Villa Hanau
Date: 10 maggio - 10 giugno 2011
Inaugurazione: martedì 10 maggio 2011
Ore 18.00: incontro alla galleria Ostrakon, via Pastrengo 15, trasferimenti con navetta al parco di Villa Hanau in via Guerzoni (interventi e rinfresco)
Ore 19.00: concerto del “Quartetto Indaco” Wolfgang Amadeus Mozart Streichquintett K516, Eleonora Matsuno (primo violino), Jamiang Santi (secondo violino), Andrei Arabagiu (viola), Naomi Berrill (violoncello), Abner Colombo (seconda viola)
Orari: da martedì a sabato ore 15.30 - 19.30

giovedì 21 aprile 2011

Gli irripetibili Anni '60

Comunicato stampa

Dopo lo straordinario successo della mostra Edward Hopper, prosegue la fortunata partnership culturale tra la Fondazione Roma e il Comune di Milano – Cultura e Palazzo Reale con una grande esposizione che rende omaggio a una stagione artistica irripetibile, quella sviluppatasi tra la fine degli anni Cinquanta e la metà degli anni Settanta, tra Roma e Milano.
La mostra “Gli irripetibili Anni ’60. Un dialogo tra Roma e Milano” intende raccontare il ruolo fondamentale delle interazioni culturali tra Roma e il capoluogo lombardo in questo periodo, individuando in esse l’epicentro creativo delle nuove sperimentazioni e ricerche al di là dell’arte codificata.
L’esposizione, a cura di Luca Massimo Barbero, sarà ospitata nelle prestigiose sale del Museo Fondazione Roma, Palazzo Cipolla, dal 10 maggio al 31 luglio 2011 e successivamente si trasferirà a Milano dal 7 settembre al 20 novembre 2011 negli spazi espositivi di Palazzo Reale.
La mostra, promossa dalla Fondazione Roma e realizzata in collaborazione con il Comune di Milano – Settore Cultura, Palazzo Reale e con la Fondazione Marconi, è organizzata dalla Fondazione Roma - Arte - Musei con Arthemisia Group.
“Con questa mostra - afferma il Prof. Avv. Emmanuele F.M. Emanuele, Presidente della Fondazione Roma - vogliamo rappresentare al grande pubblico quello che fu un momento di svolta nella cultura artistica del nostro Paese, un decennio di ricerche d’avanguardia che ha avuto nella scena creativa romana e milanese degli Anni Sessanta il proprio epicentro. In quegli anni, infatti, Roma e Milano erano grandi città-laboratorio, dove la vitalità di una società in rapida evoluzione economica e culturale trovava la sua espressione visiva in una scena artistica creativa, dinamica e in grado di recepire e offrire progetti di valenza internazionale. Abbiamo voluto raccontare questo periodo attraverso una mappatura delle energie creative, dell’attività delle gallerie, delle occasioni promosse dalle istituzioni pubbliche, delle proposte dei nuovi gruppi sperimentali attivi in quegli anni, tra quadri e sculture, passando dalla tabula rasa del monocromo alla sperimentazione optical e cinetica, dal Nouveau Réalisme alla Pop Art. Questa mostra, dunque, restituirà l’immagine vitale e propositiva di un periodo recente della nostra storia culturale e consentirà di conoscere l’attività dei grandi artisti di quell’indimenticabile periodo”.
In mostra sono presenti oltre 170 opere di artisti quali Lucio Fontana, Alexander Calder, Gianni Colombo, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Alighiero Boetti, Luciano Fabro, David Hockney, Yves Klein, Franz Kline, Piero Manzoni, Fausto Melotti, Man Ray, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Günther Uecker, Roberto Crippa, Gianni Dova, Arman, Enrico Baj, Lucio del Pezzo, Giulio Paolini, Osvaldo Licini, Giò Pomodoro, Giuseppe Uncini, Franco Angeli, Tano Festa, Valerio Adami, Emilio Tadini, Giuseppe Bertini.
Le opere provengono dalla prestigiosa Fondazione Marconi di Milano e da importanti istituzioni tra le quali la Fondazione Lucio Fontana di Milano, il MART di Trento e Rovereto, la Fondazione Piero Manzoni di Milano, la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello, The Berardo Collection di Lisbona, la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, la Galleria Civica d’Arte Moderna di Spoleto e il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid.
Dopo il 1945, con la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia comincia a risvegliarsi dal ventennio fascista. L’intero Paese da una parte continua a patire le conseguenze delle distruzioni causate dalla guerra e dall’altra comincia ad assaporare gli agi del benessere che avrebbero da lì a poco portato al boom economico. Il “miracolo economico” dovuto ai profondi rivolgimenti vedrà il suo apice proprio tra il 1958 e il 1963. In questi anni Roma vive una esaltante stagione in cui la cultura di massa incide non solo nel contesto socio-culturale, ma anche in quello urbanistico e relativo ai codici della creatività e della comunicazione contemporanea. Milano invece - dove tutto era più estremo ed evidente - diventa la città che incarna dai tempi del Futurismo di inizio secolo i valori della modernità.
Mentre Roma implode artisticamente diventando centro propulsivo della scena artistica nazionale, Milano è vista come il centro dell’Avanguardia Internazionale in cui prendono forma movimenti e tendenze.
Poli di una creatività antagonista e complementare, le due città si ritrovano negli anni sessanta protagoniste di quella civiltà dell’immagine destinata a determinare il futuro.
È proprio in questi anni che operano e si sviluppano alcune importanti gallerie d’arte: a Milano la Galleria Apollinaire di Guido Le Noci, il Salone Annunciata di Carlo Grossetti, la Galleria dell’Ariete di Beatrice Monti, la Galleria Blu di Peppino Palazzoli, la Galleria Milano di Carla Pellegrini, lo Studio Marconi e la Galleria del Naviglio di Carlo e Renato Cardazzo (che tra 1955 e 1960 hanno avuto come loro sede romana la Galleria Selecta). Nella capitale operano già altre note gallerie come L’Obelisco di Irene Brin e Gaspero del Corso, La Tartaruga di Plinio De Martiis, La Salita di Gian Tommaso Liverani, L’Attico di Bruno e poi Fabio Sargentini.
Una particolare attenzione sarà dedicata in mostra all’attività dello Studio Marconi come uno dei principali centri di innovazione dell’epoca: inaugurato nel 1965 a Milano da Giorgio Marconi, lo Studio infatti era uno dei luoghi d’incontro prediletti dalle personalità artistiche e culturali di spicco di quegli anni.
Alla fine del percorso espositivo una speciale sezione audiovisiva multimediale a tre canali su grandi schermi aiuterà il visitatore attraverso la proiezione di immagini, video, filmati ed interviste inediti, a rivivere il clima effervescente di quel periodo mettendo in relazione le arti visive con altri settori della cultura strettamente correlati ad esse, come la letteratura, il teatro, il giornalismo, la fotografia, la cronaca, il design e la moda.

Titolo mostra: Gli irripetibili Anni '60. Un dialogo tra Roma e Milano
A cura di: Luca Massimo Barbero
Sede: Roma, Museo Fondazione Roma, Palazzo Cipolla
Date: 10 maggio - 31 luglio 2011
Catalogo: Skira
Orari: tutti i giorni dalle 10 alle 20, lunedì chiuso (la biglietteria chiude un’ora prima)
Costo biglietti comprensivo di audioguida: Intero € 10,00, Ridotto € 8,00, Scuole € 4,50

Immagine: Emilio Tadini, La camera afona, 1969, acrilico su tela, cm 200 x 240.

mercoledì 20 aprile 2011

A Vittorio Vertone il premio "Natale di Roma"

di Chiara Lostaglio

Con l’opera Pensiero da una selva oscura l’artista lucano Vittorio Vertone si è aggiudicato il primo premio alla V edizione del Premio Internazionale di Pittura e Grafica “Natale di Roma”, inaugurata domenica scorsa in Cascina Farsetti di Villa Doria Pamphilj, nella capitale. Un premio ambitissimo per il pittore originario di Pietragalla, che ha “battuto” l’autorevole concorrenza di ben settantotto artisti provenienti, oltre che dall’Italia, da Nazioni come Polonia, Spagna, Russia, Turchia, Venezuela, Colombia. La mostra è stata inaugurata dal M° Julianos Kattinis e dai critici d'arte Mario Nicosia, Claudio Lepri, Alfredo Borghini e Pietro Fratantato. Ospite d'onore il Sottosegretario ai Beni e alle Attività culturali On. Francesco Giro. In rappresentanza delle Istituzioni sono intervenuti inoltre il Consigliere di Roma Capitale On. Luca Gramazio ed il Consigliere del Municipio Roma XVI Antonio Aumenta.
Una nota di merito per la Basilicata è legata al fatto che altri due artisti lucani sono stati premiati: si tratta di Francesco Corbisiero - V classificato per la sezione “Figurativo” - ed il secondo posto per Antonio Telesca per la sezione “Astratto”. Questa edizione ha visto infatti per la prima volta la suddivisione della sezione Pittura in due distinte categorie: figurativo e astratto.
La premiazione è stata trasmessa su ARTE 24 LIVE sui CANALI SKY oltre che su Rete Oro News.

