lunedì 10 giugno 2019

“Il giovane favoloso” per la regia di Mario Martone

di Dario Aprea



L’interessante pellicola storico-biografica del regista napoletano Mario Martone, risalente all’anno 2015 , dal titolo “Il giovane favoloso”, riguarda molto da vicino la vita e le opere scritte nel tempo dal già arcinoto al grande pubblico nazionale, e non solo, letterato marchigiano Giacomo Leopardi, prodotto e distribuito da Palomar 01 distribution - Rai Cinema. Notevole afflusso di pubblico sull’intero territorio nazionale vi è stato al momento della sua uscita del lungometraggio nelle sale, e successivamente dagli spettatori del piccolo schermo con la messa in onda sulla terza rete della Rai nazionale in prima serata: notevole, dicevamo, per essere un film altamente profondo su una delle figure più amate, per quanto certo più difficili da comprendere fino in fondo, tanto più da un pubblico non per forza colto ed appassionato della preziosa produzione dei nostri poeti e, più in generale, letterati del nostro prestigioso panorama nazionale ottocentesco. Superba è stata l’interpretazione dell’attore protagonista Elio Germano, romano di origine molisana, reduce da grandi successi cinematografici, quali Il cielo in una stanza di Carlo Vanzina (1999), nel quale ha recitato con maestrìa ancora giovanissimo, non ancora ventenne, al fianco di interpreti del nostro cinema già navigati, come Mario Mattioli e Ricky Tognazzi, Che ne sarà di noi, di Giovanni Veronesi del 2004, film nel quale ha potuto mettersi in contatto con un’altra giovane promessa del cinema italiano come Silvio Muccino ed il lucano Rocco Papaleo, Romanzo criminale del 2005 di Michele Placido e DiazDon’t Clean Up this Blood di Daniele Vicari del 2012, lungometraggio nel quale Germano fu il giornalista della Gazzetta di Bologna Luca Gualtieri. 


La malinconica vicenda leopardiana viene analizzata nell’opera di Martone, girata tra la nativa, per l’illustre conte-letterato, Recanati, dove visse, tra alterne vicende, tra gloria professionale, ancor giovane, e repressione, dovendo fare i conti con la dura educazione impartitagli dal severo padre Monaldo Leopardi e la sua austera moglie Adelaide Antici , spinti spesso da gelosia personale nel far frequentare poco al giovane Giacomo grandi nomi della coeva critica letteraria nazionale , quali Vincenzo Monti e , soprattutto , il suo grande amico ed estimatore Pietro Giordani. Ma Giacomo , ad un certo punto , uscì dagli angusti confini di Recanati , per vivere prima a Firenze , dove conobbe l’attrice Fanny Targioni Tozzetti , al quale fu legata dal nobile sentimento dell’amore , come per Teresa Fattorini , la Silvia del celebre componimento poetico nel periodo recanatese , per la quale provo’, com’è noto anche ai posteri , un sentimento non altrettanto corrisposto , ed il nobiluomo napoletano Antonio Ranieri , al quale fu legato da un rapporto di intensa amicizia , per il quale ricevette già dai tempi a lui contemporanei non poche critiche dai suoi stessi retrivi parenti per le abitudini di vita piuttosto lascive , che il medesimo Ranieri ebbe anche nel suo intenso periodo fiorentino. Dunque , dopo la parentesi fiorentina vissuta in compagnia degli amici Antonio e Fanny , il talentuoso Giacomo approdò a Roma , odiata dal poeta come l’autorità politico-religiosa che essa già ai suoi tempi rappresentava non solo per lui , seppur accolto , come a Firenze , con tutti gli onori come grande letterato in voga a quel tempo ma , comunque , sommerso da tante critiche da quella fetta di critica letteraria nazionale , che poco condivideva il suo tipico pessimismo cosmico. Escluso da prestigiosi premi letterari per questo medesimo motivo , Giacomo quindi venne a contatto con la realtà della Napoli ottocentesca , città natale di Ranieri , spinto , per questa scelta , anche da ragioni di ristrettezza economica e , contemporaneamente , dal bene estremo che nutrirono nei suoi confronti sia Antonio Ranieri , per l’ appunto , che la sorella di questi Paolina , che lo accolsero nel migliore dei modi in questa stimolante e nuova per lui esperienza partenopea. 


