venerdì 27 febbraio 2009

Omaggio a Vladimir Majakovskij

Nell'ambito del progetto Arte di sera, venerdì 27 febbraio 2009 la "Fondazione Filiberto Menna" propone, in collaborazione con il Laboratorio Audiovisivo del Corso di Laurea di Scienze della Comunicazione dell'Università di Salerno, la doppia proiezione del film La signorina e il teppista.

Comunicato stampa

Majakovskij (poeta, uomo di teatro, organizzatore culturale, teorico, politico, designer, pubblicitario, pittore) nutre verso il cinema una passione assoluta. Questa fatale attrazione è testimoniata da Viktor Sklovskij: “al cinema il poeta si divertiva come un ragazzo, come un pellirossa che vada a nozze”. A parte i contributi teorici ed i progetti, l'unica pellicola che è giunta fino a noi è La signorina e il teppista (1918) diretta da Evgenij Slavinskij (in collaborazione con Vladimir Majakovskij), lavoro liberamente ispirato a La maestrina e gli operai di Edmondo De Amicis. Il film è ambientato in un povero quartiere operaio e narra la storia del giovane sbandato Saltafinestra, che nel film ha il volto e la potente fisicità di Vladimir (e che al meglio lo mostra in quella “ruvidezza infinitamente fragile” nella bellissima definizione di Mejerchol'd). La storia è semplice e “classica”: Saltafinestra, ragazzo di strada, la cui esistenza è un misto d'arroganza, risse e disperazione… si redime nel nome dell'amore. Film dal taglio “mélo popolare” (Angelo Maria Ripellino) che molto si distanzia dalla tensione futurista di Majakovskij e per questo ancor più prezioso ed originale contributo per comprendere la complessità del grande autore di Bagdadi. La pellicola presentata - dopo una breve lettura di due poesie di Vladimir Majakovskij a cura del gruppo teatrale Mordimatti - verrà parallelamente “attraversata” da un re-mapping audiovisivo del collettivo d'arti multimediali Soundbarrier. Un ulteriore omaggio (tra visionarietà futurista, restyling audio-visivo e contaminazione elettronica) ad un grande maestro del Novecento: «Per voi il cinema è spettacolo. Per me è quasi una concezione del mondo. Il cinema è portatore di movimento. Il cinema svecchia la letteratura. Il cinema demolisce l'estetica. Il cinema è audacia. Il cinema è un atleta. Il trionfo del cinematografo è garantito, perché è soltanto la logica conclusione di tutta l'arte moderna» (Majakovskij).

Arte di sera è un progetto a cura di Stefania Zuliani e si propone di presentare con cadenza quindicinale i materiali acquisiti dalla Mediateca della Fondazione Filiberto Menna, aperta al pubblico dal lunedì al giovedì dalle 16.30 alle 19.30.
Il prossimo appuntamento di Arte di sera: venerdì 13 marzo, Yves Tanguy, Derrière la grille de ses yeux bleu, un film di Fabrice Maze.

Visione ed eversione di un artista totale
Omaggio a Vladimir Majakovskij

Venerdì 27 febbraio 2009 - ore 20
Sala Conferenze della Fondazione Filiberto Menna, Salerno
Anteprima nazionale
Proiezione a doppio schermo del film:
La signorina e il teppista
regia: Vladimir Majakovskij e Evgenij Slavinskij
durata: 50 minuti
lingua: muto

Presentazione: Alfonso Amendola, Mario Tirino
Letture: Mordimatti
Re-mapping audiovisivo: collettivo d'arti multimediali Soundbarrier
Introduce Stefania Zuliani

Volti e storie

Comunicato stampa

Dal 28 febbraio la Galleria Il Borgo di Milano presenta "Volti e Storie" mostra internazionale d'arte curata dal critico e storico dell'arte Sabrina Falzone.
Nell'arte contemporanea il volto umano è spesso interpretato e percepito come una geografia socio-culturale, la cui espressività può inoltrarci verso un viaggio introspettivo alla ricerca di risposte. Quesiti esistenziali, incertezze quotidiane, sogni e speranze a colori sono oggetto della ricerca artistica della rassegna.
L'esposizione studia la rappresentazione artistica di volti umani, ritratti e sguardi dietro i quali si nasconde una storia, un ricordo, un'emozione, talvolta un pensiero sublimato dalla creatività. Tra gli autori espongono Beatrice Alegiani, Vincenzo Baldini, Paola Bassoli, Ennio Benaia, Boz, Mara Clemente, Mario Cucchi, Enrico Delfini, Gianni Depaoli, Nikka Dimroci, Giusy Fossati, Nicoletta Gamba, Maria Gerardi, Gionica, Domenico Giusti, Sebastiano Longaretti, Elisa Marchese, Amanda Nebiolo, Nemo, Nidasio, Stefano Reale, Maria Pia Rizzardi e Matteo Varsi.
La Galleria Il Borgo è situata in uno dei quartieri più esclusivi di Milano in pieno centro cittadino, a due passi dai Navigli e da Porta Ticinese. Essa si affaccia su uno dei caratteristici borghi dell'antica Milano, pregni di storia e cultura, avendo ospitato al suo interno opere di celebri autori contemporanei tra i quali Salvatore Fiume, artista del Novecento di fama mondiale.

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Testo critico a cura di Sabrina Falzone

La Galleria Il Borgo di Milano è lieta di presentare "Volti e Storie" mostra internazionale d'arte dedicata al racconto ritrattistico.
Nell'arte contemporanea il volto umano viene spesso interpretato e percepito come una geografia socio-culturale, la cui espressività può inoltrarci verso un viaggio introspettivo alla ricerca di risposte. "Lo sguardo nascosto" di Stefano Reale compendia quest'itinerario spirituale. Quesiti esistenziali, incertezze quotidiane, sogni e speranze a colori sono oggetto della ricerca artistica della rassegna, specialmente se a firmare quadri è un artista come Enrico Delfini.
L'esposizione studia la rappresentazione artistica di volti umani, ritratti e sguardi dietro i quali si nasconde una storia, un ricordo, un'emozione, talvolta un pensiero sublimato dalla creatività. E' il caso di Nemo, che propone "Laurent Blanc", un oggetto illuminante alludente al sogno dell'uomo nell'aria.
Valenze di matrice esistenzialista sono impresse nella pittura cosmica di Domenico Giusti e nella realizzazione scultorea di Gianni Depaoli, che aprono il grande sipario della solitudine umana, a cui fa eco la pregnante sintesi gestuale di Giusy Fossati e la malinconica assenza di "Urban Legend" di Nidasio.
L'intima indagine interiore è perpetrata con esiti singolari da autori come Paola Bassoli ed Ennio Benaia. In entrambi la figura femminile affiora pudicamente da un'atmosfera caliginosa, ma il gioco chiaroscurale è interrotto dalla visione luministica di Sebastiano Longaretti e Beatrice Alegiani, orientati ad una pittura tersa e ridente nella bicromia d'insieme. Una lirica del colore è condotta, al contrario, da Vincenzo Baldini e Maria Pia Rizzardi.
Il fascino muliebre contraddistingue le tele di Amanda Nebiolo, colme di sensualità, e quelle trascendentali di Elisa Marchese, volutamente più virtuose. Uno sguardo sensibile, al di là del palpito quotidiano, si posa sulle persone ritratte da Nicoletta Gamba e fotografate con viva curiosità da Mario Cucchi.
All'interno dell'esposizione, infatti, una sezione dedicata all'arte fotografica è rappresentata da talenti come Maria Gerardi e Mara Clemente e da artisti inediti quali Matteo Varsi e Nikka Dimroci.
Infine, di Gionica è possibile ammirare la bellezza di "Flora", mentre nella produzione di Boz convergono le linee innovative della mostra "Volti e Storie".