martedì 19 aprile 2011

Julian Schnabel a Venezia

Comunicato stampa

Dal 4 giugno al 27 novembre 2011 il Museo Correr di Venezia dedica un’importante rassegna a Julian Schnabel, celebre artista newyorkese dal poliedrico spirito creativo.
La mostra “Permanently Becoming. Julian Schnabel and the Architecture of seeing” è prodotta e organizzata da Arthemisia Group in collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia e realizzata grazie al fondamentale contributo di Maybach, main sponsor dell’evento, e di BNL Gruppo BNP Paribas.
Il percorso espositivo, a cura di Norman Rosenthal, presenta oltre quaranta opere che ripercorrono la carriera artistica di Julian Schnabel dagli Anni ‘70 ad oggi offrendo l’opportunità di ammirare dipinti e sculture di un grande creativo considerato un fenomeno americano a tutto tondo. La retrospettiva illustra la sua poetica fortemente ispirata a Jackson Pollock e Cy Twombly, ma basata anche sulla tradizione europea e mediterranea che ricorda lo stile dei vecchi maestri spagnoli e italiani - come El Greco e Tintoretto - e che interpreta rimandi letterari e culturali, antichi e moderni da Omero a Eschilo, all’arte dei grandi maestri, da Giotto a Goya, da Antoni Gaudí a Pablo Picasso.
Pittore, scultore e regista di fama internazionale, Julian Schnabel si contraddistingue per la sua stupefacente capacità metamorfica e la travolgente forza espressiva che comunica attraverso le sue opere. Un talento nato dalla pittura che lo porta a sondare più campi artistici e a cimentarsi nel mondo del cinema dove riesce come ottimo regista con i film Basquiat del 1996, Prima che sia notte del 2000 (vincitore del premio Grand Jury al Festival del Cinema di Venezia), Lo Scafandro e la Farfalla del 2007 (vincitore del premio per il miglior regista al Festival di Cannes). La produzione cinematografica di Schnabel è strettamente correlata alla sua produzione artistica al punto che i suoi film possono essere considerati un naturale proseguimento della sua vena pittorica.
Solitamente noto come il pittore dei plate paintings, Schnabel in realtà ha utilizzato una serie infinita di supporti e materiali variegati per la realizzazione delle sue opere passando dal velluto alla tela cerata, da pezzi di legno provenienti da tutto il mondo a vele, fotografie, tappeti, teloni e in generale a qualunque superficie piatta che ispiri i suoi processi creativi.
Verso la fine degli Anni ‘80 Schnabel cominicia a prediligere formati di grandi dimensioni per le sue opere. Tale maestosità, benché a volte letta dalla critica come un mero tentativo di impressionare lo spettatore, nasce in realtà dalla volontà dell’artista di creare un collegamento con gli imponenti dipinti del passato commissionati dallo Stato o dalla Chiesa e con i “big paintings” dell’America del Dopo Guerra.
In mostra, tra le opere più significative, “Painting for Malik Joyeux and Bernardo” del 2006, “The Sea” del 1981, “St. Francis in Ecstasy” del 1980, Portrait of Rula” del 2010, "Arrowhead (Bez)” del 2010 e The Atlas Mountains” del 2008.

Titolo mostra: Julian Schnabel. Permanently becoming and the architecture of seeing
A cura di: Norman Rosenthal
Sede: Venezia, Museo Correr
Date: 4 giugno - 27 novembre 2011
Orari: tutti i giorni 10.00 - 19.00 (la biglietteria chiude alle 18.00)
Catalogo: Skira

lunedì 18 aprile 2011

11/11 Rivers Eleven

Comunicato stampa

Il Comune di Trezzo sull’Adda - Assessorato alla Cultura, Arte e Identità territoriale promuove e organizza la mostra “11/11 Rivers Eleven” che documenta i linguaggi della ricerca artistica invitando 11 artisti italiani operanti sul territorio in una mostra, curata da Alberto Crespi, che si aprirà nella Villa annessa al Castello Visconteo domenica 1° maggio 2011 alle ore 17.
“11/11 Rivers Eleven”: undici artisti, nati tra gli anni ‘40 e ’50, di differenti linguaggi ma imprevedibili affinità di poetica, sono stati riuniti dal curatore in una mostra d’assieme solidamente concepita sul mitico fiume di confine tra il Milanese e la Repubblica di San Marco.
La rassegna, che è stata resa possibile da un saldo intreccio tra cultura e amicizie, si configura in uno sguardo di notevole ampiezza sul lavoro di rinnovamento che quelle generazioni hanno affrontato in decenni difficili e di frequente considerati come problematici e discontinui.
Dalla puntuale ricognizione effettuata dal curatore Alberto Crespi, personalmente studio per studio come sua consuetudine, emerge invece, oltre all’attenta considerazione del ventaglio delle proposte espressive che i nuovi linguaggi sanno porgere, anche il riscontro di una sorprendente continuità di poetiche.
Il panorama di linguaggi considerato è tale da documentare ampiamente la crescita creativa e i suoi moventi profondi nelle generazioni operative a partire dai primi anni ’60 fino a quelle operative da metà anni ’70. Si è trattato in effetti dell’ultimo periodo del ventesimo secolo caratterizzato da certa sovrapponibilità d’esperienze formative e da una percepibile unitarietà di intenti, pur nell’incipiente deflagrazione dei linguaggi dell’arte.
La cronologia di nascita degli artisti converge nel configurare un sicuro “assieme” di esperienze.
La scelta degli autori invitati, di diverse provenienze ma tutti risiedenti sul territorio o nelle zone limitrofe e attivi a livello nazionale e in alcuni casi sovranazionale, riflette in primo luogo l’esigenza del curatore di un imprescindibile livello di qualità speculativa nel lavoro dell’artista e della necessità di una conoscenza precisa delle tecniche, delle loro possibilità di evoluzione e dei fattori di innovazione.
L’allestimento della mostra è giocato sui forti contrasti tra le opere degli artisti chiamati a condividere uno spazio: contrasti individuabili nell’utilizzo della materia e del segno, non tanto nelle poetiche che invece si scoprono ricche di affinità sorprendenti, mediate da ragioni anagrafiche, dal contesto culturale e dalle scelte, di frequente condivise, di lavorare fuori dai meccanismi usuranti del mercato dell’arte.
Affianca la mostra un catalogo edito dal Comune di Trezzo, contenente presentazione dell’Assessore alla Cultura Arch. Italo Mazza, testo introduttivo a firma del curatore Alberto Crespi, biografie degli autori e immagini a colori delle opere esposte.

Gli 11 artisti:
Vincenzo Balena (Milano 1942): una scultura come grande colonna da terra in metallo legno e plexiglas e frammenti
Valmer Bordon (Rovigo 1952): “Ruggini” e “Pagine di ferro”, grande scultura metallica
Nicola Frangione (Forenza 1953): partiture di poesia visiva e sonora su tela
Alberto Maria Giulini (Roma 1947): “Variazioni”, installazione di stampe a colori su plexiglas
Alessio Larocchi (Milano 1955): “Test di spossessamento”, installazione di acrilici su tela
Francesco Mariani (Lissone 1949): “Corpi minerali”, installazione di sculture in resine e polveri di polimeri su 10 tavoli
Luca Melzi (Monza 1960): “L'uomo diafano”, installazione di figure su lastre radiografiche retroilluminate posate su leggii
Gaetano Orazio (Angri 1954): “Angelus”, installazione di figura e porte dipinte
Gianni Robusti (Varese 1946-2010): “Contenitori di anime”, installazione in ferro e tondi in cenere e calce
Antonio Teruzzi (Brugherio 1945): “Peccato originale” e “Firmamento”, installazione pittorica
Gianemilio Zincone (Monza 1959): “La cripta dei guerrieri”, installazione pittorica (acrilici su tela).

Titolo mostra: 11/11 Rivers Eleven. Born in the 40s/50s - New languages
A cura di: Alberto Crespi
Sede: Trezzo sull’Adda (MI), Villa del Castello Visconteo
Date: 1 maggio - 5 giugno 2011
Inaugurazione: domenica 1 maggio 2011, ore 17.00
Orari: venerdì e sabato h 15-20; domenica e festivi: h 10.30-12.30 e 15-20. Visita guidata domenica 22 maggio ore 17.
Ingresso: libero

domenica 17 aprile 2011

Scrittura: luoghi di memoria. A Potenza la personale di Luciana Picchiello

di Sonia Gammone

È stata inaugurata lo scorso 8 aprile, presso la Sala Mostre della Biblioteca Nazionale di Potenza, l'esposizione personale di Luciana Picchiello, artista molisana che da quasi trent'anni calca il palcoscenico dell'arte contemporanea e si inserisce nel linguaggio astratto-geometrico che ha animato l'arte in Molise fino agli anni '90 ed oltre.
Luciana Picchiello è artista di testa e di cuore, come la definisce il Direttore della Biblioteca Nazionale Franco Sabia nell'introduzione al catalogo della mostra, e la sua arte partecipa intensamente della vita di ogni giorno.
Nella sua produzione artistica troviamo acquerelli, terrecotte, dipinti su tela, ma tutti con un comune denominatore: geometrie, segni e simboli che diventano gestualità primitiva ed archetipo della scrittura. L'artista infatti recupera il senso della scrittura, attraverso una simbologia preistorica, geroglifica e geomorfa-araba; una scrittura che vive di contemporaneità attraverso la rappresentazione dei “tag” del mondo giovanile.
Molto interessanti le installazioni in ferro; in una di esse in particolare l'artista crea una fessura che chiama la “fessura della memoria” con all'interno un libro: è la vita di ciascuno di noi che acquista significato solo se lascia il segno nella vita degli altri.
Molto bello anche il video con cui si è aperta la mostra: in una suggestiva location, tra le colline che circondano il fiume Biferno, l'artista “gioca” con un masso, rappresentazione metaforica dell'arte e del suo peso.
L'esposizione sarà visitabile fino al 30 aprile prossimo.

