venerdì 26 agosto 2011

Premio Enogenius 2011

Comunicato stampa

Sono aperte le iscrizioni al “Premio Enogenius”, concorso nazionale di pittura dedicato e ispirato al vino, promosso da Pro Loco di Barile e Associazione Orme, in collaborazione con la rivista In Arte Multiversi e l’associazione Basilicata in Arte e con il patrocinio del Comune di Barile e del P.I.O.T. Area Nord Basilicata. La manifestazione, giunta alla sua terza edizione e inserita da quest’anno all’interno del calendario “VulturEventi Autunno”, si svolgerà dal 22 ottobre al 1º novembre 2011, attraverso un’esposizione temporanea delle opere in concorso, che avrà luogo a Barile presso Palazzo Frusci, e la premiazione dei vincitori prevista per martedì 1º novembre alle ore 18.00.
Il “Premio Enogenius” è un progetto che si propone di promuovere il territorio del Vulture e le sue peculiarità paesaggistiche, storiche, culturali ed enogastronomiche, attraverso il connubio tra la pittura e un prodotto d’eccellenza quale il vino Aglianico. Scopo del concorso è, inoltre, di offrire un’importante occasione di visibilità ad artisti di ogni provenienza, dando loro la possibilità di esprimere il proprio talento creativo in modo originale, prendendo spunto proprio dal vino.
Il tema dell’edizione 2011 del concorso sarà “Italia patria del vino”, attraverso il quale l’organizzazione chiede agli artisti che vorranno partecipare di richiamare, nell'anno che celebra l'anniversario dell'Unità d'Italia, l’importante ruolo che il vino ricopre nel trasmettere il sentimento di comunità negli italiani, ma anche la sua fondamentale funzione nella promozione del “made in Italy” nel mondo. L’Italia, infatti, è considerata la patria del buon vino, il quale costituisce oggi uno dei simboli della nostra nazione e della nostra tavola all’estero, ma è anche il principale produttore di vino al mondo, primato sfilato alla Francia grazie all’ultima vendemmia 2010.
Il concorso è aperto ad artisti professionisti e dilettanti, senza alcuna distinzione di età, sesso, nazionalità o altra qualificazione, i quali potranno partecipare con opere di pittura realizzate con tecnica libera su qualsiasi tipo di supporto. Il termine ultimo per la presentazione delle domande di iscrizione è fissato per il giorno 7 ottobre 2011. Le opere in concorso saranno valutate da una autorevole e qualificata giuria, costituita da esperti di arte, critici, professori d'accademia e artisti di fama. In palio un montepremi di 2.200 euro, di cui 1.000,00 andranno all'autore dell'opera prima classificata, 700,00 al secondo e 500,00 al terzo.
È possibile trovare tutte le informazioni relative al “Premio Enogenius” e scaricare il bando di partecipazione e il modulo d’iscrizione sul sito della Pro Loco di Barile, all’indirizzo www.prolocobarile.it.

Titolo manifestazione: Premio Enogenius 2011
Tema del concorso: Italia patria del vino
Sede: Barile (PZ), Palazzo Frusci
Periodo: 23 ottobre 2011 - 1° novembre 2011
Scadenza iscrizioni: 7 ottobre 2011
Soggetto promotore: Pro Loco di Barile
Collaborazioni: Associazione O.R.M.E., Associazione A.R.C.A., Basilicata In Arte
Patrocini: Comune di Barile, Piot Area Nord Basilicata