VOLTI E STORIE
Mostra Internazionale d’Arte Contemporanea
Inaugurazione: sabato 28 febbraio ore 18,30
In mostra fino al 10 marzo 2009
Ingresso libero
Orario di visita: da martedì a domenica dalle ore 15:30 alle 19:30;
Lunedì chiuso
Curatrice: Sabrina Falzone
Presso: Galleria Il Borgo
Corso San Gottardo 14, 20136 Milano

Info: (+39) 340.5515604
info@sabrinafalzone.info - http://www.sabrinafalzone.info

martedì 24 febbraio 2009

Penombre astratte

PENOMBRE ASTRATTE
Giorgio Centovalli
Esposizione Personale di Pittura
Inaugurazione: domenica 8 marzo ore 17,30
In mostra fino al 16 marzo 2009
Comunicato stampa

Dall'8 marzo il Circolo Tifernate "Accademia degli Illuminati" di Città di Castello presenta "Penombre astratte" mostra personale d'arte di Giorgio Centovalli, astro nascente dell'arte contemporanea, che ha recentemente conquistato la scena artistica italiana con le sue opere dalla singolare esecuzione. L'esposizione, patrocinata dal Comune di Città di Castello e sponsorizzata dal dr. Massimo Mercati, propone un corpus di venticinque opere dell'artista che sublimano il segno sulla superficie dipinta. Le tematiche care all'autore riguardano la natura e le sue innumerevoli forme, libere e fluttuanti. Giorgio Centovalli riesce a creare suggestioni visive in quadri d'atmosfera, dove lo studio coloristico è messo a punto mediante un raffinato impiego della luce. E', infatti, questo particolare effetto luministico con le sue ombre naturali ad anticipare il fascino arcano dell'energia cosmica e tutta la sua forza comunicativa.
Il protagonista della rassegna è originario di Città di Castello e dipinge sin dal 1994 con notevole dedizione, sperimentando le differenti possibilità creative dell'olio. Numerose le sedi in cui ha esposto, soprattutto all'estero. Tra queste occorre menzionare la Galerie Bertrand Kass di Innsbruck, sotto la cui egida Centovalli ha girato l'intera Europa, il Museo Michelangiolesco di Caprese Michelangelo, Torre Strozzi, Palazzo Pretorio di Sansepolcro, Museo delle Bilance di Monterchi, Villa Margherini Graziani, Chiostro del Comune diApecchio e la Sala del Camino di Citerna. Le sue opere non sono altro che espressioni interiori su un letto di penombre astratte.

Ingresso libero
Orario di visita: tutti i giorni dalle ore 10:00 alle 13:00; dalle 16:30 alle 20:00
Presso: Palazzo Bufalini, Sala “Quadrilatero”
Piazza Gabriotti, Città di Castello (PG)
Info: (+39) 328.5830954 - 075.8552126
g.centovalli@libero.it - http://www.giorgiocentovalli.com

Ufficio Stampa:
Dr Sabrina Falzone
info@sabrinafalzone.info
http://www.sabrinafalzone.info

Emozioni, sguardi e altri colori

Associazione Arthur di Genova
presenta la mostra fotografica

“Emozioni, sguardi e altri colori”
di Michele Saponaro

dal 5 marzo al 28 marzo 2009
vernice giovedì 5 marzo ore 18


Comunicato stampa

L’Associazione culturale Arthur presenta presso i propri spazi espositivi, in Salita del Prione a Genova, la mostra fotografica di Michele Saponaro. In 20 immagini di nudi femminili, Michele Saponaro ha cercato di dare anima al corpo, in una potente rivisitazione pittorica nel passaggio dal bianco e nero al colore. Gli scatti tutti realizzati tra il 1993 e il 1995 in bianco nero sono stati, solo di recente, elaborati al computer. In questa unione/fusione di fotografia e pittura, Saponaro esalta con occhio indiscreto e tinte shock, o anche in tonalità più calde, i corpi femminili. “Emozioni, sguardi e altri colori” è la tappa di un nuovo percorso creativo dove in gioco c'è il corpo, indispensabile rivelazione dell'anima. E l'anima di ogni opera non appartiene all'autore ma alla modella, al corpo nudo del soggetto raffigurato. L'occhio dell'artista (che non è mai erotico, ma sempre estetico), ricerca infine quell'immortalità che soltanto l'opera d'arte può suggerirgli. Le foto sono ambientate in uno spazio essenziale in cui appaiono, a volte, oggetti a carattere simbolico. Qui l’ambiente è un concetto astratto perché l’unico luogo che conta è quello dell’anima (corpo).
Stefano Bigazzi, autore del testo critico in catalogo, evidenzia che Michele Saponaro: “Le donne di Saponaro mostrano movenze eleganti nelle quali riescono ad assumere identità particolari, nella plasticità del movimento che si contrappone all’assenza di moto, provocando una tensione nell’equilibrio delle forme, degli spazi, delle assenze. Sono figure che danzano, anche nell’immobilità. E in qualche modo spersonalizzate, perdendo connotati riconoscibili: un allestimento che procede per anonimato, nascondendo i volti, privilegiando il significato del gesto, della movenza”.

Michele Saponaro
Genovese, fotografo professionista dal 1969. Sempre in giro per il mondo, ha avuto l’occasione di lavorare con agenzie fotografiche internazionali e case editrici. Ha collaborato a lungo con Vogue e ha realizzato immagini per numerose pubblicazioni dedicate al turismo. La passione per l’immagine lo ha indirizzato verso il cinema per cui ha prodotto e diretto: “Il risveglio di Paul” e “Nero sentimentale”. Le pellicole sono state selezionate nel 1985 e nel 1986 per il Festival di Venezia. Al suo attivo, inoltre, numerose mostre e i volumi fotografici, tra questi ultimi ricordiamo “Osservazioni” ed “Emozioni e sguardi”. E’ in attesa di pubblicazione il suo primo romanzo dedicato alla grande crisi che colpì gli Stati Uniti nel 1929.

Associazione Arthur
L’associazione culturale Arthur nasce nel 2001 dall’idea di alcuni bibliofili e collezionisti per dare vita a una serie di iniziative dedicate al libro e alla lettura. In seguito apre anche all’arte, in particolare alla pittura e alla fotografia. Nei suoi spazi espositivi sono stati ospitate le opere Liberti e Degli Abati. La mostra di Michele Saponaro è la prima delle quattro esposizioni che si terranno nel 2009.

Michele Saponaro. “Emozioni, sguardi e altri colori”
Sede: Associazione Arthur, Salita del Prione 18 r - Genova
Vernice: giovedì 5 marzo ore 18
Periodo: 5 marzo – 28 marzo 2009
Orari: da martedì a sabato, dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19.30
Ingresso: gratuito
Info: : info@associazionearthur.it - www.associazionearthur.it
tel. 0102759328; cell.3333120585

Ufficio Stampa IDèE
Tel e Fax + 39 010 8602728
Patrizia Baldizzone
Mob +39 338 122 73 56 e-mail: pa.baldi@fastwebnet.it
Gioconda Pomella
Mob +39 338 70 60 267 e-mail: soprattutto@split.it

lunedì 23 febbraio 2009

La donna nell’Arte

dal sito MiBAC

Donna e Arte: un connubio ispiratore per pittori, scultori, musicisti e tutti coloro che nei secoli hanno individuato nella figura femminile una musa ispiratrice per la loro opera. E sono anche tante le donne che hanno potuto e saputo esprimere, in prima persona, il proprio talento artistico, superando pregiudizi ed ostacoli sociali. Sono questi gli spunti che, per il terzo anno consecutivo, inducono il MiBAC a celebrare la Festa della Donna. Sotto lo slogan “La donna nell’Arte” viene infatti organizzato un ricco programma gratuito di concerti, mostre, laboratori, dibattiti, proiezioni e qualsiasi evento in grado di rappresentare l’arte al femminile nello spazio e nel tempo.
Dopo le grandi trasformazioni del ruolo della donna nella società avvenute nel XX secolo permane una grande incertezza su cosa comporti essere donna oggi e su cosa significhi esprimersi in libertà. In questo contesto, il ruolo dell’arte è molto importante, perché è in grado di esprimere la realtà in maniera universale, superando ogni barriera culturale. La dirompenza del suo linguaggio ha il compito di riaffermare che eguaglianza non è sinonimo di uniformità, ma è il risultato di un atteggiamento armonioso nella visione e comprensione del mondo.L’arte e la cultura, quindi, possono contribuire ad una partecipazione più attiva ed elevata delle donne ai diversi ambiti della società, così da rendere più equilibrata la loro partecipazione alle diverse sfere del vivere sociale.
Per rafforzare questo messaggio, l’8 marzo il MiBAC offrirà a tutte le donne l’ingresso gratuito nei luoghi d’arte statali: musei, monumenti, archivi, biblioteche, siti archeologici.

