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martedì 20 gennaio 2015

La settima arte ai tempi della rivoluzione gotica

Riflessioni critiche sulla filmografia e la carriera di Tim Burton

di Daniele Nardiello

Congegni paradossali, macchine ingenuamente ingegnose, espressioni malinconiche di protagonisti tanto fantasiosi quanto drammaticamente umani, ambientazioni ultra-kitsch: benvenuti nell’universo visionario di Tim Burton!
Timothy William Burton rappresenta una figura poliedrica di regista e sceneggiatore, ma ancor prima animatore e disegnatore. Nato 57 anni fa in una serena ed ordinata cittadina della Contea di Los Angeles, non lontana da Hollywood, trascorre un’infanzia travagliata. È introverso, lunatico, intollerante verso l’autorità dei genitori. Ragazzo timido ed eccentrico, si ciba voracemente di cartoni animati e vecchi film dell’orrore, di cui assorbe inesorabilmente le atmosfere gotiche ed espressioniste. Manifesta ben presto una potente disposizione artistica, che esprime attraverso il disegno.
Il suo è un talento vero e sofferente. A 18 anni vince una borsa di studio messa in palio dalla Disney, che gli permette di continuare a coltivare la sua passione al California Institute of the Arts di Valencia, per poi diventare alla fine degli anni ’70 un disegnatore ufficiale dei lungometraggi animati. Ma il suo spirito travagliato rifugge presto dalle atmosfere edulcorate, troppo infarcite del presuntuoso conformismo di «graziose bestioline ammiccanti».
Esordisce coraggiosamente da regista con il cortometraggio Vincent (1982), omaggio al suo mito e maestro Vincent Price . Della durata di soli 5 minuti, interamente in bianco e nero, viene realizzato con la suggestiva tecnica stop-motion, consistente nel creare un fotogramma per volta, ottenuto fotografando i piccolissimi movimenti compiuti da modellini, in modo da dare l'illusione del movimento. «Vagare vorrebbe in tenebra oscura, sfidando pericoli senza paura», recita la voce fuori campo, sublimando le suggestioni dei racconti di Edgar Allan Poe, in una frase che esprime tutta la sofferta interiorità del giovane regista.
Burton esordisce nei lungometraggi con Pee-wee's Big Adventure (1985), commedia originale e divertente che segna l’inizio della fortunata collaborazione del regista con il musicista Danny Elfman, con il quale in futuro collaborerà in quasi tutte le sue pellicole, con le sue sonorità incantevoli e fantastiche, ottenute attraverso una peculiare e magistrale composizione orchestrale.
Raggiunge un’insperata notorietà con Beetlejuice - Spiritello porcello (1988), una stramba ma interessante commedia fantasy-horror della Warner. La pellicola si aggiudica nel 1989 l'Oscar al miglior trucco e il personaggio gotico di Beetlejuice conquistò un notevole successo di pubblico e critica, dando vita anche a una serie televisiva animata.
Il giovane regista è pronto al grande salto nello star system. La Warner gli affida nel 1989 un progetto ambizioso: la trasposizione cinematografica del fumetto Batman. Il risultato è un grande successo, grazie all'appoggio artistico degli attori Michael Keaton, primo feticcio di Burton, e dello straordinario Joker Jack Nicholson.
L’anno successivo Burton discosta la sua atipica figura di film maker dalla logica di botteghino delle major hollywoodiane, regalandoci il poetico, commovente Edward mani di forbice (1990). L’esordiente outsider Johnny Depp, destinato a diventare il nuovo feticcio, interpreta una creatura grottesca a metà strada tra Pinocchio e il mostro di Frankenstein, che vive la sua diversità con coraggiosa illusione, per scoprire l’impossibilità all’integrazione in un mondo di “normale” crudele umanità. Il film è una favola amara, che sparge i semi di quel mondo misto di tenerezza ed assurdità, che rappresenta il filo conduttore della poetica di Burton.
Il fertile sodalizio con Depp produrrà l’eccezionale thriller-horror Il mistero di Sleepy Hollow (1999) e la commedia musical-drammatica Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street (2007), affiancato dalla splendida e lugubre compagna di Burton, Helena Bonham Carter, in pellicole gotiche che mietono premi e nomination.
Particolare menzione merita Big Fish - Le storie di una vita incredibile del 2003, racconto della vita romanzesca di Ed Bloom (interpretato rispettivamente da Ewan McGregor nella versione giovanile e da Albert Finney nella fase senile, entrambi straordinari e credibili). Si tratta di una rivisitazione del novello Barone di Münchhausen, che appare agli occhi del figlio come una figura patetica, incapace di affrontare la realtà e colpevole di esserle sempre sfuggito attraverso il ricorso ai racconti fiabeschi. Tuttavia si scopre nel commovente epilogo lo stupefacente intreccio di realtà e magia, visibile solo agli occhi di chi conserva nel candore infantile la capacità di vedere e saper ascoltare la ricchezza del mondo interiore.

