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venerdì 12 ottobre 2012

Luca Signorelli, un genio del Rinascimento in Umbria

di Eleonora D’Auria

La recente mostra sul cortonese Luca Signorelli (1450-1523), articolatasi in tre sedi della stessa regione (Perugia, Orvieto e Città di Castello), ci dà lo spunto per esaminare la parabola di un pittore le cui vicende si svolgono nel grande momento di maturazione del Rinascimento centro-italiano. Cerniera tra la suprema immobilità di Piero della Francesca (il grande matematico Luca Pacioli lo definirà “degno discipulo” del maestro di Borgo San Sepolcro) e la dinamica tensione portata agli estremi dai Pollaiolo, Signorelli seppe arricchire le scene di decorativismo e virtuosismo architettonico, innestandole su una potente vivacità cromatica e su uno strenuo sperimentalismo.
Determinante il soggiorno ad Urbino, dove il Signorelli entra in contatto con Piero stesso nei primi anni 1470. Solennità pierfrancescana e concezione fiorentina del movimento, unite alla stesura di un colore compatto e campito, senza dimenticare le innegabili suggestioni di derivazione fiamminga, trovano, dunque, nel percorso maturo del Signorelli adeguata rispondenza, attraverso un linguaggio che toccherà la sua acme negli affreschi della basilica marchigiana di Loreto (1477-1478), dove il pittore andrà riepilogando, con crescente autonomia stilistica, i recenti insegnamenti pierfrancescani.
Nel decennio successivo, la fama di Luca si estende alla città dei Papi. Gli anni ’80 lo vedranno, infatti, ormai affrancato da Piero, impegnato nella decorazione della Cappella Sistina, accanto al celebre Perugino e a Bartolomeo della Gatta. Grandiosità compositiva e una potente forza espressiva dei piani facciali, modellati plasticamente, di cui aveva già dato ampia prova (per es. nel Ritratto di un giurista, Berlino, Staatliche Museen), costituiranno i cardini di una cifra stilistica che troverà dispiegamento nel grande ciclo che dal 1499 al 1504 dipingerà sulle pareti della Cappella di San Brizio ad Orvieto, portando a compimento l’opera iniziata dal Beato Angelico e dal Gozzoli nel 1477.
E, se pare ancora di udire la terribile voce di Girolamo Savonarola riecheggiare all’interno della Cappella, ciò si deve alla straordinaria capacità del Signorelli di rappresentare la punizione dei peccatori, attraverso una visualizzazione tesa e drammatica delle apocalittiche affermazioni del frate ferrarese, messe a tacere sul rogo un anno prima. L’opera orvietana, caratterizzata da corpi violentemente scorciati e da un energico plasticismo, sarà uno dei testi formativi per il giovane Michelangelo, impegnato nella resa drammatica delle anatomie. Nondimeno non mancheranno, nella produzione dell’artista, cadute qualitative che, se avranno negative ripercussioni sulla sua fama moderna, non ne danneggeranno l’innegabile autorevolezza esercitata su almeno due generazioni di artisti.

Immagine: Luca Signorelli, Sacra Famiglia, 1485-1488, olio su tavola, diametro cm. 124, Firenze, Galleria degli Uffizi

