lunedì 23 gennaio 2012

La Madonna di Muro Lucano

di Sonia Gammone

La Chiesa della Madonna di Capodigiano o Maria Santissima delle Grazie di Muro Lucano risale molto probabilmente agli anni a cavallo tra il XII ed il XIII secolo ed il suo impianto fu opera del maestro Sarolo di Muro Lucano, come attesta la lapide ora posta all’esterno della parete di fondo dell’edificio. Da recenti restauri è emersa l’esistenza di una chiesa preesistente di modeste dimensioni ad aula unica impostata ortogonalmente all’impianto del Sorolo che inglobò nella parete laterale destra della vecchia facciata e utilizzò la vecchia aula quale annesso residenziale. L’edificio ha tre navate suddivise da arcate a tutto sesto poggianti su pilastri quadrangolari e termina con un’unica abside semicircolare. Davanti all’ingresso vi sono tre leoni e un’ara circolare con festone e bucranio di età imperiale romana. Sui pilastri sono emersi, grazie ai restauri numerose tracce di affreschi di pregevole fattura databili tra XIII e XV secolo. Sulla parete della navata destra, verso l’ingresso, vi è un dipinto fortemente lacunoso della prima metà del XV secolo, al centro del quale si riconosce la parte inferiore della figura della Madonna, seduta su un trono marmoreo, la quale regge in braccio il Bambino, del quale si scorgono solo i piedi nudi. Alla sinistra del trono è visibile la parte inferiore di un santo vescovo, mentre sulla destra è la figura di S. Francesco. Altri affreschi sono databili alla seconda metà del XIII secolo: quello sul terzo pilastro di destra raffigura un santo vescovo, di cui è visibile solo il busto, mentre sul secondo pilastro della navata destra è raffigurato un Arcangelo, ripreso frontalmente e visibile dalla fronte fino alla cintola. L’affresco infine del pilastro destro del presbiterio raffigura la testa di un santo vescovo. L’oggetto venerato per il culto è una statua lignea che rappresenta la Madonna seduta in posizione rigidamente frontale, il braccio sinistro è alzato e proteso in avanti a sorreggere il globo con la croce mentre il braccio destro sostiene il Bambino nudo, seduto sul ginocchio. Nonostante i numerosi interventi, la statua denuncia una iconografia tardo medievale che induce ad una datazione a cavallo tra i secoli XIV e XV.

sabato 21 gennaio 2012

Santa Croce a Lecce: capolavoro del barocco

di Francesco Mastrorizzi

La Basilica di Santa Croce è considerata il simbolo del barocco leccese, per il fastoso impianto ornamentale della sua facciata e per i complessi simbolismi dello stesso, che la rendono un unicum rispetto a tutti gli altri monumenti coevi presenti a Lecce. Questa unicità è per altro rafforzata dall’effetto scenografico creato dalla chiesa con il palazzo che la affianca, l’ex convento dei Celestini, dotato di armoniose decorazioni sulle finestre e sul portale d’ingresso.
Il prospetto della facciata è ben definito e leggibile. Il primo ordine, diviso in cinque settori da sei colonne a fusto liscio, con ricchi capitelli che sorreggono la trabeazione, è caratterizzato da un sontuoso portale d’ingresso, delimitato da due coppie di colonne corinzie. Ai lati due portali di dimensioni più modeste, sopra i quali insistono una nicchia, uno stemma e una finestra circolare.
Primo e secondo ordine sono separati da una lunga balaustra sorretta da telamoni zoomorfi e antropomorfi, raffiguranti animali fantastici e allegorici o figure grottesche. Tredici putti, graziosi ed eleganti, corrono lungo tutta la balaustra.
Il secondo ordine è diviso in tre settori e dominato dal grande rosone centrale di ispirazione romanica. Profilato da foglie di alloro e bacche, presenta tre ordini a bassorilievo con testine di angeli alati, fiori di loto e frutta. In alto, a destra e a sinistra del rosone, la data di ultimazione dei lavori: 1646. Gli stessi erano iniziati quasi un secolo prima, nel 1549. Ai lati del quadro centrale, evidenziati da due colonne corinzie, due nicchie con le statue di San Benedetto (a destra) e Papa Celestino V (a sinistra), fondatore dell’Ordine a cui appartenevano la chiesa e il convento. Alle estremità si ergono due grandi statue femminili, simboleggianti la Fede e la Fortezza. Il timpano, col trionfo della croce al centro, chiude superiormente la facciata.