mercoledì 18 febbraio 2009

white balance - Fears for tears rock joke

Comunicato stampa

Vianuova arte contemporanea presenta la settima collettiva del ciclo di mostre dal titolo La distanza è una finzione a cura di Lorenzo Bruni. La collettiva, inaugurata lo scorso 18 dicembre con il titolo white balance - Fears for tears rock joke, ruota attorno all'idea di limite/confine da superare e ricreare e sul linguaggio cinematografico dell'idea di sospensione.
Nell'ambiente cinematografico, white balance è l'atto di calibrare la telecamera su un foglio di carta bianco prima di fare le riprese in ambienti "naturali" e non in studio. Negli ultimi dieci anni, in questa nostra "modernità liquida", la parola indica un programma computerizzato che attraverso una serie di algoritmi permette, in post produzione e in modo quasi automatico, di ridefinire le immagini e tararle nel modo giusto a seconda del tipo di pubblicazione o format cui sono destinate. Gli artisti che partecipano alla mostra white balance non puntano con la loro ricerca all'immagine perfetta, bensì utilizzano le immagini distribuite normalmente dall'informazione per riflettere su come il normale cittadino percepisce questi messaggi e forme. Il passaggio da creatori a distributori d'immagini, a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, li ha portati a riflettere sulla normalizzazione delle immagini, sempre uguali e sempre diverse, guardando non all'idea di norma ma a quella di stereotipo. Quest'ultimo è frutto di un luogo comune e come tale sembra essere il punto di partenza perfetto per riflettere sullo stato della nostra memoria collettiva aprendo un dialogo sulla nostra identità; invece, la normalizzazione delle immagini possiamo accettarla e basta. Il tramonto che da sempre è associato ad un sentimento di struggimento, il cielo che da sempre è associato all'idea di libertà e usato poi per pubblicizzare mete di viaggi esotici e lontani, le vedute delle piazze italiane come mito della diversità e delle infinite sfaccettature di un paese che non riesce mai a trovare una vera unità sono solo alcuni dei luoghi comuni che questi artisti accolgono e cercano di affrontare in prima persona. Rapportarsi ad un immaginario ben preciso è un modo per loro di andare oltre alla superficie dell'immagine stessa e mettere in evidenza una possibile esperienza specifica che possiamo vivere in quel dato contesto. Mandla Reuter (Nqutu, 1975, vive e lavora a Berlino) realizza un'opera site specific con dei poster fruibili nello spazio urbano in cui non c'è niente da vedere perché sono saturi di colore fino a tendere al nero. L'artista riflette sul rischio di paralisi in cui incorriamo, saturati da troppi dati e illusi che la quantità possa corrispondere ad una concreta democratizzazione dell'informazione. Ma l'artista non si limita a sottolineare il problema: le immagini negate, distese su tutta la parete di Via Nuova, evidenziano l'architettura e il suo contenitore, coprendo la superficie del muro e mettendo in luce al contempo le sue varie conformazioni. Marinella Senatore (Cava dei Tirreni, Italia, 1977. Vive e lavora a Madrid) sembra tramutare la galleria in un set fotografico, in una critica alla moda di usare la cultura come nuova industria del divertimento fine a sé stesso. In realtà l'opera non è nel portare un'ambientazione marittima dentro un contesto diverso quanto nel mettere in evidenza come quell oggetto/immagine può essere visto diversamente solo attraverso una illuminazione particolare. L'opera è la luce, il faro che la illumina e che rende la scenografia e una superficie da superare per avere maggiore coscienza dell'esperienza dello spazio e dell'arte. Il video The Archipelago on Tour di Aurélien Froment (Angers, Francia, 1976. Vive e lavora a Los Angeles) presenta uno spettatore/attore che all'interno di uno studio si trova alle prese con il passepartout che incornicia tre immagini da desiderare di raggiungere. Il video, silenzioso tra il metafisico e le scene comiche della tradizione del cinema muto alla Monsieur Hulot, termina con il riposizionamento del passepartout sulle tre immagini dopo che è stato attraversato dallo spettatore stesso nel tentativo di sfatare il mito della cornice o dello schermo magico televisivo, conferendogli una sua aura. Le foto realizzate da Enrico Vezzi (Firenze, 1979. Vive e lavora a San Miniato) all'interno di uno spazio non accessibile di Via Nuova documentano l'assenza e la presenza dell'artista stesso rispetto a quel luogo che presenta uno squarcio di luce verso l'esterno. La presenza umana diviene quasi superflua rispetto alla manifestazione del desiderio di uno spazio altro rappresentato dalla luce, lo spazio della condivisione delle piazze, che ormai si configurano come luoghi mitici.
Andare oltre la superficie dell'immagine, renderla un mezzo per l'esperienza in quel dato luogo in cui è osservata e fruita, è un modo per colmare la distanza tra spettatore e immagine stessa. Ma significa anche colmare la distanza tra la memoria storica e il punto da cui ne possiamo discutere, nel quale si posizionano gli artisti. Per il progetto l'aria d'un paese Enrico Vezzi realizza una scultura con due ventilatori che sfogliano e rianimano un libro del touring club del 1956, che racchiude l'immaginario dell'utopia di un'Italia pittoresca che attirava turisti eccellenti negli anni del boom economico. È necessario confrontarsi con quel tipo d'idea senza malinconia adesso. Nei disegni di Vezzi ci sono quelle stesse immagini, frutto di uno sguardo sul reale che non esiste più, mischiate alla sua stessa immagine che osserva il contesto. Questa idea di responsabilizzarsi e confrontarsi con le aspettative del passato è portata avanti anche da Marinella Senatore, che presenta per la prima volta un'installazione con quadri le cui atmosfere si rifanno al linguaggio filmico da Antonioni a Guns Van Sant. Per Reuter e Froment, invece, la distanza può essere colmata lasciando emergere il processo con cui sono realizzate le immagini, che rende immediatamente cosciente e attivo lo spettatore sul cosa guarda e come. Per questa occasione, lo spazio di Via Nuova pullulerà quindi di immagini o immaginari collettivi che si fanno luoghi o set da vivere e che hanno senso solo se esperiti. Infatti, la mostra white balance, oltre ad essere una mostra sulla natura delle immagini è una riflessione sulla responsabilità che abbiamo tutti noi, come spettatori e come cittadini, nel come percepiamo e di come reagiamo alle informazione e alle immagini nella nostra quotidianità.



Titolo mostra: white balance - Fears for tears rock joke
A cura di: Lorenzo Bruni
Sede: Via Nuova Srl, Via del Porcellana n. 1/R, 50123, Firenze, Italy
Durata: fino al 18 aprile 2009
Artisti in mostra: Aurélien Froment, Mandla Reuter, Marinella Senatore, Enrico Vezzi
Orari: dal lunedì al venerdì ore 10-13, 15-19

martedì 17 febbraio 2009

Plenilunio Fantastico

Comunicato stampa

Su iniziativa di Ars Mediterranea e A.to.Z eventi e comunicazione, con il patrocinio del Comune di Palermo, Assessorato alla Cultura, Regione Siciliana, Assessorato ai Beni Culturali, Provincia Regionale di Palermo sabato 7 marzo 2009 ore 19.00 si inaugura la mostra dell’artista Paola Romano intitolata “Plenilunio Fantastico” a cura di Francesco Gallo, nelle sale di Palazzo Ziino.
Sono circa sessanta le opere ospitate entro le mura ottocentesche del palazzo, esemplative del lavoro creativo pittorico e scultoreo di Paola Romano che è impregnato di sensibilità per la materia, trattata con grande sapienza manipolatoria, “cosciente” della lievitazione, a cui la factura dell’artista la espone, con l’evocazione di magiche atmosfere e surreali cromatiche che diventano grandi tableaux compositivi e plastiche invenzioni astratte.
Le sue pitture e installazioni, rientrano nella grande lezione storica dell’informale e dell’astratto, di Vedova, Turcato, Scialoja, Scordia, per poi approdare alla sperimentazione di Fontana, Castellani e Burri, che diventano i due pilastri del suo linguaggio poetico fatto per suggestioni immaginarie, in cui la ricerca si manifesta in modo contemplativo e psicologico, assumendo in sé un medium del sublime, che è la sua reale forza espressiva.
I materiali pittorici e plastici si espandono sulle superfici del desiderio astratto o sulle corporalità reali, con una evidenza che è di tutta originalità, appartenente solo a se stessa, pur nelle trame di un linguaggio che è ricco di genealogie, che oramai possiamo definire storiche.
Nelle pieghe affascinanti di opere sostanzialmente aperte, Paola Romano imbastisce tutto il suo monologo con l’immaginario, diffondendosi, in ampie campiture cromatiche, come nella deriva di un desiderio, ma poi trovando l’inaspettato, l’imprevisto, nel proprio io sognatore, che diventa progettuale e realizzativo, di un corredo antologico di opere che stanno segnando un percorso di grande interesse del versante della creatività femminile in arte.
In questo senso, una bella opera d’arte, una bella pittura, è un segno, per quanto labile e mobile, lo si possa pensare, che da qualche parte ci possa essere una terra su cui mettere piede, indossando poetica e stile, nell’andare per un passaggio angusto, dove ognuno vive nel proprio io, mentre un infinito gli si costruisce intorno come un monologo senza porte, né finestre.