giovedì 25 agosto 2011

La storia contadina in mostra a Colobraro

di Francesco Mastrorizzi

Dal 2007 a Colobraro, nei locali dell’ex scuola media in viale Vittorio Veneto, è visitabile, durante il periodo estivo, la "Mostra permanente sulla civiltà contadina". L’esposizione è figlia del progetto “La memoria racconta”, messo in atto dagli insegnanti della scuola primaria e secondaria di primo grado di Colobraro, che hanno offerto ai loro piccoli allievi, coinvolti attraverso la ricerca e la schedatura di oggetti antichi, la possibilità di conoscere le tradizioni popolari del proprio paese. I risultati dello studio sono serviti ad allestire la mostra, la quale presenta la vita della popolazione colobrarese fino a pochi decenni fa: una vita fatta di agricoltura e artigianato e scandita dal ritmo della natura e delle feste religiose. Di essa sono testimonianza gli attrezzi esposti, legati agli antichi sistemi del lavoro agricolo e alla vita quotidiana.
Dal 2008 alla mostra sulla civiltà contadina se ne sono affiancate altre due: la mostra fotografica permanente della comunità di Colobraro dal titolo Le immagini ritrovate e la mostra archeologica Frammenti di vita quotidiana a Colobraro. La prima, nata su iniziativa dell'associazione culturale InLoco, con la collaborazione dell’Editrice ArchiviA e della Biblioteca di Colobraro, presenta le fotografie d’epoca del paese e attraverso di esse illustra la storia dei suoi protagonisti. La seconda, organizzata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata e dal Museo di Policoro, presenta i reperti medievali rinvenuti nel centro storico di Colobraro a seguito di recenti campagne di scavo archeologico.



Le immagini sono tratte dal sito Magicolobraro

martedì 23 agosto 2011

La Madonna di Marsico Nuovo

di Sonia Gammone

La chiesa della Madonna di Santa Maria di Costantinopoli o del Ponte di Marsico Nuovo, rappresenta un altro luogo di grande fascino legato al culto mariano nella regione lucana. La chiesa è stata eretta nella seconda metà del XVI secolo sull’area di una preesistente cappella costruita inglobando i resti di un ponte sull’Agri. Sul portale in pietra dell’ingresso principale è possibile leggere la scritta scolpita nella pietra di un’epigrafe che riporta la data del 1593. Di impianto planimetrico ad aula, la chiesa presenta la zona presbiteriale rialzata rispetto alla navata con l’arco trionfale in pietra raccordante i due corpi. Le pareti longitudinali sono caratterizzate da una scansione di pilastri ed archi, dove probabilmente erano inseriti gli altari. L’esterno della chiesa presenta facciate molto sobrie nelle quali l’unico elemento architettonico significativo è costituito dall’elegante portale lapideo della facciata principale sormontato da una grande finestra quadrangolare che permette l’illuminazione della navata insieme ad altre sei finestre, tre per lato, aperte nelle murature longitudinali. La cupola è stata affrescata nel XVIII secolo da Salvatore Ferrari con la raffigurazione dell’Incoronazione della Vergine in un tripudio di angeli e santi, mentre sui pennacchi che sorreggono la cupola sono raffigurati i Quattro Evangelisti. L’originario oggetto di culto era costituito probabilmente dall’affresco databile alla seconda metà del secolo XVI e raffigurante la Madonna con il bambino conservato all’interno di una nicchia ricavata in una muratura appartenente alla fase più antica della chiesa, ma a causa del cattivo stato di conservazione non è possibile averne certezza. A questo dipinto fu successivamente sostituita una statua lignea databile al XVII secolo e raffigurante la Madonna a busto intero che regge il Bambino che solleva le braccia in atto benedicente. La scultura rielabora l’iconografia propria della Madonna di Costantinopoli.

