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mercoledì 10 dicembre 2014

Il teatro d'arte dannunziano: La Gioconda e La Fiaccola Sotto Il Moggio

di Carlo Maria Nardiello


Nella Gioconda d’Annunzio ha chiamato in causa l’oggetto – soggetto più misterioso dell’intera storia artistica moderna, la femme fatale leonardesca. E come se il suo messaggio non fosse già così abbastanza chiaro, l’autore ha voluto impreziosire la rete del mistero con l’altro emblema fatale della storia dell’uomo: la Sfinge. È attorno alla diabolica e criptica Sfinge, che nella fantasia dannunziana diventa materia marmorea, che ruota il combattimento interiore tra il Lucio uomo e marito versus il Lucio artista e creatore. La risposta alla domanda di fondo della tragedia è fornita dalla “scelta” tragica effettuata dalla statua, la quale recidendo le mani angelicate di Silvia destina al suo creatore la modella Gioconda.


E last but not least, in La fiaccola sotto il moggio, saggio di teatro dai toni primordiali e rurali, d’Annunzio concretizza la costante comunicazione tra l’oggetto – palazzo e i suoi abitanti, fino a diventare elemento speculare e amplificatore degli animi: l’oggetto diventa la coscienza dei personaggi drammatici che compongono il quadro della tragedia. Le crepe sempre più minacciose sulle pareti altro non sono che le lacerazioni dell’anima inconsolabile di Gigliola, l’abbandono che avvolge tutto è la perdita della persona amata, garante della casa, la mamma e moglie Monica, il giardino degradato e spogliato dei ricchi pavoni incarna l’impossibilità di un futuro roseo, la portantina non più utilizzabile di Simonetto decreta la fine del suo cammino in avanti, dunque la fine della nobile casata de Sangro. 
Al cospetto di questa immaginifica galleria, tutt’altro che immaginaria, non si può non riscontrare la funzione rivelatrice rivestita dall’oggetto nato dalla vis poetica dannunziana: restando fedeli ad una terminologia teatrale, possiamo affermare che è l’oggetto, nelle tre tragedie curate, a ricoprire il ruolo di deus ex machina. Valore profetico e valore risolutivo conferiscono all’oggetto il primo piano sulla tavolozza delle dramatis personae. 
A questo filo rosso se ne aggiunge un altro: la modernità pragmatica di d’Annunzio, non solo autore del testo drammatico ma anche esigentissimo metteur en scène, vero prodromo di quella che sarà una figura dominante dell’industria culturale del Novecento, il regista. D’Annunzio si cala nella parte del curatore scenico e performativo, invadendo il campo dei capocomici che non sempre – quasi mai! – sono riusciti a tenere il passo dell’artista. La cura del dettaglio scenografico, che il neonato regista riversa, non a caso, proprio sugli oggetti di scena e su tutto ciò che concorre a rendere manifesto il dialogo tra l’attore e lo spazio in cui questo si muove, è la nota caratteristica del teatro dannunziano. Ogni elemento scenografico travalica la funzione di decor per inserirsi a pieno titolo come soggetto dotato di una propria ragion d’essere.
Ed è questa raffinata ed eccezionale – nel senso più stretto di eccezione – che renderà quasi obbligatorio il passaggio, ulteriore, di d’Annunzio verso il cinema. Come si diceva prima, non solo novelliere, poeta, romanziere, drammaturgo, d’Annunzio rivela un ennesimo aspetto del suo “multiforme ingegno”: sceneggiatore e regista al servizio della nuova Arte, nata in seno al Novecento, quello spettacolo di meraviglia chiamato Cinema.