giovedì 15 settembre 2011

Il Rinascimento a Roma

Comunicato stampa

Dopo il successo della grande mostra dedicata al Quattrocento romano, la Fondazione Roma offre al pubblico un’affascinante retrospettiva sulla Roma del Cinquecento. La mostra Il Rinascimento a Roma. Nel segno di Michelangelo e Raffaello indaga e approfondisce, per la prima volta, tutti gli aspetti artistici, architettonici e urbanistici del Cinquecento nell’Urbe.
Promossa dalla Fondazione Roma l’esposizione è organizzata dalla Fondazione Roma Arte Musei con Arthemisia Group e sarà ospitata nelle sale del Museo Fondazione Roma, Palazzo Sciarra dal 25 ottobre al 12 febbraio 2012.
La mostra Il Rinascimento a Roma. Nel segno di Michelangelo e Raffaello deve considerarsi il seguito di quella dedicata alla rinascita quattrocentesca della città, intitolata Il '400 a Roma. La rinascita delle arti da Donatello a Perugino tenutasi al Museo Fondazione Roma nel 2008, curata Marco Bussagli e Claudio Strinati, con il coordinamento di Maria Grazia Bernardini.
Questa volta l’esposizione, a cura di Maria Grazia Bernardini e Marco Bussagli, illustra per la prima volta, l’arte a Roma nel Cinquecento, dall’alto Rinascimento della Roma di papa Giulio II e Leone X e dei massimi artisti, Michelangelo e Raffaello, all’arte dei decenni successivi, che si declina nel segno dei due grandi maestri, sostanziata di cultura umanistica, ma verso una astrazione della forma, più elegante e decorativa, fino alla morte di Michelangelo nel 1564, quando prende avvio un’arte profondamente condizionata da una nuova e coinvolgente religiosità.
L’esposizione si articola in sette sezioni in cui saranno esposti capolavori di Raffaello, come l’Autoritratto(Galleria degli Uffizi, Firenze) e il Ritratto di Fedra Inghirami (Palazzo Pitti, Firenze), e di Michelangelo come il David-Apollo (Museo Nazionale del Bargello, Firenze) e la copia del Giudizio Universale di Marcello Venusti (Museo di Capodimonte, Napoli), oltre a numerose opere d’arte di artisti come Francesco Salviati (Adamo ed Eva della Galleria Colonna, Roma), Perin del Vaga (Madonna con Bambino di Melbourne, Australia), Sebastiano del Piombo, di cui sono esposti in mostra il Ritratto di Vittoria Colonna della Harewood House Troust di Leeds e il Ritratto del cardinale Reginal Pole dell’Ermitage, e Guglielmo della Porta (Spinario, Ermitage).
Di grande interesse è la Pietà di Vittoria Colonna di Buffalo di ambito michelangiolesco e attribuita a Michelangelo stesso recentemente, di cui la Fondazione Roma ha adottato il restauro.
Novità assoluta è inoltre la suggestiva ricostruzione virtuale in 3D della meravigliosa Loggia di Psiche affrescata da Raffaello e la sua scuola, riprodotta in mostra grazie alla tecnologia ENEA. Il pubblico della mostra potrà così immergersi in uno scenario virtuale di affreschi affascinanti che raccontano mirabili storie e miti antichi nella seducente atmosfera del Cinquecento romano.

Titolo mostra: Il Rinascimento a Roma. Nel segno di Michelangelo e Raffaello
Date: 25 ottobre 2011 - 12 febbraio 2012
Sede: Roma, Fondazione Roma Museo, Palazzo Sciarra
A cura di: Maria Grazia Bernardini - Marco Bussagli

Immagine: Raffaello Sanzio, Putto, 1511-1512, affresco staccato, Accademia Nazionale di San Luca.

