Visualizzazione post con etichetta Novecento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Novecento. Mostra tutti i post

lunedì 20 aprile 2015

L'arte della letteratura (Parte 2)

di Carlo Maria Nardiello


L’amore per la diffusione culturale presso un pubblico il più ampio possibile si concretizza già nei primissimi articoli di De Robertis, pubblicati sulla «Voce» di Firenze: in scritti come Varizioni in maggiore, Saper leggere, Collaborazione alla poesia (tutti del biennio 1914-’15) il professore invita i propri giovani lettori a «compromettersi» con la poesia, diventarne insieme artefici e complici. Questi sono testi nati da una mente sensibile, attenta, generosa nei riguardi dell’altro, del lettore, col quale instaura sempre un rapporto di fiducia e mai di superiorità. De Robertis, infatti, durante i quarant’anni di docenza mai si è posto con alterigia o diffidenza nei riguardi degli alunni che, prima nelle aule di scuola e poi anche in quelle universitarie, accorrono numerosi alle sue lezioni. Anzi, specie in ambito universitario, egli ama intrattenersi con i propri studenti nei caffè letterarî del capoluogo toscano (celebre il caso del caffè delle Giubbe Rosse). 
Conclusa l’esperienza vociana, insieme con Pietro Pancrazi il professore di Firenze pubblica per le scuole Poeti lirici dei secoli XVIII e XIX (Firenze, 1923) e Le più belle pagine di Vittorio Alfieri (Milano, 1928). Tali pubblicazioni hanno contribuito a creare un vero e proprio canone di autori della letteratura italiana contemporanea. De Robertis, infatti, insieme con i professori Gianfranco Contini e Attilio Momigliano, è fra coloro i quali hanno disegnato e indicato la strada ad una tradizione di studi di enorme fortuna. Inoltre, egli inaugura la stagione del «Variantismo», inteso come metodo d’indagine da compiersi sulle carte autografe degli autori, con i suoi studi su Giacomo Leopardi (primo fra tutti la selezione commentata dei Canti pubblicata nel 1927). Quest’ultimo testo segna l’avvio di una fortunatissima stagione di ricerca dedicata al poeta di Recanati, destinata ad avere un lungo e importante seguito nella tradizione critica italiana. 
Da un punto di vista prettamente biografico, le vicende di De Robertis si intrecciano con la cosiddetta “questione universitaria” del 1945: con la fine della dittatura fascista fanno rientro negli atenei italiani quei professori allontanati per motivi razziali, tra i quali Momigliano. A seguito di un’inchiesta parlamentare e di un’indagine interna all’università di Firenze, De Robertis vede confermata la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea.

venerdì 10 aprile 2015

L'arte della letteratura (Parte 1)

di Carlo Maria Nardiello


La vita e l’opera di Giuseppe De Robertis (Matera, 1888 – Firenze, 1963) sono interamente dedicate allo studio e alla divulgazione della letteratura, in primis quella a lui contemporanea ed in secondo luogo quella degli autori classici. Critico letterario che enormemente influenza la produzione di più d’una generazione di autori del Novecento, egli si inquadra perfettamente nella dimensione del professore di scuola (dal 1920 occupa la cattedra di lettere presso il Conservatorio Musicale «Luigi Cherubini» di Firenze) e, successivamente, del professore universitario (nel 1939 viene nominato per «chiara fama» ordinario della cattedra di Letteratura Italiana presso l’ateneo di Firenze).
Pur avendo dedicato i primi anni della sua carriera di critico alla rivista letteraria «La Voce», contribuendo non poco all’affermazione di alcuni fra i più celebri poeti del primo Novecento, De Robertis predilige il ruolo di professore di scuola, attento com’è alla formazione della futura classe di intellettuali, tristemente falciata da moltissime perdite di vite umane occorse durante i due conflitti mondiali. Estremamente attento ai giovani, siano essi scrittori, studiosi o alunni, il professore di origini materane dedica buona parte dei propri studi a testi destinati alle scuole, grazie alla fortunata collaborazione con l’editore fiorentino Le Monnier. Fra gli studi per le scuole, frutto del lavoro di una vita inspirata esclusivamente alla promozione di nuovi talenti letterarî, si segnalano: Studi (Firenze, 1944) Poeti lirici moderni e contemporanei (Firenze, 1945), Primi studi manzoniani e altre cose (Firenze,1949). Tali manuali hanno riempito le aule di tutta la penisola per decenni, a conferma della validità del metodo scientifico derobertisiano.