venerdì 19 agosto 2011

Mario Lattes. Frammenti di identità

Comunicato stampa

Una quarantina di opere di Mario Lattes a dieci anni dalla sua scomparsa, per ripercorrere un’avventura artistica poliedrica che abbraccia cinquant’anni di attività pittorica. È la mostra antologica “Frammenti di identità” dedicata ai lavori di Mario Lattes, alcuni raramente esposti, che inaugura mercoledì 21 settembre 2011 alla Galleria del Ponte di Torino (Corso Moncalieri, 3).
Organizzata dalla Fondazione Bottari Lattes in collaborazione con la Galleria, è curata da Vincenzo Gatti e dal gallerista Stefano Testa.
Percorso espositivo cronologico, che parte dagli anni Cinquanta per arrivare agli anni Novanta e documenta i diversi modi espressivi e i numerosi interessi del pittore Mario Lattes, la mostra prosegue fino a sabato 12 novembre 2011, secondo il seguente orario: da martedì a sabato 10-12,30 e 16-19,30 (altri orari su appuntamento).
Autore raffinato, capace di dare vita a immagini oniriche, Mario Lattes ha sperimentato tecniche e linguaggi eterogenei, con i quali ha espresso il dolore dell'esistenza e la propria rivendicazione di libertà da ogni pregiudizio. La sua opera racchiude momenti d'ispirazione ora astratta ora espressionista, ora visionaria, per approdare a suggestioni visive, senza mai essere imprigionata in categorie o movimenti.
Dagli oli su tela o su carta, alla grafica, fino agli acquerelli, tempera e tecniche miste, la produzione pittorica di Lattes si distingue anche per i temi affrontati: le contraddizioni della vita, il dolore e le difficoltà nella quotidianità, le memorie e la consapevolezza della propria frammentata identità, la ribellione alle idee preconfezionate, alla volgarità delle mode.
Le opere esposte appartengono agli eredi di Mario Lattes e sono custodite presso la Fondazione Mario Lattes di Torino, istituita nel 2005.
Il catalogo della mostra include una presentazione di Bruno Quaranta ed è reperibile presso la Galleria del Ponte (Corso Moncalieri 3) e la Fondazione Bottari Lattes a Monforte d’Alba (via Marconi 16).

Mario Lattes (Torino 1923 -2001), pittore, scrittore ed editore, fece nella città natale le prime esperienze nei campi dell’arte e della cultura. La sua pittura, dopo un iniziale periodo informale, fu sempre figurativa, con valenze visionarie e fantastiche, tale da evocare illustri discendenze, da Gustave Moreau a Odilon Redon a James Ensor.
Dopo la seconda Guerra mondiale si dedicò alla casa editrice torinese Lattes, fondata nel 1893 dal nonno Simone. Del 1947 è la sua prima mostra alla galleria La Bussola di Torino, a testimonianza delle maturate esperienze artistiche. Negli anni Cinquanta allestì personali a Torino, Roma, Milano e Firenze e partecipò con successo a due edizioni della Biennale di Venezia. Seguì una regolare attività espositiva in tutta Italia.
Nel 1953 fondò la rivista Galleria, che dall'anno seguente, con il titolo Questioni, diventò voce influente del mondo culturale piemontese e non solo. Vi parteciparono intellettuali italiani e stranieri, come Nicola Abbagnano, Albino Galvano e Theodor Adorno.
Tra il 1959 e il 1985 pubblicò doversi di romanzi, tra cui: La stanza dei giochi (Editrice Ceschina, 1959), Il borghese di ventura (Einaudi, 1975), L'incendio del Regio (Einaudi, 1976), L'amore è niente (Editore La Rosa, 1985).
Ebreo laico, la sua arte risente delle vicende e della psicologia di questo popolo: umorismo amaro e sarcastico, pessimismo e lontananza. Torino, però, fu sempre la sua unica e vera città.
Fu uomo solitario, complesso. La pittura, le incisioni e i romanzi sono legati da un forte filo di comunanza, talvolta anche nella scelta di soggetti identici, trasfigurati dalla diversità dei mezzi espressivi.

