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giovedì 7 luglio 2016

Storia dell’Impressionismo. I grandi protagonisti da Monet a Renoir,da Van Gogh a Gauguin

di Mirella Isidori

29 Ottobre 2016-17 Aprile2017 
Museo di Santa Caterina-Treviso



La scelta del periodo artistico presentato nella mostra al Museo di Santa Caterina di Treviso, è uno dei più affascinanti della Storia dell’Arte,dalla solarità del periodo impressionista, alla ricerca interiore, al disagio esistenziali di due grandi pilastri come Van Gogh e Gauguin che apriranno le porte al movimento Espressionista. Se il talento artistico dei pittori impressionisti provoca una forte rottura con l’arte accademica dell’Ottocento abolendo temi consueti e ripetitivi come quelli legati alla pittura di storia o mitologica in un tripudio di luce e di colori,l’arte di pittori maledetti come Van Gogh e Gauguin ci porta alle esperienze del tutto personali che fanno della vita di questi artisti lo specchio di un profondo disagio manifestato in pittura da colori potenti, dall’uso di linnee di contorno forti che manifestano il genio e la ricerca continua di esprimere la propria interiorità.
Se le vite di un Monet, difficile all’inizio quando al pittore e non solo a lui non è riconosciuto il valore della propria arte, più tranquilla poi se non altro da un punto di vista economico e di Renoir pittore delizioso, il quale propone nei suoi dipinti tutta la sua gioia di vivere, quelle di Van Gogh e Gauguin sono dilaniate e alla ricerca di una vaga serenità che Gauguin troverà nei mari della Polinesia ma a Van Gogh sarà sempre preclusa a causa di un forte disagio psichico. Ecco allora che se opere come” Impressione levar del sole” di Monet hanno un fascino del tutto particolare perché l’artista riesce a farci annusare anche l’ aria del porto di Le Havre e il dipinto di Renoir “Il ballo al Muolin de la Galette”esprime tutta la gioia di una gioventù che vive una stagione storica fortunata, la “Notte stellata” di Van Gogh si sofferma ad indagare il firmamento in una magia che meraviglia lo spettatore mentre Gauguin nel suo “Autoritratto” ci interroga con una occhiata profonda sul senso della vita per lui ritrovato nelle spiagge di una terra lontana dalla Parigi dell’epoca che sa ancora di natura incontaminata e di sentimenti allo stato d’origine.


