sabato 15 luglio 2017

Gianni Versace: il classicismo del “sarto del Sud”.

di Rosanna d'Erario


A vent’anni dalla morte di Gianni Versace, il Museo Archeologico di Napoli celebra il genio della moda, tra i più grandi stilisti del Novecento che ha scritto uno dei capitolo più belli del made in Italy.
Poco più che ventenne, Versace arriva a Milano da Reggio Calabria portando con sé il suo sud, il profumo intenso di classicismo con cui era cresciuto e che ha influenzato tutta la sua carriera artistica, partendo dal logo stesso della maison, una medusa inscritta in un cerchio con bordatura greca. Nella mitologia greca, infatti, la medusa era una delle tre Gorgoni, fanciulla bellissima che seduceva gli uomini con uno sguardo, un potere magnetico che ha dominato la filosofia del brand, chi sceglie Versace non può tornare indietro.
Fil rouge della mostra è appunto il rapporto di Versace con la Magna Grecia attraverso abiti, oggetti, video. Moda e archeologica insieme,dunque, un contrasto però quasi complementare come spiega la curatrice ed ideatrice della mostra Sabina Albano: "Mi ha ispirato la convinzione che le parole della moda possano leggere la storia. Il linguaggio della moda è per me un linguaggio storico, un codice che può decifrare tutto. Parlare di Gianni Versace e della Magna Grecia significa andare alle radici della nostra cultura. In fondo, sono un'archeologa con la passione della moda. Un abito degli anni '90 non è altro che un reperto, figlio di iconografie artistiche, anch'esso un pezzo di storia: la nostra".
Un rapporto simbiotico e di fusione tra due espressioni creative, costanti contaminazioni del passato che hanno dettato la rivoluzione stilistica di un artista che a distanza di vent’anni è ancora attuale.

Dialoghi/Dissing-Gainni Versace Magna Grecia Tribute è visitabile fino al 20 settembre 2017, una mostra per omaggiare “il sarto del Sud” come lui stesso amava definirsi.

mercoledì 7 giugno 2017

A Milano personale dell'artista Paolo Signore


Galleria Spazioporpora - Milano
vernissage 13 giugno ore 18:00

Sarà inaugurata a Milano martedì 13 Giugno presso la Galleria Spazioporpora la personale dell'artista romano Paolo Signore. Molto apprezzato dal pubblico, dopo una prima personale tenutasi l'anno scorso nella sua città, il pittore ha riscosso alcuni significativi riconoscimenti (terzo tra i più votati online con 837 preferenze al Concorso internazionale Artrooms e vincitore del Premio della critica sezione Nuove Proposte al concorso Jesus 3.0 di Adrenalina Art Project.), esponendo nelle maggiori città italiane e all'estero (Berlino, Miami, New York).
Luce, colore vibrante e contrasti cromatici costituiscono i tre elementi cardine della pittorica di questo artista dalle diverse anime, che dal colore vivace, a tratti violento vira verso composizioni bicromatiche giocate sul bianco e nero o sul contrasto fra tinte forti, quasi come in una metafora pittorica della vita stessa coi suoi lati piacevoli e quelli più tenebrosi. 
Sostenitore dell’arte come mezzo per raccontare la contemporaneità, descrivere il mondo, le emozioni e i fenomeni della realtà senza giudicarli da un punto di vista morale, Signore attraverso la pittura cerca di evocare differenti sensazioni, indagando nelle profondità dell’animo umano al fine di innescare un dialogo tra artista e osservatore che va al di là dell’individualità, divenendo messaggio per l’umanità! Tale idea, che potrebbe facilmente trasformarsi in un nuovo movimento artistico (Avanguardia contemporaneista), da un punto strettamente tecnico propone uno stile che stressa i contrasti cromatici e di forma, producendo per contro un effetto armonico che stimola le emozioni, parlando alle persone e al loro mondo cognitivo fatto di aspettative, speranze e sogni, così turbato dal contesto di crisi in cui viviamo.
La mostra, visitabile fino al 19 giugno presso la galleria Spazioporpora a Milano, sarà dunque non soltanto un evento volto a far conoscere ad un sempre più ampio pubblico l’arte di Paolo Signore ma anche un’occasione per marcare un distacco nei confronti di quella che potremmo definire la “fairyart”, sempre più crescente, “carina” e tecnicamente perfetta ma spesso avulsa dalla realtà e a scarso impatto emotivo.
Questa personale darà così a quanti si recheranno a visitarla la possibilità di immergersi nell’arte di Paolo Signore: un’arte “viva”, intesa come strumento di comunicazione vitale; un’arte che dialoga con la società e con l’anima delle persone.
Da non perdere il vernissage: martedi 13 giugno ore 18:00 ad ingresso gratuito, durante il quale interverranno l’artista e la curatrice Francesca Callipari, oltre ad interessanti ospiti quali Tommaso Lucarelli, eccellente orafo dalle numerose esperienze internazionali. 