Titolo mostra: Frammenti di identità - Antologica di Mario Lattes
Sede: Galleria del Ponte, Corso Moncalieri 3, Torino
Mostra organizzata dalla Fondazione Bottari Lattes di Monforte d’Alba e dalla Galleria del Ponte di Torino
Durata: 21 settembre-12 novembre 2011
Vernissage: mercoledì 21 settembre 2011, ore 18.00
Orari: da martedì a sabato 10.00-12.30 e 16.00-19.30

Immagine: Mario Lattes, Autoritratto, 1959, olio su tela, cm. 55x75

giovedì 18 agosto 2011

a>Monte / programma di comunanza e residenza per artisti

Comunicato stampa

La città di Montescaglioso, comune della provincia di Matera, già sede di Oreste (organizzazione culturale e residenza d’artista presentata alla 48 Biennale di Venezia, attiva dal 1997 al 2002, attraverso incontri periodici di artisti, critici e intellettuali in alcune località italiane tra cui Montescaglioso e Matera) e dei progetti G.A.R.Ba - Giovani Artisti Residenti Basilicata, (attuati dal 2003 al 2006), è stata scelta simbolicamente come luogo del progetto a>Monte, un programma di ospitalità per artisti in un clima di stretta comunanza con la popolazione e il territorio.
Il progetto, ideato e sviluppato dall’artista Ferdinando Mazzitelli in un ambito di design sociale o progettazione artistica che supera il manufatto per arrivare all’ideazione di realtà pensate per l’individuo, si pone come piattaforma di sviluppo di relazioni artistiche e scambi d’esperienze, un tool, uno strumento, che poco a poco crea incontri e istituisce comunità attraverso un articolato programma comprendente: performance, proiezioni, laboratori, feste aperte ad un pubblico eterogeneo, per creare uno spazio attivo d’incontro, scambio e discussione attraverso interventi di artisti e teorici.
Il progetto a>Monte, sostenuto dalla Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea e dal CEA - Centro di Educazione Ambientale di Montescaglioso, presenta dal 22 al 28 agosto presso il Convento S.S. Concezione e nello splendido scenario dell’Abbazia di S. Michele in Montescaglioso, una serie di eventi all’insegna della molteplicità e dell’incontro, della condivisione collettiva e dell’improvvisazione ma anche mostre come:
  • “Caro Oreste” – a cura di Francesco Sollazzo, con la collaborazione di Vincenzo Santarcangelo e i contributi di: Natascia Abbattista, Artway of Thinking, Caroline Bachmann, Pino Boresta, Albert Braun, Rita Canarezza, Franco Caputo, Dario Carmentano, Roberto Cascone, Gea Casolaro, Elena Cologni, Pier Paolo Coro, Cristina dal Zio, Federico Del Prete, Paola di Bello, Emilio Fantin, Barbara Fässler, Anna Finetti, Regina Frank, Matteo Fraterno, Alessandra Galbiati, Cecilia Galiena, Francesco Galluzzi, Generator, Coco Gordon, Mario Gorni, Meri Gorni, Alfredo Granata, Sophie Hope, Francesco Impellizzeri, Rocco Lomonaco, Heidi Lunabba, Colin Martin, Antonella Mazzoni, Pino Modica, Diego Mometti, Domenico Nardone e Laura Palmieri, Giancarlo Norese, Vito Pace, Cesare Pietroiusti, Alessandra Pioselli, Roberto Quarta, Anteo Radovan, Angelo Ricciardi, Michele Robecchi, Paola Sabatti Bassini, Stefano Santoro, Josephine Sassu, Elisabetta Sonnino, Federico Tanzi Mira, Nello Teodori, Adriana Torregrossa, Giovanna Trento, Elisa Vladilo.
  • “Trip Art inna Castle” – progetti e opere di:
    Elena Arzuffi, Fabrizio Basso, Raffaello Becucci, Stefano Boccalini, Mauro Bubbico, Rita Cannarezza, Annalisa Cattani, Umberto Cavenago, Marco Cianciotta, Silvia Cini, Pier Paolo Coro, Vito Dichio, Bruno Di Lecce, Giulia Di Lenarda, Simonetta Fadda, Andrea Ferri, Matteo Fraterno, Giorgio Ganzerli, Candy Grizzly, Sebastiano Laselva, Francesco Lomonaco, Rocco Lomonaco, Amedeo Martegani, Maurizio Mercuri, OinO: Paola Sabatti Bassini e Piero Almeoni, Pierfabrizio Paradiso, Claudio Parrini, Raffaele Petrozza, Sergio Racanati, Angelo Sarleti, Marco Vaglieri, Elisa Vladilo, Wurmkos;
  • “Cosa hai detto?” – serie di discussioni pubbliche coordinate da Ferdinando Mazzitelli con la partecipazione di: Matteo Lucchetti, Mauro Bubbico, Roberto Martino, Franco Caputo, Angelo Bianco, Pierfabrizio Paradiso, e presentazione del progetto di residenza dell’artista Francesca Speranza;
  • “The art of cooking” – cene bio a cura di Dora Brio / Società Agricola Brio-Mazziotta e Gipso Avena + Marilisa Colamonico / Red Fox Club - listening: Sergio Racanati;
  • “Qui” – serie di conversazioni e incontri con giovani artisti e creativi del territorio: Vito Dichio, Francesco Lomonaco, Monica Palumbo, Rocco Lomonaco, Bruno Di Lecce, Francesca Zito.
Titolo: a>Monte / programma di comunanza e residenza per artisti
A cura di: Ferdinando Mazzitelli
Luoghi: Ex Convento S.S. Concezione + Abbazia S. Michele, Piazza del Popolo / Montescaglioso
Date: 22 - 28 agosto 2011
Orari: dalle ore 19.00
Ingresso: libero
Immagine: © & courtesy Francesca Speranza