mercoledì 12 febbraio 2014

Pissarro, l'anima dell'Impressionismo

Comunicato stampa

Prosegue con successo il programma di valorizzazione culturale delle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia con il ciclo di mostre dedicate all'Impressionismo. Dopo grandi nomi come Degas, Renoir, e il record di visitatori di Monet, dal 21 febbraio al 2 giugno 2014, sarà presentato al pubblico un altro importante artista del movimento francese: Camille Pissarro.
Decano degli impressionisti, Camille Pissarro fu senza dubbio una figura centrale all'interno del gruppo. Grazie al suo forte temperamento, alle sue doti pedagogiche e ai suoi saggi consigli divenne punto di riferimento per tutti i suoi compagni e per molti giovani artisti indipendenti dell'epoca - come Paul Cézanne, Paul Gauguin, Vincent Van Gogh - svolgendo un ruolo fondamentale nella promozione dell'arte.
"Pissarro, l'anima dell'Impressionismo" è il titolo dell'esposizione promossa dal Comune di Pavia e ideata, prodotta e organizzata da Alef – cultural project management.
La mostra, realizzata con la consulenza scientifica di Philippe Cross, presenta una selezione di opere provenienti da musei di tutto il mondo come il Thyssen Bornemisza Museum di Madrid, il Brooklyn Museum di New York, il Mnar di Bucarest, il National Museum di Belgrado, la Johannesburg Art Gallery, la National gallery of Denmark di Copenaghen e molte altre.
I visitatori potranno, attraverso importanti lavori di Camille Pissarro, ripercorrere le tappe fondamentali della sua evoluzione artistica che lo hanno reso una figura indispensabile per la nascita e lo sviluppo del movimento impressionista.
Come per la mostra “Monet au coeur de la vie”, l'obiettivo è quello di proporre al pubblico un percorso espositivo innovativo ed emotivo che permetta di scoprire e di entrare in contatto diretto con l'uomo oltre che con l'artista.
Per la mostra "Pissarro, l'anima dell'Impressionismo" sarà proprio il pittore, attraverso un suggestivo racconto in prima persona, ad accogliere e ad accompagnare i visitatori all'interno delle sale espositive. Liberamente ispirato al libro “Vortici di Gloria. Il romanzo degli impressionisti” - firmato dal celebre scrittore Irving Stone che ricostruisce le vicende artistiche e umane dei maggiori rappresentanti dell'Impressionismo riservando un ruolo da protagonista assoluto a Camille Pissarro -, il racconto proposto all'interno dell'esposizione, oltre a fornire cenni storico-artistici e biografici sull'artista, si concentra sulle sensazioni e sulle emozioni più intime del pittore.
La mostra si trasforma in uno spettacolo sensoriale in cui le opere, protagoniste indiscusse, si animano attraverso le parole di Pissarro, suggestive immagini proiettate all'interno dello spazio espositivo e fragranze selezionate in base ai temi trattati per un'esperienza completamente immersiva e una totale fruizione dell'opera d'arte.
Le video proiezioni, oltre ad esaltare la componente emotiva delle opere stesse, forniranno al visitatore una serie di approfondimenti testuali sui principali dipinti esposti diventando un utile e dinamico supporto didattico.
La visita potrà proseguire anche in una sezione della Quadreria dell'Ottocento, Collezione Morone dei Musei Civici di Pavia in cui l'arte di Pissarro sarà messa a confronto con quella di un artista italiano suo contemporaneo anch'egli profondamente legato al tema della terra e della vita rurale: Giuseppe Pellizza da Volp edo.
Per tutta la durata dell’esposizione una serie di attività didattiche e laboratori creativi, a cura di educational Alef, consentiranno anche ai più piccoli di scoprire il percorso artistico e gli splendidi dipinti di Camille Pissarro.

Titolo: Pissarro, l'anima dell'Impressionismo
Sede: Scuderie del Castello Visconteo, Pavia
Date: 21 febbraio - 2 giugno 2014
Orari: dal lunedì al venerdì 9.00-19.00; sabato, domenica e festivi 9.00-20.00 (la biglietteria chiude un'ora prima)
Biglietti: intero 15,00 euro; ridotto 13,00 euro; ridotto speciale 10,00 euro dal lunedì al venerdì nella fascia oraria 13.00-14.00 e dal sabato alla domenica nella fascia oraria 9.00-10.00 (il costo del biglietto include l'ingresso alla Quadreria dell'Ottocento e Collezione Morone dei Musei Civici del Castello Visconteo di Pavia)
Catalogo: Rubbettino Editore

Immagine: Camille Pissarro, L’Oise à Pontoise, 1876, olio su tela, cm. 53,5x64, Rotterdam, Museum Boijmans Van Beuningen.