Per info:


lunedì 22 maggio 2017

OPEN: l’arte accomunata di Antonio Del Donno e Fabio Ferrone Viola

OPEN
Trenta opere di Antonio Del Donno e Fabio Ferrone Viola
Spazio Cerere – Roma
25-29 maggio 2017

di Carlo Maria Nardiello


Il Novecento, il “secolo breve” teorizzato dallo storico britannico Eric Hobsbawm, dopo aver affermato il culto dell’innovazione e della conquista ha prodotto una miriade di riflessioni circa gli effetti di tali fenomeni sulla società. Una volta preso atto della neo-nata “massa”, intellettuali dai diversi profili hanno concepito una personale valutazione circa le possibilità di intervenire attivamente sull’ininterrotto fluire (veloce e lento) del Tempo. Tramite il ricorso alla fantasia generata dalla creatività speculativa e indagatrice della mente dell’artista, dal figurativo alla Settima Arte, dalla narrativa alla musica, lungo tutto il Novecento si è inteso generare una forma brillante e originale di “interventismo culturale”.
Il proliferare di teorie e declinazioni ha prodotto una sovrabbondanza di materia innovativa da un lato (il progresso) e dall’altro un recupero del già noto ma riletto in virtù dei cambiamenti intervenuti nella realtà circostanziale (la tradizione riformulata). 
Nel novero degli artisti che hanno prodotto un valido risultato muovendosi sull’incerto confine tra Progresso e Tradizione (quest’ultima in senso lato) troviamo Antonio Del Donno, beneventano del 1927, uno dei più longevi artisti italiani attivo sulla scena nazionale e internazionale da oltre sessant’anni. Frutto del continuo dialogo tra arte e vita, Del Donno ha intenzionalmente messo al centro della propria opera la sacralità del divenire inesorabile dei materiali, di qualsiasi materiale, specie quelli relegati alla categoria dello “scarto”. Sotto questo punto di vista, appare naturale l’accostamento a Fabio Viola Ferrone, romano del 1966, formatosi negli ambienti pop statunitensi e interessato ad esasperare i contenuti della cultura contemporanea del consumo, emblematicamente sintetizzata dai rifiuti metropolitani, adoperati con maestria e cura. Da questo carico di residui l’artista romano è riuscito ad estrapolare la valenza distruttiva della civiltà dei consumi. 
Dal confronto tra i due artisti emerge la comune dimensione di avversità al figurativo ed una spiccata intenzione di riprodurre l’estensione della modernità sull’universo di immagini e forme generate al di là del tempo, inteso come processo in divenire, fortemente connotato dall’eterno ritorno di materiali rifiutati dal canone (Del Donno) o dalla società (Viola Ferrone). Rendere un’opera nobile e di senso non in virtù della materia utilizzata ma perché risultante da un’analisi del mondo, osservato in maniera disincantata e libera, è il traguardo raggiunto da entrambi gli artisti, così distanti per anni e formazione, eppure così vicini per intenzioni e sguardi. 
La mostra OPEN: Generazioni a confronto, a cura di Paola Valori presso Spazio Cerere di Roma (aperta e visitabile per pochi giorni dal 25 al 29 maggio) persegue l’obiettivo di rendere immediatamente tangibile il terreno comune tra Antonio Del Donno e Fabio Viola Ferrone. Nell’universo di entrambi, infatti, si staglia netta l’idea di un’arte intesa come pratica esistenziale e quotidiana, capace di offrire uno spunto critico (ma non ideologico) sul moderno villaggio globale, che simultaneamente è arricchito e impoverito, potenziato e depauperato, alimentato e spremuto. Il sistema di oggetti e forme prodotte da entrambi rifugge dalle intenzioni di “catechizzare” l’attuale società bensì intende, in maniera inclusiva, rendere tutti i fruitori partecipi dei fenomeni in atto, ricordando come attraverso il racconto esistenziale dell’arte sia possibile rendersi protagonisti del cambiamento. 
OPEN, dunque, non è solo un racconto generazionale aperto e dialogante tra i due artisti, ma anche l’invito ad accogliere una rinnovata comunicazione tra il Passato e il Presente con occhi e orecchi tesi al Futuro, quello prossimo e quello lontano.   