«La gente vede la follia nella mia colorata vivacità e non riesce a vedere la pazzia nella loro noiosa normalità!»
Cappellaio Matto (Johnny Depp), dal film Alice in Wonderland (2010) di Tim Burton

venerdì 8 aprile 2011

Giovanni Battista De Andreis

di Andrea Carnevali

Non è la Liguria patinata, oleografica, da cartolina e da pubblicazione turistica. Ma quella ruvida e spinosa “del sole che abbaglia” di Ossi di seppia di Montale. È una terra che tormenta e che fa male quella di Giovanni Battista De Andreis. Appuntita e selvaggia è la sua terra abbattuta dal vento e dalle onde che fanno rialzare il viso ed il capo allo “scoccare/verso le strepeanti acque,/frecciate biancazzurre, due ghiandaie./ (Mediterraneo, 1924).
Gialli brucianti, rossi arroventati, blu d’abisso, verdi smeraldi: è sempre e solo attraverso il colore, dall’impasto tattile, corposo, avvolgente delle immagini che Giovanni Battista utilizza per raccontare la sua Liguria e la sua vita quotidiana, mediate dall’immaginario personale. Lo fa con una tavolozza incendiaria, orchestrata su timbri sonori e accostanti, arditi: verde viola; verde e nero, arancio e rosso, blu e marrone. La pittura di De Andreis è legata all’emotività ed al rinnovamento del linguaggio figurativo. “I rossi e i rosa dei corpi fanno magnifico contrasto con gli sfondi verdi profondi, intricati, opulenti. Sogni d'oriente dipinti da un nordico che ha un indubbio temperamento e un suo mondo originale” (“Mostre d’arte”- Rafael Alberti; Alberto Brambilla; Giovanni Battista de Andreis del 23 aprile 1968; intervento critico di Dino Buzzati).
Del suo immaginario fanno parte una serie di luoghi ricorrenti: montagne, spiagge sabbiose e abbattute dal vento e luoghi isolati da colline o alture. Nella sua pittura il paesaggio è catturato nelle varie ore del giorno e nell’alternarsi delle stagioni con una attenzione maggiore per gli ambienti estivi. Le forme perdono i loro ritagli e si tingono delle sfumature di cose e vicine avvolte nel tono dell’atmosfera.
Il pittore ligure crea in questo modo una poesia della natura che forte del dialogo con le ombre e con l’ambiente passa all’ispirazione di un rapporto diretto e totale fra la pittura e il mondo di apparenza che lo circonda. Diventa esecutore dell’esterno con sensazioni ed emozioni che sono trasfigurate in simboli o in significati di luce di cui Dearling ’78 se ne fa portavoce, rispecchiando, infatti, con la sua forza magnetica il passato ricomposto con brevi tocchi di pannello.
Molto forte nei suoi quadri è il passaggio dell’empirismo – che si avverte nello studio e nella rappresentazione dei paesaggi - alla libertà, evidenti nelle scelte estetiche delle figure e nelle tecniche pittoriche.
La capacità di ritrarre i soggetti, tra l’altro, induce a pensare allo studio dell’antico - in senso classico nell’opera Servizio in camera (2007) – come ritorno all’ordine ed alle simmetrie dove il passato è linguaggio mediato dall’esistenza. Ma la sua pittura è conseguenza della storia personale e delle esperienze per narrare in modo intrigante la realtà rimasta allo stato di frammento.
La sua pittura appare rivolta all’esistenza – ha detto Gualtiero De Santi – vicina all’area letteraria montaliana (Dora Markus). La confusione degli oggetti sparsi nei dipinti è una marca linguistica della condizione di assedio del tempo presente. Che appare dal desiderio del pittore di costruire una relazione interno/esterno e dalla corruzione del mondo (come nel caso de La cognizione del dolore di Gadda).
Clizia di Montale è un emblema allegorico, in cui si condensano – come per De Andreis e la sua modella – sentimenti privati ed emozioni soggettive e valori ideologici di tipo etico. Già della prima produzione figurativa di Giovanni Battista l’elemento ideologico appare predominate su quello emotivo e sentimentale. Allo stesso modo in cui Clizia con i suoi occhi può tenere lontano la barbarie del mondo, ugualmente i ritratti di donne esposte a “Castelbellino Arte” sono in grado di vedere i significati nascosti delle cose senza essere accecate dalle apparente insensatezza e dalla brutalità della vita. Così il pittore affiderebbe la propria salvezza all’immagine di una donna che si cela tra trucchi e tessuti e per una ragione affettiva diventerebbe la sua modella in Servizio in camera.