mercoledì 17 agosto 2011

Jacopo Casadei. Onironauti

Comunicato stampa

Sabato 17 settembre, la galleria GiaMaArt studio presenta ‘ONIRONAUTI’ mostra personale di Jacopo Casadei che raccoglie un ciclo di opere recentissime.
L'onironautica è la disciplina del ‘sogno lucido’, cioè il tentativo di affrontare in maniera cosciente l'esperienza onirica. Nei lavori vengono descritti scenari di sogni, dove i protagonisti trasfigurati vivono contesti ridicoli, grotteschi e improbabili cercando di gestire il proprio ''io'' prendendo scelte ed interagendo nel limite delle loro possibilità.
“La pittura non può essere definita altrimenti che un sistema di segni in continua evoluzione, un linguaggio vivo, organico, articolato in forme immaginifiche che devono necessariamente disporsi e organizzarsi ogni volta in modi nuovi ed eloquenti. Il problema del pittore, dell’artista in genere, consiste nel trovare inedite soluzioni per risolvere l’enigma antico della rappresentazione.
Come i seguaci di Breton, Casadei divarica lo spettro della rappresentazione, strappa il velo di Maya del mondo fenomenico e introduce l’elemento distortivo della metamorfosi. L’esercizio è apparentemente simile a quello dei cadaveri squisiti, ma la frattura con la figura, e dunque con la struttura narrativa, è più profonda e indelebile. Non si tratta qui, infatti, di giustapporre entità riconoscibili, secondo un processo di trasformazione ovidiana delle forme, ma piuttosto di ripensare le forme e il loro rapporto con la realtà.
Casadei si spinge oltre il dominio operativo Surrealista, ma non invade ancora l’abisso caotico dell’Informale, attestandosi piuttosto in una zona liminale, che accoglie influssi da entrambe le direzioni, in una sorta di intricata e fertile osmosi di umori. Nelle sue mani, la pittura appare come un linguaggio sensibile, elastico, capace di dilatare la figura, di farla vibrare a una frequenza più alta, deformandola e sfaldandola fino ad annullarla. Non è un esito spiegabile solo in termini stilistici o formali, ma piuttosto il risultato di uno specifico processo cognitivo, che contempla la possibilità di osservare il mondo esteriore (e interiore) in modi sostanzialmente diversi da quelli cui siamo abituati”.

