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lunedì 12 febbraio 2018

Quello che le donne non raccontano: mostra itinerante di Daniela Grifoni


Quello che le donne non raccontano
mostra itinerante di DANIELA GRIFONI
Dal 4 al 19 marzo – Opening 8 marzo ore 17:00
Casa Cava – via San Pietro Barisano 47, Matera
Curato e organizzato da In Arte Exhibit

L’associazione In Arte Exhibit e la rivista In Arte Multiversi sono liete di presentare al pubblico di Matera, la mostra itinerante dell’artista Daniela Grifoni dal titolo: Quello che le donne non raccontano. L’evento avrà luogo all’interno della galleria d’arte Casa Cava, scavata nel tufo e ubicata nel cuore della città antica.

Daniela Grifoni vive e opera a San Nazzaro Sesia, un delizioso borgo della provincia di Novara. Irrimediabilmente risucchiata da necessità artistiche, Daniela Grifoni ha finora collezionato un numero cospicuo di mostre e partecipazioni a kermesse artistiche anche oltre i confini nazionali. Il suo curriculum d’artista è in continuo progredire: stimata e valorizzata dalla critica nazionale, aumentano vertiginosamente dimostrazioni di vivo interesse anche da parte di collezionisti e privati, ipnotizzati dalle sue creazioni. Solidamente attestata nella tradizione del Metamorfismo italiano, le opere di Daniela Grifoni sono il setting privilegiato di una danza surreale del colore lungo il percorso inscritto nella tela. La materia, densa, ricca, eccessiva si accompagna ad una magia che dà origine ad impulsi emozionali introvabili in altre opere contemporanee. Quello che le donne non raccontano, mostra itinerante che ha già fatto tappa a Roma, Novara e Milano, approda finalmente a Matera, Capitale Europea della Cultura 2019, con il dichiarato scopo di raccontare tutte quelle donne che «nel palcoscenico della vita vivono momenti di grande frustrazione e subiscono grandi angherie, a volte fino ad arrivare alla morte per mano di chi ha creduto amico, amante, marito». L’evento, organizzato da Angelo Telesca (presidente di In Arte Exhibit) e curato dal giornalista e critico Carlo Maria Nardiello, si propone di instaurare un dialogo costruttivo tra Arte e Società, fondendosi in un messaggio di scottante attualità, quali le violenze perpetuate contro le donne a tutte le latitudini, affinché, afferma l’artista, «l’uomo impari a capire la differenza tra possesso e amore!».

L’artista Daniela Grifoni ritorna in Basilicata dopo aver già esposto in occasione della quadripersonale Territori Espressivi (Potenza 2015), Panta Rei (Matera 2015), Cromatismi in Equilibrio (Matera 2016) e IncontrArte 2016, il concorso internazionale d’arte in occasione del quale ha riscosso il primo premio della giuria. Un legame, dunque, già maturo quello dell’artista con la Basilicata, che sarà presente a Casa Cava il giorno 8 marzo, in occasione della Festa della Donna.

venerdì 9 febbraio 2018

SHAPING THE UNCONVENTIONAL: la campagna online di Contemporary Urban


PRENDE IL VIA OGGI LA CAMPAGNA “SHAPING THE UNCONVENTIONAL” BY CONTEMPORARY URBAN. LE VOCI DEL “NON CONVENZIONALE” CHE DANNO FORMA AI NUOVI MODI DEL FARE.

CONTEMPORARY URBAN presenta la campagna on-line SHAPING THE UNCONVENTIONAL: testimonianze di esponenti della cultura e della società, capaci di ispirare e orientare i modi di fare, di comportarsi, di lavorare e di abitare gli spazi urbani e le città con approcci post moderni e non convenzionali
Quattordici personalità del mondo dell’architettura, della finanza, dell’ingegneria, della musica, della cultura, del mondo accademico, della ricerca, della comunicazione, condivideranno con il vasto pubblico della rete il loro punto di vista su un tema provocatorio: che cos’è oggi il “non convenzionale”? E quanto la “non convenzionalità” può essere un fattore differenziante e generatore di nuovi territori di pensiero e di azione? Gli ideatori di Contemporary Urban, Mauro Panigo - architetto e art director - e Alberto Zavatta - strategist e communication mentor - accolgono nella cornice di Clubhouse Brera i loro ospiti e, con un approccio informale e opportunamente “non convenzionale”, li incontrano davanti a una telecamera e a poche incisive domande che spaziano dalla dimensione pubblica a quella privata. Nasce così la campagna di SHAPING THE UNCONVENTIONAL, un titolo che è anche promessa e pay-off di Contemporary Urban

“Con la nostra campagna – dichiara Mauro Panigo – disegniamo una prospettiva sfidante, fondata sulle dinamiche dello sharing di conoscenza e competenza. Sono le voci e il pensiero di un network di eccellenze professionali e umane che promuovono con noi di Contemporary Urban una visione unica sulla cultura e la società contemporanee. ‘The unconventional’ diviene fattore generatore di nuove opportunità di ordine economico, producendo nella maggior parte dei casi un bene diffuso e collettivamente condiviso.” Queste le voci di SHAPING THE UNCONVENTIONAL: Silvia ColombiniSoprano d’Arti Performing Arts Soprano; Paolo Cresci - Responsabile settore Sostenibilità e Impianti - ARUP ITALIA; Mario Cucinella, Architetto – Founder di MCA Architects; Diego Deponte, Partner & Technical Director - Systematica; Isabella D’Isola, Docente di Filosofia e Scrittrice; Paolo Facchini, Partner & President - Gruppo Lombardini22; Giammichele Melis, Project Director e responsabile Business Development - ARUP Milano; Mauro Panigo, Architect e Art Director - Creator & Co-Founder di Contemporary Urban; Leonardo Previ, Founder di Trivioquadrivio - Docente Università Cattolica Milano; Alessandra Perrazzelli, Vice President A2A - Former Country Manager Barclays Italia; Lionella Scazzosi, Docente del Politecnico di Milano - Advisor International Comittee ICOMOS; Stefano Susani, CEO del Gruppo NET Engineering International; Tommaso Vincenzetti, Brand Manager e International Director DOMUS – Editoriale Domus; Alberto Zavatta, Strategist e Communication Mentor - Creator & Co-Founder di Contemporary Urban
“L’idea che ispira l’iniziativa – dice Alberto Zavatta – è semplice ed essenziale. Desideriamo affrontare il tema del cambiamento, della resilienza professionale e umana, dell’osmosi sempre più frequente tra mondi che spesso si pensa non possano comunicare tra loro. Questi incontri testimoniano, invece, con grande intensità, che la trasformazione, l’innovazione, la creatività passano attraverso un approccio multi-culturale e multi-disciplinare consapevole e orientato”. 

Gli incontri - realizzati come videointerviste in due format, “short” e “long”- saranno on-line a partire da venerdi 9 Febbraio 2018 sui canali Comtemporary Urban
Facebook (@contemporaryurbanmilano), 
Instagram (@contemporaryurbanmilano), 
YouTube (Contemporary Urban) 
e sul sito www.contemporaryurban.it alla sezione News & Press.

lunedì 5 febbraio 2018

Terminata la mostra Humanlandscape di Sante Muro: una spia di interesse artistico dalla città dei Sassi


Sabato 3 febbraio è terminata la mostra Humanlandscape, allestita nell’ipogeo della galleria Sasso 2 Art Center di Matera, Capitale Europea della Cultura 2019, nonché vorace attrattore turistico, che ha inaugurato il 2018 con un cospicuo numero di eventi e manifestazioni gradite dal pubblico e dalla stampa, come l’esposizione dell’artista Sante Muro curata dall’associazione In Arte Exhibit.