sabato 16 aprile 2011

Brevi In Arte

a cura di Francesco Mastrorizzi

FABRIZIO CORSELLI, DRAK’KAST - STORIE DI DRAGHI
Edizioni della Sera, Roma
Uscita: 14 aprile 2011

È in libreria il primo poema fantasy italiano: Drak'kast - Storie di Draghi, a cura di Edizioni della Sera.
Quello di Drak’kast è un mondo rischioso, selvaggio, dominato da profondi e oscuri misteri che aspettano solo di essere riportati alla luce. Un mondo in cui ognuno è costretto a sfidare la stirpe dei draghi e la sua egemonia, aprendosi un varco nel fuoco con il crudele acciaio nel pugno... o andando incontro alla morte. In questa era, meglio conosciuta come Primordium Draconis, esiste però anche chi ha scelto di non combattere i draghi: gli Hadragnir, incantatori disposti a sposare la loro causa per preservare l’equilibrio tra le razze. È qui che entra in gioco il personaggio di Elkodyas, il leggendario drago mutato in un elfo cantore, unico eroe tanto audace da sfidare le insidie e i pericoli celati nella Foresta di Smeraldo, alla scoperta di quei segreti che per troppo tempo sono rimasti confinati in essa.
Fabrizio Corselli è uno scrittore di poesia a carattere epico-mitologico e un saggista italiano. Nato a Palermo nel 1973, vive e lavora come educatore a Settimo Milanese. Proprio nell’ambito didattico cura il progetto Calypsos, volto all’intensificazione del linguaggio nel disabile attraverso la poesia. È redattore della rivista nazionale InArte, dove si occupa della rubrica Mythos. Diverse le pubblicazioni su riviste e cataloghi del settore: ha collaborato con il Salone Internazionale di Parigi, con il Museo Beleyevo di Mosca e con Mediabrera (Milano); è stato segnalato sul sito della Treccani per la positiva riscrittura dei classici greci in relazione all’epica sportiva antica e collabora con l’associazione internazionale di cultura ellenica Mondogreco, per la quale ha recensito la celebre mostra La Forza del Bello di Mantova e quella sul Canova presso il Palazzo Reale di Milano. Il suo sito ufficiale è www.achilleion.sitiwebs.com.

Drak’kast – Storie di draghi
di Fabrizio Corselli
Edizioni della Sera
www.edizionidellasera.com
Collana Fantasy – Spade d’Inchiostro
Curatori: F. Cecere - A. Zarbo
Pagg. 220
ISBN 978-88-97139-05-8
Prezzo: € 12,00

XVI BIENNALE DELLA PIETRA LAVORATA
Castel San Niccolò (AR)
20 - 28 agosto 2011

Anche quest’anno ritorna a Castel San Niccolò l’appuntamento con la pietra lavorata. Dal 20 al 28 agosto 2011 infatti prenderà vita la XVI edizione della “Biennale della Pietra Lavorata - Arte e Artigianato”, una manifestazione che ogni due anni porta nel piccolo paese toscano visitatori da tutta Italia pronti ad ammirare i capolavori dei tanti espositori presenti.
Per una settimana intera piazze, strade, vicoli e cantine diventeranno luoghi di incontro e scoperta, luoghi in cui abili artigiani trasformeranno con maestria e dedizione blocchi di pietra in vere e proprie sculture. Nata nel 1992, la "Mostra della Pietra" vuole promuovere e far conoscere l’antico e importante lavoro dei maestri scalpellini, che con la loro forza e il loro sudore ci fanno conoscere il vero significato della vita. Ogni opera che prende forma, ogni pezzo di pietra che si trasforma, riporta alla mente la fatica e l’ostinazione di uomini e donne che racchiudono dentro di sé l’amore e la passione per un mestiere ancora oggi sottovalutato. La pietra è solida ed avversa, ma nelle mani di questi capaci maestri diventa preziosa e modellabile, utile risorsa per costruire opere senza tempo.
Anche in questa XVI edizione non mancheranno le novità: spettacoli e percorsi alternativi riempiranno le strade del paese che per una settimana si fermerà per ammirare le opere degli scalpellini provenienti da tutto il territorio. Chiunque vorrà potrà così conoscere e scoprire segreti e virtù di un mestiere antico che porta con sé la storia e la vita di un intera nazione.

Info: http://www.biennalepietra.it, info@biennalepietra.it
Profilo Facebook: http://facebook.com/biennale.pietra
Pagina Facebook: http://facebook.com/BiennalePietraLavorata

venerdì 15 aprile 2011

Inaugurazione Museo Diocesano di Matera

Comunicato stampa

Nell’ambito delle iniziative della XIII Settimana della Cultura, Sabato 16 aprile 2011, alle ore 17.00 nelle Sale della Curia Arcivescovile (in via del Riscatto) sarà inaugurato il Museo Diocesano di Matera.
L’inaugurazione del Museo Diocesano di Matera, nelle bellissime sale dell’ex Palazzo del Seminario, rappresenta il raggiungimento di un apprezzabile traguardo non soltanto per la nostra comunità, che da molti anni attendeva questo evento. L’apertura del Museo è infatti frutto di un ampio processo culturale, innescato e concretamente sostenuto dalla Regione Basilicata che, insieme al Ministero per i Beni e le Attività Culturali e le Curie Vescovili della nostra regione, ha inteso promuovere, mediante una politica condivisa, la realizzazione dei numerosi musei afferenti alle diverse diocesi della Basilicata.
Il Museo si sviluppa in tre ampie sale al piano terra nelle quali sono esposte importanti opere datate tra l’XI e il XIX secolo, provenienti dal Tesoro della Cattedrale e dalla Chiesa di Santa Chiara.
Interventi di S.E. Monsignor Salvatore Ligorio, Arcivescovo della Diocesi di Matera-Irsina; Vito De Filippo, Presidente della Regione Basilicata; Attilio Maurano, Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Basilicata; Franco Stella, Presidente della Provincia di Matera; Salvatore Adduce, Sindaco di Matera; Marta Ragozzino, Soprintendente per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici della Basilicata; Gennaro Miccio, Soprintendente per i Beni Architettonici e del Paesaggio della Basilicata.
Ingresso libero.

Immagine: Reliquiario a busto di Sant’Agapito, XV secolo.