Paola Romano
Plenilunio Fantastico
a cura di Francesco Gallo
7 marzo - 7 aprile 2009
Palazzo Ziino - Via Dante 53, Palermo - tel. 091 7407631
Inaugurazione sabato 7 marzo 2009 ore 19.00
Apertura: martedì - venerdì h. 9.30 - 18.30; domenica h. 9.30 - 13.00 (chiuso lunedì)

Info: A.to.Z eventi e comunicazione - a_to_zforyou@yahoo.it
Letizia Cassata Bied 3389701502
Maria Sofia Bazan 3392842232
Tel/fax 091518793
Ufficio stampa: Silvia Zammitti 3493627549 - silviazammitti@hotmail.it

lunedì 16 febbraio 2009

Giacomo Di Chirico tra storia e realtà

di Giuseppe Nolè

«La natura alla base, la grazia e la bellezza al vertice, tutte e due le cose congiunte da forte pensiero e ispirazione potente». Sono parole di Giacomo Di Chirico, scovate tra i suoi appunti; descrizione mirabile e sintetica che il pittore venosino, vissuto nella metà dell’Ottocento, fa della propria opera. Sono queste però le suggestioni e le emozioni che suscitano le opere esposte alla Pinacoteca Provinciale di Potenza fino al 28 febbraio per uno degli eventi culturali più importanti nel panorama italiano. La mostra dal titolo “Giacomo Di Chirico tra storia e realtà (1844-1883)” ripercorre in 6 sezioni l’opera del pittore lucano che - sebbene allievo del Reale Istituto di Belle Arti di Napoli, seguace di De Sanctis e contemporaneo di pittori quali Morelli, Palizzi e Michetti - non aveva mai ricevuto un adeguato apprezzamento da parte dei critici del nostro tempo.

Giacomo Di Chirico, Buoso da Duera, olio su tela, 133x80 cm, Potenza, Pinacoteca Provinciale

sabato 14 febbraio 2009

Il bianco e il nero nell’arte italiana contemporanea

CROMOFOBIE

Percorsi del bianco e del nero nell’arte italiana contemporanea

a cura di Silvia Pegoraro

Pescara, EX AURUM

14 febbraio - 31 maggio 2009


Comunicato stampa

Dal 14 febbraio al 31 maggio 2009 l’EX AURUM di Pescara, affascinante struttura progettata da Giovanni Michelucci negli anni Trenta, ospita la mostra “CROMOFOBIE, percorsi del bianco e del nero nell’arte italiana contemporanea”.

La mostra, curata da Silvia Pegoraro, è realizzata dalla Regione Abruzzo e dal Comune di Pescara nell'ambito di un progetto pilota della PARC - Direzione generale per la qualità e la tutela del paesaggio, l'architettura e l'arte contemporanee del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, intitolato "SENSI CONTEMPORANEI", con la collaborazione del Ministero per lo Sviluppo Economico e della Biennale di Venezia.

L’idea della mostra dedicata ai “Percorsi del bianco e del nero nell’arte italiana contemporanea” è nata dalla fascinazione esercitata sulla curatrice dal grande “Tunnel” optical di Getulio Alviani, presente all’interno dell’Ex Aurum di Pescara. Si tratta di una grande opera-ambiente, fondata su una semplicissima e complessa interazione ottico-mentale tra il bianco e il nero.

Mi auguro - scrive Silvia Pegoraro - che questo grande lavoro di Alviani, racchiuso nel cuore dell’edificio di Michelucci, anzi, ormai parte di esso, possa essere universalmente e durevolmente interpretato come il segno e il simbolo della vocazione artistica di questo luogo: della sua splendida vocazione ad ospitare eventi d’arte e cultura di grande valore e di ampio respiro. Eventi che superino il corto raggio degli interessi e delle competenze di una sia pur vivacissima provincia. Perché la forza di un territorio si misura dal suo sapersi idealmente allargare, fino ad abbracciare ciò che è apparentemente lontano, ciò che sta oltre l’ambito locale (o localistico), catturandone, sapientemente, l’attenzione, l’energia, le risorse.”

La mostra “CROMOFOBIE” vuole essere una panoramica significativa della presenza del bianco e del nero nell’arte italiana contemporanea, dal dopoguerra ad oggi, a partire cioè da espressioni storicizzate del bianco e del nero nell’arte, sia iconica che aniconica, sino ad arrivare agli sviluppi più attuali delle ricerche sul bianco e il nero, nelle giovani generazioni.

Saranno presenti 76 artisti, ed esposte circa 130 opere, per costruire un percorso storico-tematico che vada, appunto, da lavori già “storicizzati” ai lavori di artisti delle ultime generazioni.

Solo per citarne alcuni: Enrico Baj, Alberto Burri, Enrico Castellani, Giuseppe Caporossi, Gino De Dominicis, Lucio Fontana, Ezio Gribaudo, Piero Manzoni, Gastone Novelli, Giuseppe Santomaso, Angelo Savelli, Mario Schifano, Antonio Sanfilippo, Giulio Turcato e Emilio Vedova. Non dimentichiamo Carla Accardi, Domenico Bianchi, Luigi Boille, Nicola De Maria, Omar Galliani, Jannis Kounellis, Fabio Mauri, Gianfranco Notargiacomo, Nunzio, Oliviero Rainaldi, Giuseppe Spagnulo, Marco Tirelli e Gilberto Zorio, e fra i giovani Andrea Chiesi, Paolo Grassino, Luca Pancrazzi e Gino Sabatini Odoardi.

Il bianco e il nero possono significare l'assenza o la somma di tutti i colori, e nel Novecento assurgono a simbolo della tautologia, categoria fondamentale e fondante di tanta arte del XX secolo, tutta più o meno legata a una radice "concettuale" in senso lato, dal Quadrato bianco su fondo bianco di Malevič al bianco "assoluto" di Ryman, ai neri di Burri e di Reinhardt.

Molti artisti contemporanei usano il bianco e il nero con una forte consapevolezza della tensione che questi non-colori determinano, perché di fronte al vuoto o al silenzio lo spettatore è preso da una sorta di vertigine che può sgomentare oppure può innescare uno stimolante meccanismo di ricerca, inconscia o consapevole, tale da mettere in moto tutte le sensibilità emotive e logiche, evocative e mnemoniche, come in una sorta di percorso iniziatico.

L’“assenza visibile di colore” e “la fusione di tutti i colori”, parimenti rintracciabili nel bianco e nel nero, diverranno per Vasilij Kandinskij e Kazimir Malevič oggetto di una costante riflessione che, trascendendo le considerazioni puramente coloristiche, coinvolgerà il gesto artistico nella sua interezza. E così pure per Paul Klee, nel suo continuo parallelismo tra pittura e musica, che lo porta alla realizzazione di opere celebri come Bianco polifonicamente incorniciato (1930).

Nel dopoguerra trovano espressioni di straordinario interesse, soprattutto nelle varie forme di “astrattismo”: dal primo Rauschenberg a Tobey, a Twombly, dal materismo di Burri al segno-scrittura di Novelli, allo spazialismo di Fontana, con le sue derivazioni in Manzoni, Castellani, Bonalumi, Scheggi, e nell’arte optical, con Alviani o Colombo. Ma anche nella figurazione la presenza del bianco e del nero è oltremodo significativa e suggestiva, come in certe esperienze legate in qualche modo al “Pop”, come quelle di Schifano e di Lombardo, o in grandi “inclassificabili” come De Dominicis.


Mostra: CROMOFOBIE – Percorsi del bianco e del nero nell’arte italiana contemporanea

Sede: ex Aurum, via F.F. d’Avalos, Pescara

Curatore: Siliva Pegoraro

Allestimento: Concetta Di Cicco, Sandro Dente e Aristide Michetti

Catalogo: EDIZIONI GABRIELE MAZZOTTA

Inaugurazione: 14 febbraio 2009, ore 18.00

Durata mostra: 14 febbraio – 31 maggio 2009

Orario: dal lunedì al sabato dalle 9.30 alle 13.30 e dalle 15.30 alle 19.30. Domenica dalle 15.30 alle 19.30.