venerdì 20 gennaio 2012

Wildt. L’anima e le forme tra Michelangelo e Klimt

Comunicato Stampa

Adolfo Wildt (Milano, 1868 – 1931) è il genio dimenticato del Novecento italiano. La grande mostra che Forlì gli dedica al San Domenico (dal 28 gennaio al 17 giugno) per iniziativa della locale Fondazione Cassa dei Risparmi e del Comune, è certo una scommessa: rendere popolare un artista tra i più sofisticati e colti del nostro Novecento. La mostra è a cura di Fernando Mazzocca e Paola Mola affiancati da un comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci. Da sottolineare come questa esposizione, eccezionale per completezza e qualità delle opere, rappresenti il primo tempo del “Progetto Novecento. Percorsi – Eventi – Interpretazioni” che si svilupperà nel 2013 con la grande mostra DUX, dedicata ad una ricognizione sull’ “arte italiana negli anni del consenso”, legittimamente proposta da Forlì, città del Duce.
Nel percorso al San Domenico, allestito dal parigino Wilmotte et Associès e dallo Studio Lucchi e Biserni, la grande arte di Wildt sarà messa a confronto con i capolavori di maestri del passato che per lui furono sicure fonti di ispirazione. Da Fidia a Cosmè Tura, Antonello da Messina, Dürer, Pisanello, Bramante, Michelangelo, Bramantino, Bronzino, Bambagia, Bernini, Canova, e con i moderni con cui si è originalmente confrontato: Previati, Mazzocutelli, Rodin, Klimt, De Chirico, Morandi, Casorati, Fontana, Melotti. Ma anche con artisti come Klimt che a lui si ispirarono. Nell’uno e nell’altro caso non si tratta di richiami o confronti casuali, ma puntualissimi, diretti, evidenti. Insomma la più grande retrospettiva mai realizzata su Wildt ma anche una sequenza di capolavori mozzafiato, scelti come confronto, quasi due mostre in una, quindi.
Estraneo al mondo delle avanguardie e anticonformista, capace di fondere nella sua arte classico e anticlassico, Wildt è un caso unico in questo suo essere in ogni istante tutto e senza luogo. La sua incredibile eccellenza tecnica e lo straordinario eclettismo furono attaccati sia dai conservatori, che non lo vedevano allineato per i contenuti, ancora pervasi dal Simbolismo, e per le scelte formali caratterizzate da richiami gotici ed espressionisti estranei alla tradizione mediterranea e all’arte di regime, sia dai sostenitori del moderno che mettevano in discussione la sua fedeltà alla figura, la vocazione monumentale, il continuo dialogo con i grandi scultori e pittori del passato, e la predilezione della scultura come esaltazione della tecnica e del materiale tradizionalmente privilegiato, il marmo, che lui sapeva rendere con effetti sorprendenti sino alla più elevata purificazione dell’immagine. Questi aspetti, che ne hanno condizionato per lungo tempo la fortuna, esercitano oggi su di noi un fascino nuovo che solo una grande mostra può finalmente restituire.
Partendo dall’eccezionale nucleo di opere conservate a Forlì, dovute al mecenatismo della famiglia Paulucci di Calboli, protagonista della storia della città e della storia nazionale, e grazie alla disponibilità dell’Archivio Scheiwiller (il grande editore milanese che per via familiare ha ereditato molte opere e materiali di Wildt), è oggi possibile radunare una serie di straordinari capolavori di Wildt e ricostruire il percorso più completo della sua produzione sia scultorea sia grafica.
L’idea che governa questa esposizione non è semplicemente quella di una rassegna di carattere monografico, ma di un percorso che (come nel caso della recente mostra di Forlì su Canova) metta in relazione profonda le sue opere con quelle degli artisti - pittori e scultori - del passato (come Fidia, Cosmè Tura, Antonello da Messina, Dürer, Pisanello, Bramante, Michelangelo, Bramantino, Bronzino, Bambaia, Cellini, Bernini, Canova) e dei moderni (Previati, Mazzucotelli, Rodin, Klimt, De Chirico, Morandi, Casorati, Martini, Fontana, Melotti) con cui si è intensamente e originalmente confrontato, attraversando ambiti e momenti diversi della vicenda artistica.
I temi da lui privilegiati, come quelli del mito e della maschera, gli consentirono di dialogare anche con la musica (Wagner) e la letteratura contemporanea, da D’Annunzio (che fu suo collezionista) a Pirandello e Bontempelli; così, da ritrattista eccezionale quale era, con i magnifici busti colossali di Mussolini, Vittorio Emanuele III, Pio XI, Margherita Sarfatti, Toscanini e di tanti eroi di quegli anni, egli ha saputo creare un Olimpo di inquietanti idoli moderni. Wildt vuole condurre i gesti, i volti, le figure umane a una nudità essenziale, coglierne l’anima consentendo al pensiero di giungere a un’armonia maturata e composta tra la linea e la forma.
Nell’ambito del Progetto Novecento, da segnalare che a “Wildt. L’anima e le forme tra Michelangelo e Klimt, allestita al San Domenico sono collegate altre esposizioni sul territorio: a Faenza, al MIC – Museo Internazionale delle Ceramiche, “La ceramica nell’età di Wildt”, a Cervia, ai Magazzini del Sale, “Giuseppe Palanti. La pittura, l’urbanistica. La pubblicità da Milano a Milano Marittima”, e a Predappio, nella Casa Natale di Mussolini, due mostre in successione: “Archivio del Novecento. Marisa Mori, donna e artista del ‘900, il talento e il coraggio” e “Renato Bertelli, la parentesi futurista”.