lunedì 9 settembre 2013

Monet au cœur de la vie

Comunicato stampa

Dopo il grande successo di “Renoir. La vie en peinture”, le Scuderie del Castello di Pavia presentano, dal 14 settembre al 15 dicembre 2013, un’altra importante mostra dedicata a uno dei massimi esponenti del movimento impressionista: Claude Monet.
“Monet au cœur de la vie” è il titolo dell’esposizione promossa dal Comune di Pavia, prodotta e organizzata da Alef – cultural project management con il patrocinio dell’Ambasciata di Francia in Italia e dell’Institut français di Milano.
La mostra, a cura di Philippe Cros, presenta una selezione di opere provenienti da prestigiosi musei di tutto il mondo: dagli Stati Uniti d’America come il Columbus Museum of Art (Ohio) alla Francia come il Musée d’Orsay di Parigi, dal Sud Africa come la Johannesburg Art Gallery alla Romania come il Mnar di Bucarest fino alla Lettonia come The Latvian National Museum of Art di Riga e da altre importanti sedi internazionali.
Il pubblico avrà la possibilità di ammirare importanti lavori di Claude Monet e di ripercorrere le tappe principali della sua produzione artistica dalla formazione fino alla grande maturità.
Un percorso espositivo innovativo ed emotivo offrirà inoltre al visitatore un’inedita modalità di avvicinamento anche alla sfera personale della vita del Maestro, consentendo al pubblico di scoprire l’”uomo” oltre che il grande artista.
La mostra è un viaggio nel cuore della vita di Monet, raccontato attraverso le voci di sei personaggi chiave del suo percorso umano e artistico. Gli incontri, i successi, così come i momenti difficili sono stati ricostruiti sulla base di preziose lettere - provenienti dal Musée des Lettres e de Manuscrits di Parigi ed esposte in mostra - in cui il pittore racconta particolari momenti e stati d’animo della sua vita. Lungo il percorso una serie di suggestive videoinstallazioni predisporranno emotivamente il pubblico a rivivere i momenti fondamentali della vita di Monet e a comprenderne il rapporto con le opere presentate in mostra. Le parole e il racconto sono stati pensati in armonia con i video, i suoni e le opere d’arte in modo da creare le condizioni più adatte a sollecitare le emozioni più profonde del visitatore verso una totale fruizione dell’opera di Monet.
L’esposizione inizia con gli esordi della carriera artistica di Monet narrati da Adolphe Monet, il padre del pittore che ebbe con il figlio un rapporto piuttosto contrastato sia per la sua scelta professionale – soprattutto a causa delle sue idee indipendenti in contrasto con l’insegnamento dell’Accademia – sia per le sue scelte personali e sentimentali.
Nella sala successiva sarà Eugène Boudin a far immergere il pubblico negli anni giovanili dell’artista, caratterizzati dai primi esperimenti di pittura en plein air e dalle scelte stilistiche innovative in contrasto con la pittura accademica dell’epoca.
Boudin, pittore francese e primo maestro di Monet, segnò profondamente il modo di fare pittura dell’artista al punto che Monet confesserà: “Se sono diventato pittore lo devo a Eugène Boudin.”
In mostra alcune importanti opere di Boudin mostreranno il ruolo fondamentale del maestro nella formazione di Monet e nello sviluppo del suo stile, come dimostra l’opera Bateaux à Etretat (Barche a Etretat) (1883) in cui l’artista utilizza la stessa tecnica pittorica del suo maestro.
Attraverso le dolci parole di Camille Doncieux - prima moglie e madre dei due figli di Monet - il visitatore potrà rivivere un periodo fecondo della vita professionale di Monet. Camille ebbe un ruolo centrale nella produzione dell’artista, dal 1860 al 1879, fu la sua musa e modella preferita presente nella maggior parte delle sue tele fino alla prematura morte a soli 32 anni. Le gite ad Argenteuil, le passeggiate lungo la Senna e al mare con la famiglia furono molto stimolanti anche dal punto di vista artistico per Monet che consolidò ulteriormente la tecnica della pittura all’aria aperta e lo studio della luce, sperimentando anche nuovi soggetti come Bateaux de pêche á Honfleur (Barche di pescatori a Honfleur) (1866 ca.), La gare d’Argenteuil (La stazione di Argenteuil) (1872) e Printemps (Primavera) (1873), opere esposte in questa sezione.
Durante il suo percorso artistico, Monet dovette affrontare una serie di avversità dovute alle difficoltà economiche, alle pesanti critiche dei classicisti e ai continui rifiuti da parte dei Salons. Questo periodo particolarmente frustrante per l’artista sarà raccontato da uno dei suoi più grandi sostenitori: Georges Clemenceau, il politico francese - primo Ministro dal 1906 al 1909 e dal 1917 al 1920 - con cui Monet strinse una forte amicizia soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Fu proprio Clemenceau, nel 1921, a commissionare a Monet le celebri Ninfee per l’Orangerie, definite la “Cappella Sistina dell’Impressionismo”.