giovedì 14 aprile 2011

Dalla Genesi all’Apocalisse

di Piero Viotto

Per conoscere ed ammirare l’arte sacra di Alessandro Nastasio bisognerebbe poterlo seguire in pellegrinaggio lungo la Via Crucis, perché con questa tematica si è confrontato più volte e con tecniche diverse. Nel 1962 a Cesate Milanese con xilografie in legno di cirmolo, nel 1990 a Montedomini (Firenze) in ferro battuto, nel 1999 a Garbagnate con bassorilievi in gres, nel 2002 nella chiesa di san Zaccaria a Milano con cinque grandi pannelli sgorbiati, che nel loro insieme costituiscono una Sacra rappresentazione. Così Luca Frigerio presenta queste sequenze: “Il suo Cristo mostra una barba arruffata, e il corpo massiccio di chi per vent’anni ha fatto il falegname. Tutto è vero, tutto è vivo. Proprio come la parola nella Scrittura. Raccontare per immagini. Questo solo, in fondo, interessa a Nastasio. Abbassarsi, scomparire perfino, dinnanzi alla Parola, perché essa soltanto possa essere diffusa e compresa”.[1]
A Varese nella “Sala Veratti”, refettorio dell’antico convento delle monache benedettine, con affreschi di Antonio Magatti tra le architetture dipinte dai fratelli Baroffio, abbiamo raccolto, in collaborazione con l’artista, una serie di opere che illustrano le Sacre Scritture dalla Genesi all’Apocalisse. Al centro il Vangelo secondo Giovanni, non solo perché possiamo presentare l’opera nella completezza delle sue cinquantasei xilografie in bianco e nero nella pregevole edizione Marzorati, ma perché è la chiave di lettura dell’intero percorso della mostra. Infatti l’artista, alla ricerca del significato della condizione umana, che non si può accettare e non si può rifiutare, ma si può trascendere, si confronta con le Sacre Scritture sul fondamento ultimo di Cristo morto e risorto, che rappresenta in un'unica figura in diverse sculture. Si consideri al centro della sala “L’uomo pellegrino verso Cristo-Porta” del 2003. L’artista sulla base di un arco, perché la vita umana quaggiù ha un inizio e una fine, rappresenta un pellegrino con il suo bastone che avanza verso il Cristo risorto appoggiato all’albero della vita. È un esplicito riferimento al Vangelo di Giovanni, che ricordando come il Cristo richiamandosi alla rivelazione fatta da Jhwh a Mosè sul monte Horeb, “Io sono colui che sono” (Gn. 2, 20) si presenta come “Io sono la porta” (Gv. 10, 9). Questa porta è la croce, che è insieme sacrificio e glorificazione, perché Cristo morendo vince la morte ed invita tutti a passare attraverso la porta stretta (Lc 13, 24), al di là del caleidoscopio mutevole di tutti i linguaggi visivi e acustici che ci avvolgono da ogni parte in una civiltà succube della tecnologia, per raggiungere, nella contemplazione e nell’amore di Dio e del prossimo, la beatitudine eterna oltre i limiti, le insufficienze, le colpe, le presunzioni della vita quotidiana. Il ciclo si apre con la Genesi della quale l’artista ha scelto di presentare alcuni momenti significativi ad incominciare dalla creazione di Adamo ed di Eva, la prima coppia. Dal loro amore e dal loro peccato, con la pretesa di essere legge a se stessi, inizia la storia dell’umanità, in quanto le conseguenze della colpa originale, di generazione in generazione, ricadono su ogni uomo. Avendo rifiutato la grazia di Dio, l’uomo e la donna si sono ritrovati soli nella loro nudità, insoddisfatti della stessa prole, nonostante il moltiplicarsi della loro discendenza, perché hanno perso la loro relazione verticale con Dio, il dono di una vita soprannaturale che garantiva armonia e pace alla loro vita terrestre . Questa frattura è stata riparata da una nuova donna, Maria generatrice nel tempo del Verbo di Dio, che nel suo sacrificio sulla Croce riconcilia l’umanità con Dio, e dalla Chiesa che prolunga nella storia il Cristo in un relazione di nozze mistiche a cui allude il Cantico dei Cantici.
Alessandro Nastasio sta lavorando alle sculture in bronzo per l’altare della chiesa di san Bartolomeo apostolo a Brugherio (Milano) ; in mostra abbiamo i disegni preparatori. Da un lato Abramo riceve tre personaggi misteriosi, (Gen. 18,2), che la tradizione cristiana considera simbolo della Trinità; dall’altro lato l’angelo, che ferma Abramo mentre sta per sacrificare Isacco (Gen. 22,11), simbolo del sacrificio di Cristo, al centro la moltiplicazione dei pani, simbolo dell’Eucarestia, perché è il Cristo stesso il pane vivo per la vita eterna. (Gv. 6,27) L’artista qui non sono connette l’Antico e il Nuovo Testamento, ma sviluppa una lezione teologica, perché al di là dei simboli raccorda il sacrificio di Cristo alla comunione ecclesiale.
Dopo questa premessa introduttiva la mostra presenta tutta una serie di disegni, pezzi unici, dove il colore prevale sulla linea, studi che l’artista, meditando sui versetti delle Sacre scritture, ha impostato con diverse varianti, provando e riprovando, lo schema figurativo per giungere alla migliore definizione delle linee delle xilografie in legno o in linoleum. Nastasio rapporta con fedeltà ciascun disegno ad un preciso testo biblico, che talvolta trascrive nell’opera stessa o ai margini della medesima. Assistiamo così alla genesi dell’opera, al travaglio dell’artista, che è sempre insoddisfatto del risultato del suo lavoro.
Il libro di Giobbe è il primo dei libri sapienziali, un poema con un prologo e un epilogo che si sviluppa in un lungo dialogo tra il protagonista, sofferente per la malattia e le disgrazie provocate da Satana, e i suoi tre amici. Nei quarantadue capitoletti ci si interroga sullo scandalo dell’esistenza del male e la fede in un Dio giusto e misericordioso. Nastasio, che è particolarmente sensibile a questa problematica, che sente in profondità la contraddizione dell’esistenza umana, e il mistero del male, ha dedicato a Giobbe ventotto xilografie nel 2006 elaborate sulla basi di numerosi disegni di cui possiamo presentare una selezione. L’artista pone una premessa rilevando la religiosità di Giobbe Si alzava di buon mattino e offriva un olocausto… (Gb. 1,5), sottolinea che la causa del male non è Dio ma il diavolo Satana si allontanò dal Signore… (Gb. 1, 12), poi evidenzia la contraddizione attraverso le parole della moglie Allora sua moglie disse: "Rimani ancor fermo nella tua integrità? Benedici Dio e muori!" (Gb. 2, 9-10) per concludere che la ragione umana non sa risolvere questo mistero“Fino a quando mi tormenterete e mi opprimerete con le vostre parole?” (Gb. 19-2).
Il lavoro di Nastasio sui centocinquanta Salmi, una raccolta di preghiere composta da diversi autori tra l’XI secolo e il II secolo a.C. che costituiscono l’ossatura portante del breviario, e sono oggetto di lettura in tutte le messe, è in corso d’opera. La mostra espone alcune primizie ad incominciare da un ritratto di Davide, uno degli autori dei Salmi, visto di profilo con la sua cetra. L’artista si sofferma sui temi della vita quotidiana, la famiglia e il lavoro. Vivacissima l’illustrazione del salmo 128 con i due sposi visti frontalmente, lei con una rosa in mano e i tre figli che giocano tra di loro:“La tua sposa come vite feconda….” (Sal. 128, 3). Le due illustrazioni che si riferiscono al lavoro “Quelli che seminano nel pianto, mieteranno nella gioia” (Sal. 126, 5) e “ Viene con gioia colui che porta i suoi covoni” (Sal. 126, 6), ci ricordano le figure dei mesi nelle cattedrali romaniche e gotiche. Ma al di là di questo mondo idilliaco si percepisce anche il male e la violenza che tormentano la vita degli uomini e nel presentare il versetto Io sono per la pace ma, quando parlo, essi sono per la guerra (Sal 120, 7) l’artista ritrae il volto di un uomo che urla di rabbia, mentre una bianca colomba vola via in un cielo di sangue. Nell’universo poetico e realistico di Nastasio anche la natura nella sua bellezza e nella sua forza trova un posto, si veda come viene illustrato il versetto “Quelli che confidano in Dio,sono come il monte Sion, che non vacilla,che è stabile in eterno” ( Sal 125, 1).