È andato crescendo l’interesse verso Humanlandscape nel corso del mese circa in cui è stata visitabile nel cuore della città dei Sassi, a due passi dalla piazza Vittorio Emanuele. A seguito dell’inaugurazione, durante la quale il critico e giornalista Carlo Maria Nardiello ha evidenziato le ragioni profonde del lavoro artistico di Sante Muro, oltreché gli interventi del direttore Angelo Telesca e dell’artista stesso, la mostra ha permesso a moltissimi professionisti del settore e ai tanti collezionisti di conoscere meglio un pittore profondamente legato alla sua terra, la Basilicata. Un legame che tuttavia non ha posto freni al desiderio di conoscere e raccontare luoghi spesso lontani, talvolta esotici, ma sempre unici e letti attraverso la lente dello scopritore.
L’allestimento, curato dal team di In Arte Exhibit Angelo Telesca, Nicola Margiotta e Carlo Maria Nardiello, ha di fatto reso manifesta la spinta di Sante Muro a raccontare (e raccontarsi) attraverso quei luoghi plasmati dall’essere umano e perciò sovraccarichi di valori, da quelli naturali a quelli architettonici a quelli legati alle vite vissute lungo corsi, piazze, mercati. Ma la narrazione personale di Sante Muro è stata declinata anche attraverso la condivisione di un background musicale e artistico che, con spirito citazionale, ha ulteriormente impreziosito la sua biografia. Questa la ragione dei molti ritratti esposti all’interno della galleria di Matera. 

Frutto di un lavoro appassionato, condotto con cura da professionisti del settore, la rassegna personale Humanlandscape ha chiuso i battenti, con il vivo augurio di aver contribuito all’affermazione e alla crescita di un artista talentuoso e pregevole: Sante Muro.

martedì 9 gennaio 2018

Inaugurata a Matera la mostra Humanlandscape dell’artista Sante Muro

Successo di pubblico e apprezzamento da parte dei molti turisti attratti dalla mostra allestita all’interno dei Sassi.


Nel pomeriggio dell’Epifania la città dei Sassi, forte di una cospicua presenza di turisti e visitatori, ha fatto da cornice all’evento Humanlandscape, la mostra personale dell’artista Sante Muro, allestita presso la Galleria Sasso 2 Art Center. La rassegna è stata presentata da Angelo Telesca, presidente di In Arte Exhibit, dal giornalista e critico Carlo Maria Nardiello e ha visto il diretto coinvolgimento dell’artista, che ha illustrato e rivelato le ragioni dei propri lavori.

Nel seducente scenario offerto dalla galleria, immersa nei Sassi e arricchita dai tantissimi curiosi, estimatori, professionisti dell’arte, appassionati ma anche occasionali turisti richiamati dall’allestimento, il vernissage ha inteso divulgare il lavoro e la ricerca artistica degli ultimi dieci anni di Sante Muro (Satriano di Lucania, 1978). Seguendo il doppio filone della ritrattistica e del paesaggismo puro, le opere di Sante Muro contribuiscono a rendere manifesta l’intenzione di condividere e di aprire al maggior numero di referenti possibile le emozioni e le esperienze di una vita. Pertanto, la galleria di immagini e colori presentata in Humanlandscape è un racconto fatto di viaggi, volti, racconti e incontri condensati in un unico “contenitore visivo”. L’utilizzo di paste acriliche, bitume, spatola e inchiostri rendono la realizzazione di ciascuna tela un’operazione riposata e attenta, minuziosa nei particolari e sensibile a rendere la bellezza dei soggetti di volta in volta rappresentati. 
Humanlandscape è visitabile fino al prossimo 3 febbraio presso la Galleria Sasso 2 Art Center di Rino Cavalluzzo in via Rosario 45-46. La missione di soddisfare in maniera sempre più professionale il bisogno di cultura, avvertito dalla Capitale Europea della Cultura 2019, è quanto di più urgente gli organizzatori e i curatori di questo evento hanno avvertito nella fase di progettazione. Il calendario di eventi e di manifestazioni ha dunque dato il via al nuovo anno all’insegna della promozione e della comunicazione del fatto artistico.


sabato 25 novembre 2017

Del Donnovanta: i 90 anni del maestro Antonio Del Donno

di Carlo Maria Nardiello


Dal 25 al 27 novembre i 90 anni di vita e carriera del maestro Antonio Del Donno trovano il giusto luogo di consacrazione (qualora ce ne fosse ancora bisogno) lì dove tutto ebbe inizio: Santa Croce del Sannio e Benevento. Grazie all’infaticabile lavoro di Alberto Molinari, procuratore dell’archivio Del Donno e ad un mercato che, nonostante le proprie leggi, mantiene intatto l’interesse nei riguardi dell’opera del maestro, questa tre giorni intende essere insieme un tributo e un approfondimento scientifico delle tappe biografiche e artistiche del beneventano. 

Longevità e memoria sono di quelle ambizioni naturali che accomunano ciascun artista, intento ad affermarsi nel tempo e nello spazio, spesso ricorrendo a stratagemmi che poco o nulla attengono al fare artistico, talvolta rispettando regole dettate da editori e galleristi, ma rare volte mantenendo fede solo a se stessi e anzi, rifuggendo le tendenze à la mode per non tradire il daimon interiore. È quest’ultimo il caso di Antonio Del Donno, per sua natura “marginale” oserei dire, mai pago di riconoscimenti (che pure sono fioccati in abbondanza nel corso di 70 anni di esposizioni in ogni angolo di mondo) e sempre concentrato sul proprio mestiere. In passato questo vocabolo godeva di una connotazione sociale, non già volto a designare un profitto personale bensì quell’ufficio insostituibile al servizio della comunità: non è forse questo l’approdo più sensibile di tutta l’arte di Antonio Del Donno? La caratura nobile del maestro, in apparente contrasto con la povertà dei materiali cui così spesso è ricorso, rende concreta la natura stabilmente ancorata al sociale, al collettivo, rincorsa e raggiunta in un arco di tempo lungo, lunghissimo. 

Del resto, sulla necessità di spingersi costantemente oltre il dato puramente fisico dell’opera d’arte ci avverte lo stesso Del Donno quando afferma che i propri lavori “vengono recepiti come un qualcosa che va oltre il semplice fatto retinico…direi che è tutto qui il successo”. E il successo, suo e di tutta l’elaborazione gestuale e ponderata, trova ulteriore felice conferma nel gran numero di collezioni pubbliche e private che custodiscono un Del Donno, candidato a divenire un’icona del Secolo Breve.

lunedì 20 novembre 2017

HUMANLANDSCAPE: personale dell’artista Sante Muro a Matera


Quest’inverno torna la collaborazione tra In Arte Exhibit e Matera 2019. 
Humanlandscape è il titolo della mostra personale di Sante Muro, in programma dal 6 gennaio al 3 febbraio 2018 presso la Galleria Sasso 2 Art Center di Rino Cavalluzzo a cura dell’associazione In Arte Exhibit e con il patrocinio del Comune di Matera. Il vernissage è previsto per il 6 gennaio alle ore 17:00, saranno presenti l’artista Sante Muro, il direttore della rivista In Arte Multiversi Angelo Telesca, il giornalista e critico d’arte Carlo Maria Nardiello.

Sante Muro, artista lucano classe 1978, nella sua decennale esperienza artistica si muove sul doppio binario creativo del ritratto e del paesaggio urbano: da qui il nome della manifestazione materana, che intende condensare efficacemente in 20 opere anni di osservazione e di studio divisi tra le due espressioni realizzative. Questo doppio filone consente all’artista di indagare e raccogliere storie, emozioni, esperienze e sentimenti radunati insieme sulle tele al termine di viaggi e incontri, che trovano felice espressione in un procedimento pittorico maturo e studiato. I tagli incisivi, i segni pastellati, le crete sfumate e la forza della spatola sono i tratti peculiari delle tele di Sante Muro, impreziosite dal vivido incontro di colori in movimento che garantiscono un senso di realtà e di totale immersione nei volti e nei paesaggi.