In questa sala, che vuole simbolicamente evocare il contrasto tra due differenti sistemi pittorici, il visitatore avrà la possibilità di mettere a confronto la pittura accademica esposta nei Salons rappresentata da opere come Paysage maritime (Paesaggio marittimo) di Jules Breton e Les Pyrénées (I Pirenei) di Marie Rosarie Bonheur – due artisti fortemente apprezzati dalla critica dell’epoca –, con la tecnica innovativa utilizzata dal Padre dell’Impressionismo, rappresentata in mostra da alcune opere emblematiche come le marine Marine, Pourville (Marina, Pourville) (1881) e Le Cap Martin (1884). A corredo delle opere sarà esposto il celebre articolo – prestato eccezionalmente per la mostra dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma – di Louis Leroy apparso sulla rivista Chiarivari del 25 aprile 1874 in cui comparve per la prima volta, in senso spregiativo e fortemente critico, il termine “impressionisti”.
Il racconto prosegue con Alice Hoschedé, seconda moglie di Monet, che narrerà al visitatore dei viaggi intrapresi dall’artista per la continua ricerca di stimoli, ispirazioni e soggetti nuovi da riprodurre, come il soggiorno in Norvegia per la ricerca e lo studio degli effetti della neve. Per quanto in questo periodo - dal 1880 al 1895 - siano nati i più grandi capolavori del Maestro, Monet era continuamente insoddisfatto dei suoi lavori e dei luoghi che visitava.
Sono gli anni, in cui l’artista abbandona quasi del tutto la rappresentazione della figura umana per concentrarsi sul tema propriamente impressionista del paesaggio, con particolare interesse verso l’alone luminoso che circonda la natura. È proprio in questo periodo che Monet comincia a dipingere le celebri “serie” in cui il ruolo della luce diventa fondamentale per la composizione dell’opera come dimostrano Waterloo Bridge (Il ponte Waterloo) (1900) e la suggestiva Cathédrale de Rouen (La Cattedrale di Rouen) (1894), protagoniste di questa sezione.
Il percorso espositivo chiude con le parole di Blanche Hoschedé, figlia di Alice e unica allieva di Monet con la quale il pittore instaurò un rapporto molto stretto nell’ultimo periodo - dal 1914 al 1926 - trascorso a Giverny: un luogo magico, in cui l’artista riuscì finalmente ad appagare il suo desiderio di tranquillità rurale.
Blanche racconterà al pubblico dell’amore ossessivo del pittore per il suo meraviglioso giardino della casa a Giverny, delle loro uscite per dipingere insieme in campagna e dei primi sintomi della cataratta che modificarono sensibilmente la vista, e quindi anche la percezione dei colori, di Monet. Alcune tele di Blanche esposte in questa sezione mostreranno il suo stile impressionista strettamente imparentato con quello del Maestro.
Negli ultimi anni di vita dell’artista la dimora di Giverny diventò la sua unica fonte di ispirazione: un giardino meticolosamente curato in cui Monet decise di far costruire anche un ponte giapponese, testimonianza del suo interesse verso l’arte del Paese del Sol Levante. In mostra una serie di preziose stampe di celebri artisti come Katsushika Hokusai e Utagawa Hiroshige sottolineano il forte legame del pittore con l’arte nipponica.
La mostra offre quindi diverse chiavi di lettura per un’originale esperienza di visita che consentirà al visitatore di rivivere intensamente la vita e la produzione artistica di uno dei più grandi Maestri di tutti i tempi che ha cambiato per sempre la storia dell’arte.
Un’esperienza di visita prosegue anche all’esterno dello spazio espositivo, suggerendo al visitatore un itinerario alla scoperta di alcuni dei luoghi simbolo della città di Pavia ricontestualizzati, per l’occasione, in rapporto al percorso artistico di Monet. Un percorso ideato per far rivivere alcuni luoghi pavesi molto suggestivi come l’orto botanico del 1700, oppure la bellissima Cattedrale di San Michele, o ancora la storica Biblioteca Civica Bonetta e i giardini Malaspina, e in ultimo il Ponte Vecchio sul fiume Ticino. In ciascuno di questi luoghi il visitatore potrà riprendere la lettura del racconto dei sei personaggi riproposto in un’ambientazione reale.
“Ospitare la pittura di Claude Monet a Pavia è per la cittá tutta motivo di grande soddisfazione. La mostra su Monet si inserisce in un percorso artistico di Pavia che negli ultimi anni ha visto rassegne prestigiose e apprezzate, come testimoniano gli importanti numeri fatti registrare dai visitatori, inediti per la nostra cittá. Nella splendida cornice del Castello Visconteo è ora il momento di Monet, dei suoi colori e delle sue forme che hanno lasciato segni indelebili e fondamentali nella pittura dell’800 e del ’900. Il più impressionista tra gli impressionisti, Monet, segna un altro momento di altissimo profilo culturale di cui Pavia è sempre più orgogliosa” dichiarano Alessandro Cattaneo, Sindaco e Matteo Mognaschi, Vicesindaco e Assessore alla cultura, turismo e marketing territoriale del Comune di Pavia.
Per tutta la durata dell’esposizione una serie di attività didattiche e laboratori creativi permetteranno anche ai più piccoli di avvicinarsi alla pittura impressionista e alla produzione artistica del pittore francese.