martedì 2 dicembre 2014

Il teatro d'arte dannunziano: La Città Morta

di Carlo Maria Nardiello

Eleonora Duse in una scena della Città Morta
D’Annunzio, esperto novelliere, egregio romanziere, navigato poeta, decide di dedicarsi al teatro con l’animo di chi si appresta a concepire un grandioso percorso verso la modernità. Scardinando le monotone trame, avvertite come insopportabili, in cui il teatro a lui contemporaneo era prigioniero, apporta in pochi decenni novità che difficilmente avrebbero trovato terreno fertile in sua assenza. Dopo aver esaltato la massa a cui il suo teatro si rivolgeva, dopo aver aperto lo spazio chiuso del teatro – il plein air di Albano laziale –, d’Annunzio sembra concentrare la sua fertile inventio teatrale sul tema dell’oggetto.
L’analisi di tre tragedie (La città morta, La Gioconda, La fiaccola sotto il moggio, rivela un’imponente galleria di oggetti dall’indiscutibile carico estetico che suggerisce la centralità del tema nelle intenzioni di Gabriele d’Annunzio. Il suo teatro, pur così multiforme nella sua costante e infaticabile sperimentazione, presenta tutta una gamma di presenze oggettuali che legittimano la qualificazione di drammaturgia dell’oggetto che si fa soggetto.
D’Annunzio, che nella poesia è stato così abile a dialogare con la natura e nella prosa a penetrare la psiche dei suoi eroi, nel teatro si apre ad una comunicazione con gli oggetti. Pur senza preferirne taluni ad altri, il risultato della sua ardita innovazione conduce ad un’inaspettata rivelazione: quella dell’inanimato.
Il drammaturgo, novello eppure già cosciente del campo teatrale, mette in scena la democratizzazione dell’oggetto: non solo mera presenza di contorno, o peggio di riempimento, della scena ma autentica amplificazione della stessa, grazie all’importanza paritaria o addirittura maggiore di questo rispetto ai protagonisti delle vicende. 
I reperti archeologici della Città morta, con l’oro e le rinate spoglia ‹‹di sotterra›› non sono trattati come riproduzioni dal vero di una circostanza drammatica, bensì di rivelatori, a loro volta, di profondi e inaccessibili segreti ben custoditi dai personaggi che si muovono sulla scena: il morboso sentimento di attrazione di Leonardo verso la pura Bianca Maria si mostra in tutta la sua atrocità nella stanza inondata dall’oro. E ancora: il richiamo avvertito verso le misteriose oscurità celate dalla terra dall’archeologo è allegorico rivelatore del suo dramma interiore, che non può avere altra fine di quella tragica.