Il Qohèlet (o Ecclesiaste) è un breve scritto in dodici capitoletti, dovuto ad un saggio ebreo vissuto verso la fine del III secolo a.C., che contiene una serie di pensieri, senza ordine, sulla condizione umana la cui massima “Vanità delle vanità, tutto è vanità” (Qo, 1,2) è entrata nell’immaginario popolare. Nastasio gli dedica due serie di diciotto xilografie, una su linoleum nel 1980 ed una su legno di tiglio nel 2003. In una di queste xilografie l’Artista rappresenta se stesso in un autoritratto a lato del volto di Cristo della Sindone a commento del versetto “Cerco di capire l’opera di Dio” (Qo, 7, 13). In mostra abbiano diversi disegni preparatori, molto bello l’ultimo “Conclusione: rispetta Dio e osserva i suoi comandamenti… (Qo 12, 13) nel quale l’artista contrappone e raccorda la figura di un angelo ad un gruppo di astanti, un vecchio con a fianco un bambino e una coppia. Le diverse condizioni umane e il senso ultimo dell’esistere: la vita è un soffio, ma volge in alto.
Al Cantico de cantici, un delizioso poemetto in otto capitoletti nei quali si alternano le voci di due innamorati, intramezzate dal coro che rappresenta le figlie di Gerusalemme, l’Artista nel 2008 ha dedicato venticinque xilografie che presenta “Io lo chiamo ‘Il canto di amore del mondo’. È un testo di poco più di mille parole ebraiche, dove la poesia tocca il vertice e l’amore dell’uomo si distingue e si confonde con l’amore di Dio”.[2] In mostra abbiamo alcuni disegni preparatori, ad incominciare da quello per la copertina con i due protagonisti del poemetto, ritratti in seguito in due disegni lei di profilo a commento del versetto Ma una sola è la mia colomba… (Ct. 6, 9) lui di fronte Il suo capo è oro, oro puro…( Ct. 5, 11). Gianfranco Ravasi così commenta queste immagini: “Dietro quell’amore grande, ma finito s’intravvede, però, come ha intuito la tradizione giudaica e cristiana, una scintilla dell’amore infinito. L’amore dei due protagonisti del Cantico, infatti, è rischiarato da una lampada celeste, quella dell’amore eterno di Dio”.[3] Non si tratta si sublimare l’amore umano nell’amore divino, ma di comprendere l’amore umano nell’amore di Dio, che ha creato l’uomo maschio e femmina e a partecipato a loro il dono della creazione, infatti gli sposi “pro-creano”. Questo amore sponsale è stato assunto come simbolo della relazione tra la Chiesa e il Cristo. Ma a questo livello mistico passiamo al Nuovo Testamento, che ci fa comprendere come il diavolo abbia guastato il piano di Dio scatenando nel mondo il male che solo la sofferenza della croce di Cristo può rimediare.
Il Vangelo secondo Giovanni rappresenta l’opera maggiore di Alessandro Nastasio e documenta la capacità di tradurre in segni grafici la sua riflessione teologica, in uno stile primitivo espressionista, che si richiama a Kirchener, Nolde, Hechel . Un artista non commenta, non chiosa, ma interpreta il testo letterario con cui si confronta. In mostra abbiamo non solo il volume contenente le cinquantotto xilografie ma anche alcuni studi preparatori con i quali possono essere confrontate, con la possibilità di percepire come nel processo creativo dell’artista si passi mediante un processo di semplificazione all’astrazione dei tratti essenziali della scena da rappresentare. Questi studi preparatori sono appunti per un’idea da sviluppare, ma già contengono in abbozzo l’intuizione poetica dell’artista, che si realizzerà, precisandosi e definendosi, nell’opera d’arte.
Il volume edito da Marzorati a Milano nel 1969, con il testo integrale in greco, latino, italiano ha una introduzione di Cesare Angelini. L’opera è molto bene strutturata, dopo un Prologo, in cui l’artista con due tavole presenta il Verbo di Dio nella luce trinitaria e san Giovanni Battista che annuncia la missione dell’Agnello, “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv, 1,29) si sviluppa in due sezioni. La prima sessione presenta i misteri della gioia, dalle nozze di Cana alla moltiplicazione dei pani, e i misteri della lotta, dai ripetuti scontri con i farisei alla resurrezione di Lazzaro, la seconda gli avvenimenti degli ultimi giorni, dalla Passione alla resurrezione. È il vangelo delle relazioni tra le persone, dei colloqui a tu per tu, si pensi a Nicodemo o alla Samaritana, e del dialogo con la folla, si pensi al discorso sul pane di vita o al discorso delle beatitudini. Nastasio analizza questi incontri e questi scontri, insiste sui volti dei protagonisti. Le figure umane riempiono tutto lo spazio rappresentativo, il paesaggio rurale e urbano è appena accennato. All’artista interessa far emergere dalle immagini i sentimenti dei personaggi. Si percepisce che Gesù tratta i suoi discepoli come amici; posa la sua mano sulla spalla di Simone, per incaricarlo del governo della sua chiesa, lascia che la mano di Tommaso penetri suo nel costato, per soddisfare la sua coscienza dubbiosa. Sono soprattutto i gesti a rendere vive queste rappresentazioni, si veda il braccio teso in avanti di Gesù verso gli altri apostoli che domanda a Pietro “Simone di Giovanni, mi ami più di costoro? (Gv, 21,15). Nastasio evita una narrazione contenutistica, quasi ad illustrazione filologica e usa un segno espressivo marcatamente primitivo, grezzo, che quasi deforma la figura umana, alla maniera degli espressionisti tedeschi. I volti e i gesti non sono che un rimando ad una realtà invisibile a cui le immagini che sono solo un simbolo, alludono.
Diciotto grandi disegni riguardanti san Paolo sono stati presentati nel 2009 alla “X Biennale d’Arte Sacra”, ma altri sono depositati nello studio dell’Artista e nel loro insieme sulla base degli Atti degli apostoli possono illustrare la vita dell’apostolo dalla sua presenza alla lapidazione di Stefano al discorso nell’Areopago di Atene, dal naufragio durante il suo trasferimento a Roma e alla sua prigionia, e commentare alcuni punti nodali delle Lettere di san Paolo. In mostra abbiamo una selezione di cinque opere. Il versetto “Saulo assiste col mantello di Stefano alla lapidazione” (Atti, 7,58-60), offre all’Artista l’occasione di costruire una scena coloratissima su due piani, come in certe miniature medioevali, o nei mosaici di Santa Maria Maggiore a Roma. In basso quattro figure aggrediscono con sassi e bastoni il diacono, in alto Paolo. Al centro, custodisce i mantelli, mentre ai lati, inquadrati da un accenno di architettura si possono individuare, in un certo qual senso i mandanti, come per la morte di Cristo, cioè i giudici del tribunale civile e del tribunale ecclesiale; quasi una sacra rappresentazione. Un semplice inchiostro con pochi tratti ritrae l’apostolo a commento del versetto “Fremeva nel suo spirito a vedere la città piena di idoli” (Atti, 16,17).
Di questo percorso iconologico solo un disegno è stato inciso su legno, e potrebbe essere la copertina di una cartella di incisioni, perché nella scena, immaginata dall’artista, l’Apostolo medita sulle tavole della legge ebraica, mentre alle spalle, sulla collina compaiono le tre croci e in lontananza di intravede una barca, segno e simbolo dei suoi viaggi. L’artista ha compreso che bisogna leggere l’Antico Testamento alla luce del Nuovo Testamento, che la riflessione di san Paolo precisa che la legge è necessaria ma non basta, perché non ci si salva con le buone opere, ma con la fede in Cristo, morto e risorto.
Il ciclo si conclude con l’Apocalisse. Abbiamo un solo disegno nel quale Nastasio comprende diversi momenti della visione di san Giovanni: in primo piano “il dragone con sette teste e dieci corna” (Ap. 12,3) sulla spiaggia del mare, pronto per divorare il bambino che la Donna sta per partorire; a fianco l’apostolo che sta per inghiottire il libricino che le mani di un angelo gli porgono “e sarà amaro al tuo stomaco, ma dolce come il miele nella bocca” (Ap. 10,9); in alto, sopra l’azzurro delle nubi “il figlio di lei rapito verso Dio” (Ap. 12,5). L ’Artista scompone e ricompone i frammenti delle Scritture che hanno colpito la sua immaginazione creatrice. Con lo stesso criterio nel 1985 aveva disegnato sette oli su tela di grandi dimensioni, uno per ciascuna delle sette chiese, fondate da san Giovanni: Efeso (Ap. 2,1-7), Smirne (Ap. 2,8-11), Pergamo (Ap. 2,12-17), Tiatira (Ap. 2,18-29), Sardi (Ap. 3,1-6), Filadelfia (Ap. 3,7-13), Laodicea (Ap. 3,14-22).
È significativo riscontrare il rimando tra i primi capitoli della Genesi e il tema centrale dell’Apocalisse cioè la “donna”, Eva, che si lascia sedurre da Satana, e Maria, che trionfa sul dragone e genera nella sua carne il Verbo di Dio, che morendo in croce salva l’umanità. L’artista esprime questo messaggio titolando l’olio dedicato alla chiesa di Efeso: “Maria che contiene l’Incontenibile”; e come scrive Nazzareno d’Errico “Il sipario non è chiuso per sempre, la fede nella seconda venuta del Cristo colora di speranza l’esistenza dell’artista, che scorge cieli nuovi e terre nuove oltre il muro nero della storia”