venerdì 20 giugno 2014

MFAA: la più grande caccia al tesoro della storia

di Carlo Maria Nardiello


MFAA: dietro questo freddo acronimo si nasconde un gruppo di eroi del Novecento che hanno fatto la storia e tuttavia non sono celebrati adeguatamente. La Monuments Fine Art and Archives è la sezione degli eserciti americano e inglese composto da circa 345 uomini e donne, per la maggior parte estranei al mondo della guerra prima del 1943. Sono esperti d’arte, studiosi, accademici, archeologi, direttori di museo, restauratori, archivisti e bibliotecari provenienti da 13 Paesi diversi che per 8 anni hanno rincorso lungo tutto il Vecchio Continente opere d’arte depredate, sistematicamente, dai nazisti. 
Il corpo speciale nasce a seguito dell’approvazione del XXXII Presidente degli Stati Uniti, Roosevelt. Esiste una data ufficiale: il 23 giugno 1943, nella quale il presidente americano ha approvato la Seconda Commissione Roberts, col compito specifico di recuperare e restituire ai legittimi proprietari i bottini di guerra razziati dalle truppe naziste. Secondo molti studiosi, tuttavia, la volontà di creare l’MFAA si trasforma in necessità solo dopo il bombardamento, da parte degli Alleati, della città di Milano nell’agosto del ’43, episodio durante il quale il Cenacolo di Leonardo da Vinci ha rischiato di essere irrimediabilmente danneggiato. Di sicuro è che durante gli eventi della tragica estate ’43 l’idea prende corpo.
Si calcola che ammonti a circa 5 milioni il numero di opere d’arte, sculture, libri rari, manoscritti, monete e preziosi varî salvati dai Monuments Men, così soprannominati durante quegli anni e ai quali Hollywood ha dedicato l’omonimo film nel 2014, con la regia di George Clooney. 
La dama con l’ermellino di Leonardo, La Madonna di Bruges di Michelangelo, La Ronda di Notte di Rembrandt, e poi Goya, Monet, i fiamminghi, Rubens, Tintoretto, Velasquez, sono solo alcuni dei capolavori dell’arte universale salvati da quello che sarebbe potuto essere un Olocausto “artistico”, scongiurato solo grazie all’eroica passione dei soldati dell’arte. 
L’intero patrimonio sottratto all’Italia, alla Francia, a collezionisti (su tutti Rothschild, Gutmann e Bondy) e fondazioni private tedesche avrebbe trovato ospitalità in quello che Hermann Goering (la cui ossessione per l’arte è nota), Martin Bormann e Adolf Hitler hanno definito il “più grande e ricco museo del mondo mai realizzato”, il Fhürermuseum di Linz, Austria. Il progetto di catalogazione delle opere da ospitare (cioè a dire da segnalare alla Gestapo e alla NSDAP per il pronto sequestro) viene affidato ad Hans Posse, direttore della Galleria d’Arte di Dresda, e il lavori preliminari per la costruzione del monumentale edificio, regalo del Fhürer a tutto il popolo del Reich, hanno inizio il 18 giugno del 1939, sulla base del plastico realizzato dall’architetto di fiducia Albert Speer.
L’Italia, teatro delle devastazioni del Secondo conflitto mondiale, ha contribuito in buona misura alla missione del variegato e multidisciplinare gruppo dei Monuments Men, grazie alla devozione e alla perizia di studiosi quali Giulio Carlo Argan, Palma Bucarelli, Emilio Lavagnino, Bartolomeo Nogara, Rodolfo Siviero. Tuttavia, nell’ambito dell’Operazione Salvataggio, fortemente voluta dal ministro Giuseppe Bottai e affidata al critico Pasquale Rotondi, anche nel contesto del regime fascista l’amore per i tesori nazionali, che da sempre hanno reso l’Italia un museo a cielo aperto, ha preso il sopravvento sulla politica e sulle armi.
Ogni storico sa perfettamente che molti tesori nazisti sono ancora sepolti in cantine, depositi, a volte in abitazioni private da ignari proprietari o addirittura finiti sui banchetti dei mercatini dell’usato. C’è da aspettarsi, pertanto, ancora un cospicuo numero di ritrovamenti più o meno fortuiti.