Le donne raffigurate nei quadri provengono idealmente dal mondo poetico montaliano del dopoguerra. Il pittore nelle sue opere, su tela e su carta, ha dimostrato la piena espressività che si è rinnovata costantemente in modo sapiente nel tempo. Anche lo stesso curatore della mostra (Castelbellino, dal 17 luglio al 1° agosto, 2010), Riccardo Ceccarelli, si è allineato nel giudizio critico alla dimensione di pittura che si rigenera e ritorna – nel senso fichtiano affermando di trovarsi di fronte a “una pittura-pittura” – per il rinnovamento continuo delle scelte stilistiche e iconografiche del pittore (Giovanni Battista De Andreis – Castelbellino Arte 2010/catalogo, p. 5).
Nei suoi dipinti si trova un presagio, un presentimento insito nei turbamenti del vivere, nei silenzi dei colori che si affacciano da grandi schienali di sedie, tendaggi pesanti, fondali scuri resi con un linguaggio destrutturato che l’industria ha portato alla cultura.
Colori ed immagini, di cui fa impiego, si presentano quasi tangibili a chi osserva. Una vita, tuttavia, per inseguire e per comprendere non soltanto l'evoluzione, ma anche il determinarsi della sua arte dove il corpo è “ingaggiato” per creare delle figure.
Il pittore ligure appare dotato di un sicuro gusto per la “costruzione” composizione cromatica, fino a raggiungere una completa autonomia dell'immagine dipinta. I punti di riferimento in questa operazione sono quelli della grande tradizione “realista” europea, attentamente studiata nel cromatismo espressivo (e nel rapporto tra colore ed immagine) che si presenta quasi tangibili a chi osserva. Uno stile, tuttavia, per inseguire e per comprendere non soltanto l'evoluzione, ma anche le diverse inquadrature pittoriche (scrive Gualtiero De Santi nel testo del catalogo della mostra).
Il pittore ligure appare dotato di un sicuro gusto per la “costruzione” dell'immagine fino a raggiungere una completa autonomia nella figura che si concretizza in Per tutti gli sguardi (1977).
De Andreis è imprevedibile, anche, nelle soluzioni prospettiche, quasi a volere riequilibrare e rimodulare spazi e figure in dimensioni nuove e in soluzioni impersonali” (dice Riccardo Ceccarelli). Un percorso completo che rivela un linguaggio personale, ma già attratto dalla deformazione e dall’ambiguità delle figure riprodotte tra oli brillanti che sembrano emergere dal paesaggio selvaggio e nei riflessi della luce.
La figura umana è vista simbolicamente come attratta dalla luce e del suo riverbero nel quotidiano o dall'irreale tanto da apparire trasparente e drammatica, commovente e accattivante.
L‘intervento artistico di De Andreis è sulle condizioni fredde e vuote dell’attualità dove l’orizzonte pittorico e la sua originalità si sono ormai ristrette. La presenza della donna è diventa sia il soggetto che l’oggetto.
Il pittore entra nella scena senza opporsi alla condizione umana e femminile presentata, ma attraverso una sorta di camuffamento simbolico che nel dipinto For harpsichord and ghironda (2008) spicca per il senso di appartenenza ad una diversa civiltà.
C’è, del resto, nel retaggio del passato dell’autore una rara aderenza alla realtà, ai luoghi comuni che il ligure, peraltro, non vuole criticare intellettualisticamente, ma anzi accettare con una strana adesione agli stereotipi del mondo femminile. Più intensa ed emotiva si fa la pittura dagli anni ’70 che appare costruita in tableau vivant dove le donne vengono messe sotto un’aurea storica: Easy rider (1977) e Per tutti gli sguardi (1977).
Giovanni Battista deforma le sofferenze del corpo con spietata lucidità ritraendo l'anima tra atroci e sfiguranti dolori. La condizione esistenziale delle figure femminili appare nostra - come nella pittura di Francis Bacon - un preinferno terreno, una sorta di prigionia, solitudine e sofferenza.
Luce e aspetti ossessivi della vita del personaggio femminile in Patchwork (2007), ma anche la cosmesi e le cura di bellezza Che cosa (1979) sono sviluppate in chiave ironica. Ma assunto come impegno critico, il disegno e la pittura di elevata qualità formale lasciano trasparire la voluttà insieme sadica e masochistica del colore. Nell’esposizione di “Castelbellino Arte” ha riacceso su Giovanni Battista De Andreis l'ultima espressione estetica del sublime che pone la lucida constatazione della realtà a confronto con le più alte espressioni ideali, benché frustrate, dall'anima di Chiara v. E. (1986) che diventa uno strumento di adattamento tra i tanti oggetti nella stanza per creare un’identità libera da rapporti pulsionali.