Humanlandscape è un viaggio dentro i viaggi vissuti, raccontati o sognati da Sante Muro: fra gli altri in esposizione sono il mercato della frutta di Muna, la via del cotone di Fès, il profilo di Santorini. Ma Humanlandscape è anche una galleria di ricordi condivisi, grazie alla presenza di ritratti di icone di un passato ancora presente, come confermato dalla fama indiscussa di artisti come Amy Winehouse, Frida Kahlo, David Bowie, solo per fare alcuni esempi.

A Matera, Capitale Europea della Cultura 2019, l’anno nuovo si apre con una mostra dal sapore esplorativo e conoscitivo, in uno spazio laboratoriale di ricerca e sperimentazione come la Galleria Sasso Art 2 Center di Rino Cavalluzzo. La galleria d’arte è una porta aperta sulla città per i curiosi, gli estimatori, i collezionisti privati e i molti appassionati che popolano i Sassi, insieme ai tanti turisti che, in coincidenza con la festività dell’Epifania, potranno ulteriormente arricchire il proprio viaggio alla scoperta di luoghi unici e irripetibili.

Humanlandscape - Mostra personale di Sante Muro
Matera - Galleria Sasso 2 Art Center, via Rosario 45-46
6 gennaio - 3 febbraio

Vernissage 6 gennaio ore 17:00

Curato e organizzato da In Arte Exhibit

lunedì 22 maggio 2017

OPEN: l’arte accomunata di Antonio Del Donno e Fabio Ferrone Viola

OPEN
Trenta opere di Antonio Del Donno e Fabio Ferrone Viola
Spazio Cerere – Roma
25-29 maggio 2017

di Carlo Maria Nardiello


Il Novecento, il “secolo breve” teorizzato dallo storico britannico Eric Hobsbawm, dopo aver affermato il culto dell’innovazione e della conquista ha prodotto una miriade di riflessioni circa gli effetti di tali fenomeni sulla società. Una volta preso atto della neo-nata “massa”, intellettuali dai diversi profili hanno concepito una personale valutazione circa le possibilità di intervenire attivamente sull’ininterrotto fluire (veloce e lento) del Tempo. Tramite il ricorso alla fantasia generata dalla creatività speculativa e indagatrice della mente dell’artista, dal figurativo alla Settima Arte, dalla narrativa alla musica, lungo tutto il Novecento si è inteso generare una forma brillante e originale di “interventismo culturale”.
Il proliferare di teorie e declinazioni ha prodotto una sovrabbondanza di materia innovativa da un lato (il progresso) e dall’altro un recupero del già noto ma riletto in virtù dei cambiamenti intervenuti nella realtà circostanziale (la tradizione riformulata). 
Nel novero degli artisti che hanno prodotto un valido risultato muovendosi sull’incerto confine tra Progresso e Tradizione (quest’ultima in senso lato) troviamo Antonio Del Donno, beneventano del 1927, uno dei più longevi artisti italiani attivo sulla scena nazionale e internazionale da oltre sessant’anni. Frutto del continuo dialogo tra arte e vita, Del Donno ha intenzionalmente messo al centro della propria opera la sacralità del divenire inesorabile dei materiali, di qualsiasi materiale, specie quelli relegati alla categoria dello “scarto”. Sotto questo punto di vista, appare naturale l’accostamento a Fabio Viola Ferrone, romano del 1966, formatosi negli ambienti pop statunitensi e interessato ad esasperare i contenuti della cultura contemporanea del consumo, emblematicamente sintetizzata dai rifiuti metropolitani, adoperati con maestria e cura. Da questo carico di residui l’artista romano è riuscito ad estrapolare la valenza distruttiva della civiltà dei consumi. 
Dal confronto tra i due artisti emerge la comune dimensione di avversità al figurativo ed una spiccata intenzione di riprodurre l’estensione della modernità sull’universo di immagini e forme generate al di là del tempo, inteso come processo in divenire, fortemente connotato dall’eterno ritorno di materiali rifiutati dal canone (Del Donno) o dalla società (Viola Ferrone). Rendere un’opera nobile e di senso non in virtù della materia utilizzata ma perché risultante da un’analisi del mondo, osservato in maniera disincantata e libera, è il traguardo raggiunto da entrambi gli artisti, così distanti per anni e formazione, eppure così vicini per intenzioni e sguardi. 
La mostra OPEN: Generazioni a confronto, a cura di Paola Valori presso Spazio Cerere di Roma (aperta e visitabile per pochi giorni dal 25 al 29 maggio) persegue l’obiettivo di rendere immediatamente tangibile il terreno comune tra Antonio Del Donno e Fabio Viola Ferrone. Nell’universo di entrambi, infatti, si staglia netta l’idea di un’arte intesa come pratica esistenziale e quotidiana, capace di offrire uno spunto critico (ma non ideologico) sul moderno villaggio globale, che simultaneamente è arricchito e impoverito, potenziato e depauperato, alimentato e spremuto. Il sistema di oggetti e forme prodotte da entrambi rifugge dalle intenzioni di “catechizzare” l’attuale società bensì intende, in maniera inclusiva, rendere tutti i fruitori partecipi dei fenomeni in atto, ricordando come attraverso il racconto esistenziale dell’arte sia possibile rendersi protagonisti del cambiamento. 
OPEN, dunque, non è solo un racconto generazionale aperto e dialogante tra i due artisti, ma anche l’invito ad accogliere una rinnovata comunicazione tra il Passato e il Presente con occhi e orecchi tesi al Futuro, quello prossimo e quello lontano.   

sabato 20 maggio 2017

Blarney Castle, un esempio di sineddoche

di Carlo Maria Nardiello


Raggiungere la vetta della torre nord del castello di Blarney è come planare dall’alto su una distesa di verde che rappresenta la parte per il tutto dell’Irlanda. Miti, druidi (etimologicamente i “profondi veggenti” dei popoli celti) vallate di verde a perdita d’occhio, cascate e sentieri nascosti, grotte abitate da figure fantastiche, alberi centenari resistenti alla furia del tempo e la famigerata pietra dell’eloquenza rendono Blarney il perfetto epicentro di tutto l’immaginario tradizionalmente riferito al mondo irlandese, ieri e oggi. 
La prima visita al Castello di Blarney è come entrare nella soffitta della casa che si è abitata fin da piccoli: si svela un mondo nuovo, inaspettato e imprevisto eppure familiare, da sempre lì in attesa di esser conosciuto. Si cammina in un luogo mai visto prima eppure ci si sente a casa, con l’agio e la dimestichezza tipici dell’ambiente domestico. 
Quello che oggi è l’edificio più fotografato di tutta l’Irlanda è stato eretto nel 1446 da Cormac “the Strong”, della gloriosa dinastia dei MacCarthy, e nelle intenzioni originarie avrebbe dovuto essere una torre abitabile fortificata e circondata da una serie di altre piccole torrette d’avvistamento e un muro perimetrale all’interno di un’area di otto acri, col tempo ampliati a dismisura. Parrebbe pertanto improprio il nome di castello, se non fosse per i suoi giardini e per l’aurea magica che da secoli emana questa costruzione. La maggior parte degli odierni visitatori raggiungono il piccolo centro di Blarney, pochi chilometri a nord di Cork, per baciare la sua famosissima pietra, in cima alla torre: la pietra dell’eloquenza, la stessa che si riceve in dono baciandola con laica fiducia nella sua potenza! Giacobbe, il profeta Geremia, gli scozzesi, re David, i templari, Mosè oppure le streghe: a ciascuno di essi questa o quella teoria riconduce l’origine di tale “monumento nazionale”. Sia come sia, dopo aver schioccato il bacio alla pietra chiunque “potrà arrampicarsi alla camera di una dama, o divenire un membro del parlamento”: entrambi i destini, ovviamente, hanno una stretta relazione con l’eloquenza che Blarney dona!