Seppur oramai fortemente provato nel suo stato di salute , Leopardi trovò la forza per comporre , prima della morte , avvenuta proprio in terra partenopea , la celeberrima sua ultima composizione poetica La Ginestra o fiore del deserto , messa in opera dopo il suo sfuggire il colera imperversante nella città di Napoli nel secolo XIX° , dal quale aveva scampato , rifugiandosi nella villa Carafa-Ferrigni o delle Ginestre , posta alle pendici del Vesuvio con lo stesso Ranieri e la sorella , evidentemente ispirato dalle vicine e scenografiche eruzioni del vicino vulcano , le quali ben vengono messe in risalto da Martone al termine della pellicola. Altrettante ispirazioni , procurate da altri luoghi e paesaggi , a partire da quelli nativi recanatesi , portano il Germano-Leopardi a declamare interamente all’interno del film altri capolavori del repertorio poetico di questo grande letterato nostrano dell’Ottocento , come il memorabile L’infinito , che ebbe per protagonisti il più che famoso”ermo colle” e la prospiciente siepe , situati nei pressi dell’abitazione e quindi della ricca biblioteca del conte Monaldo , dove avvenne la prima e preziosa formazione letteraria del grande Giacomo.

                             

sabato 8 giugno 2019

Matera 2019: si conclude “PURGATORIO” di Marco Martinelli e Ermanna Montanari

Conclusa a Matera con un forte coinvolgimento della città e una grande apprezzamento di pubblico. A Ravenna nel programma di Ravenna Festival dal 25 giugno al 14 luglio.