giovedì 17 marzo 2011

Bellezza e armonia: le donne di Raffaello

di Sonia Gammone

Nei primi anni del Cinquecento Firenze torna a splendere artisticamente e culturalmente dopo la stasi del periodo savonaroliano, conclusosi con la condanna al rogo del frate nel 1498. Raffaello vi giunge nell’ottobre del 1504, subito dopo aver terminato lo Sposalizio della Vergine, opera con la quale raggiunse un risultato stilistico tale da porlo come il massimo esponente della pittura umbro-marchigiana del suo tempo. Gli anni fiorentini saranno fondamentali per la definizione della sua arte. Raffaello, giovanissimo, attuerà una geniale mediazione tra i linguaggi di Leonardo e Michelangelo, assimilando dal primo la grazia e dal secondo il furore creativo, ma staccandosi da entrambi e creando quel suo stile fatto di equilibrio compositivo e di perfezione formale.
Nella sua produzione pittorica è dedicato ampio spazio al genere del ritratto che nel primo ‘500 è particolarmente richiesto dall’aristocrazia. Nei ritratti fiorentini per Raffaello sarà fondamentale l’insegnamento della Gioconda, che egli però tradurrà in un linguaggio sostanzialmente diverso: non un ritratto ideale ma fedele alla realtà che costituisce un importante documento della società del tempo. Uno dei primi ritratti è probabilmente la Dama con liocorno. La giovane ritratta per lungo tempo si è celata dietro i panni di Santa Caterina d’Alessandria, tema iconografico diffuso dalla Controriforma. Infatti, prima del restauro del 1935, vi comparivano alcuni attributi iconografici del martirio: la ruota dentata, la penna d’oca e un mantello sulle spalle. Il dipinto è datato intorno al 1505-1506. La dama bionda è ritratta seduta, con il corpo leggermente girato verso sinistra ma il viso quasi frontale allo spettatore. La linea delle braccia e delle spalle disegna un volume rotondo, il volto ha un ovale perfetto che viene messo in grande risalto. La luce diffusa infonde un senso di calme e serenità, senza forti contrasti d’ombra. L’unicorno è simbolo di verginità e castità. La giovane corrisponde esattamente ai canoni estetici celebrati dagli scrittori dell’epoca, così come i gioielli e l’abito sontuoso ne mostrato l’alto stato sociale.
Successivamente Raffaello si trasferì a Roma, ed è a questo periodo che risale una seria superba di ritratti che si caratterizzano per la profonda analisi psicologica. In particolare La Velata del 1514-1515, è il ritratto di un’affascinante nobildonna che Vasari all’epoca identificò come Margherita Luti, la donna amata da Raffaello. Il ritratto deve il proprio nome al velo chiaro che copre la testa della giovane. Qui troviamo un magistrale controllo del colore e della luce, caratteristiche proprie della maturità pittorica raggiunta. La figura si appropria dello spazio con un’espressione che è più un’istantanea che un ritratto di genere. Gli abiti sontuosi mostrano l’abilità di Raffaello nel rendere i magnifici drappeggi. La luce poi, dona quello splendore particolare che sfuma i contorni e addolcisce la figura. La stessa donna sembra essere secondo molti raffigurata in tutt’altra veste nel dipinto La Fornarina del 1518-1519. Il sensuale ritratto raffigura la musa-amante del pittore, ritratta a seno scoperto e con un turbante in testa su uno sfondo scuro. Al braccio, la donna ha un bracciale che riporta la firma di Raffaello, "RAPHAEL URBINAS". Anche se non è accertata l’identità della donna, è innegabile che Raffaello amasse molto le donne. La comprensione della femminilità gli permise di recuperarne l’immagine da quell’atmosfera irreale e sentimentale in cui le aveva collocate Leonardo per riportarle in una dimensione reale di sensualità terrena.