Titolo mostra: Wildt. L’anima e le forme tra Michelangelo e Klimt
A cura di: Fernando Mazzocca, Paola Mola
Sede: Musei San Domenico, Forlì
Date: 28 gennaio - 17 giugno 2012
Orari: da martedì a venerdì: 9.30-19.00; sabato, domenica, giorni festivi: 9.30-20.00; lunedì chiuso. 9 e 30 aprile apertura straordinaria. La biglietteria chiude un’ora prima.

giovedì 19 gennaio 2012

Tacchi e Misfatti - Cena con delitto

Comunicato stampa

Il 20 gennaio alle 21.00, presso il Relais La Fattoria di Melfi, debutta la nuova produzione della compagnia teatrale L’Albero, “Tacchi e Misfatti”. Si tratta di una cena con delitto, un format che mette insieme il piacere di una buona cena e il divertimento di uno spettacolo teatrale. Il pubblico è protagonista sin dalle prime portate: deve infatti osservare tutto ciò che accade, prendere appunti, studiare trama e personaggi e, alla fine, impegnarsi a risolvere il giallo: chi sarà l’assassino?
È la seconda cena con delitto prodotta dall’Albero: dopo il successo di “Le chat noir”, interpretato dalla compagnia degli allievi attori, è la volta della compagnia professionale. Una nuova e intrigante storia ha per protagoniste quattro donne, Vania Cauzillo, Rossana Maltempo, Cristina Palermo e Palma Santangelo, e un solo uomo, Americo Palermo; insieme, daranno vita a una performance leggera, frizzante, con un pizzico di noir. Un giallo comico ma molto elegante, in cui la femminilità la fa da padrona. Lo spettacolo è stato scritto da Mariangela Corona, per la regia di Alessandra Maltempo. I costumi sono stati realizzati dall’Atelier Emilio Sasso.
“La cena con delitto è una delle produzioni a cui siamo più affezionate” racconta Mariangela Corona, autrice e responsabile organizzativo dell’associazione “in quanto consente di portare il teatro in luoghi non convenzionali come un ristorante, arrivando quindi anche in paesi, e sono tanti, dove non ci sono spazi teatrali. Si tratta di un’esperienza, più che di un semplice spettacolo, in quanto si crea un’atmosfera particolare, in cui i confini tra attori e spettatori sono molto sottili. E poi è divertente e scanzonata, come piace a noi dell’Albero.”
“La produzione teatrale dell’Albero è molto variegata, perché abbiamo deciso di sperimentare generi diversi” spiega Alessandra Maltempo, regista e direttore artistico della compagnia. “A marzo, ad esempio, debutterà la nuova produzione di teatro ragazzi “Tutti all’Opera”, uno spettacolo sull’opera lirica, per avvicinare i più piccoli all’ascolto del bel canto; ha appena debuttato lo spettacolo di teatro e musica dal vivo “Radiohead ON A.I.R., coprodotto con l’associazione Vulcanica. Insomma, tante cose diverse e tutte assolutamente rappresentative del nostro modo di intendere il teatro: vivo, intenso, divertente, educativo, dissacrante.”
In occasione della prima, sarà allestita presso il Relais La Fattoria la mostra fotografica del backstage, realizzata dal fotografo Giovanni Salvatore, che sarà replicata anche nella data potentina. “Tacchi e Misfatti” sarà, infatti, a Potenza il prossimo 11 febbraio, e poi in tournèe nei migliori ristoranti, in regione e fuori.
Per sapere tutte le informazioni sul progetto e per conoscere le prossime date della cena con delitto, c’è il sito dedicato www.cenecondelitto.org, realizzato da Cristina Palermo.