[1] M. Marchiando Pacchiola, Il sacro nell’arte di Alessandro Nastasio, Museo Diocesano di Pinerolo (Torino) 2011, pp. 68-69

[2] Ivi pag, 92

[3] Ivi pag, 93

mercoledì 13 aprile 2011

Le mostre trissinesi e il collezionismo vicentino

Comunicato stampa

“L’arte è più vicina di quello che pensi” (“Art is closer than you think”) è lo slogan che accompagna il ritorno della storica Mostra di Pittura di Trissino, giunta alla sua XXVI Edizione, organizzata dalla Pro Loco di Trissino in collaborazione con l’Amministrazione Comunale. L’esposizione, intitolata “Le mostre trissinesi e il collezionismo vicentino”, focalizza la propria attenzione sulle opere di proprietà dei collezionisti del territorio e sarà allestita presso la Biblioteca Civica a partire da sabato 16 aprile, giorno dell’inaugurazione, prevista per le 18.00, rimanendo aperta al pubblico fino a domenica 15 maggio.
Suggestivo il tema scelto dal curatore Giuliano Menato con i coordinatori Andreino Albiero, Alessandro Ghiotto e i rappresentanti della Pro Loco Gian Franco Masiero e Piero Rasia per questa edizione, quello cioè del collezionismo vicentino, un presupposto per il quale proprio la kermesse e la sua storia rappresentano un’influenza e un contributo fondamentali. Negli anni la mostra di Trissino, riconosciuta da numerosi critici d’arte come evento di rilievo nazionale, ha costituito infatti un motore per lo sviluppo di una coscienza artistica e di una passione per le opere cresciute di pari passo con lo sviluppo della società locale nel passaggio dal mondo rurale a quello post-industriale. E proprio l’evolversi di tale realtà può essere visto come specchio dell’evoluzione economica dell’area, con i piccoli e i grandi imprenditori del territorio nella veste di protagonisti nella circolazione e nella fruizione di grandi capolavori del panorama artistico nazionale e internazionale, ammirati e conosciuti proprio grazie alla manifestazione trissinese. Proprio a tale aspetto, dunque, si riferisce il motto in inglese: l’arte, oggi, nell’ambito locale, è più vicina di quanto si possa pensare, nella forma di preziosi capolavori custoditi gelosamente nelle residenze private.
La storia dell’esposizione si presenta fin dal suo inizio, nel 1968, come eclettica e variegata nella scelta dei fili conduttori che di volta in volta l’hanno animata, passando in rassegna i movimenti e i generi che più hanno caratterizzato il Novecento: dall’astrattismo alla Pop Art, dall’Optical all’arte informale, avanguardie che assieme all’elogio dei critici e dei cultori hanno sempre incontrato anche il favore del pubblico. Le diverse edizioni, passate dallo status di premio di pittura a quello di esposizione monografica, fino a quello di mostra tematica dedicata ai movimenti di gruppo, hanno infatti sempre rappresentato altrettanti catalizzatori importanti, in un territorio, come quello della Valle dell’Agno, da sempre animato da un fermento artistico fuori dal comune: la stessa Valdagno ha fatto da sfondo, per anni, al respiro europeo del Premio Marzotto, accogliendo, in più, il primo liceo artistico della provincia di Vicenza, il “Boccioni”, nonché l’importante Scuola di Pittura “Vittorio Emanuele Marzotto”.
Un’esperienza forte, dunque, quella trissinese, che è riuscita a portare in un piccolo centro di provincia inestimabili capolavori assieme ai loro autori, nomi di pregio come quelli di Alberto Gianquinto, Riccardo Licata, Luigi Veronesi, Piero Dorazio, Angiolo Montagna, Aligi Sassu, solo per citarne alcuni. Grandi artisti che anche con la loro presenza fisica, alle esposizioni, nei dibattiti e nelle conversazioni con il pubblico e gli appassionati hanno contribuito a far nascere e crescere la passione per il collezionismo, trasmettendo ai fruitori la propria passione per l’arte.
La nuova edizione vedrà l’esposizione di 54 opere per 37 autori; tutti i quadri provengono da collezioni private del territorio. Tra i lavori spiccano Icaro di Vittorio Matino, Maternità di Alberto Gianquinto, Cavalli della luce di Aligi Sassu, Reticolo di Piero Dorazio. E ancora Periferia urbana di Lorenzo Vespignani, Ballo dei filosofi di Emilio Tadini, Cocacola di Mario Schifano. Saranno allestite, in più, una sezione multimediale, dove sarà possibile ammirare le immagini di altre opere che per ragioni di spazio non è stato possibile includere nell’esposizione fisica, e una sezione con foto, ritagli di giornale e memorabilia dedicata alla storia delle mostre trissinesi.
La mostra sarà arricchita, lungo tutta la sua durata, da alcuni eventi collaterali, che avranno il compito di ampliare lo spettro delle forme d’arte con la proiezione di cortometraggi curata dall’Asolo Art Film Festival, ArtAperitivi con performance multimediali e concerti, incontri con artisti locali come lo scultore Arcangelo Sassolino e con pittori le cui opere figureranno esposte alla mostra come Vittorio Matino.

Titolo mostra: Le mostre trissinesi e il collezionismo vicentino
A cura di: Giuliano Menato
Sede: Trissino (VI), Biblioteca Civica
Date: 16 aprile - 15 maggio 2011
Inaugurazione: sabato 16 aprile, ore 18.00.
Orari: dal martedì al venerdì dalle 16.00 alle 20.00;
sabato e festivi dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 20.00.

martedì 12 aprile 2011

Chiara Gerosa. Riconquista

Comunicato stampa

Sulla splendida passeggiata a mare Anita Garibaldi di Genova-Nervi, a poche decine di metri dalla Galleria d’Arte Moderna, dal museo della Collezione Wolfson, si affaccia Sala Anita Garibaldi dove il 16 aprile verrà inaugurata la mostra di scultura “Riconquista” dell’artista Chiara Gerosa. Circa 20 opere saranno esposte fino al 7 maggio, a rappresentare il magico mondo che l’artista riporta alla luce nel “tramandare il rispetto per le “cose” e per ciò che le circonda” usando un linguaggio semplice e diretto giocando con gli oggetti e divertendo il fruitore accompagnandolo a riconoscere forme e oggetti che, come coalizzati, riprendono vita in creature biomeccaniche. Come l’artista sottolinea “Con il mio lavoro voglio fermare nel tempo quella memoria storica, consacrata nella loro forma e identità.” Il metallo è il materiale del suo lavoro, lo raccoglie, ne immagina forme nuove lo ricompone per dargli nuova vita, partendo da quelle forme che la nostra civiltà ha progettato, realizzato ed infine buttato. Traspare dalle sue opere la ricerca introspettiva, la tenacia nell’operare, la sua continua sperimentazione, gli stati emozionali ed esperenziali, dove emerge la sensibilità artistica nel valorizzare l’eccellenza della conoscenza umana e della comunicazione.
“La mia ricerca espressiva nasce dalla scelta di utilizzare esclusivamente materiale di recupero, più precisamente rottami, in cui vedo un universo di storia, di forme progettate e realizzate, di lavoro, di attrezzi usati e consumati dal tempo e dai gesti quotidiani; ora, dopo anni di dedizione e fedeltà, stanno abbandonati in montagne di altro rottame, senza più importanza e dignità, se non quella di essere venduti a peso per essere smaltiti.”
Si ringrazia l’AMIU per la concessione dello spazio

Chiara Gerosa nasce a Giussano (MI) nel 1979, si diploma nel 2004 all’Accademia di Belle Arti di Urbino. Già dal 1999 inizia a partecipare a mostre di scultura, nel 2000 espone a Palazzo Ducale di Turi-Bari. Importante il I premio di Scultura alla terza rassegna nazionale delle Accademie di belle Arti nel 2002 alla XXVIII Biennale d’arte contemporanea (Alatri-FR), nel 2008 riceve la Segnalazione di merito dalla critica nel Concorso di scultura a Palazzo Arese Borromeo di Cesano Maderno (MI) “Scultori a palazzo”, nel 2009 realizza i premi del concorso cinema Roma Brianza film corto, mentre nel 2010 partecipa alla collettiva “non si butta via nulla” tenutasi a Villa Imperiale di Genova
Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private, nazionali ed estere.

Titolo mostra: Chiara Gerosa. Riconquista
Sede: Sala Anita Garibaldi, Genova-Nervi
Vernice: sabato 16 aprile ore 18.30
Periodo espositivo: 17 aprile - 7 maggio 2011
Orari: tutti i giorni dalle 9.30 alle 12.00 e dalle 13.30 alle 18.00.
Ingresso: libero

lunedì 11 aprile 2011

Biennale di Alessandria

Comunicato stampa

Si inaugura ad Alessandria il 14 aprile 2011 alle ore 16 presso la prestigiosa sede della Cittadella di Alessandria Caserma Giletti, via Pavia 1, l’edizione 2011 della Biennale di Alessandria Videofotografia Contemporanea, che terminerà il 31 luglio 2011. Il tema affrontato dai 128 artisti italiani e cinesi per questa edizione è Disturbi e Disordini.
Il Direttore Artistico Sabrina Raffaghello e il comitato scientifico – composto da Fabrizio Boggiano, Paolo Sabattini Rancidoro, Luisa Castellini, Manuela Lietti, Paolo Morello, Francesca Baboni, Stefano Taddei, Laura Polastri, Giancarlo Maiocchi, Raffaella Caruso e Domenico de Masi – hanno lavorato a stretto contatto con gli artisti per realizzare site specific i progetti presentati.
Il progetto didattico della Biennale per questa edizione è stato realizzato in cooperazione con lo IED – Istituto Europeo di Design – con l’Istituto Italiano di Fotografia. All’interno di queste realtà sono stati selezionati i migliori allievi, che nell’arco di un anno si sono distinti per l’eccezionalità dei propri lavori.
Nel corso della Biennale si terranno numerosi incontri con i curatori, con gli artisti e con esperti del mondo della videofotografia. Primo appuntamento in calendario è l’incontro con il curatore cinese Jean Loh, lunedì 18 aprile 2011 alle ore 10.30 presso la sede della Biennale di Alessandria.
La Biennale di Alessandria nasce dalla volontà di porre la fotografia e la video arte all’attenzione di un vasto pubblico, affrontando il dibattito sui linguaggi legati all’arte contemporanea. Questo il senso linfatico dell’evento. Gli artisti selezionati ad invito si confronteranno sul tema utilizzando questo tipo di comunicazione.
L’evento pone l’attenzione sul vasto panorama di artisti italiani a confronto con gli esponenti di una nazione ospite che varia per ogni edizione.
Il confronto produce un rapporto d’interculturalità generando profondi legami tra due culture diverse, che segnano percorsi comuni e profonde divergenze ma soprattutto aprono nuovi scenari possibili.
L’edizione 2011 vede come nazione ospite la Cina. Tale ricerca ha reso possibile l’inserimento della Biennale di Alessandria come unico evento italiano nel calendario degli eventi promossi dal governo cinese per l’anno 2011. La Cina ospiterà poi nel 2012 una selezione tra gli artisti italiani che hanno partecipato alla Biennale.
La Biennale di Alessandria, promossa dalla città di Alessandria, è patrocinata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal Ministero dei Beni Culturali, dal Ministero del Turismo, dal Ministero degli Esteri, dall’Ambasciata cinese in Italia, dalla Regione Piemonte e dalla Provincia di Alessandria.