Pittore, scultore, incisore, scrittore, De Andreis ha tenuto la prima personale a Imperia nel 1954, all'età di sedici anni. Allievo privilegiato di Emilio Scanavino al Liceo Artistico Nicolo' Barabino di Genova, appena diplomato si trasferisce a Milano, dove conosce e frequenta i protagonisti dell'avanguardia milanese di quegli anni, tra cui Lucio Fontana e il gruppo “spaziale”. A Cervo, una giuria composta da Felice Casorati e Francesco Menzio gli assegna il Premio Pennello d'oro 1956. A partire da allora lo studio della pittura classica, soprattutto barocca, accende irreali cromatismi in opere personali e di forte intensità, tese a ritrattare il dualismo astrazione-figurazione.
De Andreis ha vissuto fino al 1985 a Milano, poi per circa 10 anni in Liguria, e tuttora, da 15 anni, ad Agugliano nelle Marche, dove vive con la moglie Stefania Massaccesi. Ha condiviso amicizia e creatività di protagonisti quali Salvatore Fiume, Maurice Henry, Luciano Berio, Gasto'n Orellana, Federico Zeri, Karl Plattner, Roberto Garcia York, Ibrahim Kodra, Renato Carosone, Roberto Zamperini, Bepy Tay, Arturo Carmassi, Gilberto Cavicchioli, Ennio Calabria, Gabriele Mucchi, Franz Borghese, Ernesto Treccani, Domenico Purificato, Elio Galasso, Vanni Viviani, Piero Leddi, Davide Lajolo.