Titolo: Jacopo Casadei. Onironauti
A cura di: Ivan Quaroni
Sede: GiaMaArt studio, Vitulano (BN)
Date: 17 settembre-31 dicembre 2011
Inaugurazione sabato 17 settembre, ore 19.00
Orari: dal martedì al sabato, dalle ore 16.00 e alle 20.00 e per appuntamento. Gli orari possono variare, si consiglia di verificare sempre via telefono.

lunedì 8 agosto 2011

Artemisia Gentileschi: una donna artista

di Sonia Gammone

Il Seicento vede fronteggiarsi aspramente due mentalità, da una parte le posizioni conservatrici della Chiesa, dall’altra le spinte progressiste intorno alla questione della conoscenza razionale. Considerato il secolo d’oro, il Seicento vede fiorire varie correnti artistiche: il Naturalismo di Caravaggio e seguaci, il Classicismo del Carracci e degli emiliani, l’esperienza barocca di Pietro da Cortona, di Bernini e Borromini, mentre si delinea in maniera autonoma la pittura di genere. Il desiderio crescente degli artisti di rappresentare realisticamente l’anatomia si scontra col forte tabù della nudità sacra. Sarà in questo clima pieno di fervore artistico e contraddizioni che si inserisce la vicenda artistica ed umana di Artemisia Lomi Gentileschi (1593-1653), figlia di Orazio Gentileschi (1563-1539), artista pisano dagli iniziali stilemi tardo manieristici, trapiantato a Roma dal 1585, per collaborare come aiuto nei lavori della Biblioteca Sistina in Vaticano, amico del Caravaggio. Per una donna del XVII secolo dedicarsi alla pittura era una scelta piuttosto difficile da attuare in un ambito, quello dell’arte, nel quale la presenza maschile era cosa universalmente riconosciuta. Artemisia non fu la sola, ma attorno alla sua figura si è accentuato nel tempo un interesse crescente legato forse anche alla sua vicenda personale che la vede suo malgrado protagonista di un processo per stupro. Tuttavia, studi recenti, concentrando la loro attenzione sulle grandi qualità artistiche e innovative della Gentileschi, mettono da parte quella visione che troppo a lungo la storiografia ha cercato di dare anteponendo il lato femminista delle sue opere ai veri intendimenti dell’artista. Nei suo dipinti le donne sono il soggetto prediletto, soprattutto le eroine bibliche ma anche i temi più prettamente sacri, ci rivelano la sue altissime qualità pittoriche. L’opera Susanna e i Vecchioni, riconosciuta quale sua prima opera autografa, già rivela tutta la lucidità di una grande preparazione a soli diciassette anni. L’episodio è quello narrato nel Libro di Daniele: la casta Susanna che viene sorpresa mentre fa il bagno da due anziani signori che frequentavano la casa del marito e che la sottopongono ad un ricatto. Una novità è già la presenza nella scena dei soli tre soggetti disposti a piramide, con Susanna che non fa nulla per nascondere il suo corpo nudo ma tende le mani come a voler allontanare da sé la molestia dei due. Sotto la guida paterna, pur rimanendo vicina al quel realismo caravaggesco espresso nel volume dei corpi e delle vesti, Artemisia guarda anche alle novità portate a Roma da Annibale Carracci. Dopo gli esordi romani, Artemisia si trasferisce a Firenze. Qui realizzerà la Conversione della Maddalena, tema largamente diffuso, rappresentando la santa con uno splendido abito di seta giallo, scollato così da mostrare appena una spalla e la piega del seno. In contrasto con l’abito sontuoso un piede nudo che spunta sotto gli ampi panneggi e le mani, una sul petto e l’altra protesa a schivare uno specchio che appena si intravede nell’ombra, simboli del proposito di rinuncia. Sulla cornice dello specchio le parole del Vangelo secondo Luca “OPTIMAN PARTEM ELEGIT”, “ha scelto la parte migliore”, ovvero la ricerca del Signore. E ancora su un lato dello schienale della sedia sulla quale è seduta la pittrice ha posto la sua firma. Altra opera del periodo fiorentino è Giuditta con la sua ancella in cui la Gentileschi recupera tutte le caratteristiche proprie della drammatica narrazione caravaggesca. Giuditta ed Abra, la sua ancella, sono raffigurate da vicino, immerse nell’ombra e illuminate da una luce che sembra di candela. L’istante raffigurato è quello in cui le due donne si apprestano a lasciare la tenda di Oloferne dopo averlo ucciso. Giuditta impugna ancora la spada mentre l’ancella sostiene, come fosse il bucato, la cesta nella quale è stata deposta la testa mozzata del tiranno. Questa è una delle sue opere migliori. La tensione del volto di Giuditta, la spada e i gioielli raffigurati con una cura minuziosa del dettaglio, rendono l’opera superba. L’ultimo parte della sua vita Artemisia lo passerà a Napoli riconosciuta ed apprezzata come artista. È in questo periodo che si colloca una parentesi londinese, dove Artemisia si reca su richiesta del re Carlo I e per raggiungere il padre. Qui dipinge una Allegoria della Pittura, considerato un autoritratto, eseguita secondo i canoni iconografici riconosciuti, ma altamente innovativa. Qui la Gentileschi conferisce a se stessa gli attributi della personificazione femminile della Pittura, una delle cinque arti liberali: la catena d’oro, la maschera pendente che rappresenta l’imitazione, i riccioli ribelli simbolo della frenesia della creazione artistica, e gli abiti di colore cangiante che alludono all’abilità del pittore. Questa Allegoria mostra la sua grande originalità nella disposizione del soggetto nel dipinto: la donna viene raffigurata di fianco, con il braccio destro ampiamente sollevato per raggiungere una invisibile tela su cui si concentra tutta la sua attenzione. Le donne da lei dipinte mostrano sentimenti, paure, angosce, attraverso gesti e pose, ora dinamici, ora sensuali, ora contemplativi, ed è il coinvolgimento che queste riescono a creare nello spettatore a rendere la pittura di Artemisia Gentileschi così emozionante.