venerdì 13 gennaio 2012

In edicola "In Arte" di gennaio/febbraio

Sarà in edicola da domani il nuovo numero di In Arte Multiversi. Spiccano, tra gli argomenti trattati, le mostre "Cèzanne: les ateliers du Midi" a Milano e "Icone Russe (XV-XX secolo)" a Roma. Da non perdere il reportage sulla 54ª Esposizione Internazione d'Arte di Venezia, come pure l'omaggio all'editore di fumetti Sergio Bonelli, scomparso pochi mesi fa. Il nostro corrispondente da Londra ci parla della mostra "Azimut" presso la Gagosian Gallery, dedicata alla omonima galleria fondata da Piero Manzoni, Enrico Castellani e Agostino Bonalumi sul finire degli anni 50. Segnaliamo, inoltre, l'articolo sull'imponente Palazzo Lombardia, nuova sede della Regione Lombardia a Milano, e quello sulla presenza dei Cavalieri di Malta nel paese di Grassano. Per il cinema spazio ai generi noir e horror, su cui sono incentrati numerosi festival in Italia, mentre nella rubrica dedicata al mito si parla di Cefalo e Procri. Infine si chiudono le celebrazioni del Centocinquantesimo dell’Unità italiana con la figura di Giuseppe Mazzini e le sue rappresentazioni nell'arte. Buona lettura!

martedì 10 gennaio 2012

Matrimoro: partenza da Napoli, arrivo… chissà

di Maria Rosaria Compagnone

MATRIMORO è un progetto di ricerca in ambito teatrale che parte da Napoli per poi fare il giro dell’Italia. La fase di ricerca del progetto MATRIMORO è organizzata in più tappe Italiane di laboratori intensivi, di cinque giorni ciascuno, durante i quali saranno selezionati sei attori e danzatori da inserire nella compagnia. Il debutto è previsto per Maggio 2012 a Napoli. MATRIMORO è dunque un percorso che si va costruendo ma pur essendo working in progress è già chiara la sua identità o meglio quello che non è: NON è "roba per addetti ai lavori"; NON è un "provino a pagamento"; NON è uno spettacolo "deciso, finito, pensato a tavolino, col biglietto pronto". È invece scavo di sé, del linguaggio, degli incontri/scontri portatori di immagini; È formazione che non vuole insegnare niente a nessuno, solo trovare forme; È lavoro di esploratori, ricerca umana in lingua di teatro; È studio attivo e partecipato di Attori, Danzatori, Non Attori, Giovani, Giovanissimi, Anziani, Professori, Innamorati, Misantropi, Teologi e Atei Illuminati...
È un invito a partire, a partire insieme: «Finché morte non ci separi / Finché vita non ci separi / Dalla vita che ci tiene in vita / Dal sonno di un corpo che si farà lento / Storto e indeciso troverà una forma / E sarà buono da esporre di notte / O da vendere caro al mercato dei pegni. / Ma cosa dai in cambio del mio corpo stremato? / Tumore o rumore / Nella gioia e nel clamore / Nella grazia e nel pudore / Nel dolore sordo / Nel valzer / Nel tulle / Nei veli da sposa / Nella marcia nuziale del mio funerale / Nella festa sguaiata che ti vado preparando». (Adriana Follieri)

Adriana Follieri, l’ideatrice di MATRIMORO è attrice, regista, formatrice e operatrice teatrale in aree disagiate. Il suo metodo è frutto dell’incontro con artisti di livello internazionale come Ruggero Cappuccio, Claudio Di Palma, Peter Brook, Ariane Mnouchkine, Lilo Baur, Jos Houben, Paola Rizza, Ferruccio Soleri, Marcello Magni, Michèle Millner, Bruce Myers, Lena Lessing, Renata M.Molinari, Andrea Renzi, Virginio Liberti, Claudio Misculin, Marco Martinelli, Laura Curino, Massimo Lanzetta, Mariangela Gualtieri, Enrique Vargas, Elena Bucci, Armando Punzo.