venerdì 18 marzo 2011

NOT GDD

Comunicato stampa

Il progetto NOT GDD nasce dal desiderio di ricordare quale fosse l’approccio artistico di Gino De Dominicis e quale sia stata la risposta destinatagli dal Sistema dell’arte. Ideato per la LABA di Brescia, il progetto viene ora riproposto all’Accademia di Belle Arti di Urbino con un allestimento che comprende documentazioni inedite e nuovi approfondimenti. Un allestimento ancora una volta in absentia, dunque: non una mostra di opere d’arte ma una mostra di critica d’arte che intende analizzare il lascito intellettuale di De Dominicis.
L’iniziativa è sospinta dalla necessità di restituire dignità all’artista che, salvo rare eccezioni, ha sempre sottratto la propria opera all’indiscriminata riproduzione fotografica. È noto come una visione personalissima dell’arte, e in particolare del proprio lavoro, portasse l’artista ad adoperarsi per mantenere un diritto di veto su apparizioni e riproduzioni; un’indicazione che non ha mai trovato un adeguato riscontro, al contrario, a pochi anni dalla scomparsa dell’artista si è tradotta in operazioni di vario genere che hanno sempre più ignorato/violato le disposizioni e le restrizioni adottate da Gino De Dominicis circa la fruizione della sua opera.
Di fronte alle problematiche insorte nell’ultimo decennio, si rende quindi necessaria una verifica dell’intera vicenda per fare luce sul testamento spirituale lasciatoci in eredità dall’artista. Per tali motivi NOT GDD può essere considerato come un invito alla riflessione, oltre che una caustica risposta alla retrospettiva Gino De Dominicis: l’Immortale tenutasi l’anno scorso al MAXXI di Roma.

Titolo mostra: NOT GDD#2
A cura di: Alberto Zanchetta e Serena De Dominicis
Sede: Urbino, Accademia di Belle Arti, aula di decorazione
Periodo: 29 marzo - 12 aprile
Vernissage: martedì 29 ore 15.00
Orari: dal lunedì al martedì 9.30-13.00/14.30-18.00
Ingresso libero