Ingresso gratuito

Informazioni: Segreteria Ex Aurum, tel. 085 4549508

Ufficio Stampa:

Novella Mirri e Maria Bonmassar, tel. 06-32652596; ufficiostampa@novellamirri.it

Alessandra Pozzi, Edizioni Gabriele Mazzotta, tel. 02-8055803; ufficiostampa@mazzotta.it

giovedì 12 febbraio 2009

Giacomo Balla. L’altro lato del futurismo italiano.

di Gianmatteo Funicelli

Considerata dai più grandi critici d’arte un opera del periodo maturo dell’artista, “le magnolie che si specchiano” appartiene ad una corrente pittorica di carattere secondario - e poco caratterizzante - per un maestro del Futurismo italiano come Giacomo Balla il quale detiene il primato della sperimentazione avanguardistica già nei primi decenni del novecento.
Ora è il linguaggio interiore a dominare il maestro italiano, che sperimenta lontano dagli studi dinamici e sinergici la figura e la natura morta. Rimane tipica e costante del suo metodo l’indagine del complesso rapporto luce/dinamismo (chiodo fisso per gli artisti del momento) la quale si fa spazio nella produzione degli anni trenta, l’ultima attività artistica del pittore torinese. La scelta del sobrio linguaggio figurativo si espone sulla tela con rapide pennellate sbiadite, le quali donano al soggetto un virtuoso gioco di trasparenze e realismi tonali. Il colore perde la consistenza per creare piccoli tagli sfumati sul supporto, che padroneggia la scelta del bianco dei fiori e dei motivi luminescenti, il semplice e convenzionale tema della natura morta in chiave assolutamente moderna. La prospettiva si riduce al bidimensionale, i giochi della riflessioni dei soggetti rende sulla materia col pretesto della luce tenue dello spazio. L’analisi del soggetto dell’artista, in quest’opera su tavola del 1938, offre all’arte nuove possibilità espressive cariche di emblemi e simbolismi riflettenti. Acquistata nel 1994 dal Banco di Napoli, da allora essa fa parte della fortunata e notevole raccolta dell’istituto bancario, esposta al pubblico negli spazi superiori di Villa Pignatelli a Napoli l’opera.

mercoledì 11 febbraio 2009

Di materia in materia

Comunicato stampa

Dal 15 Febbraio al 15 marzo 2009 avrà luogo presso le prestigiose sale del Museo Gracco in via Diomede n. 8 a Pompei la personale di pittura "Di materia in materia" di Luigi Franzese a cura di Antonella Nigro. L'inaugurazione è fissata per domenica 15 febbraio 2009 alle ore 19,00. La mostra sarà visitabile tutti i giorni, tranne il lunedì, dalle 10.00 alle 13.00.
L'evento presenterà trenta opere, scelte all'interno dell'ultima produzione dell'artista, che propone come punto di riferimento la Natura e con essa la Materia. E' attraverso gli elementi della natura e più propriamente della materia ancestrale, che Franzese costruisce e utilizza forma, linea e colore. Il Vesuvio, accompagnato dalla ginestra, diviene protagonista assoluto e poeticamente contraddittorio delle tele figurative di Franzese. A disputa le sue seducenti inconciliabilità: il Vesuvio è la Natura, potente e imperscrutabile signore che uccide e padre amoroso che veglia, temuto e amato, morte e vita; il Vesuvio è Materia, è pietra originaria, primitiva, misteriosa, ma anche giovane fiamma nuda, lava brillante. La pittura di Franzese è dunque un lungo viaggio all'interno dell'anima del Vesuvio, dei suoi dedali oscuri, delle sue simbologie, senza perdere di vista il cielo che, con esso è inscindibile, quando i lapilli se ne impossessano gareggiando con le stelle. Il Vesuvio è, dunque, una sintesi articolata, una metafora composita delle concezioni dell'artista: è Natura, è Materia mutevole ed eterna e la tela lo ospita in molteplici interpretazioni. Il rapporto diretto con questi dettami è il gesto: l'artista, ponendo sulla tela un piccolo reperto vulcanico circondato di colore, colloca il cuore, così egli oltrepassa il confine e s'impossessa del tutto, infondendo l'essenza e il significato ultimo al dipinto. Anche il colore delle raffigurazioni di Luigi Franzese, deriva dalle rarità delle pietre preziose della natura: è polvere di rubino che travalica nei purpurei gentili del corallo, gocce di elegante zaffiro e delicato acquamarina uniti alle profondità del lapislazzuli, aerei respiri trascesi nell'ametista, sabbie di topazio confuse al turbinio dell'oro ambrato, schegge di giada digradanti nello smeraldo, albe nascenti d'agata, fondi onice striati d'anime diamantine e fluttuanti.
Il dipinto come opale specchiante dell'universo naturale, lirico riflesso dei preziosi cromatismi dell'infinito.

MUSEO GRACCO
Via Diomede 8, Pompei (NA)
Orario di visita: 10-13 dal martedì alla domenica. Lunedì chiuso
Info: tel. 0818613784 - museo@gracco.it
Contatti stampa: info@informarte.org

martedì 10 febbraio 2009

La natura morta che ci circonda

Living in a still life / Cronache di un inquinamento
Fonderia delle Arti
Via Assisi, 31 - Roma
Dal 14 febbraio al 14 marzo
Vernissage: 14 febbraio 2009, ore 17.30

A cura di Antonietta Campilongo
Progetto di N E W O R L D ART
Idee e progetti per un mondo sostenibile
Presentazione: Pier Maurizio Greco

Comunicato stampa

Living in a still life è una collettiva d’arte contemporanea, a cura di Antonietta Campilongo, allestita nei locali della Fonderia delle Arti di Roma. Nell’accezione comune, still life è sinonimo di natura morta e viene comunemente usato in pittura o in fotografia per indicare la rappresentazione artistica di un oggetto statico. Ma nel tema scelto, ovviamente, non c’è solo questo. C’è un doppio binario e una doppia velocità. Da un lato la riflessione sul tempo che scorre, con le inevitabili trasformazioni, le tracce indelebili che lascia su corpi ed oggetti e il continuo desiderio di fermarlo, di vincerlo. Dall’altro, la sensazione di vivere in uno spazio sofferto, in un ambiente naturale che va in panne, che respira a fatica e si blocca, scivolando in una pericolosa “retromarcia”. E la conseguente strenua difesa per la sopravvivenza.
Il tema dell’inarrestabile fuga del tempo e delle inevitabili “conseguenze” è presente nell’arte ab antiquo. Significativo, al riguardo, il mosaico pitagorico del cranio e della farfalla rinvenuto a Pompei. E le “danze macabre” medievali, con girotondi di scheletri, o i dipinti della serie “Tre vivi e tre morti”, in cui giovani cavalieri incontrano tre cadaveri “viventi” che li ammoniscono circa il loro futuro destino. Straordinario e visionario il San Gerolamo di Dürer, circondato dai simboli del sapere, ma con l’indice puntato su un cranio, termine ultimo di ogni percorso umano. In seguito, sul finire del ‘500, compare in Europa il genere della natura morta, spesso legata ai temi della vanitas e della caducità.
Non più rappresentazione a margine della figura umana ma soggetto protagonista di un nuovo modo di intendere l’arte e in grado di veicolare con sapienza simboli e allegorie. Caravaggio sosteneva che “vi è tanta manifattura nel fare un quadro di fiori come nel farne uno di figure”, e lo dimostra benissimo nella sua canestra di frutta, dove allo straordinario realismo fotografico si accompagna un’intensa riflessione sulla transitorietà della vita. Da qui in avanti la natura morta ha sempre esercitato un’attrazione ambigua. Da un lato il fascino e la ricercatezza di immagini vivide e realistiche, dall’altro una forma di sensualità torbida e inquieta in cui serpeggia il monito-messaggio. Anche un teschio tempestato di diamanti ci ricorda con “evidenza” che, in fondo in fondo, sotto la ricchezza sfavillante c’è sempre una fine certa.
E la natura intorno? Questo è il secondo punto. E’ più viva o più morta? Di sicuro non gode di ottima salute. L’alterazione dell’ambiente è evidente, con conseguenze diffuse a molteplici livelli: inquinamento dell'aria, acqua, suolo, chimico, acustico, elettromagnetico, luminoso, termico, genetico, nucleare…
A prescindere dalle percentuali, è necessaria una netta inversione di marcia, governi e lobbies economiche permettendo. L’arte talvolta fa finta di non vedere, volgendosi alla ricerca del sensazionale o scendendo nelle viscere del vizio. Tra le sue infinite potenzialità, c’è ancora la forza di gridare che qualcosa non va, e risvegliare coscienze ed energie. A volte ci riesce come può, con i suoi mezzi, e rappresenta una salvezza.
Living in a still life è un reportage; in bilico tra il potere salvifico dell’arte, l’inevitabile fuga del tempo e il tentativo di superarlo. (Pier Maurizio Greco)