MATRIMORO è pertanto ricerca costante, ricerca di chi non si accontenta di ciò che è, ma esplora le mille possibilità e i mille divenire che solo il teatro può offrire, talvolta spersonalizzando anche se stesso e assumendo nuove identità e modi di essere.

II Tappa - Napoli
Dal 17 al 21 Gennaio 2012
Via dei Tribunali
Info e iscrizioni:
adriana@manovalanza.it
Mob: 349 8363589 - Ilaria Masiello (Selezione/Collaborazione artistica)

giovedì 5 gennaio 2012

La pittura americana del Novecento a San Marino

di Francesco Mastrorizzi

Raccontare e analizzare la pittura americana lungo tutto il corso del Novecento: è questo che si propone, pur attraverso un numero limitato di sole venti opere, la rassegna Da Hopper a Warhol. Pittura americana del XX secolo a San Marino, curata da Marco Goldin, che dal 21 gennaio al 3 giugno sarà presentata nella Repubblica di San Marino presso Palazzo SUMS. L’esposizione prende in considerazione, attraverso nomi celebri, tutti i momenti fondamentali della vicenda pittorica statunitense, a partire dal realismo di Edward Hopper da un lato e di Thomas Hart Benton dall’altro, senza dimenticare la particolare esperienza di Giorgia O’Keeffe. A questa prima fase succede quella della grande astrazione americana, divisa in mostra tra una parte più gestuale e una in cui il colore pare indicare il senso della costruzione e della forma. Tutti gli esponenti più noti vi sono presenti, a cominciare da Jackson Pollock e Franz Kline.
Ovviamente non mancano le opere dei due più alti rappresentanti della Pop Art, Andy Warhol e Roy Lichtenstein. La mostra sanmarinese si chiude con l’omaggio a Andrew Wyeth, che si riconnette straordinariamente al realismo di Hopper con le sue facciate di case di provincia bianchissime nella luce del sole. Ma l'ultima immagine sarà un grande quadro di Keith Haring, uno dei più celebrati artisti americani degli ultimi decenni.
La mostra è resa possibile grazie al prezioso aiuto in termini di prestiti di prestigiose realtà statunitensi: il Museum of Fine Arts di Boston, il Wadsworth Atheneum di Hartford, la Terra Foundation for American Art di Chicago, la Broad Art Foundation di Santa Monica e l'Adelson Gallery di New York.

Immagine: Andy Warhol, Jackie, 1964, vernice di polimeri sintetici e serigrafa su tela, cm 101,6x101,6, Hartford, CT, Wadsworth Atheneum Museum of Art - © Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, SIAE 2011

mercoledì 4 gennaio 2012

Duffy. The Photographic Genius

Comunicato stampa

La prima importante esposizione dedicata all’attività di Brian Duffy (1933-2010), il leggendario fotografo inglese, aprirà il programma espositivo del MNAF 2012. La mostra arriva in prima assoluta in Italia dopo il grande successo ottenuto alla Idea Generation Gallery di Londra. L’evento è inserito nelle manifestazioni di Pitti Immagine Uomo 81.
Celebrato autore di tante immagini della Swinging London e famoso per le sue fotografie a musicisti, attori e modelle, Duffy ha creato il culto del fotografo di moda mettendo se stesso al centro della passerella, insieme a modelle e celebrità.
All´apice della sua carriera, nel 1979, Duffy ha lasciato la fotografia. Ha radunato la maggior parte dei suoi lavori nel giardino dietro casa e ne ha fatto un falò. Faticosamente, dopo anni di ricerca tra gli archivi e le pubblicazioni di tutto il mondo, il figlio Chris ha recuperato 160 fotografie. L´insieme di immagini iconiche, rare e inedite che ne è risultato, offre un vero e proprio catalogo dell´iconografia culturale degli anni ´60 e ´70: dai mitici divi di Hollywood da Michael Caine e Sidney Poitier alle grandi rock star John Lennon, David Bowie e Debbie Harry, dalle bellezze di quegli anni Jean Shrimpton e Joanna Lumley alla leggenda letteraria William Burroughs, e molti altri ancora.
Una ricca selezione di fotografie, tra quelle recuperate da Chris Duffy, viene esposta oggi a Firenze, in una mostra che si può dire essere letteralmente sorta dalle ceneri.
La raccolta di opere in mostra consolida stabilmente il ruolo di Duffy nella fotografia inglese come membro della famosa ‘Black Trinity’ (con David Bailey e Terence Donovan), il trio che definì il linguaggio visivo della Swinging London degli anni Sessanta.
Dalle pagine di "Harper´s Bazar" a quelle di "Vogue", gli anni Sessanta sono stati immortalati dai suoi memorabili scatti. Nella sua carriera Duffy ha collaborato con le riviste "Glamour", "Esquire", "Town Magazine", "Queen Magazine", "Elle", "The Observer", "The Times" e "The Daily Telegraph". Tante sono state le star della musica da lui fotografate: The Shadows, The Hollies, Jane Birkin, Black Sabbath, Frankie Miller, Marianne Faithfull, Blondie, John Lennon e Paul McCartney.
Dal 1957, quando inizia a lavorare per British Vogue come fotografo di moda, Duffy ha realizzato numerosi ritratti di molti artisti, muovendosi tra il cinema, la musica, la pubblicità, la moda e la letteratura. È sua la copertina del disco "Aladdin sane" (1973) che, mostrando un David Bowie con del pesante make-up a forma di fulmine sul volto, è diventata fin da subito un´icona pop. Le stesse copertine di "The Lodger" (1979) e "Scary Monsters" (1980) sempre di Bowie suscitarono un certo scalpore alla loro uscita come il discusso servizio della giovanissima Amanda Lear per la rivista Nova.
Nel 2009, spinto dal figlio, Duffy per un breve periodo ha ricominciato a fotografare dedicandosi ad alcuni soggetti già ritratti nei primi anni della sua carriera. Nel 2010 la BBC ha presentato un documentario a lui dedicato: "The man who shot the Sixties" .