venerdì 8 ottobre 2010

La mostra è aperta. Artisti in dialogo con Harald Szeemann

Comunicato stampa

Proseguendo il percorso intrapreso lo scorso anno con la mostra Filiberto Menna. La linea analitica dell’arte contemporanea, la Fondazione Filiberto Menna – Centro Studi d’Arte Contemporanea propone, a cura di Stefania Zuliani, un inedito progetto dedicato ad Harald Szeemann, una delle voci più significative della critica d’arte del secolo scorso.
Un’esposizione – La mostra è aperta. Artisti in dialogo con Harald Szeemann ne è il titolo – una giornata di studi – Esposizioni. Lo spazio delle mostre nella critica contemporanea – attività e laboratori didattici che, assieme, nel prossimo mese di ottobre proporranno a Salerno una riflessione plurale su Szeemann, figura complessa di critico e curatore che nel corso della sua lunga attività ha contribuito a trasformare profondamente il significato della mostra, facendone un luogo aperto e di trasformazione.
Un lavoro teorico di straordinaria forza visionaria che la mostra e la giornata di studi, promossi dalla Fondazione Filiberto Menna con il sostegno del Comune di Salerno, con il patrocinio dell’Università degli Studi di Salerno – Dipartimento di Beni culturali e il contributo della Provincia di Salerno, della Regione Campania e della Fondazione Carisal, riattraverseranno grazie all’intervento di sei artisti internazionali e di alcuni protagonisti della critica d’arte in Italia.
Tra i protagonisti della scena critica del secondo Novecento, Harald Szeemann nel corso della sua lunga attività, scandita da mostre e progetti indimenticabili – Quando le attitudini diventano forma (1969), la Documenta 5 a Kassel (1972), il lavoro infinito sul Museo delle ossessioni, le edizioni 1999 e 2001 della Biennale di Venezia… – ha posto le basi di un lavoro critico innovativo disegnando un percorso metodologico che ha saputo modificare gli statuti interni dell’esposizione facendone luogo critico e creativo per eccellenza.
La mostra è aperta. Artisti in dialogo con Harald Szeemann è un progetto espositivo, a cura di Stefania Zuliani, con cui, attraverso opere, per lo più site-specific, realizzate da sei protagonisti della scena espositiva internazionale – Mrdjan Bajic, Danilo Correale, Stanislao Di Giugno, mk, Perino & Vele, Carlotta Sennato –, la Fondazione Filiberto Menna intende disegnare un nuovo momento di riflessione su un pensiero, quello di Szeemann appunto, che ha fatto della mostra uno spazio privilegiato di confronto, un vivace crocevia di scambi disciplinari, occasione costante di ibridazione di codici ed esperienze. Un’opera d’arte totale, confluenza di linguaggi e, soprattutto, di arte e vita, che Szeemann ha pensato sempre in relazione con lo spazio, concreto e simbolico, dell’esposizione, suggerendo una modalità di lettura dell’esperienza artistica arrischiata, capace di accogliere in sé anche il fallimento. Un approccio coraggioso che merita di essere ripensato in un momento storico, il nostro, segnato dal moltiplicarsi impressionante delle mostre e delle biennali come pure dalla crescita, davvero globale, dei musei, cui però non sembra corrispondere l’azzardo di una differente, più coraggiosa interpretazione del ruolo dell’arte e della critica.
La mostra, interamente prodotta per l’occasione, si avvale del contributo curatoriale di Alessandro Demma, Maria Giovanna Mancini e Antonello Tolve, giovani critici d’arte impegnati in un percorso di ricerca nell’ambito del Dottorato in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico artistica dell’Università degli Studi di Salern.
Muovendo dalla lezione complessa di Szeemann e attraverso il contributo di alcune tra le voci che animano il dibattito critico più recente, una giornata di studi proverà a fare il punto sulla questione, attualissima, dell’esposizione e del suo significato all’interno del contemporaneo sistema dell’arte.
La Giornata di Studi, che si svolgerà il 22 ottobre 2010 presso la Sala Conferenze della Fondazione Filiberto Menna di Salerno, prevede la presenza di alcuni critici e curatori attivi sulla scena internazionale – hanno già dato la loro adesione Stefano Chiodi, Roberto Pinto, Gabi Scardi ed Eugenio Viola – che, confrontandosi con Angelo Trimarco, Presidente della Fondazione, e con Stefania Zuliani, curatrice del progetto e docente di Storia e teoria del museo contemporaneo all’Università di Salerno, daranno il proprio contributo ad un dibattito sulle attuali metodologie curatoriali riflettendo sul tema della site specificity, sul rapporto tra arte e museo, sulle nuove strategie di comunicazione e di esposizione dell’opera. Una articolata discussione che a partire dalla relazione opera-spazio espositivo intende affrontare il problema dello statuto della critica e del ruolo, sempre più creativo, del pubblico.
Per alimentare un più intenso e consapevole contatto con il pubblico e nella convinzione che l’educazione all’arte sia attualmente una forma irrinunciabile di intervento, critico e creativo, la Fondazione Filiberto Menna proporrà in occasione dell’esposizione La mostra è aperta. Artisti in dialogo con Harald Szeemann una serie di laboratori didattici che coinvolgeranno studenti universitari e alunni delle scuole salernitane.
Consolidando una tradizione inaugurata nel 2007 con il ciclo Imparare al museo. L’artista l’opera il pubblico, la Fondazione, da sempre attenta alle strategie educative dedicate all’arte contemporanea, luogo del dialogo e dell’ospitalità, organizzerà con il supporto di operatori esperti e attraverso l’impegno, progettuale e operativo, di studenti del corso di Storia e teoria del museo in età contemporanea della Laurea Magistrale in Storia e critica d’arte dell’Università di Salerno laboratori didattici rivolte ai bambini e visite guidate per gli studenti delle scuole medie superiori.
Due i laboratori proposti: Le forme dell’opera, in cui sarà data l’opportunità di riflettere sulle diverse forme assunte oggi dall’opera d’arte attraverso una serie di attività manuali che vedranno protagonisti gli stessi bambini; Il museo delle meraviglie, in cui i bambini verranno invitati a costruire un proprio museo attraverso immagini e oggetti del proprio quotidiano, sulla traccia del Museo delle ossessioni di Szeemann.
Gli stessi temi – le trasformazioni dell’opera d’arte e i nuovi linguaggi dell’arte, il significato del museo come luogo di memoria e produzione dell’arte ma anche stanza delle meraviglie – saranno affrontati nelle visite guidate rivolte agli studenti delle scuole medie superiori, che potranno avvicinare attraverso la voce degli studenti universitari e nell’incontro diretto con le opere aspetti e problemi dell’arte contemporanea.