Info: www.campilongo.it
www.neworldproject.it
anto.camp@fastwebnet.it
Tel. 339 4394399 - 06 7842112

lunedì 9 febbraio 2009

In edicola "In Arte" di Febbraio

Ancora qualche giorno di attesa e sarà in edicola in numero di febbraio di In Arte; un numero sempre più bello e sempre più ricco di emozione, come lo è il mese di San Valentino. Vi auguriamo buona lettura e vi diamo un piccolo una piccola anticipazione del sommario:


Antichità
-Akrai. Testimonianze e splendore di una civiltà perduta di Gianmatteo Funicelli
Pittura
- Kandinskij. L’arte come necessità interiore di Monica De Canio
- L’atmosfera indefinita di William Turner di Piero Viotto
Scultura
- Canova. Erotismo marmoreo di Gerardo Pecci
Eventi
- Un museo per il sogno del Gesamtkunstwerk di Antonello Tolve
- Giacomo Di Chirico tra storia e realtà di Giuseppe Nolè




sabato 7 febbraio 2009

Condizione attuale dell’arte in Italia

di Fabrizio Corselli

Come templi distrutti durante la battaglia, così cadono alla pari quelle istituzioni che dovrebbero assicurare la sopravvivenza dell’Arte. Non più luoghi di culto e di diffusione della sapienza ma are pagane e “circoli” presso le quali incendiare gli animi dei proseliti e dei baccanti aggiogati al tirso; il contatto con la divinità s’interrompe, e a noi rimangono soltanto indugi e sgomento nell’apprendere che la barca carica di innovazioni e mutamenti, diverge verso una sponda in cui si gonfia di marciume e detriti. Quegli eroi, armati di calamaio e foglio bianco, deputati alla salvezza del mondo e collocati oltre un mero mito estetico, sono stati confinati su un’isola, a scontare la loro pena in un esilio forzato.


S’incatena così l’estro e la valenza dell’artista a un brusco risveglio altresì a un crepuscolare stato di veglia, perché egli contempli ed assista, inerme, al disfacimento di quelle fondamenta sopra descritte, contese tra i giochi tirannici di coloro che detengono il potere e il comando; un comando, sì questo, che non possiede corona e bastone ma l’invisibilità dell’inganno. La nostra barca, alla quale hanno tolto le reti e l’àncora per non permetterle nessuna salvezza, adesso vacilla e ondeggia nella tempesta generata da due forze in gioco: quella dei critici e l’altra dei falsi editori che fanno la fama e la disfatta dell’artista, al pari del potere destinale delle tre Parche.L’imperversare di continue parole profetiche di sterile ciarlataneria, espresse in profuse recensioni e critiche incantatorie che ritrovano il loro paradiso iperboreo soltanto nelle ragioni del denaro, alimentano l’agonia e l’insoddisfazione del vero artista, confinato nei meandri oscuri di un Limbo, per lui scelto con dovizia e cura. L’illusorietà della possessione dell’Arte ha trovato qui in Italia la propria dimensione arcadica, dove la maggior parte dei creativi può fare arte con la semplice raccolta spontanea di un frutto dal verde arbusto, senza sforzo e senza consapevolezza alcuna. Un luogo incantato in cui il frutto proibito del peccato originale assume la forma di prerequisito per una vita all’insegna dell’arroganza e della banalità; un posto in cui il riflesso di uno stagno assurge a simbolo non di narcisistica ricerca estetica, sì di positiva valenza, ma di morte ninfale al pari del relativo mito greco, una vetrina trasparente sulla quale bestemmiare e denigrare la stessa divinità Arte con auto elogi e pratiche esotiche. Coloro che si sono già risvegliati, assistono al crollo di babeliche torri come tanti castelli in aria, poiché così flebili sono le fondamenta che costituiscono tali strutture ideologiche. Uno dopo l’altro, i mattoni si susseguono procedendo per moto inverso, destrutturando ciò che sarebbe dovuta diventare per eccellenza la torre d’avorio di ogni artista e che adesso ha solo le fattezze di una antica rovina.

L’energia della parola

Comunicato Stampa

…Ogni bambino che nasce, prima ancora che cominci a capire, è nutrito di parole, colmato di parole. Da subito i genitori gli parlano, e non per fornirgli nozioni. Lo introducono nella vita, lo portano con braccia e parole, lo introducono nel loro amore e forza di parole. Diventa umano in questo mare di parole…” (da Le Case di Maria di Ermes Ronchi, ed. Paoline)
Sabato 7 febbraio alle ore 19.00 presso la Direzione Didattica “Nicola Fiorentino” a Montalbano Jonico (MT), Lo Spazio Permanente d’Arte “Melchiorre da Montalbano” presenta la rassegna itinerante iniziata a Milano lo scorso luglio dal titolo “L’energia della parola”, a cura della Fondazione D’Ars “Signorini”di Milano, lo Studio Arti Visive di Matera e l’Associazione Culturale “Euterpe” di Montalbano Jonico con le opere di Dario Carmentano, Eugenio Castelli, Marilù Cattaneo Silvio Craia, Franco Di Pede, Giuseppe Filardi, Carlo Fioroni, Adelaide Fontana, Pino Lauria, Paola Malato, Eugenio Miccini, Fabrizio Paoletti, Silvia Pisani, Giorgio Tromba, Salvatore Sebaste, Alice Visin, che offrono una differente e personale interpretazione del significato della parola. Presenterà la rassegna d’arte il curatore Giuseppe Filardi.
Il Prof. Gianluca Rosano introdurrà il libro di Rocco Pontevolpe “La vita tra il chiaro e lo scuro”, un volume composto da 12 racconti che spaziano tra il reale e il surreale, seguirà il saluto di Pontevolpe.
Interverranno alla manifestazione il Prof. Leonardo Giordano sindaco di Montalbano Jonico, il Dott. Giuseppe Digilio Assessore alla cultura della Provincia di Matera e l’Arch. Filippo Bubbico Senatore della Repubblica. Condurrà la serata Giuseppe Ranoia.
La rassegna resterà aperta al pubblico dal 7 al 21 febbraio e seguirà l’orario d’apertura della Direzione Didattica.

venerdì 6 febbraio 2009

This is it…David Lindberg

Comunicato stampa

Indefinito come il titolo della mostra che lo presenta per la prima volta al pubblico romano: così appare a prima vista il lavoro senza confini di David Lindberg, artista statunitense da anni stabilitosi ad Amsterdam, dove conduce una ricerca strettamente legata alla tradizione del Minimalismo Americano, in cui è il materiale a definire la forma. Le sue opere si presentano come lucide superfici policromatiche, appaiono spesso come visioni zoomate di dipinti paesaggistici tradizionali, dai contorni sfumati, con i colori dilatati che mantengono nelle gradazioni di colore le trasparenze del cielo o dell’acqua, mentre le forme si confondono una sull’altra perdendosi ognuna nell’ombra di se stessa. Per realizzare i suoi lavori l’artista si serve di un liquido plastico trasparente, una resina epossidica, che si indurisce qualche ora dopo essere stata mescolata. Non usando stampi, l’artista definisce l’opera gradualmente durante la lavorazione: spesso all’interno sono racchiusi fogli con disegni e note, che controllano il modo di procedere dell’artista nella composizione. Lavora senza l’ausilio di attrezzi o strumenti di misurazione, procedendo piuttosto a vista, per approssimazione, o meglio per accumulazione, dando forma ai materiali che usa correggendo in continuazione quantità e colori, facendo errori e scoperte e utilizzando le continue modifiche come riparazioni, aggiustamenti o registrazioni di un cambiamento di pensiero.

David Lindberg (Iowa (USA), 1964), vive e lavora ad Amsterdam. Espone con regolarità in gallerie di fama internazionale quali Tanya Rumpff Gallery (Haarlem, Olanda), Studio La Città (Verona), Baukunst Gallery (Colonia) ed è presente nelle principali fiere internazionali di arte contemporanea come Art Basel, Art Brussels, Art Chicago, Art Cologne e FIAC Parigi.