domenica 20 febbraio 2011

La donna leonardesca

di Sonia Gammone

Il Quattrocento volge al termine quando Leonardo da Vinci si trasferisce a Milano. Il periodo milanese (1482-1499) sarà il più importante e significativo di tutta la sua vita. Alla corte di Ludovico il Moro egli potrà dedicarsi in maniera esclusiva alle sue opere e alle sue invenzioni, creando in pittura i suoi massimi capolavori. Per Leonardo il compito principale dell’artista è l’esplorazione della natura considerata come un immenso essere vivente e la pittura, la più importante delle arti, l’unica in grado di rappresentarla. Il sottile chiaroscuro e la capacità di cogliere gli affetti umani sono alla base del suo naturalismo pittorico. Creatore di una tecnica sfumata, con delicati contrasti di luce e di ombra che fanno sparire i contorni e creano un’illusione di atmosfera e di vita nella scena rappresentata.
Furono molte e stupende le opere a soggetto sacro nelle quali è possibile ravvisare il percorso di perfezionamento che egli intraprese fin da giovanissimo, quando a Firenze passava le sue giornate nella bottega del Verrocchio. Ma altrettanto celebri rimangono i ritratti che a più riprese gli vennero commissionati. Al periodo milanese appartengono quelli di due donne aristocratiche vicine a Ludovico il Moro: il ritratto di Cecilia Gallerani, meglio noto come La dama con l’ermellino (1488-1490), e La Belle Ferronière (1495-1498) identificata da alcuni come Lucrezia Crivelli o la stessa Cecilia Gallerani in età più adula. Cecilia Gallerani era l’amante di Ludovico il Moro. L’ermellino oltre ad essere simbolo di purezza, allude al cognome della stessa Cecilia Gallerani e allo stesso Ludovico il Moro, di cui era emblema. Leonardo studia attentamente la luce, che cade sul viso e sulla spalla della dama, e la figura, dal viso voltato a guardare fuori campo. Sono stati curati tutti i dettagli, dai capelli ai gioielli, ai colori sgargianti del vestito. I suoi lineamenti sono dolci e delicati, gli occhi fieri, il sorriso accennato appena ricorda quello della Gioconda, le mani sono lunghe e affusolate. Il ritratto sembra essere lontano sia da connotati erotici, legati alla sua figura di amante, sia da quelli sacri che l’avrebbero voluta triste, in continuo rimando alla figura della Madre di Dio. Quello che emerge è una donna che sembra aver raggiunto una grande apertura mentale e intellettuale, che guarda all’uomo senza sottomissione. Per quanto riguarda La Belle Ferronière, oltre all’innovativo taglio dato alla figura, colpiscono la profondità e il fascino dello sguardo che sembra diretto allo spettatore.
A distanza di anni, e lontano da Milano, Leonardo darà vita a quella che è considerata il suo capolavoro assoluto: la Gioconda (1503-1516). L’identità della donna è ancora motivo di dibattito, tuttavia i più ritengono si tratti di Monna Lisa, moglie di Francesco del Giocondo. Il mistero che avvolge l’opera, si riflette da sempre in quell’interesse collettivo per l’enigmaticità dello sguardo e del sorriso. Qui lo sfumato leonardesco raggiunge la perfezione, la luce che giunge dallo sfondo ha i toni del crepuscolo e rende tutto quasi sfocato. L’immagine è misterioso, ambigua, sfuggente, perché Leonardo ha volutamente lasciato indefinite alcune parti del volto immergendole in una morbida penombra. La figura è intimamente legata alla natura del paesaggio. La grande sfida di Leonardo di rendere con massima veridicità e naturalismo i propri modelli, giunge al culmine e ancora una volta, nella storia dell’arte, la donna ne è protagonista. “…la pittura…penetra dentro ai medesimi corpi, considerando in quelli le lor proprie virtù” (da Il trattato della pittura, di L. da Vinci).