Titolo: La mostra è aperta. Artisti in dialogo con Harald Szeemann
Date: 9 ottobre-3 novembre 2010
Orari:
da lunedì a venerdì dalle 11.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00;
sabato e domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 21.00.
Sede: Chiesa dell’Addolorata / Complesso Monumentale di S. Sofia, Largo Abate Conforti - Salerno
A cura di: Stefania Zuliani
Opere di: Mrdjan Bajic, Danilo Correale, Stanislao Di Giugno, mk, Perino & Vele, Carlotta Sennato
Contributi curatoriali di: Alessandro Demma, Maria Giovanna Mancini, Antonello Tolve

sabato 17 ottobre 2009

Un libro dedicato a Giulio Carlo Argan

Comunicato stampa

Giovedì 22 ottobre 2009 alle ore 17.00 presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna (Viale delle Belle Arti n. 131 - Roma) si terrà la presentazione del libro a cura di Claudio Gamba, Giulio Carlo Argan. Promozione delle Arti, Critica delle forme, Tutela delle opere. Scritti militanti e rari (1930-1942), Christian Marinotti Edizioni, 2009.
Il volume raccoglie una selezione della produzione critica di Giulio Carlo Argan degli anni Trenta e primi anni Quaranta intorno a tre nuclei tematici: gli scritti su architettura e urbanistica, gli interventi sull’arte contemporanea e la promozione degli artisti, i testi sui metodi e gli strumenti della storia dell’arte e della tutela delle opere (l’insegnamento nella scuola, l’educazione artistica, il restauro, il museo, le esposizioni).
Si è voluto in questo modo evidenziare il ruolo svolto dal giovane Argan nel superamento degli stretti confini disciplinari in cui spesso si chiudevano gli storici-filologi dell’arte, intenti prevalentemente all’attribuzione e alla datazione di pitture e sculture del passato. Invece lo studioso torinese interviene con scritti di taglio militante sulle più recenti correnti artistiche (dalla presa di posizione sul futurismo, al sostegno al gruppo dei Sei pittori di Torino e poi del gruppo Corrente), si prodiga per la difesa del patrimonio artistico a ridosso e durante la guerra (collaborando alla stesura della legge di tutela del 1939 e disegnando il progetto fondativo dell’Istituto Centrale del Restauro). In questi scritti emerge la continuità con gli insegnamenti crociani e del suo maestro Lionello Venturi, ma anche la consapevole decisione di non seguire Venturi nell’esilio francese per rimanere alla Direzione generale delle Antichità e Belle Arti, sotto il ministro Giuseppe Bottai, dove gli è possibile prendere posizione nelle polemiche su “archi e colonne” e sui rapporti tra artisti e fascismo, in difesa dell’architettura razionale e dei pittori e scultori meno allineati con le posizioni conservatrici di Ojetti e Farinacci.
L’iniziativa rientra nelle manifestazioni ed eventi che si terranno in tutta Italia ed in particolare a Roma nel 2009 e nel 2010 in occasione del centenario della nascita di Giulio Carlo Argan.

Giulio Carlo Argan (Torino 1909 - Roma 1992) è stato uno tra i maggiori critici d’arte del Novecento. Si forma nell’ambiente culturale gobettiano, studiando all’Università con Lionello Venturi. Nel 1933 entra nell’Amministrazione delle Antichità e Belle Arti, diventando ispettore a Torino, poi a Modena e infine a Roma. Nel 1955 inizia l’insegnamento universitario a Palermo e dal 1959 a Roma. Negli anni Sessanta ha un ruolo di primo piano nel dibattito sull’arte moderna. Nel 1968 pubblica la Storia dell’arte italiana, seguita da L’arte moderna 1770-1970. Negli anni 1976-79 è sindaco di Roma e dal 1983 senatore del PCI, dedicandosi soprattutto alla critica della cultura postmoderna e alla difesa del patrimonio artistico.