Lo spettacolo PURGATORIO Chiamata Pubblica per la “Divina Commedia” di Dante Alighieri - ideazione, direzione artistica e regia di Ermanna Montanari e Marco Martinelli-  progetto di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, coprodotto da Fondazione Matera Basilicata 2019 e Ravenna Festival\Teatro Alighieri, con il sostegno del Comune di Matera e del Comune di Ravenna, in collaborazione con Teatro delle Albe \ Ravenna Teatro - ha riscontrato un grandissimo apprezzamento da parte del pubblico, nei giorni di debutto e repliche - dal 17 maggio al 2 giugno, presso il complesso delle Monacelle a Matera.
Lo spettacolo ha consentito a oltre 2000 spettatori (fra repliche, prove generali e programma off di incontri e visite guidate) di partecipare a un’opera corale, creata insieme agli stessi cittadini (circa 150 per ogni serata) grazie a un percorso di chiamata pubblica ovvero di invito alla città avviato nel novembre 2018 dal Teatro delle Albe, in collaborazione con alcune realtà del territorio quali IAC Centro Arti Integrate di Andrea Santantonio e Nadia Casamassima. Preziosa anche la relazione con Progetto Demoni di Alessandra Crocco e Alessandro Miele, e Consorzio Teatri Uniti di Basilicata e Francesca Lisbona che ne ha la direzione  
Come dei novelli Dante, gli spettatori hanno avuto l’opportunità di compiere un viaggio attraverso il regno ultraterreno seguendo il percorso ideato da Martinelli e Montanari, guide di bianco vestite, incontrando lungo il cammino figure come Pia Dei Tolomei, Manfredi, Bonconte di Montefeltro, Oderisi da Gubbio, Sapìa, Marco Lombardo, Papa Adriano V, Ugo Capeto. Una partecipazione di oltre 500 cittadini\interpreti di ogni età e provenienza, coinvolti nei diversi cori: delle donne vittime di morte violenta, degli angeli-bambini, dei superbi, degli iracondi, delle Matelde, fino al coro dei “vermi e farfalle” in cui Dante incontra le “parole alate” di poeti come Vladimir Maijakowski, Walt Whitman, John Donne, Etty Hillesum.
La Chiamata Pubblica a Matera per la creazione di PURGATORIO ha coinvolto infatti non solo cittadini provenienti da Matera e dalla Basilicata, in particolare da Potenza e Satriano di Lucania, ma anche da altre regioni: dalla Puglia con Bari, Laterza, Massafra, Lecce, Spongano e Ortelle, da Napoli, da Noto, da Marsciano (Pg) e da Ravenna. Così come diversi cori polifonici: Coro della Polifonica Materana “Pierluigi da Palestrina”, Cantori Materani, Corale Polifonica Città di Anzio, Corale Polifonica Oppidi Cantores, Coro Polifonica Rosa Ponselle, Vocincanto.
La rappresentazione dello spettacolo è stata poi affiancato da un programma di attività collaterali: incontri e letture - con Laurence Van Goethem, Danièle Robert, Laura Mariani e Giuseppe Fornari- e visite guidate, grazie al partenariato con il Polo Museale della Basilicata diretto da Marta Ragozzino, il MATA Museo Diocesano Matera con Don Angelo Gallitelli e Marco Pelosi, la cooperativa il Sicomoro e Michele Plati.
Si ringrazia infine per Le Monacelle Coop. Makera, con Marcello Santantonio e Nastassia Siggillino.
Dopo la prima nella Capitale Europea della Cultura 2019, lo spettacolo PURGATORIO approderà a Ravenna dal 25 giugno al 14 luglio nell'ambito del Ravenna Festival e vedrà in alcuni giorni anche la partecipazione dei cittadini materani e lucani.
Marco Martinelli e Ermanna Montanari hanno raccolto la sfida di trasformare in teatro la Divina Commedia, il capolavoro che ha dato origine alla lingua italiana, pensando l’opera in corto circuito tra la sacra rappresentazione medievale e il teatro di massa di Majakovskij: la città è un palcoscenico, e i cittadini sono chiamati a 'farsi luogo' nell’epoca dei ‘non-luoghi’ e della comunità dispersa e frantumata. L’opera vive di una sostanza corale e sono gli spettatori a fare il viaggio nei regni ultraterreni: ognuno di loro è Dante. È l’umanità intera che fa quel viaggio, così come ci suggerisce Ezra Pound, definendo Dante ‘Everyman'.
Il percorso di Marco Martinelli e Ermanna Montanari, nel solco di Dante, inizia nel 2017 con Inferno (da loro ideato e diretto); commissionato da Ravenna Festival) - progetto in tre tappe biennali di messa in scena delle tre Cantiche della Divina Commedia che culminerà nel 2021 (anniversario dei 700 anni della morte del poeta) sempre con Ravenna Festival e per questo ultimo movimento anche con Timisoara 2021 Capitale Europea della Cultura. Nel 2018 fedeli d'amore Polittico in sette quadri per Dante Alighieri (sempre ideato e diretto da Martinelli e Montanari) è un originale poemetto scenico di Martinelli dove una sola voce, quella di Montanari, si incarica di farne suonare innumerevoli. Un concerto che evoca la morte del poeta nel 1321, per attingere alla radicalità della sua visione etico-estetica nel tempo presente. Inoltre è appena uscito, per la casa editrice Ponte alle Grazie, NEL NOME DI DANTE di Marco Martinelli in cui, accanto alle parole di Dante e ai racconti del suo tempo l’autore associa memorie più personali ed eventi più recenti, più contemporanei in un percorso personale e originale che affonda nella rilettura e messa in vita per il teatro della Commedia.
Marco Martinelli e Ermanna Montanari / Teatro delle Albe
PURGATORIO
Chiamata Pubblica per la “Divina Commedia” di Dante Alighieri
ideazione, direzione artistica e regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari
in scena Ermanna Montanari, Marco Martinelli, Alessandro Argnani, Nadia Casamassima, Alessandra Crocco, Roberto Magnani, Alessandro Miele, Laura Redaelli, Alessandro Renda, Salvatore Tringali 
 e i cittadini della Chiamata Pubblica
musiche Luigi Ceccarelli in collaborazione con Giacomo Piermatti (contrabbasso), Vincenzo Core (chitarra ed elettronica) e con gli allievi della scuola di Musica Elettronica e di Percussione del Conservatorio Statale di Musica “Ottorino Respighi” – Latina  e con la partecipazione di Simone Marzocchi (tromba)
spazio scenico e costumi allievi dell’Accademia di Belle Arti di Brera Milano-Scuola di Scenografia e Costume coordinati daEdoardo Sanchi e Paola Giorgi, in collaborazione con Accademia di Belle Arti di Brera Milano-Scuola di Scenografia e Costume
regia del suono Marco Olivieri
disegno luci Fabio Sajiz
direzione tecnica Enrico Isola e Fagio
coproduzione Fondazione Matera-Basilicata 2019 e Ravenna Festival/Teatro Alighieri in collaborazione con Teatro delle Albe/Ravenna Teatro