Se sull’origine della pietra permangono le più svariate teorie, sul significato del termine “Blarney”, invece, v’è assoluta certezza: fu impiegato per la prima volta dalla regina Elisabetta I. Infatti, la famiglia MacCarthy rimaneva salda sulle intenzioni di non versare le tasse dovute al trono inglese, in ciò riuscendo grazie alla capacità dei propri emissari di persuasione nei riguardi degli esattori reali; all’ennesimo rifiuto, la regina esasperata e sconfitta ammise: this is all blarney! Perciò, il termine è oggi usato per indicare un’adulazione fine a se stessa, una moina, una smanceria e quindi per traslazione un mucchio di chiacchiere inutili. 
Come ogni ricompensa che si rispetti, anche questa legata all’eloquenza richiede una buona dose di impegno e sacrificio, che in questo caso si riscontra nell’affrontare una dura salita lungo una scalinata tutt’altro che agevole, al termine della quale, oltre alla famigerata ars oratoria si è messi nelle condizioni di toccare il cielo d’Irlanda con un dito.


mercoledì 26 aprile 2017

Oltre il ritratto: Giovanni Boldini

di Carlo Maria Nardiello 

I ritratti di Giovanni Boldini sono lo struggente tentativo di esprimere la volatile e trasparente bellezza di donne ammaliatrici e fluttuanti, esposte al desiderio di chi guarda. I suoi ritratti sono ritratti d’amore, ispirati dall’estremo desiderio di afferrare, racchiudere e possedere quel non so che di intangibile e sfuggente di cui la bellezza è portatrice sana. Lo spirito concreto della tela, o carta, impregnata di colori caldi, striscianti, passionali è in lotta con l’animo voluttuoso e inconcepibile della forza dirompente dei volti femminili ritratti, e quindi posseduti, seppur brevemente, dall’artista ferrarese nei lunghi attimi in cui questi prendono forma.
Seguire la parabola artistica e biografica di Giovanni Boldini significa assistere in prima fila allo spettacolo della Buona Società europea tra fine Ottocento e inizio Novecento. Un’epoca universalmente nota per la serietà e la professionalità con la quale l’eleganza, la moda, il buon costume e la gioia di vivere sono state vissute.
Sono gli anni in cui la dovizia dei particolari, dall’arredamento all’arte orafa, diventa non più un valore aggiunto, un di più, un vezzo ma la ragione stessa d’essere. E se un giovane artista di talento, ambizioso e tuttavia “bruttino” a guardarsi fosse riuscito a far parlare la lingua della bellezza della sua epoca, allora avrebbe conquistato di diritto l’opportunità di erigersi al centro della scena, fatta di balli, caffè, ricevimenti, nobildonne e commissioni profumatamente remunerate: Boldini l’ha fatto!
La compostezza, la grazia e la soavità del femminile è la quintessenza artistica di un cantore del Bello, fedele adepto di questo credo. 
La mostra antologica “Giovanni Boldini” allestita all’interno del complesso del Vittoriano di Roma consente di conoscere ad una ad una le tantissime donne che hanno corteggiato il pittore col solo scopo di essere ritratte dal più bravo del mestiere. In Francia, in Italia, ma anche altrove, non v’era donna dell’alta borghesia disposta fare di tutto e a sborsare qualsiasi cifra pur di essere immortalata da Boldini. Nelle circa 160 opere esposte il tramonto della Belle Époque non è affatto ravvisabile, come la guerra e il fumo del degrado: in esse è il guizzo di una vita vissuta serenamente, spensieratamente e pienamente. La ricchezza dei tessuti che cingono perfetti corpi è la cifra stilistica ed esistenziale che muove, il moderno osservatore, ad un sentimento di nostalgia, di desiderio di farvi parte, anche se per poco tempo. Ritrovarsi faccia a faccia con tele piccole e grandi suscita nel visitatore la fantasia di oltrepassare il limite materiale e temporale della cornice per respirare la profumata aria “oltre lo specchio”, come una moderna Alice. Grazie a tale abilità Giovanni Boldini, dopo un periodo da macchiaiolo, conquista la scena artistica diventandone il protagonista massimo. Imitato e invidiato da molti suoi colleghi contemporanei, grazie ad un guizzo veloce e solo apparentemente facile, il ferrarese ha messo radici nel bel mondo parigino fin de siècle.


domenica 26 marzo 2017

Antonio Del Donno in mostra a Livorno

di Carlo Maria Nardiello

La Melograno Art Gallery di Livorno espone per una settimana le opere di uno dei massimi rappresentanti del Novecento italiano: Antonio Del Donno.


Una vita da artista
Antonio Del Donno, quasi novantenne, ha iniziato sin da giovanissimo la propria formazione pittorica, mostrando una spiccata tendenza al figurativo pittorico, poi declinato verso uno stile informale caratterizzato da geometrie nette e colori in libertà: la detersione del geometrico attraverso la luce è il demarcatore più nitido del suo tracciato artistico. Non appare immediato sintetizzare il leitmotiv semantico della sconfinata produzione artistica dell’artista di Benevento; ai temi “umanizzati” del sacro e dello spirituale (Il mio lavoro è arte e preghiera è scritto su una delle sue tavole più iconiche) si affianca l’ininterrotta ricerca di strumenti di lavoro al suo tempo inconsueti: ferro, carta rigenerata, legno, catrame e molti altri ancora. 
Antonio Del Donno era di casa presso la galleria partenopea di Lucio Amelio e con il fido amico Mimmo Paladino ha vissuto praticamente per intero il proprio iter artistico: una lunga e fortunata parabola che l’ha condotto in ogni angolo di terra tra mostre personali, festival, biennali, fiere e gallerie per oltre sessant’anni. Una vita da artista che oggi, con la personale livornese, aggiunge un nuovo tassello ad un puzzle biografico-creativo estremamente fitto.

La grammatica artistica
La motivazione liberatoria e provocatoria, certo comune a molti artisti, assume in Del Donno un significato più profondo. Alla semantica propria dell’opera d’arte, infatti, si somma il portato autobiografico dell’artefice, mosso verso un raggiungimento interiore verso la radice delle cose riprodotte sulle tele, sulle tavole e nelle sculture. È una necessità di traduzione del pensiero essenziale del suo creatore quella presente in ognuna delle opere del beneventano, che pare aver metabolizzato a fondo la lezione dell’Arte Informale. La condanna ad una modernità che troppo spesso prende le distanze dai valori morali e presta il fianco ai beni effimeri si palesa nell’intera esperienza creativa di Antonio Del Donno. La soluzione offerta è un pieno recupero dell’originalità e dell’essenza della vita, da riversare in ogni azione del quotidiano dell’essere umano. I travagli di un intero secolo sono quelli tracciati sulle tavole e sulle tele, così come i segni del Passato e del Presente sono quelli plasmati in sculture di primordiale sensibilità. 