sabato 20 maggio 2017

Blarney Castle, un esempio di sineddoche

di Carlo Maria Nardiello


Raggiungere la vetta della torre nord del castello di Blarney è come planare dall’alto su una distesa di verde che rappresenta la parte per il tutto dell’Irlanda. Miti, druidi (etimologicamente i “profondi veggenti” dei popoli celti) vallate di verde a perdita d’occhio, cascate e sentieri nascosti, grotte abitate da figure fantastiche, alberi centenari resistenti alla furia del tempo e la famigerata pietra dell’eloquenza rendono Blarney il perfetto epicentro di tutto l’immaginario tradizionalmente riferito al mondo irlandese, ieri e oggi. 
La prima visita al Castello di Blarney è come entrare nella soffitta della casa che si è abitata fin da piccoli: si svela un mondo nuovo, inaspettato e imprevisto eppure familiare, da sempre lì in attesa di esser conosciuto. Si cammina in un luogo mai visto prima eppure ci si sente a casa, con l’agio e la dimestichezza tipici dell’ambiente domestico. 
Quello che oggi è l’edificio più fotografato di tutta l’Irlanda è stato eretto nel 1446 da Cormac “the Strong”, della gloriosa dinastia dei MacCarthy, e nelle intenzioni originarie avrebbe dovuto essere una torre abitabile fortificata e circondata da una serie di altre piccole torrette d’avvistamento e un muro perimetrale all’interno di un’area di otto acri, col tempo ampliati a dismisura. Parrebbe pertanto improprio il nome di castello, se non fosse per i suoi giardini e per l’aurea magica che da secoli emana questa costruzione. La maggior parte degli odierni visitatori raggiungono il piccolo centro di Blarney, pochi chilometri a nord di Cork, per baciare la sua famosissima pietra, in cima alla torre: la pietra dell’eloquenza, la stessa che si riceve in dono baciandola con laica fiducia nella sua potenza! Giacobbe, il profeta Geremia, gli scozzesi, re David, i templari, Mosè oppure le streghe: a ciascuno di essi questa o quella teoria riconduce l’origine di tale “monumento nazionale”. Sia come sia, dopo aver schioccato il bacio alla pietra chiunque “potrà arrampicarsi alla camera di una dama, o divenire un membro del parlamento”: entrambi i destini, ovviamente, hanno una stretta relazione con l’eloquenza che Blarney dona!


