lunedì 14 luglio 2014

Cos'è il Vittoriale degli italiani? (Parte 3)

di Carlo Maria Nardiello


Nel labirinto del Vittoriale, in cui perdersi corrisponde a conoscere qualcosa in più delle molte vite di d’Annunzio, e in ambienti a tratti buî e spirituali, trovano posto le coloratissime lampade a forma di zucca di Napoleone Martinuzzi, gli argenti di Mario Buccellati (soprannominato Mastro Paragon Coppella), calchi e copie di statue greche e romane, maschere e maioliche e vasi e bibelot d’ogni genere e gusto. Critici esperti e semplici visitatori hanno commentato il viaggio interno al Vittoriale descrivendolo come un accumulo di paccottiglia, un bric-à-brac moltiplicato, un’espressione del kitsch d’inizio secolo. Altri ancora, più vicini al razionalismo e al minimalismo, si sentono soffocati da un così gran numero di oggetti e arredi apparentemente caotici. Ma non è così. L’intérieur di marca dannunziana, e quindi fortemente personalizzato, è il risultato di un preciso, scrupoloso racconto che segue una logica “grammaticale”, con una sintassi assolutamente scientifica. Attraverso l’oggetto il proprietario intende raccontare la storia, gli eccessi, i piaceri, le esperienze di un vita “musealizzata”, resa centro gravitazionale non di un romanzo o di un dramma ma di un palazzo intero. L’artefice d’Annunzio innalza l’altare a se stesso in vista della donazione agli italiani tutti, corredandolo delle eccellenze e delle peculiarità di tutta una nazione.
L’animus più profondo dell’inquilino respira attraversa i muri, le scale, le porte e i giardini della villa di Gardone. Motti latini sparsi qua e là segnano le tappe d’un percorso di conoscenza che dal passato s’impossessa del presente, la bellezza classica e austera delle statue antiche ripropone il culto della bellezza nella sua variante più pura e autentica, gli oggetti d’artigianato, commissionati alle maestranze italiche più richieste in Europa, sono l’evidente miracolo della manifattura spesso suggerita, abbozzata dal poeta stesso. La chiave di interpretazione sta tutta qui: è d’Annunzio ad architettare le trame, a “schizzare” disegni da realizzare, a dirigere i lavori in altre parole. L’accumulo disegna linee nuove e non riproducibili, in quanto lontane dalle logiche della produzione industriale in serie. Il Vittoriale è testimonianza fedele solo a se stessa.
Il I marzo 1938 Gabriele d’Annunzio si spegne, mentre scrive sulle sue carte intestate nella stanza della Zambracca, il preferito dei suoi studioli così tante volte frequentato. Il Vittoriale, eretto per celebrare la «vita inimitabile» del poeta abruzzese, ne diventa anche luogo di morte, arricchendosi così degli ultimi attimi di vita. Questa si rinnova, inesorabilmente, ogniqualvolta qualcuno oltrepassa i cancelli, posa gli occhi sugli oggetti vissuti e si muove nelle stanze percorse, un tempo, dal più grande artefice di cose belle dello scorso secolo. 
«L’operaio si riconosce dall’opera», recita un proverbio francese: d’Annunzio si riconosce dal Vittoriale.







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