mercoledì 20 febbraio 2019

Sfidando il vuoto e il silenzio: l'ultima personale dell'artista Daniela Grifoni


L’associazione In Arte Exhibit e la rivista In Arte Multiversi sono liete di presentare al pubblico di Matera la mostra personale dell’artista Daniela Grifoni dal titolo: Sfidando il vuoto e il silenzio. L’evento avrà luogo all’interno della galleria d’arte di Casa Cava, scavata nel tufo e ubicata nel cuore della città antica.

Da sempre Daniela Grifoni si dedica all’arte, dottoressa honoris causa, accademico della Italia-English Accademy di Londra. Lascia subito il segno in alcuni fra i più importanti musei del mondo come il M.O.A., il museo Casanova, il museo Maui e in numerose collezioni private. Daniela Grifoni è stata recensita da illustri critici dell’arte quali Paolo Levi, Vittorio Sgarbi, Bruno Rosada, Serena Baccaglini, Alfredo Pasolino, Alberto Gerosa, Paolo Manazza, Raul Capra, Bonini Lorenzo, commissione critica della Royal Accademia di Londra. L'artista s'impegna nell'ambito della pittura, della scultura plastica, di scenografie d’impatto per opere teatrali, traendo così dall’arte la sua linfa vitale.

Allontanatasi del tutto dalla sperimentazione Espressionista di ambito informale, Daniela Grifoni, in modo motivato, ha trovato un suo suggestivo approdo linguistico mirabile sia all’occhio che al tatto. Del percorso dei decenni trascorsi, l'artista ha saputo conservare le vibrazioni cromatiche, valori aggiunti disponibili all’immediata percezione visiva dell’osservatore. La sua innata creatività la guida oggi in una stagione di impegno civile, sul tema portante della lotta contro la violenza sulle donne. Perfettamente coerente il linguaggio plastico visionario e del tutto inedito, che dà corpo alla sua battaglia. Questi costrutti sapienti fra pittura e scultura aprono scenari inquietanti, comunque calibrati dal garbo esecutivo dell’autrice. A differenza delle opere del suo passato nulla ha più da spartire con l’automatismo psichico degli anni ’80 –’90, quando Grifoni, indirettamente, pensava a Robert Rauschenberg, e alle sue colate guidate di colore. Oggi l’artista è nella sua piena maturità. Le sue nuove rivelazioni arcane, esplicite e insieme allusive nel contenuto e nell’impegno, sono sostenute dalla perfetta calibratura e dall’armonia esecutiva che, in verità, è madre e padrona di tutti questi corpi sinuosi. Nel ruolo predominante, in un gioco superbo tra le parti, la donna non si rivela tanto nella talentuosa bellezza dei colori, ma nelle forme informi che si materializzano in carne viva, sfidando il vuoto e il silenzio, da cui deriva il titolo della mostra, Paolo Levi. 

venerdì 20 luglio 2018

Riapre ai turisti il Teatro romano di Ercolano: tra storia e curiosità

di Fabiana Pizzulli

Il primo edificio in assoluto ad essere scoperto tra quelli dei paesi che furono sepolti dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. riapre al pubblico, su prenotazione e prevendita.