giovedì 20 maggio 2010

Virtù d’amore. Pittura nuziale nel Quattrocento fiorentino

Comunicato stampa

A Firenze, alla Galleria dell’Accademia e al Museo Horne il prossimo 8 giugno apre al pubblico una mostra che rievoca, attraverso l’esposizione di oltre 40 pregevoli tavole del Quattrocento provenienti da prestigiosi musei esteri ed italiani, la vita coniugale nel Rinascimento, i ruoli nella coppia e in particolare il ruolo femminile in ambito domestico, gli atteggiamenti e la condotta esemplare che si raccomandavano come indispensabili virtù, virtù d’amore, appunto.
Queste tavole dipinte erano nate come parti di sontuosi arredi - cassoni, spalliere, letti - delle case fiorentine del Quattrocento e in esse si celebrano il matrimonio e la stirpe, le virtù civiche e coniugali; commissionate in occasione delle nozze, erano destinate ad arredare soprattutto la camera degli sposi, fulcro della vita coniugale privata e pubblica. La pittura da camera aveva la fondamentale funzione di trasmettere, attraverso le storie rappresentate, messaggi di monito e incitamento verso una condotta ritenuta esemplare per la coppia; tale aspetto, che la mostra mira a portare alla luce, ci aiuta oggi a mettere a fuoco un punto cardine della civiltà fiorentina del Quattrocento: le virtù d’amore dovevano sottostare a leggi non legate ai sentimenti, ma piuttosto inerenti la compagine sociale. Le storie illustrate narrano i passaggi del rituale di nozze, dallo sfarzo del banchetto matrimoniale al momento dello scambio degli anelli fra gli sposi, episodi questi del lungo e complesso iter matrimoniale che prevedeva una serie di elaborati contatti e contratti, non tutti proprio attinenti al concetto d’amore.
La mostra, prende spunto dal cosiddetto Cassone Adimari conservato alla stessa Galleria dell’Accademia e dipinto dal fratello di Masaccio, Giovanni di Ser Giovanni detto lo Scheggia, in realtà una grande spalliera raffigurante un ballo rinascimentale. Le tavole esposte offrono una panoramica della varietà dei temi solitamente raffigurati in questi arredi. Attingendo a testi biblici, a episodi storici e ad autori “moderni” quali Petrarca e Boccaccio, raffigurano varie sfaccettature dell’amore, nonché i doveri che ne conseguono: il Decamerone è ad esempio fonte di ispirazione per la storia della paziente Griselda, illustrata da Pesellino nelle tavole provenienti dall’Accademia Carrara di Bergamo, personaggio simbolico della virtù dell’obbedienza e dell’abnegazione, che la donna doveva perseguire.
I cassoni venivano in genere tenuti addossati alle pareti, ragione per cui la decorazione interessava solo tre lati di ciascun forziere, il fronte e i due lati brevi. Rarissimi sono i cassoni interi giunti fino a noi e fra questi è esposto in mostra quello raffigurante il Palio di San Giovanni, dipinto da Giovanni Toscani, del Museo Nazionale del Bargello; altri si conservano al Museo Horne, dove è allestita una sezione della mostra con opere provenienti da collezioni private. Era usanza commissionare a coppie i cassoni destinati a contenere i beni di famiglia, che presentavano dunque una decorazione unitaria, come attestano i due pannelli con i festeggiamenti per le nozze di Peleo e Teti di Bartolomeo di Giovanni (Parigi, Louvre), esempio dell’amore che trionfa su contingenze avverse, o i due divertenti fronti di cassone con Storie di Ulisse (Cracovia, Castello di Wavel) licenziati nella bottega di Apollonio di Giovanni, che come in un libro a fumetti illustrano uno per uno le avventure del re di Itaca.
Rappresenta uno dei meriti maggiori della mostra la riunione delle quattro tavole con Storie di Ester, divise fra la National Gallery of Canada, il Museo Horne e la collezione Pallavicini di Roma, che costituivano i lati brevi di una coppia di cassoni ideati da Botticelli verso il 1475 e alla cui esecuzione partecipò il giovane Filippino Lippi; la tavola romana, raffigurante Mardocheo piangente e per la quale le ricerche confermano l’autografia botticelliana, è una delle opere più attese, non essendo stata più esposta da oltre 70 anni.
Non dobbiamo dimenticare, tuttavia, che il matrimonio, significava anche e soprattutto dare vita ad una nuova progenie e perpetuare la famiglia, a questo fine l’ultima sezione della mostra è dedicata all’orgoglio della casata, che si afferma attraverso storie che narrano della fondazione di stirpi celebri come quella di Enea e di David, o seguendo i testi del Petrarca celebrano i Trionfi di Fama, Tempo ed Eternità. Tali immagini potevano essere dipinte anche sui deschi da parto, tavole di medio formato circolari o poligonali dipinte su entrambe i lati, nati probabilmente come vassoi per recare il pasto rifocillante alla puerpera dopo il parto, essi divennero ben presto doni propiziatori per una discendenza forte e sana e per scongiurare i pericoli connessi col travaglio e la nascita, finendo poi appesi alle pareti della camera. Fra tutti, spicca quello col Trionfo della Fama, dipinto dallo Scheggia e oggi conservato al Metropolitan Museum di New York, appartenuto a Lorenzo il Magnifico e realizzato in occasione della sua nascita (1448/1449) o del matrimonio dei genitori Piero il Gottoso e Lucrezia Tornabuoni.
“Concludendo, la mostra è stata concepita anche per dare adito ad una riflessione sulla società del Quattrocento a Firenze e in particolare sul valore della famiglia e sul ruolo della coppia al suo interno. Per noi, che speriamo di aver fatto una cosa stimolante nell’ambito delle problematiche dell’oggi, resta irrisolta una questione: e per l’amore vero che spazi c’erano? Forse fuori delle camere nuziali …!” (F. Falletti).
La mostra è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze con la Galleria dell’Accademia, Firenze Musei e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