venerdì 5 agosto 2011

Gli scorci lucani di Aurelio Lamiranda

di Francesco Mastrorizzi

Aurelio Lamiranda, nativo di Acerenza (Pz), nel corso della sua esistenza ha immortalato sulla tela ogni luogo in cui gli è capitato di lasciare le proprie orme: Pietragalla, Venosa, Pisticci, Maratea, Tolve, oltre che il proprio paese natale, per il quale nutriva un amore incommensurabile. Nei suoi dipinti sono ritratti principalmente gli scorci di questi paesi lucani, che permettono allo spettatore del terzo millennio di percorrere un suggestivo viaggio nella memoria, tra vicoli, piazzette e case del secolo scorso.
Le opere di Lamiranda illustrano gli ambienti della quotidianità dei nostri nonni: un mondo dove sorgono e si avvicendano porte e finestre fiorite, pavimenti in cotto, gradinate e case di pietra, tetti di coppi. Molto raramente compare la figura umana, ma dietro i calcinacci dei muri, sui gradini delle scale, si sente pulsare la vita, il vicinato, la famiglia. È un inventario delle memorie e degli affetti sommersi, un atto di amore nei confronti della cultura contadina, la testimonianza di una civiltà quasi scomparsa.
Uomo semplice, discreto, generoso, sereno, Lamiranda esprime tramite l’arte i tratti salienti della propria personalità. Nelle sue opere non c’è voglia di strabiliare, ma soltanto di raccontare, attraverso una sensibilità accentuata, paesi e atmosfere in via di estinzione, ricordati con tenerezza ed emozione. Il suo è un richiamo estetico ed etico all’antica saggezza lucana, un invito alla comunità regionale a non dimenticare le proprie origini.
Lamiranda dispone di una tavolozza ricca e attenta, che utilizza i timbri e i toni appartenenti alla matrice narrativa del sentimento. La morbidezza dei colori e l’equilibrio delle tonalità sono un mezzo per esprimere il proprio rispetto per i piccoli ambienti paesani rappresentati, per il loro riserbo, per il pudore popolano.