Panorama scavi di Ercolano
Il Teatro di Ercolano venne costruito in un’area nei pressi del foro durante la prima fase dell’età augustea, per volere del duoviro Annius Mammianus Rufus; poteva contenere circa 2500 persone ed al suo interno venivano interpretate commedie e satire. Nel 79 durante l’eruzione del Vesuvio, venne ricoperto da uno strato di ceneri, lapilli e fango, che solidificandosi produsse un solido strato di tufo, preservandolo nel tempo. 
Il percorso del Teatro è concepito come una vera e propria esplorazione: i visitatori possono avventurarsi in un luogo unico e suggestivo, in cui sono presenti reperti, graffiti, che alla luce delle fiaccole attraversarono nel XVIII e XIX secolo le gallerie e i pozzi creati per penetrare nelle viscere dell’antica Ercolano, e si potranno ammirare persino piccole stalattiti. 

Storia e struttura del teatro 

Si racconta che un bel giorno un contadino di Resina (Ercolano), Ambrogio Nocerino, soprannominato Enzechetta, mentre era intento a scavare un pozzo per irrigare il suo orto, notò affiorare dall’acqua alcuni pezzi di marmo e alabastro. Non sapendo che farsene, li liquidò a un marmoraro di Napoli che li ripose nella sua bottega. Essi furono subito notati da un aristocratico francese, il comandante della cavalleria austriaca, il quale, cercando decori di pregio per abbellire la propria residenza estiva sulla marina di Portici, comprò i marmi in questione e anche il campo del contadino. Fu così che nel 1709, cominciando proprio dal fondo del pozzo, il principe si mise a scavare cunicoli sotterranei alla ricerca di marmi pregiati. Dopo poco, si intercettarono i resti del Teatro dell’antica città di Ercolano. Questo fu oggetto di ricerche archeologiche che permisero di rilevare due statue, di cui una in bronzo, e molteplici pezzi di marmo policromo, colonne e capitelli, per abbellire la Reggia di Portici e altri edifici.

Pozzo scalinata

Per quanto riguarda la struttura del Teatro, il reticolo di pozzi borbonici rendono visitabile il monumento nelle sue parti essenziali: la cavea (le scale per l’accesso dei visitatori), l’orchestra e la galleria che consente di visitare il fronte scena alta circa 6 metri e lunga 23 metri. Nel cunicolo di accesso al pozzo scavato dal contadino soprannominato Enzechetta, è visibile l’impronta della testa-ritratto del proconsole romano Marco Nonio Balbo, onorato benefattore di Ercolano, che si staccò dal resto del torso per la violenza dell’eruzione. L’impronta è rimasta impressa nello strato di ceneri, lapilli e fango che solidificandosi, hanno prodotto uno strato di tufo vulcanico. Il busto con la testa di Balbo è esposto al Museo Nazionale di Napoli. Attraverso la scalinata realizzata dagli scavatori nel XVIII secolo, è possibile accedere al piano dell’orchestra ed ammirare il proscenio, salire sul pulpitum, cioè il fronte scena del teatro, e da qui osservare il pozzo di Enzechetta, dove lo scavo ebbe origine e visitare le due estremità del teatro, ovvero i tribunalia, le tribune di onore degli ospiti illustri e i magistrati che sulla sella curule assistevano agli spettacoli. Ritornati al proscenio, si può giungere ad un secondo ambulacro per la distribuzione del pubblico sulle gradinate. L’accesso al Teatro è consentito tramite una sala, realizzata nel 1750, e poi risistemata nel 1849 per permettere un agevole ingresso ai visitatori: al suo interno sono custodite fotografie delle varie mappe dell’edificio ed un plastico realizzato nel 1808.