Presentazione del libro
Giulio Carlo Argan
Promozione delle Arti, Critica delle forme, tutela delle opere
Scritti militanti e rari (1930 - 1942)
a cura di Claudio Gamba
Galleria Nazionale d’Arte Moderna
22 ottobre 2009, ore 17.00

Il libro sarà presentato da:
Maria Vittoria Marini Clarelli, Soprintendente alla Galleria Nazionale d’Arte moderna e contemporanea
Giorgio Ciucci, Professore di Storia dell’Architettura dell’Università degli Studi di Roma Tre
Marisa Dalai Emiliani, Presidente dell’ Associazione Bianchi Bandinelli - Fondata da G. C. Argan

giovedì 11 settembre 2008

Carlo Dionisotti nel centenario della nascita

di Francesco Mastrorizzi

La prossima settimana, a dieci anni dalla sua scomparsa, prenderanno il via a Novara le celebrazioni per il centenario della nascita di Carlo Dionisotti, uno dei più importanti critici letterari italiani, stimato a livello internazionale come il maggiore storico della letteratura italiana del secondo Novecento.
Il 19 settembre, presso la Biblioteca Civica, in concomitanza con l'inaugurazione di una mostra bibliografica a cura di Roberto Cicala, che resterà aperta fino al 20 ottobre, verrà presentato il saggio ''Un maestro della letteratura: Carlo Dionisotti tra storia e filologia" a cura del Centro Novarese di Studi Letterari ed edito da Interlinea di Novara, che contiene la più completa rassegna bibliografica su Dionisotti, realizzata dalla professoressa Mirella Ferrari, docente ordinario di Letteratura latina medievale all'Università Cattolica di Milano.
Nato nel 1908 a Torino, città in cui si laureò assieme ad amici come Bobbio, Pavese, Lalla Romano, Argan, Garosci e in cui collaborò al “Giornale storico della letteratura italiana”, Dionisotti mantenne sempre forti legami con la città di Novara, soggiornando regolarmente durante il periodo estivo nella villa di famiglia a Romagnano Sesia.
Dopo aver conseguito la libera docenza in letteratura italiana nel 1937, dapprima insegnò all'Università di Torino e poi fu assistente di Natalino Sapegno all'Università di Roma. Nel 1947 si trasferì a Londra, ricevendo prima un incarico temporaneo di lettore di italiano a Oxford e poi nel 1949 diventando professore al Bedford College dell'Università di Londra, in cui insegnò per vent'anni.
Molteplici e autorevoli le sue collaborazioni a riviste di studio. Con Billanovich e Campana fondò e diresse, dal 1958, la rivista annuale “Italia medioevale e umanistica”, ma scrisse anche su “Italian Studies”, “Lettere italiane”, “Studi di filologia italiana”.
Dionisotti può essere considerato il caposcuola di una critica che associa ai fenomeni letterari un interesse per la storia, la sociologia e la geografia. Nel corso della sua vita ha approfondito con sicuro metodo lo studio della letteratura italiana dell’Umanesimo e del Rinascimento, sia negli aspetti filologici e linguistici sia nelle implicazioni storico-politiche, cercando di inserire la storia della letteratura italiana nel quadro più ampio della storia d'Italia. La sua lezione è viva ancora oggi nell’idea che la storia e le opere della letteratura sono indispensabili per comprendere la necessità di conoscere il passato per creare solide fondamenta per il nostro il futuro.
La sua attività filologica si è rivolta, in particolare, alle opere di Pietro Bembo, ma autorevoli sono anche i suoi studi su Machiavelli e Manuzio, oltre a quelli sull'Ottocento di Nievo, Foscolo e Manzoni. Il suo nome, tuttavia, è legato principalmente alla raccolta di saggi “Geografia e storia della letteratura italiana”, del 1967, opera che inaugura un metodo critico da allora in poi imprescindibile e nella quale emerge una nuova visione della letteratura italiana, ritenuta dal Dionisotti policentrica e regionalistica. Concezione questa in aperto contrasto con le idee unitarie proposte da De Sanctis nella sua "Storia della letteratura italiana".