Titolo: Biennale di Alessandria - Videofotografia Contemporanea. Disturbi e Disordini
Sede: Cittadella di Alessandria, Caserma Giletti Via Pavia, 1
Periodo: 14 aprile - 31 luglio 2011
Inaugurazione: giovedì 14 aprile 2011 ore 16.00
Orari al pubblico: da giovedì a domenica dalle 10 alle 19 | altri giorni su appuntamento
Biglietti: ingresso libero, visite guidate a pagamento su prenotazione
Informazioni: www.biennaledialessandria.it

domenica 10 aprile 2011

DOC. documentalità, testualizzazione e immaginazione teorica

Comunicato stampa

Come centro per il monitoraggio delle ricerche contemporanee nazionali e internazionali, Fondazione SoutHeritage continua a trasmettere input visivi sulle pratiche artistiche attuali e, in occasione della mostra DOC. documentalità, testualizzazione e immaginazione teorica presenta una selezione di opere provenienti da diverse collezioni private e progetti pubblici, accomunati tanto dalla sperimentazione dei linguaggi quanto dalla gestazione di un’immaginazione teorica che propone parole al posto di immagini o immagini come parole.
A partire dal 14 aprile prossimo, il progetto espositivo curato da Angelo Bianco e dedicato al concetto di documento e testo come elemento operativo diffuso nell’arte contemporanea, propone 40 lavori tra opere-documento, opere testuali e progetti editoriali, per una mostra in cui si trasferiscono al pubblico nuove responsabilità nella creazione, fruizione e formazione delle opere.
Come ogni progetto della Fondazione SoutHeritage, l’esposizione è anche un’occasione per riscoprire luoghi e spazi del patrimonio architettonico e simbolico della città di Matera in un quadro di riattivazione dinamica della memoria. La mostra dunque, oltre a coinvolgere gli spazi della fondazione invade anche la sede dell’Archivio di Stato di Matera, luogo emblematico della città in cui l’arte contemporanea contribuisce ad attivarne il potenziale di memoria. A sottolineare l’importanza dell’evento la direzione dell’Archivio ha deciso di aprire in via straordinaria i propri depositi per una visita all’eccezionale patrimonio documetale, rivalutato attraverso uno dei progetti selezionati per la mostra: PERMANENT FOOD, opera di Maurizio Cattelan e Paola Manfrin con Dominique Gonzalez-Foerster che, oltre a rappresentare se stessa come opera formato magazine (fondata sul montaggio di readymade visuali e materiali d’archivio), funge anche da “riattivatore della memoria” degli incredibili spazi-deposito dell’archivio, scenograficamente connotati da migliaia di faldoni conservati su scaffalute formanti labirintici corridoi.
In questo quadro la mostra, ponendosi come un progetto in cui ai significati delle opere vengono aggiunti quelli dell’esposizione, presenta superfici narrative, opere-documento e immaginazioni teoriche di: Vincenzo Agnetti (I) • Art & Language (UK) • Carl Andre (US) • John Baldessari (US) • Carlo Belolli (I) • Joseph Beuys (D) • Mel Bochner (US) • Marcel Broodthaers (B) • Sophie Calle (F) • Maurizio Cattelan e Paola Manfrin (I) con Dominique Gonzalez-Foerster (F) • Ugo Carrega (I) • Guglielmo Achille Cavellini (I) • Giuseppe Chiari (I) • Jason Dodge (US) • Fischli & Weiss (CH) • Liam Gillick (UK) • Fons Hickmann (D) • Thomas Hirschhorn (CH) • Jenny Holzer (US) • Ray Johnson (US) • Christine Lemke & Jan Timme (D) • Michael Lingner (D) • Miltos Manetas/Francesco Bonami (GR-I) • Fabio Mauri (I) • Dave Mckenzie (JA) • Mevis & Van Deursen (NL) • Hans-Ulrich Obrist (CH) • Seth Price (IL) • Ed Ruscha (US) • Tommaso Tozzi (I) • Emilio Villa (I) • Carey Young (US) • Christopher Wool (US) • Scott Zieher (US).

Titolo: DOC. documentalità, testualizzazione e immaginazione teorica
Curatore: Angelo Bianco, Direttore Artistico Fondazione SoutHeritage
Sedi: Fondazione SoutHeritage - Via F.sco Paolo Volpe 6, Matera
Archivio di Stato - Via Tommaso Stigliani 25, Matera
Inaugurazione: 14 aprile 2011, ore 18.00 - Fondazione SoutHeritage
Periodo: 14 aprile - 4 giugno 2011
Biglietto: ingresso libero
Orari: martedi e giovedì 16.00-19.00 - altri giorni 10.00-13.00, chiuso lunedì e festivi

sabato 9 aprile 2011

SeiSud

Comunicato stampa

A partire da sabato 16 aprile (fino al 21 maggio 2011), in occasione della settimana della Cultura, l’ala destinata alle esposizioni temporanee del MAD (Museo Arte Ducale, di Palazzo Ducale a Gubbio) ospita la mostra d’arte contemporanea SeiSud con opere di Domenico Cordì, Sebastiano Dammone Sessa, Giuseppe Negro, Fabio Nicotera, Vincenzo Paonessa e Ernesto Spina.
Curata da Andrea Romoli Barberini, la mostra di Palazzo Ducale rappresenta, con le pitture e sculture a parete di grande formato, per un totale di circa 40 manufatti, il luogo di partenza di una lunga e articolata itineranza che toccherà, tra spazi pubblici e gallerie private, altre sei città di quattro diverse regioni d’Italia, per terminare il suo percorso nelle sale della GNC (Galleria Nazionale di Cosenza – Palazzo Arnone).
Dopo Palazzo Ducale a Gubbio, la mostra, che è corredata da un catalogo con testo di presentazione di Andrea Romoli Barberini, sarà presentata in forma ridotta a Perugia (Galleria Il Gianicolo), Reggio Emilia (Galleria Bonioni), Maierà (Cs) (Spazio Expo Sud/Diamante Arte Contemporanea), Roma (Galleria della Tartaruga) e di nuovo, integralmente, a Cosenza (Galleria Nazionale di Cosenza – Palazzo Arnone).

“Non è il nome di un gruppo, ma potrà diventarlo. SeiSud è soltanto, almeno per ora, il titolo di una mostra itinerante. Un po’ domanda, un po’ affermazione, è specchio bifronte che riflette e “rapisce” il sé e l’altro da sé; sintesi estrema di una situazione dell’arte che esce allo scoperto per rivendicare, nella piena consapevolezza del proprio fare, senza proclami e senza polemiche, un ruolo e uno spazio nel dibattito artistico in atto [...] Non è una sfida, lanciata o raccolta. E’, invece, nel solco delle esperienze glocal, la mano alzata che annuncia una pacata obiezione. SeiSud è l’esito di una ricognizione mutatasi in progetto. Quindi è, anche e certamente, una proposta [...]” (dal testo in catalogo di Andrea Romoli Barberini)

Titolo mostra: SeiSud
Opere di: Domenico Cordì, Sebastiano Dammone Sessa, Giuseppe Negro, Fabio Nicotera, Vincenzo Paonessa, Ernesto Spina
A cura di: Andrea Romoli Barberini
Sede: Palazzo Ducale, Gubbio (PG)
Periodo: 16 aprile - 21 maggio 2011
Inaugurazione: sabato 16 aprile, ore 18.00 (fino al 21 maggio 2011)
Orario di apertura: dalle 8.30 alle 19.00. Lunedì chiuso.
Con il patrocinio di: MiBAC (Ministero per i Beni e le Attività Culturali); Direzione Regionale Beni Culturali e Paesaggistici dell’Umbria – Soprintendenza Beni Architettonici e Paesaggistici dell’Umbria; Direzione Regionale Calabria – Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici della Calabria; MAD (Museo Arte Ducale – Gubbio); GNC (Galleria Nazionale di Cosenza – Palazzo Arnone); Comune di Catanzaro (Assessorato alla Cultura); Accademia di Belle Arti di Catanzaro.
Con il contributo di: Luigi Chirizzi, Antonio Viapiana
In collaborazione con: Galleria “Il Gianicolo”/Perugia; Galleria “Bonioni Arte”/Reggio Emilia; Galleria “Genus”/San Benedetto del Tronto (Ap); Galleria della Tartaruga/Roma; Spazio Expo “Zona Sud Diamante Arte Contemporanea”/Maierà (Cs).