Se sull’origine della pietra permangono le più svariate teorie, sul significato del termine “Blarney”, invece, v’è assoluta certezza: fu impiegato per la prima volta dalla regina Elisabetta I. Infatti, la famiglia MacCarthy rimaneva salda sulle intenzioni di non versare le tasse dovute al trono inglese, in ciò riuscendo grazie alla capacità dei propri emissari di persuasione nei riguardi degli esattori reali; all’ennesimo rifiuto, la regina esasperata e sconfitta ammise: this is all blarney! Perciò, il termine è oggi usato per indicare un’adulazione fine a se stessa, una moina, una smanceria e quindi per traslazione un mucchio di chiacchiere inutili. 
Come ogni ricompensa che si rispetti, anche questa legata all’eloquenza richiede una buona dose di impegno e sacrificio, che in questo caso si riscontra nell’affrontare una dura salita lungo una scalinata tutt’altro che agevole, al termine della quale, oltre alla famigerata ars oratoria si è messi nelle condizioni di toccare il cielo d’Irlanda con un dito.


mercoledì 26 aprile 2017

Oltre il ritratto: Giovanni Boldini

di Carlo Maria Nardiello 

I ritratti di Giovanni Boldini sono lo struggente tentativo di esprimere la volatile e trasparente bellezza di donne ammaliatrici e fluttuanti, esposte al desiderio di chi guarda. I suoi ritratti sono ritratti d’amore, ispirati dall’estremo desiderio di afferrare, racchiudere e possedere quel non so che di intangibile e sfuggente di cui la bellezza è portatrice sana. Lo spirito concreto della tela, o carta, impregnata di colori caldi, striscianti, passionali è in lotta con l’animo voluttuoso e inconcepibile della forza dirompente dei volti femminili ritratti, e quindi posseduti, seppur brevemente, dall’artista ferrarese nei lunghi attimi in cui questi prendono forma.
Seguire la parabola artistica e biografica di Giovanni Boldini significa assistere in prima fila allo spettacolo della Buona Società europea tra fine Ottocento e inizio Novecento. Un’epoca universalmente nota per la serietà e la professionalità con la quale l’eleganza, la moda, il buon costume e la gioia di vivere sono state vissute.
Sono gli anni in cui la dovizia dei particolari, dall’arredamento all’arte orafa, diventa non più un valore aggiunto, un di più, un vezzo ma la ragione stessa d’essere. E se un giovane artista di talento, ambizioso e tuttavia “bruttino” a guardarsi fosse riuscito a far parlare la lingua della bellezza della sua epoca, allora avrebbe conquistato di diritto l’opportunità di erigersi al centro della scena, fatta di balli, caffè, ricevimenti, nobildonne e commissioni profumatamente remunerate: Boldini l’ha fatto!
La compostezza, la grazia e la soavità del femminile è la quintessenza artistica di un cantore del Bello, fedele adepto di questo credo. 
La mostra antologica “Giovanni Boldini” allestita all’interno del complesso del Vittoriano di Roma consente di conoscere ad una ad una le tantissime donne che hanno corteggiato il pittore col solo scopo di essere ritratte dal più bravo del mestiere. In Francia, in Italia, ma anche altrove, non v’era donna dell’alta borghesia disposta fare di tutto e a sborsare qualsiasi cifra pur di essere immortalata da Boldini. Nelle circa 160 opere esposte il tramonto della Belle Époque non è affatto ravvisabile, come la guerra e il fumo del degrado: in esse è il guizzo di una vita vissuta serenamente, spensieratamente e pienamente. La ricchezza dei tessuti che cingono perfetti corpi è la cifra stilistica ed esistenziale che muove, il moderno osservatore, ad un sentimento di nostalgia, di desiderio di farvi parte, anche se per poco tempo. Ritrovarsi faccia a faccia con tele piccole e grandi suscita nel visitatore la fantasia di oltrepassare il limite materiale e temporale della cornice per respirare la profumata aria “oltre lo specchio”, come una moderna Alice. Grazie a tale abilità Giovanni Boldini, dopo un periodo da macchiaiolo, conquista la scena artistica diventandone il protagonista massimo. Imitato e invidiato da molti suoi colleghi contemporanei, grazie ad un guizzo veloce e solo apparentemente facile, il ferrarese ha messo radici nel bel mondo parigino fin de siècle.