Titolo mostra: Monet au cœur de la vie
A cura di: Philippe Cros
Sede: Scuderie del Castello, Pavia
Periodo: 14 settembre-15 dicembre 2013
Orari: dal lunedì al venerdì ore 9.00-19.00, sabato, domenica e festivi ore 9.00-20.00 (la biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietti: intero 15,00 euro, ridotto 13,00 euro, ridotto speciale 10,00 euro dal lunedì al venerdì nella fascia oraria 13.00-14.00 e dal sabato alla domenica nella fascia oraria 9.00-10.00 (il costo del biglietto include l’app ufficiale della mostra, l’audioguida e l’ingresso alla Quadreria dell’Ottocento e Collezione Morone dei Musei Civici del Castello Visconteo di Pavia).
Prevendita biglietti: www.vivaticket.it
Catalogo: Silvana Editoriale

martedì 30 marzo 2010

Da Corot a Monet. La sinfonia della natura

Comunicato stampa

Dal 6 marzo al 29 giugno 2010 il Complesso del Vittoriano di Roma presenta una prestigiosa esposizione che per la prima volta mette in relazione le straordinarie innovazioni, attraverso cui gli Impressionisti rivoluzionarono la pittura tradizionale, con una comprensione più ampia della natura, della cultura e della modernizzazione del loro tempo. Oltre 170 opere tra dipinti, opere su carta e fotografie d’epoca, queste ultime mai esposte prima in Italia, ripercorrono l’evoluzione della rappresentazione della natura nella pittura francese dell’Ottocento, partendo dalle prime innovazioni ai canoni classici apportate dai pittori della Scuola di Barbizon, esplorando a fondo la rivoluzione degli Impressionisti, per arrivare al trionfo cromatico delle Ninfee di Monet.
L’Impressionismo è certamente un periodo storico artistico al quale sono state dedicate innumerevoli esposizioni, studi e pubblicazioni, ma questa mostra al Complesso del Vittoriano, propone per la prima volta un’analisi davvero approfondita e complessiva del rapporto tra Impressionismo e Natura e di come gli Impressionisti, con il loro linguaggio artistico innovativo, non solo abbiano reso testimonianza visiva dell’impatto della modernità sul paesaggio francese, in una coesistenza di passato e presente, ma abbiano abbracciato una nuova prospettiva olistica, che rivela il dinamismo e la contingenza di ogni sistema sociale e naturale.
La mostra si apre con una selezione di opere a contrasto: da un lato i paesaggi classicheggianti, alla maniera dei Salon, come l’imponente Vista dell’isola di Capri di Harpignies, dall’altro il nuovo approccio degli artisti della Scuola di Barbizon, che sceglievano, invece, di raffigurare luoghi meno spettacolari e di creare composizioni meno fedeli ai dettami della tradizione.
La Scuola di Barbizon comprende quegli artisti, tra cui Corot, Rousseau, Díaz de la Peña, Dupré e Daubigny, che, a partire dagli anni trenta dell’Ottocento, si stabilirono proprio a Barbizon, una località della foresta di Fontainebleau, dove cominciarono a disegnare e, talvolta anche a dipingere, en plein air, con un’attenzione particolare agli effetti transitori della luce e dell’atmosfera, pur mantenendo un notevole rispetto per la tradizione artistica, raffigurando scene rurali solitarie, oltre che per gli elementi legati alla visione e alla vita materiale.