La personale alla Melograno Art Gallery
Una mostra interessante e obbligatoria per tutti gli estimatori, conoscitori o semplici curiosi del maestro Del Donno è questa allestita presso la Melograno Art Gallery, ulteriormente impreziosita dalla presenza, durante il vernissage, di Alberto Molinari, curatore dell’Archivio Antonio Del Donno e responsabile di tutte le iniziative legate al maestro. Con circa 25 opere esposte negli spazi interni della galleria di Giulio Ferrieri Caputi, al pubblico si offre una ragionata selezione di opere che dagli anni Ottanta arrivano alle ultime creazioni del 2014. Ad un utilizzo ricercato del catrame, cui l’artista ricorre per tessere trame dense sul bianco della tela, fa seguito l’intero panorama figurativo di Del Donno fino alle più recenti ricerche creative. La mostra rimarrà aperta al pubblico fino al prossimo 31 marzo.

mercoledì 28 dicembre 2016

L’arte redentiva di Antonio Ligabue

di Carlo Maria Nardiello


Gli scuri e inesplorati fondali dell’Oceano nascondono una quantità di gemme di purissima luce serena e molti fiori nascono per imporporarsi mai visti e sciuparsi nell’aria deserta”. La metafora della Natura assunta da Thomas Gray nasce col preciso intento di celebrare quelle esistenze inabissate nell’oblio, nascoste alla memoria futura e private del dominio pubblico cui avrebbero potuto aspirare se solo il caso e la fortuna avessero reso un servizio giusto a quelle anime. Antonio Ligabue (1899-1965) ha corso questo rischio. E con lui l’arte del Novecento tutta. È solo grazie alla lungimiranza di Andrea Mozzali di Guastalla, pittore e suo amico, e del critico d’arte Luigi Bartolini che le prime opere di Ligabue emergono, come relitti, dalle stanze dei ricoveri psichiatrici in cui l’artista è stato troppe volte internato. El matt (il folle) è il nomignolo con cui nelle campagne lungo il Po viene ribattezzato l’artista, certo “diverso” e “malato”, ma affetto da un malessere in grado di risvegliare l’estasi della Natura. Prima del 1961, l’anno della definitiva investitura di artista contemporaneo grazie alla mostra allestita presso la romana galleria “La Barcaccia”, Ligabue trascina la propria esistenza sotto il peso di una deformità fisica che lo costringe lontano dalla quotidianità di una famiglia, dai consigli di un amico o dai baci di una donna. 
Antonio Ligabue fa propria quella stessa Natura dalla quale si è sentito escluso: nelle sue opere, sinfoniche tavolozze di colori brillanti e sgargianti e vividi, essa è la materia principale. Feroci bestie catturate nell’attimo in cui dimostrano la potenza ferina e l’energia vitale rivivono sulla tela l’indomita passione che certifica la legge del più forte. Tigri, aquile e leopardi sono i prediletti attori dello spettacolo circense messo in atto dal pittore nato a Zurigo, sempre ritratti con un segno deciso, marcato, sicuro. 
Fermezza nel tratto artistico da un lato e infermità mentale e clinica dall’altro. Tale binomio, ricorrente nel panorama artistico, trova corrispondenza nella lunghissima serie di autoritratti firmati da Ligabue. Come gli animali imbalsamati che tanto amava guardare presso il Museo Civico di Reggio Emilia, così l’artista analizza l’anatomia sua propria, esprimendo ogni volta una profonda malinconia e una toccante semplicità. La vena geniale dell’anima e il fuoco celestiale imprigionato nelle mani ruvide e sgraziate del matto della Bassa Reggiana risplendono in tele che replicano all’infinto uno sguardo volto verso un altrove irraggiungibile. Gli occhi suoi sfuggono a quello dello spettatore, sembrano voler indicare una via d’uscita, una possibilità di salvezza, a lui negata e a noi solo suggerita. 
Antonio Ligabue canta con rapimento la delirante esistenza interiore di un uomo solo, orfano di un’umanità impietosa e avversario di se stesso, sempre in guerra per risalire la china di un’esistenza marginale e inospitale. L’arte diventa così redenzione, possibilità di rifuggire dal buio della dimenticanza e capacità di domare il travolgente ritmo della vita. In una resa dei conti circa i propri limiti, Ligabue mette insieme in un’unica collezione il pacchetto valoriale, esistenziale ed esperienziale della Natura e dell’Uomo. 
La resilienza del Matt è la dimostrazione della pervasività dell’arte nella vita di un uomo: non accessoria o strumentale ma coincidente con l’esistenza stessa.



sabato 3 dicembre 2016

La sesta declinazione: Love

di Carlo Maria Nardiello


Le donne, i cavallier, l’arme, l’amor: il chiasmo del Furioso sembra essere la sintesi più adatta per raccontare la mostra LOVE. L’arte contemporanea incontra l’amore, in scena all’interno del Chiostro del Bramante. Le donne e gli uomini (moderni cavalieri) che, indossando i panni dell’artista, hanno contribuito alla ricchezza contenutistica del tema per eccellenza (l’Amore) tramite l’affannoso ricorso ai più svariati strumenti (armi) in proprio possesso sono i protagonisti di questa delicata e storica mostra. 
Radunare in un unico spazio le manifestazioni artistiche contemporanee dedicate al più classico fra i temi è senza ombra di dubbio significativo di un’urgenza umana e universale che non poteva essere taciuta e trascurata: ecco, quindi, che la mostra capitolina dedicata all’Amore assume una valenza curativa e terapeutica. Il colpo d’occhio si realizza sin dall’avvio dell’iter grazie all’installazione bicromata Amor di Robert Indiana (1928), che riesce nel tentativo di rendere tridimensionale un sentimento solitamente confinato all’animo. 
La mostra, che non intende rispondere alla domanda “che cos’è l’amore?” ma offrire una molteplicità di punti di vista, indica un cammino che dalla Pop Art di Tom Wesselmann (1931-2004) -sue le tre opere Smoker del ’71 e Sunset Nude e Smoker #3 3-D del 2003- e di Andy Wharol (1928-1987) prosegue come un flusso ininterrotto di immagini, installazioni, sculture, video e foto (praticamente tutto il bagaglio creativo del secolo scorso).


La proposta del curatore dell’evento, Danilo Eccher, prosegue difatti lungo le “parole al neon” di Tracey Emin (1963), le sculture violente e crude di Mark Manders (1968), il video di ventun minuti Love della più nota artista australiana dei nostri tempi, Tracey Moffatt (1960) e Crystal Gaze, il video di cinquanta minuti realizzato dalla regista e sceneggiatrice francese Ursula Mayer (1971). 
Rifuggendo dalla banalità espositiva e cercando una partecipazione del pubblico (incentivando in tal modo una fruizione partecipata e partecipativa all’allestimento museale) la mostra celebra con una sala-privé Ragnar Kjartansson (1976), l’artista islandese autore del video di trenta minuti dal titolo God, nel quale la messa in scena sui toni del rosa fa da sfondo teatrale ad un’orchestra e all’artista stesso nell’atto di cantare Sorrow will conquer Happiness. “Art for all” è, invece, il manifesto gridato dalla coppia artistica Gilbert&George (Gilbert Prousch del 1943 e George Passmore del 1942) qui esposti con due opere della serie Union Jack, dove è forte sin dal titolo l’amor di patria professato dai due inglesi. Le colorate e sonore installazioni di Nathalie Djurberg e Hans Berg (entrambi del 1978) riempiono il vuoto creativo della modernità con immagini e creature frutto della fantasia proposte dalla serie The Clearing, quasi un inno al mondo delle fiabe.
Il mega Coraçao Independente Vermelho #3 è il cuore vermiglio (di oltre tre metri d’altezza per due di larghezza) pendente dal soffitto realizzato dall’artista Joana Vasconcelos, nativa francese ma attiva a Lisbona. Frutto di materiali di recupero di varia natura, le sue opere sono un inno all’oggetto decontestualizzato che si arricchisce di molteplici e insperati nuovi significati. Direttamente dall’informalismo britannico della “squadra” nota come Young British Artists (della quale fa parte, fra gli altri, anche il più pagato artista contemporaneo, Damien Hirst) è Marc Quinn (1964), qui presente con due olii su tela, un’installazione e una scultura. Proprio quest’ultima risulta la più coerente col resto della mostra e insieme la più dissacrante: Kiss, ovvero il bacio tra due innamorati deformi, ben lontani dai crismi della bellezza classica. La malattia, l’imperfezione si guarisce tramite l’eterno bacio fra i due amanti.
Ben tre sono gli italiani presenti nella cornice decisamente internazionale allestita presso il Chiostro del Bramante: Vanessa Beercroft (1971), genovese ma attiva a Los Angeles, che al centro della propria ricerca espressiva ha messo il corpo femminile ricorrendo alle perfomance con nudi in movimento, ma soprattutto a fotografie digitali (le due in mostra VBSS.010.MP e VBSS.003.MP, entrambe del 2006) e video che trascendono per natura dalla realizzazione in sé conclusa e assurgono a opere replicabili sempre e ovunque. Francesco Vezzoli (1971) guarda letteralmente al Passato, in gioco di sguardi che si specchiano nell’iconica bellezza della classicità, in una serie di fotografie “sovrastrutturate” della serie La Nuova Dolce Vita, nelle quali l’attrice Eva Mendes si confronta ora con Paolina Borghese, ora con la Venere del Trono Ludovisi. 


