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giovedì 6 maggio 2010

“’O princepe diavulo”. Storia di nobile follia.

di Gianmatteo Funicelli

Napoli, 1590: un uomo, ingiustamente incriminato, attraversa ammanettato il fulcro cittadino antico, Piazza San Domenico Maggiore. Nel suo tormentoso percorso verso la prigionia, l’uomo volge lo sguardo nei giardini privati dei di Sangro, che proprio lì dimoravano nel loro palazzo signorile, mentre vide ad un tratto il repentino crollo di un muro e, attraverso di esso, l’immagine sacra di una Madonna. Allora il personaggio si promise che, se fosse stata giustamente riconosciuta la sua innocenza, quella stessa Madonna avrebbe da lui ricevuto lampade, un’iscrizione e degno riconoscimento per la sacra azione salvifica. Dell’uomo, le fonti non hanno traccia (leggenda?), ma di lì a poco venne innalzata nel suddetto luogo sacro una piccola cappella, che un personaggio di spicco dei nobili risiedenti, Alessandro di Sangro, patriarca di Alessandria, istituisce come sepolcreto privato, destinato a deporre le nobili spoglie della famiglia, così come recita la lapide sul portale d’ingresso al tempio (1613).
Ma è con Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, che il sito ricevette il giusto fervore artistico. Il singolare personaggio, nato nel 1710, pecora nera della famiglia, fu esponente del primo Illuminismo napoletano, profondo conoscitore di arte e cultura, mecenate, editore e uomo insignito delle più alte cariche nobiliari, che a quel tempo costituivano vanto e competizione tra le nobili famiglie. Fu un formidabile inventore e scienziato, aprendo nei salotti napoletani la conoscenza della chimica sperimentata. Ma questo per noi è ovvio, in una capitale borbonica di pieno Illuminismo. Quello che invece maggiormente ci attira di questo personaggio, fu la sua singolare ambiguità, nonché l’alone di mistero che circondano casa Sansevero, cappella inclusa. A partire proprio da quest’ultima, ai tempi del principe, Cappella Sansevero non fu mai aperta al pubblico culto, ma fu ritenuta da sempre un centro di scienze occulte, una loggia massonica, dove la prevalenza misterica della statuaria in marmo racconta simbolismi e segreti non del tutto risolti.
Il Cristo velato, tutt’oggi un simbolo dell’arte napoletana che campeggia sul centro della navata unica del sacrario, fu voluto dal principe per la “cavea” sotterranea del tempio. Fu eseguito dal napoletano Giuseppe Sammartino nel 1753. Si narra che Raimondo di Sangro segregò lo scultore sin quando non terminò la sua opera. Poi fu accecato, affinché non potesse replicare in nessun modo il capolavoro.
Raimondo di Sangro, al secolo “’o princepe diavulo”, fu davvero una mente singolare; la sua fama di mago e scienziato lo condussero dalla razionalità alla pura pazzia in breve tempo: si racconta che uccise venti cardinali, e che con le loro ossa costruì delle seggiole. Le sue invenzioni fecero scalpore: inventò una carta composta da uno strato di seta e l’altro di lana. Sperimentò su corpi umani le sue più disparate ricerche. L’esempio massimo furono le “macchine anatomiche”, ossia due figure umane, un uomo e una donna incinta, probabilmente due suoi servitori, che accuratamente mummificò. Il macabro e inspiegabile procedimento ha voluto che i corpi conservassero solo l’apparato circolatorio, che tutt’oggi risulta una pratica oscura agli studiosi. L’orrendo esperimento basterebbe a definire la personalità di Raimondo, ma questo non basta: il nobile era ossessionato dal desiderio dell’immortalità, praticandosi più volte dei riti magici, facendosi anche rinchiudere in una cassa con dei composti da lui stesso preparati così da accaparrarsi l’eternità, ma la pratica non funzionò mai. La storia di quest’uomo, vissuto tra laboratori, libri e sette segrete, si concluse nel 1771, a seguito delle continue inalazioni delle sostanze chimiche da lui stesso create e che lo tradirono ben presto da quella promettente immortalità con un infarto.