La foresta di Fontainbleau, poco lontana da Parigi, rappresentava per i francesi dell’epoca un vero e proprio monumento naturale, da proteggere e preservare. Come scrive Stephen Eisenman nel suo saggio: “Nel 1860 C.F. Denecourt, il celebre scrittore di guide di viaggio, rivolse un appello all’imperatore Napoleone III affinché la foresta venisse protetta: ‘Con i suoi splendidi orizzonti, le superbe masse di rocce antidiluviane, le valli ombreggiate, gli spazi vuoti e gli alberi secolari... [questa foresta] è stata regalata da Dio alla Francia come un modello di paesaggio terreno’ Théodore Rousseau, dal canto suo, descrisse le foreste come ‘l’unico ricordo ancora vivo dell’epoca eroica della madrepatria, da Carlo Magno a Napoleone’ e nel 1852 sollecitò Napoleone III a istituire una riserva naturale nella foresta, cosa che quest’ultimo fece nel 1861. Questa réserve artistique di 1.097 ettari fu uno dei primi parchi nazionali del mondo. (...) I dipinti di Barbizon, comprese le fotografie di Cuvelier, Le Gray, Le Secq e altri, - qui esposte - erano dunque intensamente nostalgici, giacché rievocano il sogno di un’era in cui – almeno così si credeva – nobili e contadini vivevano in armonia, la terra era fertile e pacifica e le uniche tracce significative dello scorrere del tempo erano il mutare delle stagioni e la diversa intensità della luce nelle ore del giorno.”
“Gli impressionisti, che ammiravano Daubigny e negli anni settanta dell’Ottocento lo seguirono a Auvers“ – spiega Eisenman - amplificarono al massimo le innovazioni e minimizzarono il conservatorismo degli artisti di Barbizon. Nel 1872 Claude Monet si costruì uno studio galleggiante sull’esempio di Daubigny (autore della serie di incisioni En bateau, 1872, New York Public Library, presenti in mostra), ma anziché guardare in basso verso le sponde dei fiumi per rappresentarne la particolare morfologia, di solito abbracciava con lo sguardo acqua, cielo, ponti, gitanti, passeggiatori, battellieri, braccianti e tutte le forme della natura e della cultura rivierasca. E invece di raffigurare quel mondo complesso gradualmente, con pennellate brevi, misurate e relativamente uniformi, utilizzava segni ampi ed espressivi, macchie, tocchi, riccioli e virgole di colore. Attraverso l’unione di una superficie pittorica animata e una nuova gamma di soggetti, in effetti, Monet e gli impressionisti aprirono una serie di interrogativi critici sulla modernità che avrebbero stimolato l’ambiziosa pittura europea per i decenni a venire. Essi sostituirono al nominalismo degli artisti di Barbizon un olismo nuovo e convincente: erano diventati artisti ecologici. “
Una rappresentazione della Natura come forza vitale, nella sua perpetua attività generatrice, priva di figure umane, è quella presentata da artisti come Courbet, Boudin e Cazin.
Nelle opere degli Impressionisti appare, quindi, evidente questa nuova volontà di rappresentare una realtà che è frutto dell’equilibrio e della commistione indissolubile tra tutte le parti del mondo naturale. Prendendo spunto dagli sviluppi della scienza a loro contemporanea, come testimoniano in mostra alcune copie della rivista scientifica La Nature di Gustave Tissandier e pubblicazioni del geologo radicale Elisée Reclus, i pittori impressionisti rappresentarono “l’economia della natura”, ovvero la terra come un insieme di sistemi umani e naturali collegati tra loro, con tutte le parti ugualmente vitali e reciprocamente vincolate.