I delicati acquerelli di uno dei più famosi artisti italiani viventi, il napoletano Francesco Clemente (1952), accompagnano all’ultima tappa della mostra. Negli anni Settanta è stato esponente di spicco della Transavanguardia, uno degli ultimi movimenti artistici nostrani ad aver avuto un teorizzatore (il critico Achille Bonito Oliva) e un cenacolo d’artisti (Sandro Chia, Enzo Cucchi, Nicola De Maria, Mimmo Paladino): le quattro opere in mostra di Clemente, tutte recenti, esulano dalla stravaganza altrove smaccatamente ostinata all’interno della mostra e celebrano l’amore coniugale, con la moglie nelle vesti di musa ispiratrice. 

Ultimo passaggio del viaggio sulle note dell’amore novecentesco è il confortante approdo –che in realtà rappresenta un nuovo inizio- della Infinity Room di Yayoi Kusama (1929) dal semi-biografico titolo All the Eternal Love I Have for the Pumpkins, del 2016. Per la prima volta in Italia, dopo milioni di visitatori nella recente esposizione londinese, l’ottantaseienne artista giapponese aggiunge un altro tassello alla ricerca artistica iniziata nel ‘57 a New York. Un’istallazione fatta di legno, specchi (soprattutto specchi), plastica, acrilico e luci a led che cala l’osservatore in un caleidoscopio esistenziale grazie al quale la presenza del sé si fa co-protagonista dell’opera d’arte. Non è forse questo l’amore più grande? Darsi, e invitare gli altri a fare lo stesso, l’opportunità di vivere tutte le vite racchiuse nell’arco della nostra esistenza, in prima persona eppure mai soli, all’insegna della bellezza?


martedì 22 novembre 2016

YAYOI KUSAMA: Infinity Room e altre stanze

di Carlo Maria Nardiello


Nascere nel 1929 in Giappone e crescere con una madre ultra-tradizionalista può marchiare a vita. Se poi sin da piccoli al nihonga (tipica forma d’arte orientale) si oppone una creatività già molto personale e anti-accademica e se, poco più che ventenne, si riceve da parte di Georgia O’Keefe un forte incoraggiamento a proseguire la propria personalissima sperimentazione artistica, allora non si può voltare le spalle ad un destino praticamente segnato. Questo, e molto altro ancora, è Yayoi Kusama, l’artista più famosa al mondo, che nel 1975 ha scelto il ricovero in un ospedale psichiatrico poco distante dal suo studio e che attualmente espone a Roma, presso il Chiostro del Bramante, l’ultima delle sue Infinity Room: All the Eternal Love I Have for the Pumpkins.
Quando appena ventisettenne Kusama approda a Seattle e poi a New York respira finalmente aria di libertà, di possibilità, di apertura al nuovo e, pur senza riconoscersi in nessuna moda, sa di trovarsi nel posto giusto per dar forma e sostanza alla propria urgenza artistica. Una necessità inestricabilmente radicata nelle viscere di una mente da sempre assediata e perseguitata da allucinazioni, straniamenti, tendenze suicide e manie compulsive che obbligano l’artista a crearsi una valvola di sfogo, o meglio un raccoglitore estraneo da sé nel quale far confluire tutto ciò: ecco l’urgenza del fare artistico di Kusama. Ed ecco spiegata la ragione per la quale l’artista e l’interprete coincidono nella stessa persona. 
Troppe volte affiancata alla Pop Art, al Minimalismo statunitense, all’Arte Femminista, Yayoi Kusama è rimasta per lunghissimo tempo un outsider. Fino a pochi anni fa, quando un rinnovato e imprevisto successo ha fatto schizzare le quotazioni del mercato alle stelle e personali organizzate in giro per il mondo (con presenze di pubblico solitamente destinate alle star del cinema e della musica) hanno stabilito che l’ormai anziana artista dovesse essere un totem del Contemporaneo. Ecco realizzato il sogno, mai sconfessato, di conquistare la fama mondiale da parte della bambina perseguitata dai propri demoni. Culminante consacrazione del “contemporaneismo” più smaccato e marchettaro è la collezione del 2012 di serie limitata Yayoi Kusama for Louis Vuitton commissionata dal creative director della maison del lusso Marc Jacobs. 
Provocatoria e dissacrante sin dai primi successi che risalgono alla serie Infinity Nets, quando su enormi tele la giapponese dipingeva in maniera ripetitiva e ossessiva centinaia di piccoli dots, i pois, a formare reti e reticoli che a loro volta erano punti vicini e lontani di altri mondi possibili, vicini e lontani anch’essi. Una forma di self-oblitaration, come confessato dall’artista stessa, questa ripetizione insistente e maniacale di punti colorati, nell’increscioso tentativo di espellere i tormenti e scacciare i folli impulsi incontrollabili del proprio io tormentato e perseguitato. Una presenza biografica totale all’interno dell’opera d’arte radicalizza l’assenza di un codice di decodifica delle immagini. Il pensiero dominante dell’artista lo si trova espresso dappertutto, se ne coglie perfino il profumo nei colori accesi, spesso bicromie di bianchi e rossi oppure di neri e gialli. 


L’obliterazione operata da Kusama rende illeggibile la “scrittura di senso” tradizionale e rimuove dalla memoria le isterie biografiche di cui è affetta: momentaneamente svuotata e liberata, l’artista rigetta nelle stanze (Infnity Room) macchie di colore a puntini che sono frammenti di vita e vite altrui. Nell’ultimo decennio le stanze di Kusama, poco più di 20 metri quadrati ciascuna, hanno accolto milioni di ospiti. Colei che ha relegato la propria esistenza in una clinica psichiatrica ha aperto le porte dell’intimità più profonda a tutti: fermarsi e affermarsi all’interno di esse comporta la possibilità di scoprire e scoprirsi, sempre diversi e riflessi in specchi reali e mentali, causando una moltiplicazione dell’immagine riflessa labirintica, come solo la mente e la psiche di ciascuno può essere. Dalle stanze si entra e si esce, accolti e poi scacciati, le Stanze Infinite di Kusama si sovrappongono alla dimensione dello Spazio: infinito. 