Titolo: Virtù d’amore. Pittura nuziale nel Quattrocento fiorentino
Sedi: Galleria dell’Accademia, Via Ricasoli 58-60, Firenze; Museo Horne, Via de’ Benci 6, Firenze
A cura di: Franca Falletti, Elisabetta Nardinocchi, Claudio Paolini, Daniela Parenti, Ludovica Sebregondi
Periodo: 8 giugno - 1 novembre 2010
Inaugurazione: lunedì 7 giugno 2010, ore 18.00
Catalogo: Giunti Editore

Immagine: Giovanni di Ser Giovanni detto Lo Scheggia, Cassone Adimari, Firenze, Galleria dell’Accademia

mercoledì 19 maggio 2010

La forma del Rinascimento

Comunicato stampa

La mostra La forma del Rinascimento. Donatello, Andrea Bregno, Michelangelo e la scultura a Roma nel Quattrocento, organizzata dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Roma, diretta da Rossella Vodret, dal Comitato Nazionale Andrea Bregno e con la collaborazione della Fabbrica di San Pietro, curata da Claudio Crescentini e Claudio Strinati, è un evento unico nel suo genere, incentrato sulla scultura del Rinascimento a Roma, uno dei linguaggi artistici ancora poco frequentati dal grande pubblico e indagato mediante l’attività di tre grandi artisti del periodo: Donatello, Andrea Bregno, Michelangelo.
Promossa da un Comitato Scientifico del quale fanno parte i massimi studiosi italiani ed internazionali del settore (scheda in allegato), la mostra si pone come fondamentale momento di studio dei tre protagonisti della scultura del Quattrocento, colti in quel particolare periodo di rinnovamento culturale, individuato nella Roma dei Papi umanisti, vissuto alla luce della memoria dei Maestri antichi, con la prospettiva di creare una nuova forma della scultura, quella appunto del Rinascimento.
Fra le altre opere presentate, di speciale interesse l’esposizione di due sculture di grande impatto visivo di Donatello, la Formella con angeli musicanti, gesso preparatorio dell’opera finale in bronzo realizzata per l’altare di Sant’Antonio per l’omonima Basilica di Padova, e la spettacolare Protome equina realizzata dall’artista come modello del monumento equestre che avrebbe dovuto realizzare per Alfonso d’Aragona, Re di Napoli.
Per la prima volta in maniera unitaria è anche esposto il nucleo delle sculture provenienti dalla Fabbrica di San Pietro della Città del Vaticano e facente parte del Monumento funebre di Paolo II Barbo, opera di Mino da Fiesole e Giovanni Dalmata.
Culmine della mostra un prezioso altorilievo in marmo di Michelangelo mai esposto in precedenza, Eolo o Vento marino, già parte della decorazione scultorea della chiesa di Santa Maria Maddalena a Capranica Prenestina (RM), operazione architettonica attribuita allo stesso artista e commissione dei Porcari-Capranica, famiglia fortemente legata a Michelangelo mediante altre committenze artistiche, a partire dal più famoso Cristo risorto di Santa Maria sopra Minerva in Roma. L’Eolo è stato, fino ad oggi, poco studiato dalla storiografia michelangiolesca, tanto che, nella presente sede, si è, di necessità, verificata la tradizionale attribuzione direttamente sulle fonti documentarie e sui nessi storico-artistici che hanno, inevitabilmente, supportato l’indicazione della più che verosimile paternità dell’opera.
L’allestimento della mostra è stato progettato dall’arch. Eugenia Cuore della Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Roma.
A corollario della mostra la realizzazione di un elegante volume/catalogo (Rubbettino editore), nel quale sono raccolti venti saggi inediti dei più autorevoli studiosi nazionali e internazionali del settore. Al volume, che si impone per la presenza di una vasta documentazione inedita e di un possente apparato critico, è abbinata una guida alla mostra.
Notizie, documentazione scientifica e allestimento sono presenti nel sito ufficiale del Comitato Nazionale Andrea Bregno: www.andreabregno.it/laformadelrinascimento.