venerdì 8 aprile 2011

Giovanni Battista De Andreis

di Andrea Carnevali

Non è la Liguria patinata, oleografica, da cartolina e da pubblicazione turistica. Ma quella ruvida e spinosa “del sole che abbaglia” di Ossi di seppia di Montale. È una terra che tormenta e che fa male quella di Giovanni Battista De Andreis. Appuntita e selvaggia è la sua terra abbattuta dal vento e dalle onde che fanno rialzare il viso ed il capo allo “scoccare/verso le strepeanti acque,/frecciate biancazzurre, due ghiandaie./ (Mediterraneo, 1924).
Gialli brucianti, rossi arroventati, blu d’abisso, verdi smeraldi: è sempre e solo attraverso il colore, dall’impasto tattile, corposo, avvolgente delle immagini che Giovanni Battista utilizza per raccontare la sua Liguria e la sua vita quotidiana, mediate dall’immaginario personale. Lo fa con una tavolozza incendiaria, orchestrata su timbri sonori e accostanti, arditi: verde viola; verde e nero, arancio e rosso, blu e marrone. La pittura di De Andreis è legata all’emotività ed al rinnovamento del linguaggio figurativo. “I rossi e i rosa dei corpi fanno magnifico contrasto con gli sfondi verdi profondi, intricati, opulenti. Sogni d'oriente dipinti da un nordico che ha un indubbio temperamento e un suo mondo originale” (“Mostre d’arte”- Rafael Alberti; Alberto Brambilla; Giovanni Battista de Andreis del 23 aprile 1968; intervento critico di Dino Buzzati).
Del suo immaginario fanno parte una serie di luoghi ricorrenti: montagne, spiagge sabbiose e abbattute dal vento e luoghi isolati da colline o alture. Nella sua pittura il paesaggio è catturato nelle varie ore del giorno e nell’alternarsi delle stagioni con una attenzione maggiore per gli ambienti estivi. Le forme perdono i loro ritagli e si tingono delle sfumature di cose e vicine avvolte nel tono dell’atmosfera.
Il pittore ligure crea in questo modo una poesia della natura che forte del dialogo con le ombre e con l’ambiente passa all’ispirazione di un rapporto diretto e totale fra la pittura e il mondo di apparenza che lo circonda. Diventa esecutore dell’esterno con sensazioni ed emozioni che sono trasfigurate in simboli o in significati di luce di cui Dearling ’78 se ne fa portavoce, rispecchiando, infatti, con la sua forza magnetica il passato ricomposto con brevi tocchi di pannello.
Molto forte nei suoi quadri è il passaggio dell’empirismo – che si avverte nello studio e nella rappresentazione dei paesaggi - alla libertà, evidenti nelle scelte estetiche delle figure e nelle tecniche pittoriche.
La capacità di ritrarre i soggetti, tra l’altro, induce a pensare allo studio dell’antico - in senso classico nell’opera Servizio in camera (2007) – come ritorno all’ordine ed alle simmetrie dove il passato è linguaggio mediato dall’esistenza. Ma la sua pittura è conseguenza della storia personale e delle esperienze per narrare in modo intrigante la realtà rimasta allo stato di frammento.
La sua pittura appare rivolta all’esistenza – ha detto Gualtiero De Santi – vicina all’area letteraria montaliana (Dora Markus). La confusione degli oggetti sparsi nei dipinti è una marca linguistica della condizione di assedio del tempo presente. Che appare dal desiderio del pittore di costruire una relazione interno/esterno e dalla corruzione del mondo (come nel caso de La cognizione del dolore di Gadda).
Clizia di Montale è un emblema allegorico, in cui si condensano – come per De Andreis e la sua modella – sentimenti privati ed emozioni soggettive e valori ideologici di tipo etico. Già della prima produzione figurativa di Giovanni Battista l’elemento ideologico appare predominate su quello emotivo e sentimentale. Allo stesso modo in cui Clizia con i suoi occhi può tenere lontano la barbarie del mondo, ugualmente i ritratti di donne esposte a “Castelbellino Arte” sono in grado di vedere i significati nascosti delle cose senza essere accecate dalle apparente insensatezza e dalla brutalità della vita. Così il pittore affiderebbe la propria salvezza all’immagine di una donna che si cela tra trucchi e tessuti e per una ragione affettiva diventerebbe la sua modella in Servizio in camera.
Le donne raffigurate nei quadri provengono idealmente dal mondo poetico montaliano del dopoguerra. Il pittore nelle sue opere, su tela e su carta, ha dimostrato la piena espressività che si è rinnovata costantemente in modo sapiente nel tempo. Anche lo stesso curatore della mostra (Castelbellino, dal 17 luglio al 1° agosto, 2010), Riccardo Ceccarelli, si è allineato nel giudizio critico alla dimensione di pittura che si rigenera e ritorna – nel senso fichtiano affermando di trovarsi di fronte a “una pittura-pittura” – per il rinnovamento continuo delle scelte stilistiche e iconografiche del pittore (Giovanni Battista De Andreis – Castelbellino Arte 2010/catalogo, p. 5).
Nei suoi dipinti si trova un presagio, un presentimento insito nei turbamenti del vivere, nei silenzi dei colori che si affacciano da grandi schienali di sedie, tendaggi pesanti, fondali scuri resi con un linguaggio destrutturato che l’industria ha portato alla cultura.
Colori ed immagini, di cui fa impiego, si presentano quasi tangibili a chi osserva. Una vita, tuttavia, per inseguire e per comprendere non soltanto l'evoluzione, ma anche il determinarsi della sua arte dove il corpo è “ingaggiato” per creare delle figure.
Il pittore ligure appare dotato di un sicuro gusto per la “costruzione” composizione cromatica, fino a raggiungere una completa autonomia dell'immagine dipinta. I punti di riferimento in questa operazione sono quelli della grande tradizione “realista” europea, attentamente studiata nel cromatismo espressivo (e nel rapporto tra colore ed immagine) che si presenta quasi tangibili a chi osserva. Uno stile, tuttavia, per inseguire e per comprendere non soltanto l'evoluzione, ma anche le diverse inquadrature pittoriche (scrive Gualtiero De Santi nel testo del catalogo della mostra).
Il pittore ligure appare dotato di un sicuro gusto per la “costruzione” dell'immagine fino a raggiungere una completa autonomia nella figura che si concretizza in Per tutti gli sguardi (1977).
De Andreis è imprevedibile, anche, nelle soluzioni prospettiche, quasi a volere riequilibrare e rimodulare spazi e figure in dimensioni nuove e in soluzioni impersonali” (dice Riccardo Ceccarelli). Un percorso completo che rivela un linguaggio personale, ma già attratto dalla deformazione e dall’ambiguità delle figure riprodotte tra oli brillanti che sembrano emergere dal paesaggio selvaggio e nei riflessi della luce.
La figura umana è vista simbolicamente come attratta dalla luce e del suo riverbero nel quotidiano o dall'irreale tanto da apparire trasparente e drammatica, commovente e accattivante.
L‘intervento artistico di De Andreis è sulle condizioni fredde e vuote dell’attualità dove l’orizzonte pittorico e la sua originalità si sono ormai ristrette. La presenza della donna è diventa sia il soggetto che l’oggetto.
Il pittore entra nella scena senza opporsi alla condizione umana e femminile presentata, ma attraverso una sorta di camuffamento simbolico che nel dipinto For harpsichord and ghironda (2008) spicca per il senso di appartenenza ad una diversa civiltà.
C’è, del resto, nel retaggio del passato dell’autore una rara aderenza alla realtà, ai luoghi comuni che il ligure, peraltro, non vuole criticare intellettualisticamente, ma anzi accettare con una strana adesione agli stereotipi del mondo femminile. Più intensa ed emotiva si fa la pittura dagli anni ’70 che appare costruita in tableau vivant dove le donne vengono messe sotto un’aurea storica: Easy rider (1977) e Per tutti gli sguardi (1977).
Giovanni Battista deforma le sofferenze del corpo con spietata lucidità ritraendo l'anima tra atroci e sfiguranti dolori. La condizione esistenziale delle figure femminili appare nostra - come nella pittura di Francis Bacon - un preinferno terreno, una sorta di prigionia, solitudine e sofferenza.
Luce e aspetti ossessivi della vita del personaggio femminile in Patchwork (2007), ma anche la cosmesi e le cura di bellezza Che cosa (1979) sono sviluppate in chiave ironica. Ma assunto come impegno critico, il disegno e la pittura di elevata qualità formale lasciano trasparire la voluttà insieme sadica e masochistica del colore. Nell’esposizione di “Castelbellino Arte” ha riacceso su Giovanni Battista De Andreis l'ultima espressione estetica del sublime che pone la lucida constatazione della realtà a confronto con le più alte espressioni ideali, benché frustrate, dall'anima di Chiara v. E. (1986) che diventa uno strumento di adattamento tra i tanti oggetti nella stanza per creare un’identità libera da rapporti pulsionali.

Pittore, scultore, incisore, scrittore, De Andreis ha tenuto la prima personale a Imperia nel 1954, all'età di sedici anni. Allievo privilegiato di Emilio Scanavino al Liceo Artistico Nicolo' Barabino di Genova, appena diplomato si trasferisce a Milano, dove conosce e frequenta i protagonisti dell'avanguardia milanese di quegli anni, tra cui Lucio Fontana e il gruppo “spaziale”. A Cervo, una giuria composta da Felice Casorati e Francesco Menzio gli assegna il Premio Pennello d'oro 1956. A partire da allora lo studio della pittura classica, soprattutto barocca, accende irreali cromatismi in opere personali e di forte intensità, tese a ritrattare il dualismo astrazione-figurazione.
De Andreis ha vissuto fino al 1985 a Milano, poi per circa 10 anni in Liguria, e tuttora, da 15 anni, ad Agugliano nelle Marche, dove vive con la moglie Stefania Massaccesi. Ha condiviso amicizia e creatività di protagonisti quali Salvatore Fiume, Maurice Henry, Luciano Berio, Gasto'n Orellana, Federico Zeri, Karl Plattner, Roberto Garcia York, Ibrahim Kodra, Renato Carosone, Roberto Zamperini, Bepy Tay, Arturo Carmassi, Gilberto Cavicchioli, Ennio Calabria, Gabriele Mucchi, Franz Borghese, Ernesto Treccani, Domenico Purificato, Elio Galasso, Vanni Viviani, Piero Leddi, Davide Lajolo.