Fra le prime ad essere realizzate è Phalli’s Field (1965), all’interno della quale multiformi falli plastici bianchi con pois rossi edificavano un corridoio verso le pulsioni e gli appetiti umani. Provocazione mista ad auto-medicazione rendono le Stanze una galassia rassicurante, un accumulo caotico ma calmo all’interno del quale perdersi per poi ritrovarsi, prima soffocando e poi espellendo l’artista dalle proprie ossessioni, identiche solo a se stesse.
Del 2016 è l’ultima istallazione, All the Eternal Love I Have for the Pumpkins: un quadrato magico nel quale lasciarsi rapire per venti secondi in visionaria compagnia delle tanto amate zucche, le quali, grazie alla rifrazione speculare e ad un uso strategico dei led, indicano mille e mille direttrici lungo le quali riconoscere se stessi. Forse un indizio circa la possibilità in dote a ciascuno di noi di intraprendere qualsivoglia percorso vitale ed esperienziale, senza per questo perdersi, ma anzi riconoscendosi sempre dinnanzi allo specchio per realizzare, infine, il proprio cammino di auto-comprensione sfruttando al meglio il poco tempo cui tutti devono prestar attenzione. Una stanza tutta per sé diventa una stanza del sé per tutti: Yayoi Kusama progetta una quarta dimensione nella quale l’immateriale diventa materia infinita.  


giovedì 10 novembre 2016

Un luogo da vivere: il Cimitero degli Artisti e dei Poeti di Roma

di Carlo Maria Nardiello


È una meditative walking quella che si percorre all’interno del Cimitero Acattolico nel quartiere Testaccio di Roma, meglio noto come il Cimitero degli Artisti e dei Poeti. L’umana, e unanime, paura dell’oblio, che si traduce in dimenticanza, è quella che accompagna l’esistenza fino al momento nel quale il nome di ciascuno viene scolpito nella pietra. In tal modo la memoria è preservata, i passanti possono conoscere -o riconoscere- i nomi, quasi mai la vita che c’è stata dietro. 
Che questo sia un luogo intimamente radicato nel Passato lo si evince sin da subito, grazie alla Piramide di Caio Cestio (completata nel 12 a.C.) che come una meridiana segna l’inesorabile scorrere del tempo con la sua lunga ombra proiettata sul curato verde del monumento alle vite trapassate. La Via Ostiensis, scoperta durante operazioni di scavo, segna un valico fra la parte antica e la Piramide; tuttavia alla vista il discrimine è occultato e Passato e Presente si stringono in un legame antico e duraturo. 
All’interno del cimitero la vitalità del quartiere Testaccio sembra annullarsi, grazie ad una surreale sensazione di silenzio, di lontananza dal contingente contemporaneo così presente eppure così lontano dai pensieri di chi sceglie di immergersi all’interno delle mura, in compagnia di accoglienti “padroni di casa” mai indiscreti né impertinenti. Eppure, nonostante la loro riservatezza, questi pongono il passante nella condizione di interrogarsi: così la tomba riconduce al momento valoriale dell’esistenza, esaltata, esaltante, oppure no. Il memento mori di foscoliana discendenza qui si traduce nell’urgenza di afferrare ciò che di buono la vita dona per consegnarlo alla memoria ventura. 


La catena dell’essere si riconosce fra le tombe di uomini e donne per lo più sconosciute (sono quasi quattromila i sepolcri qui radunati) mentre pochi sono i nomi celebri. Fra questi eccovi artisti e studiosi strappati all’assopimento perpetuo grazie al dono dell’Arte, della Storia. Fra tutti, primeggia per fascino e fama il nome di John Keats, il poeta emblematico di tutto il Romanticismo di marca britannica che giunto a Roma per sfuggire la morte, dopo quattro mesi trascorsi in una casa che affaccia su Trinità dei Monti in Piazza di Spagna (l’attuale Keats-Shelley House) nel febbraio 1821 ha dovuto cedere all’inesorabile, appena venticinquenne. 

Here lies One 
whose name was writ in Water 

è l’iscrizione riportata sulla lapide del poeta, amico di Joseph Severn, che riposa al suo fianco. Entrambi sono sepolti nella parte antica del cimitero, insieme con il pittore danese Asmus Jacob Carstens (1754-1798), l’architetto americano William Rutherford Mead (1846-1928), William Shelley (1816-1819) figlio dei celeberrimi Percy e Mary Shelley. Inoltre in quest’area riposa il primo ospite dell’intero cimitero, uno studente di Oxford di nome George L. Langton, morto a seguito di un incidente a cavallo sulla via Flaminia, come riporta l’iscrizione sulla sua lapide, e qui sepolto nel 1738. 
Nella parte più grande e più affollata del parco segue una serie di tombe nazionali. Esse sono: la Swedish Grave, la Danish Grave, poi la Greek Grave, ancora la German Grave e infine la Tomba Comune Russa, a testimoniare una convivenza possibile solo a seguito della vita terrena, in un domani privo di divisioni, di distinzioni linguistiche e religiose.

Le violette, gli agrifogli e i cipressi del Cimitero di Testaccio fanno da scudo al riposato sonno anche di Percy B. Shelley, il Cor Cordium delle Lettere. La sua lapide reca una citazione dalla Tempesta di Shakespeare: 

Nothing of him that doth fade, 
But doth suffer a sea-change 
Into something rich and strange. 

Non distante è possibile incontrare Carlo Emilio Gadda, l’autore del Pasticciaccio, e ancora Antonio Gramsci e il giovane August, figlio di Johann Wolfgang Goethe “l'ultimo uomo universale a camminare sulla terra” (G. Eliot). La lapide del piccolo Goethe è impreziosita da un medaglione eseguito dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen, fra i massimi testimoni del neoclassicismo. 
Uomini e donne celebri e non, ognuno interessato alla conquista di un fazzoletto di terra dolce e magico per garantirsi un lieto aldilà ben radicati sulla Terra hanno scelto questo angolo di mondo. La promessa di una memoria non negata dalla negligenza di chi sopravvive, anelata e rincorsa, trova realizzazione fra le antiche mura che delimitano lo spazio e invitano i turisti, i passanti, i residenti a varcare la soglia per scoprire un al di là (e un aldilà) che è un al di qua: della vita vissuta qui e ora.
Camminare in questo luogo tutto da vivere e scoprire è un inno al tempo lento, posato e riposato incorniciato dalla Via Ostiensis e dalla Piramide. La tomba diventa allora un indicatore, un riflettore puntato sulle esistenze passate che non si pongono, come accade altrove, in qualità di monito o suffragio, ma invitano alla riflessione intorno a ciò che si è stati, si è, si sarebbe potuti essere.