Quella impressionista è una sfida al pittoresco convenzionale, sia nel virtuosismo della tecnica essenziale, sia in quello della composizione. Come spiega John House nel suo saggio in catalogo: “Le opere eseguite da Pissarro e Monet tra gli anni settanta e ottanta dell’Ottocento chiariscono ulteriormente questi temi. Negli anni settanta Pissarro realizzò una sequenza di vedute delle rive dell’Oise in cui le fabbriche giocano un ruolo prominente (vedi per es. in mostra La sente du Chou, Douai, Musée de la Chartreuse). Questa intrusione della contemporaneità equivaleva a un rifiuto delle immagini convenzionali del fiume rese popolari dai dipinti di Charles-François Daubigny, in cui le sponde verdi e nebbiose sono presentate come un rifugio incontaminato (per es. esposto Mattino sull’Oise, Oshkosh, Paine Art Center and Gardens). A un primo sguardo le fabbriche di Pissarro sembrano accomunabili alla parodistica mietitura di Renoir, ma tra le due c’è una differenza sostanziale: mentre in Renoir contava soprattutto la decisione di declinare il tema della mietitura in chiave antipittoresca, in Pissarro la rottura è provocata da un’intrusione fisica nel paesaggio stesso, quella della fabbrica sulla riva del fiume. (...) Considerato nel suo insieme, questo progetto suggerisce che la presenza della modernità può assumere molte forme e che una pittura realmente moderna dovrebbe riunire quegli elementi contrastanti che le rappresentazioni di paesaggi tradizionali avevano escluso.”
Anche Monet, nelle vedute di Argenteuil realizzate in questo stesso periodo, esplora un’ampia gamma di tonalità e atmosfere. A volte il luogo è raffigurato come un villaggio rurale, ma più spesso sono i segni della modernità a imporsi, pur nella loro estrema diversità: fabbriche e ponti ferroviari, ma anche ville suburbane, chalet sulle rive del fiume e imbarcazioni in movimento, con una continua variazione tonale delle opere, che esplorano tutte le più disparate variazioni atmosferiche in una gamma di effetti visivi davvero straordinaria.
L’uomo entra nel paesaggio, come nel capolavoro di Frédéric Bazille dal Musée Fabre di Montpellier, nel quale la donna in primo piano si immerge completamente nella natura, invitando il nostro sguardo a sprofondare nel panorama della valle verdeggiante vicino al villaggio di Castelnau.
Come spiega Eisenman, Alfred Sisley, invece, dedicò tutta la sua carriera a rappresentare i cicli della natura e il potere dell’idrologia: “I suoi maggiori dipinti hanno per soggetto fiumi, laghi, oceani e alluvioni. Ne sono un esempio – tra le opere esposte - L’inondazione a Port-Marly (1872, Washington, National Gallery of Art), L’inondazione a Moret (1879, Brooklyn Museum) e La Senna a St.-Mammès (ca. 1882, Muskegon Museum of Art): essi raffigurano in maniera vivida ciò che Tissandier e Reclus descrivevano a parole, ovvero che le piene sempre più frequenti dei fiumi francesi, tra cui la Senna, il Rodano, la Loira e la Garonna, erano una conseguenza dell’azione e degli abusi dell’uomo, che tagliava alberi e siepi distruggendo le foreste per lasciar spazio all’agricoltura. In effetti le grandi inondazioni del 1846, 1856 e 1875 furono ampiamente attribuite alla deforestazione. Ma i quadri di Sisley evidenziano anche un altro aspetto della visione di Reclus, ovvero che le comunità sono in grado di adattarsi ai cicli della natura e persino alle calamità esacerbate dall’agire dell’uomo.”