Titolo: La forma del Rinascimento. Donatello, Andrea Bregno, Michelangelo e la scultura a Roma nel Quattrocento
Sede: Museo Nazionale del Palazzo di Venezia, Roma
Date: 16 giugno - 5 settembre 2010
Inaugurazione: martedì 15 giugno 2010, ore 18.00
Giorni e orari di apertura al pubblico: da martedì a domenica, dalle ore 10.00 alle 19.00
Ingresso: € 4,00
Organizzazione: CIVITA

Immagine: Donatello, Testa del Gattamelata, calco in gesso, cm. 24x27, Padova, Università degli Studi - Museo di Scienze Archeologiche e d’Arte

sabato 22 agosto 2009

La Chiesa di San Sebastiano a Biella

di Claudia Ghiraldello

A Biella, in Piemonte, si trova una magnifica chiesa rinascimentale voluta dal generoso mecenate Sebastiano Ferrero (1438-1520) e dedicata al santo di cui egli portava il nome. Sebastiano Ferrero, personaggio straordinario, fu feudatario di numerosi luoghi, chiavaro di Biella, consigliere e tesoriere di casa Savoia, poi al servizio del re di Francia nel ducato di Milano dove lavorò finanche su progetti di Leonardo da Vinci. Fu amico dei papi Alessandro VI, Leone X e Giulio II. Morì lasciando un ingente patrimonio ed un notevole credito alla corte di Francia. La chiesa che volle eretta in quel di Biella è in stile lombardo e molto probabilmente fu costruita da Eusebio Ferrari.
L'edificio, la cui prima pietra venne posata nel 1504, fu ultimato verso il 1551; si presenta a croce latina e a tre navate divise da agili colonne in serpentinite della Valle di Oropa con pulvini in cotto. Magnifica è la decorazione della volta a botte della navata centrale, trattandosi di grottesche con inserimento di medaglioni contenenti le immagini di santi e beati; esecutore di tale opera, all'inizio del XVI secolo, in concomitanza con il terribile diffondersi della peste e, dunque, in una sorta di preghiera a Dio, fu il novarese Gerolamo Tornielli.
Anche la volta a botte del presbiterio e del coro è finemente decorata a finti cassettoni. Nella lunetta di fondo del coro una coppia di angeli sorregge un rosone con al centro una vetrata che reca figurato il monogramma di San Bernardino. Sempre nel coro, ma anche in altri punti della chiesa, si trova fregiato lo stemma del fondatore (il leone rampante) in una esaltazione del potere di tale personaggio e della sua famiglia.
All'incrocio del transetto con la navata centrale sorge un tiburio poligonale con dipinti ottocenteschi (1866-67) del Morgari.
L'altare maggiore (rifatto in parte) si deve all'opera di Francesco Albuzzi da Como verso la metà del XVIII secolo. Risultano poi particolarmente degni di attenzione il coro e il leggio, scolpiti da Gerolamo Mellis da Vespolate negli anni 1546-47 e impreziositi da placchette di Limoges risalenti addirittura al XIII secolo (ora, purtroppo, in parte mancanti). Nel presbiterio un'ancona, attribuita a Sebastiano Novelli (prima metà del XVI secolo), raffigura, oltre al committente canonico lateranense, San Sebastiano, Sant'Agostino e un santo vescovo.