Titolo mostra: Duffy. The Photographic Genius
Sede: Firenze, MNAF - Museo Nazionale Alinari della Fotografia
Periodo: 12 gennaio - 25 marzo 2012
Orario: tutti i giorni 10.00-19.30, chiuso mercoledì
Prezzi: biglietto intero € 9,00; ridotto € 7,50 (il biglietto è comprensivo della visita al Museo)

lunedì 2 gennaio 2012

Guercino 1591-1666. Capolavori da Cento a Roma

di Sonia Gammone

Fino al prossimo 29 aprile sarà allestita presso i nuovi spazi espositivi dedicati alle mostre temporanee situati al piano terra di Palazzo Barberino a Roma, la mostra Guercino 1591-1666. Capolavori da Cento a Roma. Francesco Barbieri, detto il Guercino, uno dei maggiori protagonisti del Seicento italiano sarà protagonista di questa mostra organizzata dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Roma, e diretta da Rossella Vedret, rappresenta sicuramente un importantissimo appuntamento con l’arte. L’esposizione, composta da opere conservate nei musei e nelle collezioni di Roma e di Cento, nonché del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno, consente di ammirare, nella rinnovata cornice di Palazzo Barberini, uno straordinario corpus di dipinti, che offre la possibilità di gettare uno sguardo d’insieme sull’opera del maestro emiliano. Sono trentasei i capolavori che attraversano tutto l’arco cronologico del lungo percorso artistico del Guercino.
Un talento esuberante il suo, che emerge in tutta la sua grandezza fin dai primi dipinti. Ludovico Carracci, suo eminente maestro, riconobbe subito la precocità e il genio del suo fare artistico, e vide nel suo allievo un’alta continuazione della sua arte. Nel dipinto Sposalizio mistico di Santa Caterina alla presenza di San Carlo Borromeo sono presenti degli effetti temporaleschi del tutto innovativi, così come nelle più tarde tele La Madonna della Ghiara con san Pietro, San Carlo Borromeo, un angelo e donatore e ne I santi Bernardino da Siena e Francesco d’Assisi con la Madonna di Loreto. Trasferitosi a Roma a lavorare per il Papa Gregorio XV Ludovisi, il Guercino realizza il capolavoro di quegli anno romani con un’opera monumentale, la pala raffigurante Santa Petronilla sepolta e accolta in cielo, oggi alla Pinacoteca Capitolina. Con la morte del suo mecenate e il ritorno a Cento, l’artista subisce un profondo cambiamento in senso classico. Gli anni della maturità sono infatti caratterizzati da una maggiore attenzione ai modi classicisti, soprattutto per quanto riguarda la sfera cromatica, che diviene più tenue e delicata. Da questa tendenza emergeranno opere come Cleopatra davanti a Ottaviano Augusto e Saul contro David. Un viaggio magico quello che la mostra di Palazzo Barberini regala al visitatore, fatto di intensi colori e innovative visioni.