lunedì 5 marzo 2012

Dario Fo a Milano. Lazzi Sberleffi Dipinti

Comunicato stampa

Comune di Milano - Cultura, Palazzo Reale, la Compagnia Teatrale Fo - Rame e la Fondazione Antonio Mazzotta celebrano Dario Fo con la prima grande mostra dei suoi lavori pittorici e con la ricostruzione live della sua “bottega d’artista”, un evento lungamente atteso per rendere omaggio a uno dei personaggi più illustri della città.
Straordinario uomo di teatro e Premio Nobel per la letteratura nel 1997, Dario Fo è noto al grande pubblico anche per il suo impegno politico e per la sua naturale abilità affabulatoria. Pochi invece conoscono la sua pittura, nonostante questo linguaggio abbia accompagnato da sempre la sua attività teatrale e l’abbia anzi preceduta.
Per mostrare il legame tra Fo e la pittura, a Palazzo Reale verrà ricostruita la sua bottega d’artista, un vero e proprio “laboratorio” che aprirà in anteprima dal 13 al 18 marzo: accesso su prenotazione dalle 10 alle 12.20, mentre il Maestro lavorerà alle sue ultime opere, e ingresso libero dalle 12.30 alle 17.30 per osservare gli assistenti al lavoro e assistere alle proiezioni delle sue lezioni-spettacolo sulla storia dell’arte. Un’opportunità unica per conoscere le tecniche, le fasi di lavorazione e i momenti creativi, ma soprattutto gli spunti quotidiani che trasformano il pensiero in arte. È nella bottega – intesa nella sua accezione rinascimentale – che Dario Fo, partendo da disegni e dipinti, elabora i suoi canovacci portati poi sulla scena come testi grazie all’amorevole lavoro di stesura e riscrittura apportato da Franca Rame. Al termine della settimana l’atelier diventerà parte integrante dell’esposizione.
La mostra, a Palazzo Reale dal 24 marzo, sarà lo strumento per capire come la pittura abbia costituito un punto cardine nel linguaggio espressivo di Fo che, accanto all’attività teatrale e letteraria, ha costantemente coltivato il rapporto con la pittura rivisitando contenuti, tecniche e stili dei grandi maestri del passato. La passione per l’arte figurativa di tutti i tempi ha così nutrito la sua produzione teatrale, sfociando anche in una fortunata serie di lezioni-spettacolo sulla storia dell’arte.
A testimoniare l’inesauribile e imprevedibile creatività dell’artista saranno esposte oltre 400 opere con una grande varietà di stili e tecniche: dalle pitture a olio su tela dei primi anni ai collages e agli arazzi, fino ai monumentali acrilici più recenti. In mostra anche oggetti di scena, maschere, marionette e burattini, tra cui quelli storici appartenuti alla famiglia Rame. Nutrita la presenza di disegni, schizzi, acquarelli, bozzetti di costumi, fondali, ampie scenografie, locandine e stampe che per osmosi sono diventati parte integrante della drammaturgia della Compagnia Teatrale Fo - Rame.
La mostra si apre con una sezione dedicata alla formazione pittorica dell’artista, dai primi studi sul natio Lago Maggiore al trasferimento a Milano e alla frequentazione dell’Accademia di Brera, dove incontrò maestri e compagni come Achille Funi: alcune sue opere dialogheranno in mostra con i lavori coevi di Dario Fo.
Il percorso prosegue documentando il fondamentale incontro con Franca Rame avvenuto nel 1952. Appartenente a una famiglia di artisti girovaghi che dal Seicento ha operato nel solco delle antiche tradizioni teatrali legate alla commedia dell’arte, Franca Rame fece scoprire a Dario Fo la satira come strumento fondamentale per la propria elaborazione artistica. Il visitatore entra così nel vivo di un entusiasmante viaggio attraverso la storia dell’arte, partendo dai lavori ispirati alle incisioni rupestri preistoriche e giungendo fino ai nostri giorni, in un fitto gioco di rimandi e corrispondenze tra pittura, scultura e architettura, in relazione alla magia del teatro, alla vitalità della letteratura. Il confronto con gli antichi ha prodotto opere che si ispirano alle pitture murali e rupestri primitive, ai linguaggi della classicità greca e romana, giungendo alla ieratica e sacrale preziosità dei mosaici ravennati e bizantini.
L’interesse di Dario Fo per l’arte del Medioevo e del Rinascimento e per le rispettive straordinarie esperienze teatrali e artistiche, è testimoniato dai lavori che celebrano i rilievi scultorei del Duomo di Modena e la decorazione del Duomo di Parma, insieme agli studi e dalle lezioni-spettacolo su Giotto e Pietro Cavallini, su Mantegna, Giulio Romano, Michelangelo, Leonardo, Raffaello, Caravaggio e Correggio.
Con Tiepolo si interrompe il cammino nella storia dell’arte per proseguire con le regie liriche delle opere rossiniane: Il Barbiere di Siviglia (1987), L’Italiana in Algeri (1994), La Gazzetta (2001) e Il Viaggio a Reims (2002). È proprio con l’elaborazione registica dell’amato Rossini che Dario Fo costruisce la più consistente documentazione visiva, elaborando un’impressionante serie di tavole e disegni, molti dei quali presenti in mostra accanto a quelli dedicati al teatro di Molière e all’Histoire du soldat di Stravinsky, un caposaldo della letteratura musicale del primo Novecento da lui rivisitato e allestito al Teatro alla Scala nel 1978.
Il glorioso periodo di permanenza alla Palazzina Liberty del Collettivo Teatrale La Comune, fondato da Dario Fo e Franca Rame nel 1974, è rievocato in mostra attraverso la presenza di dipinti che il surrealista cileno Sebastian Matta realizzò per quello spazio.
Una straordinaria documentazione video e televisiva d’archivio – fatta di inediti montaggi di spettacoli, interviste e dichiarazioni di Dario Fo e Franca Rame, dei loro collaboratori e spettatori – ricostruisce il giusto rapporto tra le opere teatrali e pittoriche e il contesto storico, artistico e sociale che le ha ispirate. Sono inoltre previste visite di approfondimento per scuole di ogni ordine e grado, gruppi e famiglie a cura della società Ad Artem.
Il catalogo, realizzato dalle Edizioni Mazzotta, è l’ennesima testimonianza del lungo sodalizio tra la casa editrice milanese e Dario Fo. Oltre ad aver pubblicato il recente catalogo della mostra Dario Fo. La pittura di un narratore al m.a.x.museo di Chiasso e aver ospitato nel 1999 la mostra Federico Fellini & Dario Fo. Disegni geniali negli spazi della propria Fondazione in Foro Buonaparte a Milano, Gabriele Mazzotta ha curato fin dagli anni ’70 importanti pubblicazioni sul teatro di Dario Fo e Franca Rame, compresa la loro opera più famosa in assoluto: Mistero buffo.

Titolo mostra: Dario Fo a Milano. Lazzi Sberleffi Dipinti
Sede: Palazzo Reale, Milano
Date mostra: 24 marzo - 3 giugno 2012
Date bottega d’artista: 13 - 18 marzo 2012
dalle 10.00 alle 12.20 su prenotazione al numero 02.54913
dalle 12.30 alle 17.30 ingresso libero fino ad esaurimento posti
Date eventi e incontri: il programma sarà disponibile sul sito www.mostradariofo.it
Una mostra: Comune di Milano - Cultura | Palazzo Reale | Compagnia FORAME | Fondazione Antonio Mazzotta
A cura di: Felice Cappa
Inaugurazione: 23 marzo 2012, ore 18.30 (su invito)
Orari: lunedì 14.30-19.30; martedì, mercoledì, venerdì, domenica 09.30-19.30; giovedì e sabato 09.30-22.30
Biglietti: 9 € intero | 7,50 € ridotto | 4,50 € ridotto speciale
Catalogo: Edizioni Gabriele Mazzotta