L’avvento della Terza Repubblica nel 1879 cambiò nettamente la politica artistica dello stato francese, che, se in passato aveva favorito le forme più tradizionali del paesaggio rurale, incoraggiava ora attivamente la raffigurazione delle scene contemporanee. Fu forse anche questo che contribuì al trasferimento di Monet a Vétheuil e ad un atteggiamento nuovo: abbandono dei soggetti esplicitamente moderni, riduzione al minima della presenza umana.
La fusione tra pratica artistica e vita privata che Monet attuò, poi, nella casa e nei giardini di Giverny è un esempio perfetto della tendenza antiurbana e introspettiva dell’arte moderna fin de siècle. Spiega Eisenman “Ormai prossimo alla fine della vita e della carriera, Monet ripensò alle opere dei grandi pittori di Barbizon Rousseau, Díaz, Dupré, Harpignies e Daubigny, nonché dei fotografi Eugène Cuvelier, Gustave Le Gray e Henri Le Secq, i quali avevano tutti posto l’acqua – in particolare i fiumi e le paludi – al centro della loro visione. Al pari di questi artisti, anche lui considerava l’acqua – come aveva scritto il naturalista Justus Liebig nel 1845, durante il periodo d’oro di Barbizon – “l’agente intermedio di tutta la vita organica”. Le sue ninfee erano forse “il piccolo e tiepido stagno” descritto da Darwin, il brodo primordiale da cui si svilupparono tutte le forme di vita.”
La mostra si chiude con una testimonianza dello splendido ciclo delle Ninfee, oggi chiamato Grandes Décorations, installato all’Orangerie di Parigi e aperto al pubblico nel 1927, un anno dopo la morte dell’artista. “Queste immense tele panoramiche, che raggiungono un’estensione totale di oltre novanta metri, segnano un netto passaggio concettuale dall’originario obiettivo artistico di Monet, ovvero quello di recarsi in campagna e dipingere tutto ciò su cui si posava lo sguardo – terra, cielo, acqua, barche, gente, edifici – purché il risultato fosse una composizione pregevole e coerente.”
L’artista non raffigura più la natura come momento insieme immediato ed eterno, non è più interessato a fissare sulla tela il fondersi di passato e presente, antico e modernità, ma crea, piuttosto, un luogo dell’anima, un ideale rifugio dalla contingenza della vita quotidiana.
Conclude Eisenman: “Questo sforzo di monumentalizzazione è decisamente distante dalla deliberata contemporaneità e contingenza della precedente visione ecologica di Pissarro, Sisley e dello stesso Monet. L’artista aveva quindi abbandonato l’ecologia di Reclus, con la sua enfasi sul cambiamento e sull’interdipendenza dinamica di natura e cultura, per tornare a una versione del paysage nature o natura naturans (la natura che genera se stessa) della scuola di Barbizon, ma stavolta senza la struttura di sostegno del classicismo. Il risultato è una straordinaria emancipazione dalle forze scoraggianti della modernizzazione, ma anche un terribile ritiro in un’isola privata di sogni e ansietà.”

Titolo mostra: Da Corot a Monet. La sinfonia della natura
Sede: Complesso del Vittoriano, Roma
Indirizzo: Via San Pietro in Carcere (Fori Imperiali)
Date: 5 marzo - 29 giugno 2010
Orari: dal lunedi' al giovedi' 9.30-19.30; venerdi' e sabato 9.30-23.30: domenica 9.30-20.30
Costo biglietto: 10.00 euro intero - euro 7.50 ridotto

Immagine: Claude Monet, Ninfee, armonia in blu, ca. 1914, olio su tela, cm. 200x200, Parigi, Musée Marmottan Monet ©Musée Marmottan, Paris / Giraudon / The Bridgeman Art Library