Galleria Traghetto Roma, Via Reggio Emilia 25, 00198 Roma,
tel/fax 06 44291074
inaugurazione: giovedì 12 marzo 2009, ore 18.30
durata: fino al 28 aprile 2009
aperto dal martedì al sabato dalle 14.30 alle 19.30 o per appuntamento

Immagina allegata: David Lindberg, Notes, 2008, resina epossidica, carta, inchiostro

In mostra terracotta attribuibile a Brunelleschi

Firenze, Museo dell'Opificio delle Pietre Dure. È stata scoperta, restaurata e attribuita a Filippo Brunelleschi (1377-1446) una straordinaria scultura in terracotta policroma raffigurante la Madonna, il prototipo originale di una ventina di statue della Vergine Maria realizzate dallo stesso artefice della cupola del duomo di Firenze e da Lorenzo Ghiberti.
Secondo l'insigne storico dell'arte Luciano Bellosi si tratterebbe dell'originale terracotta policromata a freddo e dorata a foglia raffigurante la Vergine e Gesù Bambino, opera del Maestro del San Pietro di Orsanmichele, che altri non era se non il giovane Filippo Brunelleschi. Una scultura che le cronache del tempo raccontano essere stata nella camera da letto di Giovanni Bicci di Lorenzo, padre di Cosimo il Vecchio, capostipite della famiglia dei Medici.
L'opera restaurata è visibile al pubblico fino al 28 febbraio 2009, nel Museo dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, grazie anche al contributo dell'Associazione per il Restauro del Patrimonio Artistico Italiano che ha sostenuto l'intervento.

giovedì 5 febbraio 2009

W. Se Oliver Stone rappresenta George Bush

di Gabriele Di Stasio

W (dubya) di Oliver Stone ha aperto la scorsa edizione del Torino Film Festival. Nanni Moretti, ormai ex timoniere del Festival, non poteva scegliere momento migliore per accaparrarsi il film di Stone, fresco di spocchioso rifiuto alla ex Festa del Cinema di Roma. Mentre George Walker Bush jr. è una foto che sbiadisce in un passato da dimenticare, il primo presidente afro-americano della storia si insedia alla Casa Bianca, fatto questo che ci concede la calma e la distanza necessaria per gustarci un film che di politico ha poco, ma che fino a pochi mesi fa poteva prestarsi a facili letture e strumentalizzazioni. Si, perchè W (dubya) è la storia di un uomo prima che essere la storia del più controverso presidente degli Stati Uniti; tutto incentrato su una figura tribolata, sul rapporto irrisolto con il padre, con la fede ritrovata e vissuta in maniera “estrema” fino a ritenersi un prescelto da Dio. Bush il sognatore, Bush l'affabulatore, Bush figlio devastato, Bush marito, Bush presidente assediato da un gruppo di consiglieri che assomiglia terribilmente a un nido di vipere e infine Bush uomo solo e smarrito: è così che Oliver Stone non cerca né la provocazione a tutti i costi, né la polemica contro il personaggio e tanto meno l'attacco alla figura istituzionale.
Il film non calca la mano su niente, nemmeno sugli anni degli eccessi del giovane George, ma cerca di penetrare la psicologia dell'uomo, che, al massimo, ha avuto la cattiva idea di circondarsi della gente sbagliata (memorabili le scene delle riunioni con i perfidi consiglieri, tra i quali un temibile Donald “Rummy” Rumsfeld). Approccio umanista, che da alcuni critici è stato ritenuto addirittura eccessivo, tanto da far sorgere il dubbio di “esagerata simpatia” del regista nei confronti del suo personaggio. Ma conoscendo Stone non dobbiamo fermarci ad un’idea “di superficie” come questa; la sua è piuttosto una tattica, uno studio di un personaggio, un metodo narrativo di approccio ad un soggetto complesso verso il quale vuole essere, come lui stesso ha dichiarato, “fair”, imparziale.
Bravissimo il protagonista Josh Brolin, che incarna – nel vero senso della parola – George W. Bush, tanto da far dimenticare abbastanza in fretta allo spettatore la linea di demarcazione tra personaggio e uomo; ottimo il cast e stellari le interpretazioni (ad eccezione di una marginale e caricaturale Condoleezza Rice interpretata da Thandie Newton). In ultima analisi W (dubya) è un film che può essere guardato e giudicato da due punti di vista ben distinti: quello dello spettatore medio e quello dell'esperto di Cinema. Nel primo caso W è un film troppo lungo (131 minuti) e ostico, lento, eccessivamente sofisticato e se vogliamo un tantino noioso, di difficile collocazione per la distribuzione e un rischio per il botteghino; nel secondo caso, invece, W è un'opera eccelsa, un vera “leccornia” cinematografica da mostrare nelle scuole, per la tecnica, per l'equilibrio perfetto tra tutti gli elementi narrativi e visivi, per la pennellata da maestro di un regista, Stone, che riesce a controllare la produzione e la realizzazione in ogni sua fase e dettaglio, lasciando un’impronta autoriale e profonda ad opere che, senza ombra di dubbio, resisteranno alla prova della Storia.

mercoledì 4 febbraio 2009

La complicata storia del complesso di S. Ippolito a Monticchio

di Giuseppe Nolè

La religione cristiana si diffuse tardi nel territorio lucano, soltanto nel V e VI secolo infatti sono stati trovati accenni ai vescovi di Acerenza, Venosa e Potenza. Tale fenomeno fu ampliato dall’invasione dei longobardi che determinò un’ulteriore ostilità nei confronti della chiesa cattolica. Essa si concluse solo con la sconfitta dei greci; in seguito si ebbe un ridestarsi del sentimento religioso che portò alla diffusione della vita monastica anche in Lucania. Nel frattempo però le migrazioni dei cristiani d’oriente, che cercavano di sfuggire alle persecuzioni iconoclastiche, ripopolarono un meridione d’Italia che guerre civili, saraceni, terremoti e carestie avevano reso deserto. La presenza di quest’ultimi favorì l’arrivo dei monaci basiliani; in parallelo però il culto benedettino dell’arcangelo Michele presso Monticchio continuava a diffondersi, alimentando una accesa rivalità tra benedettini e basiliani. Proprio nella zona dei laghi con molta probabilità i monaci di Basilio giunsero prima dei monaci di Benedetto.

Il complesso di S. Ippolito situato lungo la strada che costeggia i due laghi di Monticchio, per molti anni considerato erroneamente un rudere senza particolare importanza, è la testimonianza di questo incontro-scontro tra oriente e occidente cristiano. Secondo i primi studi effettuati la chiesa avrebbe avuto origine benedettina, con un impianto ad una navata di cui i resti circostanti ne erano un semplice ampliamento. In realtà in epoca relativamente recente si è appurato, in seguito al ritrovamento di capitelli figurati di pregevole fattura, che questi resti invece sono la testimonianza di un monumento basiliano crollato. Dagli scavi effettuati nel 1963 emersero poi una serie di strutture all’esterno dell’abside ad una quota di due metri inferiore rispetto al piano della chiesa: si scoprì così l'esistenza di un vero impianto architettonico di epoca alto-medioevale costituito dalla sagoma di un tricorno innestato su un corpo rettangolare diviso in due campate di cinque pilastri di forma rettangolare. La chiesa medievale dunque fu ricavata nell’atrio antistante del primitivo impianto.

Il complesso di S. Ippolito non costituisce un insieme concepito e realizzato omogeneamente, bensì un progressivo sviluppo e sovrapporsi di idee e forme, un autentico “palinsesto” di strutture. I resti delle due chiese hanno in comune curiosamente il tipo di muratura di pietra informe; un fatto unicamente tecnico-economico e che non influisce nell’analisi storica. Per troppo tempo sono stati considerati dei semplici ruderi; questi resti invece nascondo la bellezza di un passato ricco di spiritualità e contatto con la natura incontaminata dei laghi vulcanici di Monticchio.
(Foto Archivio APT)

Il mondo dei samurai al Palazzo Reale di Milano

SAMURAI
Opere dalla collezione Koelliker
A cura di Giuseppe Piva e della Fondazione Antonio Mazzotta
25 febbraio - 2 giugno 2009
Milano, Palazzo Reale - Piazza del Duomo 12
Catalogo Edizioni Gabriele Mazzotta

Conferenza stampa: martedì 24 febbraio ore 13.00
Palazzo Reale - Sala 8 Colonne

Inaugurazione: martedì 24 febbraio ore 18.00

Comunicato stampa

Palazzo Reale e la Fondazione Antonio Mazzotta presentano la prima mostra in Italia dedicata al complesso mondo dei samurai, alla loro storia, al loro mito. Attraverso l’eccezionale nucleo di armature, elmi e accessori della collezione Koelliker di Milano, oltre a una serie di opere provenienti dalle Raccolte d’Arte Orientali del Castello Sforzesco, verrà ripercorsa la storia sociale, politica ed economica del Giappone e della classe sociale che lo governò per quasi settecento anni.
L’esposizione, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano, è prodotta da Palazzo Reale in collaborazione con la Fondazione Antonio Mazzotta. La mostra si avvale inoltre del contributo della Regione Lombardia - Assessorato alle Culture, Identità e Autonomie e della collaborazione di Vodafone.