Info: www.museosansevero.it

venerdì 23 aprile 2010

Chirurgia di una madonna nera

di Giannatteo Funicelli

La Vergine bruna di Seminara (RC) è un documento di storia e devozione di un Sud fedele e di una terra assoggettata. La leggenda vuole che il manufatto ligneo raffigurante la Madonna con in braccio il Bambino, vestiti entrambi con due tonache ben strette in vita, abbia radici in Asia Minore, tra le mani di San Basilio, vescovo di Cesarea. Il suo arrivo in Occidente può essere giustificato nella lotta iconoclasta che Leone III l'Isaurico additò a tutte le effigi sacre (VIII sec.). Destinata alla devozione dell’antica città di Taureana (odierna Gioia Tauro), in un avventurosa fuga dai saraceni, il simulacro fu abbandonato per strada dagli abitanti (951 d.C.). La scoperta fortuita dell’oggetto sacro fu ad opera di alcuni contadini di Seminara, in un mercoledì santo. Da allora suscitò un immediato fascino religioso per i fedeli.
Oggi il prezioso oggetto, di indiscusso valore storico artistico, in balia di una forte degradazione materiale, sarà oggetto di un’attenta riqualificazione e di svariate indagini scientifiche necessarie alla rivalorizzazione dell’opera, valido esempio di arte religiosa nel monachesimo basiliano meridionale. La statua, di 92 cm. di altezza, è stata realizzata in un unico blocco di legno. La sua superficie doveva essere ricoperta da un rivestimento policromo che supportava, poi, la stesura di una chiara dipintura e alcune parti in foglia d’oro. Svariate sono state le critiche in merito al colorito bruno del volto, che ha donato alla figura l’attribuzione di “Madonna nera”, dovuto (forse) all’alterazione dell’ossido di ferro nei pigmenti che colorivano il volto a causa di un forte incendio e causandone il conseguente viraggio.
La campagna di restauro del simulacro prevede un’attenta riqualificazione del degrado, di tipo antropico e naturale, e di molteplici fasi diagnostiche finalizzate alla rimessa in efficienza. Alla presenza del laboratorio istallato nella stessa chiesa dove l’opera è ubicata, ossia il Santuario della Madonna dei poveri di Seminara, essa si presenta seriamente danneggiata da varie lesioni in superficie, affiancate a sollevamenti e crepature del colore, alle quali sarà riservata un’indagine stratigrafica intensiva. Inoltre le parti che presentano la doratura sono, in alcune campiture, molto logore.
Le principali fasi di riqualificazione saranno: disinfestazione, consolidamento, ripulitura e reintegrazione della superficie pittorica. Elaborazioni scientifiche riguarderanno, inoltre, la datazione dell’opera: applicazioni diagnostiche come il radiocarbonio saranno fondamentali per l’individuazione cronologica del manufatto. Esecuzioni di ultravioletto e riflettografia permetteranno di evidenziare ridipinture, ritocchi e gli strati sottostanti la superficie pittorica. Il sistema dell’XRF accerterà l’originalità dei pigmenti utilizzati sul legno. La campagna, nelle sue progressive fasi di lavorazione, sarà attentamente documentata da un percorso fotografico al fine di consegnare alla stampa e agli studi universitari l’accurato lavoro scientifico, che si presenterà agli occhi degli studiosi, ma anche dei numerosi fedeli, come un’autentica “chirurgia di fede”.

Per aggiornamenti scientifici ed approfondimenti storici consultare:
www.beniculturali.it alla voce “Restauri in evidenza”
www.seminaraonline.it al link “Pillole di storia”

martedì 16 febbraio 2010

Brateís datas

Comunicato stampa

Le Giornate di Studio BRATEIS DATAS. Storie di devozione e pratiche rituali attraverso votivi e strumenti del culto dai santuari della Lucania antica avranno luogo a Matera il 19 e 20 febbraio 2010.
L’incontro, organizzato dalla Scuola di Specializzazione in Archeologia di Matera in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata, è un’importante occasione di approfondimento su un tema di grande rilevanza nell’ambito della ricerca storico-archeologica sulla Lucania antica: quello dei santuari e della ricostruzione delle pratiche devozionali e rituali che in essi avevano luogo.
Al centro del percorso scelto dal convegno per affrontare il tema della religiosità e dei luoghi di culto lucani è lo studio delle offerte votive alle divinità e degli strumenti utilizzati durante cerimonie e riti religiosi.
Cinque sono i contesti santuariali presentati, ascrivibili ad un arco cronologico che va dal IV sec. a.C. alla prima età imperiale: Rossano di Vaglio, San Chirico Nuovo, Garaguso, Rivello e Timmari. Le ricerche rientrano in cinque progetti di studio avviati dalla Scuola di Specializzazione in Archeologia di Matera in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata e coinvolgono un folto numero di studenti laureandi e specializzandi della Scuola di Specializzazione in Archeologia di Matera, Università di Foggia, Università degli Studi di Roma ‘Tor Vergata’, Università di Napoli ‘Suor Orsola Benincasa’.
Alla Tavola Rotonda prederanno parte studiosi provenienti da università italiane e straniere (Scuola di Specializzazione in Archeologia di Matera, Università degli Studi di Perugia, Università degli Studi di Foggia, Université Paris Sorbonne, Georg-August-Universität, Göttingen, University of Alberta), che da anni si occupano di archeologia della Magna Grecia.
La maggior parte dei materiali presentati al convegno, spesso frutto di scavi archeologici effettuati decenni orsono e conservati nei depositi dei musei archeologici di Potenza e Matera, ‘vedranno la luce’ per la prima volta in occasione di questo incontro di studio, senz’altro preliminare ad una finale e completa pubblicazione degli interi contesti sacri. La lettura di questa copiosa messe di oggetti, ormai reinseriti nell’originario contesto di rinvenimento attraverso uno studio incrociato di documentazione di scavo,strutture edilizie e fonti epigrafiche, consente dunque di ricostruire quelle pratiche cultuali che altrimenti, in mancanza di fonti scritte, andrebbero definitivamente perdute.