giovedì 27 ottobre 2016

L’arte del silenzio raccolto di Hopper

di Carlo Maria Nardiello


Camminare fra le oltre 60 opere di Edward Hopper esposte al Vittoriano di Roma consente al visitatore di ascoltare e fare propria la voce dell’artista nell’attimo in cui questi sembra raccontare il proprio circuito emozionale, derivante dai viaggi e dall’osservazione pacata di una realtà altrimenti ignota. 
Colui che voleva semplicemente “rappresentare un raggio di sole posato su un muro” si è spinto oltre nella raffigurazione di una realtà traslata per il tramite di un occhio talvolta indiscreto, spesso solitario, quasi sempre fotografico.
Edward Hopper del giovanile periodo parigino, seguito agli studi accademici, conserverà l’allegro chiacchiericcio delle persone radunate ai tavolini dei caffè e la leggiadra spensieratezza che attiene all’ambito dell’intimità dei singoli, prima ancora che della società tutta.
Tornato nelle metropoli statunitensi, di questa leggerezza umana resterà ben poco: forse solo negli scorci dei nudi femminili segretamente catturati come attraverso lo spioncino di una porta, vero e proprio “mondo di mezzo” tra l’osservatore e il soggetto/oggetto della rappresentazione. È indiscutibile la citazione al modo di Degas di frugare nella quotidianità di donne normali rese eccezionali solo grazie al colore dell’artista vinto dal piacere voyeuristico della curiosità. 
Viene comunque da chiedersi: in che modo Hopper è diventato emblematico non di una breve stagione bensì di tutto il Novecento americano?
Certo è che nelle sue opere si riscontra un sapore narrativo altrove impossibile da leggere. Il grado di semplicità e di segretezza fruibile in ogni opera di Hopper, dalle giovanili alle più tarde, consente di calarsi totalmente nella volontà dell’artista di fermarsi difronte all’opera, di chiedersi le ragioni delle scelte operate, di incuriosirsi sulla vita privata dei protagonisti in primo piano. La capacità di raccontare storie senza svelarne la conclusione è ciò che rende Hopper un artista sempre attuale, perciò sempre nuovo e resistente alle tendenziose mode dell’arte, dalle quali si è sempre tenuto cautamente distante.
Edward Hopper cattura senza mai lasciarsi catturare dalle sue stesse trame: il punto di domanda che sorge spontaneo dinanzi ai ritratti borghesi di uomini e donne in ufficio o intenti a godersi il sole di una domenica mattina è la firma esistenziale di un artista semplicemente geniale. 
Se a questo concentrato di narrazione sviluppato in pochi centimetri di tela - anziché in centinaia di pagine romanzate - si aggiunge un uso della luce asservito alla propria volontà si coglie il più profondo motivo di attrazione verso ognuna delle opere dell’artista americano. Interni tipicamente borghesi, omologati e quasi assemblati serialmente, sono il naturale palcoscenico di esperienze umane della quotidianità, rubate con fare indiscreto eppure delicate nel silenzio irreale che le avvolge. Il solipsismo di marca hopperiana prende il sopravvento in tali scene, solo apparentemente distinte dalle raffigurazioni di esterni, siano essi naturali o urbani. Anche in questi casi, infatti, l’intangibile segreto custodito dalle donne sul portico di un’abitazione o da un faro spento calato nel verde di una sponda d’acqua rimane l’elemento trionfale e trionfante dell’intero allestimento scenico-narrativo.


Guardare dentro, guardare attraverso, guardare al di là: per Hopper non v’è differenza, nonostante l’accanimento di larga parte della critica ufficiale. Il pittore dipinge l’intimità più inaccessibile dell’uomo del Novecento, rinunciando però a qualsivoglia forma di denuncia o di polemica contro la modernità. E del resto non potrebbe spingersi fino a tanto, essendone egli stesso il cantore più sincero e acuto. 
C’è poi il tempo. Mai circostanziato, né racchiuso in brevi attimi irripetibili (come tante volte si è voluta etichettare questa o quella ispirazione artistica) ma un tempo dilatato, privo di riferimenti certi e avvolto in uno spazio parimenti amplificato grazie ad un ripetuto gioco tra un dentro (l’essenza dell’anima) e un fuori (estrinsecazione della fisicità “liquida”). 
La realtà di Edward Hopper comunica il prezioso dono del silenzio, troppe volte condannato, e che, invece, andrebbe recuperato a vantaggio di uno scavo interiore che l’artista, ancora oggi, invita a compiere.


domenica 11 settembre 2016

Travestimenti osceni e identità negate: Giulietta Marchini e Margaret Keane

di Carlo Maria Nardiello 

Roma, via Tritone numero 8, Giulietta Marchini è nel suo studio, attorniata da numerose tele di incomparabile valore, specchio della sua profondissima e inquieta anima. In questo microcosmo, la giovane artista, con tono dimesso e rassegnato, ripercorre la sua tragica storia: dopo essere stata corteggiata e sedotta, appena diciottenne, da colui il quale sembrava essere tenero e premuroso amante, si ritrova, all’improvviso, ad essere meschinamente truffata e tradita dallo stesso. Questi, pittore austriaco in cerca di fortuna nella “città eterna”, dovendo fare i conti con la propria mediocrità artistica, copia e vende uno dei quadri più scenici e monumentali eseguiti dalla talentuosa pittrice: I Barberi. A Giulietta non verrà mai riconosciuta la maternità dell’opera, il cui “tocco” – data l’evidente maestrìa della tecnica compositiva e l’innegabile perizia nella definizione dei tratti anatomici dei soggetti – risulterà, agli occhi dei sapienti critici e mercanti d’arte come «assolutamente non di mano femminile, bensì puramente maschile».
Il giudizio sessista espresso dai dotti in questione marcherà definitivamente il futuro della pittrice romana, alla quale sarà negata la possibilità di compiere un percorso artistico/esistenziale all’insegna dell’indipendenza e dell’autodeterminazione nell’Italia di metà Ottocento. Per sopravvivere, la donna, si vedrà costretta a fare da prestanome, a ‘vendere’ il suo inesauribile ingegno e la sua disarmante abilità apponendo su ciascuno dei suoi lavori la firma di Nehemiah P. Hoskins, sedicente paesaggista americano che, attraverso quest’indicibile ‘sacrificio’, si ‘conquisterà’ la sua tanto agognata fetta di riconoscimento e di fama.
Nell’inquietante racconto Nehemiah P. Hoskins, Artist, composto nel 1896 dalla scrittrice inglese Marie Corelli, sembrano incontrarsi i ritratti di una fittissima schiera di artiste. Incalcolabile è il numero di pittrici, poetesse, romanziere, musiciste, filosofe che, nel tempo, a causa della dispotica marginalizzazione culturale, sociale e politica subita da parte di una stringente e ricattatoria “dominazione maschile”, hanno dovuto cedere ai dettami imposti dal sistema patriarcale e, loro malgrado, hanno soffocato la propria identità perseverando in atteggiamenti di autoesclusione e di vittimismo.


1986, Tribunale delle Hawaii, Margaret Keane lavora infaticabilmente al cavalletto per dimostrare alla Corte di essere lei, l’unica e vera autrice dei bambini “dai grandi occhi”. Di fronte alla donna siede l’ex marito che, impaurito e tremante, cerca di eseguire lo stesso compito nella vana speranza di scagionarsi dall’accusa di plagio che pende, a giusta ragione, su di lui. E mentre il primo dipinto prende vita mostrando al modo intero l’ennesimo capolavoro, “il candore del nulla” annega sulla tela di Walter Keane trascinandolo, finalmente, nella vergogna e nell’infamia.
Non sarà il risarcimento di 4 milioni di dollari concessi dalla giuria alla pittrice a restituirle una dignità a lungo bistrattata, ma il compiersi di questa liberante epifania grazie alla quale Peggy Doris Hawkins, in arte Margaret D. H. Keane, riscatta il secolare silenzio e la reiterata passività su cui, come lei, milioni di donne hanno costruito la loro fantasmatica storia.
Tim Burton nel biopic dal titolo Big Eyes, uscito nelle sale cinematografiche statunitensi nel dicembre 2014, ha ricostruito le tappe più significative della vita di questa formidabile artista: il suo coraggio nel voler assicurare alla figlia un’esistenza dignitosa con tutte le difficoltà che si presentano ad una donna separata negli anni Cinquanta, il secondo matrimonio con il pittore-plagiario, inizialmente considerato compagno-collega ideale, la reclusione sofferta per più di dieci anni in un claustrofobico studio al fine di garantire ‘onore e gloria’ ad un marito tronfio del proprio machismo, la riabilitazione definitiva.
L’attenzione del regista, comunque, non si è concentrata unicamente sui tanti episodi di violenta meschinità nati dalla famelica prepotenza di Walter Keane; Burton ha inteso insistere sul duro e sofferto processo di autodeterminazione a cui Margaret infine perviene e ne ha colto, con rispettosa delicatezza, le numerose sfumature emotive senza la pretesa di realizzare un ossessivo – e forse arbitrario – scandaglio psicologico della protagonista.
È dagli “enormi occhi” dell’infanzia che parte il primo, disperato – e pur salvifico – tentativo di denuncia dell’artista. Gli infiniti orrori e turbamenti, i molteplici interrogativi addensati nelle pupille dilatate dei piccoli, come in un gioco di specchi, ci impongono di prendere posizione e di reagire alla quotidiana barbarie della sopraffazione.