Nella cappella caponavata di destra è conservata un'altra opera di grande valore: l'Assunta firmata e datata nel 1543 da Bernardino Lanino con cornice originale. Si tratta di un'opera magnifica che vede nella tavola centrale la figura della Vergine salire in cielo tra lo stupore degli Apostoli, mentre nella predella le storie della Madonna contemplano tra l'altro il macabro episodio apocrifo del funerale di Maria con l'incredulo che si avvicina al lettuccio del corteo funebre per rovesciarlo e le mani – ahilui! – gli restano appese al lettuccio medesimo grondando sangue; il sacrilego riacquisterà l'uso delle mani solo dopo aver venerato il corpo della Vergine ed essersi convertito. In questa tavola è raffigurato anche il committente Graziano della Torre con l'abito dei canonici lateranensi che reggevano chiesa e convento di San Sebastiano e che, evidentemente, promossero l'esecuzione dell'opera.
In corrispondenza del transetto, nella navata destra, si ha una bella statua, opera di Edoardo Tabacchi (1877), raffigurante Giovanna Bertiè Mathew, moglie del famoso generale Alfonso La Marmora. Accanto, un busto del marito è opera di Vincenzo Vela. Interessanti sono anche le statue della Fede, Speranza e Carità create dallo stesso Tabacchi nel medesimo anno e poste a decorazione della porta in marmo del monumento funerario della famiglia La Marmora.
Lungo la navata destra è poi interessante la cappella dedicata alla Madonna di Oropa, la quale conserva due dipinti raffiguranti uno San Bartolomeo, l'altro San Domenico, attribuiti a Boniforte Oldoni (verso il 1555).
Nella cappella caponavata di sinistra sono conservate le tre lunette a fresco che, dipinte dal Lanino, un tempo decoravano i portali esterni in facciata, questa rifatta nel 1885 da Andrea Bona e recentemente restaurata. Nella stessa cappella è conservato un bell'affresco strappato di Gaspare da Ponderano, affresco che, riferibile all'inizio del XVI secolo, raffigura una Madonna in trono con Bambino e i santi Rocco e Sebastiano, protettori dalla peste; proviene da una dimora di Massazza.
Nel transetto sinistro è poi interessante osservare l'Annunciazione dipinta sulle due grandi ante dell'organo cinquecentesco (si tratta di tele) da Raffaele Giovenone nel 1579.
Maestosa, a seguire, la scena di Crocifissione a fresco che si trova nella prima cappella che si incontra scendendo lungo la navata sinistra; risale all'inizio del XVI secolo.
Chiesa molto amata dai biellesi che la frequentano con assiduità, questa di San Sebastiano ebbe a subire in passato numerose traversie. Durante il periodo delle soppressioni napoleoniche il convento venne addirittura trasformato in caserma. Attualmente la chiesa, proprietà del Comune di Biella, è officiata da Padri Francescani e il convento dal 2001 è diventato sede dell'importante Museo del Territorio Biellese.



Immagini:
1 Esterno della chiesa di San Sebastiano a Biella
2 Tavola dell'Assunta, opera di Bernardino Lanino
3 Statua di Giovanna Bertiè Mathew, di Odoardo Tabacchi
4 Affresco raffigurante la Crocifissione