Plastico del teatro romano di Ercolano
A differenza di Pompei, sepolta da ceneri e lapilli, Ercolano fu sommersa da una colata di fango alta fino a 25 metri che conservò al meglio ogni cosa, sigillandola. Ciò ha permesso una migliore conservazione degli edifici, quasi intatti, a differenza di quelli di Pompei. 
In un grande edificio di Ercolano, la cosiddetta Villa dei papiri, è stata scoperta addirittura una biblioteca. Gli scaffali di legno ospitavano numerosi rotoli di papiro contenenti per lo più opere letterarie, molte delle quali sarebbero andate altrimenti perdute.

Piante topografiche dell'antica Ercolano e dell'antica Pompei
Curiosità 

Numerosi oggetti rinvenuti durante gli scavi ci permettono di ricostruire quale era il rapporto degli antichi ercolanesi con le divinità venerate nel mondo antico. Naturalmente un posto di rilievo era riservato al mitico Ercole, l’eroe che secondo la tradizione avrebbe fondato la città di Ercolano. Nel foro doveva probabilmente trovarsi un tempio dedicato alle tre divinità più importanti per i romani: Giove, Giunone e Minerva, mentre un’ampia piazza porticata, era utilizzata per il culto in onore dell’imperatore e della sua famiglia. La vita degli antichi ercolanesi era scandita da numerosi rituali. Spesso non si riesce a distinguere la sfera sacra da quella laica, poiché ad esempio i giochi pubblici così come le rassegne teatrali, erano inserite nel programma delle feste dedicate agli dei o agli antenati. 

Appuntamenti estivi 

Ercolano Experience è un’esperienza visiva e sensoriale nell’area archeologica che si svolge nei mesi di Luglio, Agosto e Settembre. PAErco, Teatro Tour e Ercolano Experience fanno parte della programmazione Campania by Night che prevede aperture serali dei siti archeologici, proposta dalla Scabec, la società della Regione Campania che opera per la valorizzazione e promozione dei beni culturali.

Parco archeologico di Ercolano

martedì 19 giugno 2018

Parco archeologico di Paestum: eventi culturali per la riscoperta del sito

di Fabiana Pizzulli


Quest’anno si celebrano i 50 anni dal ritrovamento della più antica tomba dipinta con scene figurative nel mondo greco, quella del Tuffatore, trovata nel 1968. La rappresentazione del giovane che si tuffa nell’acqua, famosa in tutto il mondo, ancora dopo anni dalla scoperta, rappresenta una fonte viva di continui dibattiti tra studiosi proprio per l’enigma che si cela dietro quel tuffo, da sempre considerato un trapasso dalla vita alla morte. All’anniversario seguiranno degli eventi collaterali come un convegno internazionale che si terrà dal 4 al 6 ottobre 2018. In estate invece ritorneranno le aperture straordinarie fino alla mezzanotte, nei mesi di luglio e agosto dal venerdì alla domenica e la rassegna di musica e danza “Heraia- musica ai templi” ogni venerdì nei pressi del Tempio di Nettuno. 

L’area archeologica di Paestum, fondata dai Greci intorno al VII a.C. con il nome di Poseidonia, rappresenta una delle più interessanti d’Italia, conservando degli edifici antichi in ottimo stato di conservazione. Riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità dal 1988, attira da sempre migliaia di turisti. Il sito, oltre a comprendere il Museo Nazionale e i resti dell’antica agorà greca, possiede 3 templi dedicati ad Hera, Atena e Nettuno edificati intorno al 500 a.C. Il sito è circondato da monumentali mura in pietra pentagonali, inframmezzate da 24 torri d’avvistamento.