L’allestimento presso l’appartamento della Reggia di Palazzo Reale e i percorsi didattici assumeranno un ruolo essenziale in questa mostra. Numerosi eventi collaterali coinvolgeranno la città di Milano nell’esplorazione dell’immaginario samurai che in Occidente suscita da sempre un grande fascino e curiosità e che ancora sopravvive quale modello strutturale per aspetti importanti della società giapponese contemporanea come alcune grandi aziende che dalla tradizione samuraica provengono.


Per sette secoli il Giappone è stato governato da una casta militare - i bushi ovvero la classe dei samurai – che ha lasciato di fatto all’imperatore una sovranità di tipo sacerdotale. L’abbigliamento da guerra dei samurai è quindi sempre stato considerato, anche in periodo di pace, come un importante segno di comando e di condizione sociale. La necessità di distizione della casta di potere ha talvolta, a seconda dei periodi storici, prevalso sulla funzione protettiva dell’armatura, portando alla realizzazione di armature dalla bellezza stupefacente, impreziosite da ornamenti di pregevole fattura.

La Collezione Koelliker di armature giapponesi costituisce una raccolta pressoché unica in Europa per numero e qualità dei pezzi, certamente una delle più importanti al di fuori del Giappone. Gli esemplari sono tutti in ottimo stato di conservazione e provengono esclusivamente da samurai di alto rango, se non da daimyo (signori feudali). Completano la rassegna alcuni oggetti provenienti dalle Raccolte d’Arte Orientali del Castello Sforzesco, tra cui una bardatura da cavallo completa di armatura e maschera da guerra.

L’esposizione presenta quindi una selezione di circa novanta pezzi tra armature complete, elmi, forniture per spada e altri accessori per samurai, realizzati tra il periodo Azuchi Momoyama (1575 – 1603) e il periodo Edo (1603 – 1867).

In questo secondo periodo vissero samurai leggendari come Miyamoto Musashi, il più grande maestro dell’arte della spada e protagonista del famoso romanzo di Yoshikawa Eiji, venduto in oltre centoventimilioni di copie e ispiratore di almeno quindici versioni cinematografiche.

I samurai avevano il privilegio di portare due spade, il cognome e avevano il diritto di “uccidere e andarsene” (kiritsuke gomen). In seguito alla diffusione in Giappone del buddismo zen i samurai si dedicarono alle tecniche di meditazione per acquisire maggiori poteri intuitivi e conoscitivi, ma anche per cancellare paure ed esitazioni, per raggiungere un totale autocontrollo, accettando il flusso degli avvenimenti non opponendosi a essi con violenza.


La mostra consentirà di ammirare straordinari esempi di tosei gusoku (“armatura moderna”) e di conoscerne la storia, le tecniche costruttive, le principali scuole di armaioli e infine scoprirne gli elementi da cui sono formate (, menpô, kote, haidate ecc).

La tosei gusoku sostituisce la ô-yoroi (letteralmente “grande armatura”) del periodo medioevale, in quanto più agevole in battaglia, ma anche più resistente e confortevole. Concepita per far fronte a una situazione di guerra civile, paradossalmente rimase in voga anche per il successivo periodo di pace, diventando un importante simbolo di status sociale e non più un mezzo di difesa. Lo sfarzo di lacche e legature colorate, l’impiego di bordure e ornamenti cesellati e dorati e la continua ricerca di decori insoliti sono la vera caratteristica delle armature tosei gusoku.


L’elmo giapponese, il kabuto, costituisce una sezione a parte della mostra per la sua particolare qualità. Il kabuto è l’elemento dell’armatura che da sempre ha suscitato maggiore ammirazione, non solo per l’elevato potere di espressività delle sue forme, ma anche per le raffinate soluzioni tecniche adottate nella sua realizzazione. Il Kabuto è tra gli elementi più importanti del corredo armato, il primo che istintivamente si nota, ed il primo che tradizionalmente viene indicato nello studio critico del corredo. In mostra si potranno ammirare alcuni esempi di kawari kabuto (“elmi straordinari”) dalle forme e dagli ornamenti eccentrici e spettacolari generalmente ispirati a oggetti sacri o a elementi della natura (draghi, animali, frutti...).


Completano il percorso espositivo alcuni accessori per samurai di straordinaria qualità (spesso lavorati a sbalzo) come maedate (ornamenti per elmi), montature per spade, e alcune lame di katana, l’arma per eccellenza dei samurai.


L’allestimento dell’ultima sala della mostra, curato da Yamato Video, sarà dedicato all’estetica e allo spirito dei samurai che rivive oggi nelle moderne raffigurazioni proposte da fumetti e disegni animati.

I super robot, come Goldrake e Gundam, si possono considerare eredi della tradizione marziale giapponese: enormi samurai d’acciaio concepiti dal Giappone più tecnologico.

In questi robot, dalle dimensioni improbabili (alcuni superano i 100 metri di altezza), si condensa tutto lo spirito, tradizionale e moderno, del Sol Levante: a una tecnologia fantastica e d’avanguardia si coniuga l’antico rispetto per l’arte della guerra, la passione per i karakuri (gli automi antichi) e l’ottemperanza per l’etica che costituisce lo Yamatodamashi, il cosiddetto “Spirito del Giappone”.

I super robot sono, a tutti gli effetti, delle armature gigantesche “indossate” da giovani e abili piloti, che lottano fedeli agli ideali espressi nel bushidô, la “Via dei samurai”.

Actarus, il pilota di Goldrake, negli anni Settanta, rappresenta il nuovo genere di eroe combattente esportato in Occidente attraverso i disegni animati. Il suo approccio drammatico e meditativo di fronte alla battaglia appare subito in conflitto con i tipi di combattenti, più sicuri di sé e arroganti, che permeano la storia e la tradizione occidentale.

Scomparsi i samurai, la loro arte è entrata nelle strutture sociali del Giappone moderno, governando i rapporti dall’interno; si tratti della scuola, del luogo di lavoro o delle organizzazioni statali. Actarus, alla guida del suo robot gigante è l’espressione di questo spirito che cerca di sopravvivere, nonostante la modernità, nonostante tutto...


Il catalogo della mostra proposta a Palazzo Reale, edito da Mazzotta, mira a divenire uno dei testi di riferimento essenziali nella letteratura internazionale sull’argomento, venendo così a “togliere un velo” su quegli aspetti sociali e culturali che ruotano intorno alle figure mitiche dei Samurai.

Il volume, a cura di Giuseppe Piva, prevede un saggio tecnico descrittivo delle armature giapponesi e una storia di questa parte della Collezione Koelliker, con la riproduzione a colori di tutti gli oggetti esposti, nel loro assemblaggio completo e nei dettagli.

Altri studiosi sono stati chiamati a partecipare al progetto, tra cui Francesco Civita, curatore della sezione giapponese del Museo Stibbert di Firenze, per una storia del collezionismo europeo in questo settore, e Gianni Fodella, per un’inquadratura storico – economica della società giapponese del periodo Edo

SAMURAI. Opere dalla collezione Koelliker
A cura di Giuseppe Piva e della Fondazione Antonio Mazzotta
Periodo: 25 febbraio – 2 giugno 2009
Sede: Palazzo Reale Piazza del Duomo 12, Milano 20122
Informazioni: INFOLINE 02.54913, www.mostrasamurai.it, www.mazzotta.it, www.comune.milano.it/palazzoreale
Orari: tutti i giorni h. 9.30/19.30; lun h. 14.30/19.30; gio h. 9.30/22.30; la biglietteria chiude un’ora prima
Aperta con orario normale: 12 aprile, 13 aprile, 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno 2009
Biglietto d’ingresso: intero € 9,00; ridotto € 7,00, scuole € 4,00
Catalogo Edizioni Gabriele Mazzotta con testi di Giuseppe Piva, Francesco Civita, Gianni Fodella