Tempio di HeraPiù noto come Basilica, dal nome che gli dettero gli euditi del 700 per la quasi totale sparizione dei muri della cella, del frontone e della trabeazione. Dedicato ad Hera, sposa di Zeus e principale divinità di Poseidonia, è un periptero. I fedeli erano ammessi al tempio ma potevano camminare solo sulle zone perimetrali, sul lato. La zona centrale, il naos, era vietata a tutti.

La città fu fondata nel VI secolo a.C. da greci e venne chiamata Poseidonia in onore del Dio del mare. In seguito i Lucani riuscirono ad impossessarsi della città e le attribuirono il nome di Paistom, mentre nel 273 divenne una colonia romana e prese il nome che attualmente conosciamo (Paestum). Nell’antichità Paestum era molto più vicina al mare di quanto non lo sia ora ed il fiume che vi scorreva nei pressi la rese insalubre. Con il passare del tempo l’area subì un inesorabile declino e nel Medioevo fu totalmente abbandonata, fino ad essere riscoperta quasi in contemporanea con i siti archeologici di Pompei ed Ercolano, nel XVIII secolo. Sin da subito si capì l’importanza di quelli scavi che entrarono a far parte del Gran Tour, un programma di formazione per giovani aristocratici, che viaggiavano per arricchire le loro conoscenze.

I tre grandi templi sono costruiti secondo l’ordine dorico, anche se i Greci conoscevano anche quello ionico e corinzio. L’ordine dorico si riconosce dai capitelli sopra le colonne, che hanno la forma di scodelle. I capitelli della Basilica (tempio di Hera 550 a.C.), sono i più piatti, quelli di Atena (500 a.C.) un po’ meno, mentre quelli di Nettuno (460 a.C.), dimostrano la declinazione classica del dorico. Tipico dell’ordine dorico è il fregio, posto sopra le colonne, articolato in pannelli dipinti, detti metope, o scolpiti, ed elementi tripartiti che li separano, detti triglifi. I tre templi presentano l’altare, la piazza principale della città detta agorà, e gli edifici simbolo come la tomba dell’eroe fondatore detta heroon, e la struttura circolare delle assemblee, (ekklesiastieron).

Tempio di Atena
La dea della saggezza, ma anche della guerra, era personificata da una grande statua custodita in una cella all’interno del tempio. Durante le cerimonie, celebrate sugli altari di pietra all’esterno in cui venivano offerte libagioni, le porte del recinto in cui era custodita la statua venivano aperte perché potesse assistere alla cerimonia.
Con l’arrivo dei Romani, i templi non subirono mutamenti, ma sorsero nuove strutture: il foro, spazio politico e commerciale, l’anfiteatro, dove si svolgevano le gare tra Gladiatori e animali, e il Campus, in cui i Romani si esercitavano nello sport. Nella piscina le donne praticavano riti a favore della fertilità.

Tempio di Nettuno
Si tratta di un tempio di ordine dorico con 6 colonne sui lati brevi e 14 su quelli lunghi e fu costruito tra il 460-450 a.C. Si innalza su una gradinata formata da 4 gradini, sorta con lo scopo di dividere la dimora degli dei dal piano del terreno. Stucchi, affreschi e tantissimi colori decoravano le sale di questo tempio. Se ne vedono ancora delle tracce sulla cima delle colonne.
Dal 4 al 6 Ottobre 2018 nel museo Archeologico Nazionale di Paestum si terrà il Convegno internazionale La Tomba del Tuffatore: rito, arte e poesia a Paestum e nel Mediterraneo intorno al 500 a.C. L’iniziativa è stata realizzata con il cofinanziamento dello Stato Italiano e delle Regione Campania, nell’ambito del POC Campania 2014-2020.

Tomba del Tuffatore: la tomba fu trovata a 2 km a Sud di Paestum, all’interno di una piccola necropoli di VI-IV sec. a.C. La scena del Tuffatore, che ha dato il nome alla tomba, si trova sul lato interno della lastra di copertura. Le pareti della tomba, sono decorate con scene di un simposio.