lunedì 23 agosto 2010

André Villers. La Perspective du ventre

Comunicato stampa

In esclusiva per l’Italia la mostra di 120 opere curata da Arte Communications, Fabbrica Arte e Musea, dedicata agli 80 anni di uno dei maestri della fotografia del Novecento: André Villers, nato a Beaucourt, in Francia, nel 1930, dal 1953 fotografo personale di Pablo Picasso.
"Bisogna che facciamo qualcosa noi due. Io ritaglierò dei piccoli personaggi e tu scatterai delle foto. Con il sole darai rilievo alle ombre, ti toccherà fare migliaia di scatti".
Da questa semplice proposta del genio spagnolo, trasformatasi poi in vera e propria comunione d’arte e di intenti col giovane André, avrebbe preso vita tutta una serie di memorabili ritratti di Picasso in pubblico e in privato.
A questo primo formidabile sodalizio sarebbero seguite numerose altre collaborazioni, in particolare con Prévert, Cocteau, César, Hartung, Leo Ferré, Brassai, Doisneau, Ionesco, Aragon, e Butor, anch’essi fatti propri dalla Rolleiflex di Villers insieme a una foltissima schiera di altri protagonisti della cultura europea del secolo scorso: da Simone de Beauvoir a Le Corbusier, da Guttuso a Fellini, da Boulez a Ponge.
Alla raffinata elaborazione psicologica del ritratto nel corso degli anni si sarebbe aggiunta, come contraltare sempre di altissimo livello, tutta un’articolata produzione sperimentale, in parte riconfluita nel filone principale della sua opera come fotoelaborazioni: “Picasso è stato il detonatore, se così posso dire. Quello che m'interessa è cambiare le facce e le cose in modo che il mio sguardo intervenga di più sulla materia. Taglio i negativi, ci sputo sopra e li passo nell'ingranditore cospargendoli di zucchero o di sale, secondo i giorni, secondo l'umore”.
Il titolo della mostra prende spunto dal fatto che Villers fotografava con un apparecchio Rolleiflex che per inquadrare si tiene davanti al ventre. La PROSPETTIVA DEL VENTRE diviene così una sorta di architettura nell’occhio del fotografo e nello spazio del soggetto dove geometrie e sentimenti possono incontrarsi. Possiamo definire le foto di Villers le ultime opere dell’arte fotografica prima dell’era digitale e guardarle come capolavori di capacità artistica e sapienza tecnica. Lo stesso vale per le sue elaborazioni: l’immaginario prodotto dalla serie di opere fotografiche offre una summa delle arti del XX secolo e una miriade di suggestioni pronte a essere carpite dai nuovi media che, pur disponendo della velocità delle tecnologie, faticano a liberarsi dal dato freddo delle possibilità per entrare in rapporto caldo con l’esistenza dei soggetti rappresentati.
Di particolare importanza, fra le numerose pubblicazioni e le esposizioni in tutto il mondo: “Portraits de Picasso” con testo di Jacques Prévert (1959); “Diurnes”, esperimenti fotografici e montaggi in collaborazione con Picasso e con testo di Prévert (1962); “Ombres des sculptures de Giacometti” (1966); “Pliages d’ombres”, album con testo di Michel Butor e mostra alla Gallerie Materasso di Nizza (1978); “Hommage à Picasso”, esposizione a Mougins (dove ha vissuto a lungo e ha sede il museo della fotografia a lui dedicato) di fotografie sue e di David Douglas Duncan (1979); “Bouteilles de survie”, con testi di Michel Butor (1983); “Picasso-Villers”, mostra al Museo Picasso di Parigi (1993); “Originalphotographien und Photocollagen von 1953-2000”, mostra alla Galerie Stephen Hoffman di Monaco di Baviera (2005), mostra alla galleria Rex Irwin Art Dealer di Sydney nel maggio scorso e nello stesso periodo alla Villa Aureliana del Frejus e a Nizza.
Le più recenti esposizioni in Italia sono state curate da Fabbrica Arte e Musea nel 2008 ad Aosta e a Varese.
Le foto di André Villers sono presenti a livello internazionale in tutti i musei dedicati a Picasso.
L’esposizione è arricchita da ALBUM VILLERS, edito da TraRariTipi, un volume d’arte che raccoglie per la prima volta in modo esaustivo sia l’opera fotografica che quella artistica di questo straordinario personaggio e artista tuttora attivo in Provenza. La monografia, particolarmente preziosa e ideata da Debora Ferrari e Luca Traini in collaborazione con lo stesso Villers, riporta pagine critiche, biografiche, scritti dell’artista e circa 150 immagini tra i ritratti, le fotoelaborazioni e i découpages del maestro.
Il luogo della mostra è il Fondaco dell'Arte, storico edificio veneziano sorto tra la fine del '500 e gli inizi del '600. Venezia, città legata storicamente al commercio, ereditò dal mondo arabo la tipologia architettonica del fondaco e la trasferì in laguna affinché i mercanti potessero soggiornare e usarne gli spazi come magazzino. Il tipico impianto strutturale, dato da ampi spazi senza pareti divisorie, ne rivela la destinazione. Fondaco dell'Arte, gestito da Arte Communications, ha il fascino della facciata in pietra a vista e delle pareti interne nude e ha ospitato Hong Kong e altri paesi nelle precedenti Biennali. Tra gli elementi caratterizzanti i grandi lucernai sul tetto dai quali filtra la luce naturale e le colonne marmoree che sorreggono antiche capriate in legno e si affaccia sul Canal Grande, nelle vicinanze di Palazzo Grassi.

André Villers. La Perspective du ventre
Ritratti da Picasso a Fellini, fotoelaborazioni, découpages
Sede: Fondaco dell’Arte, San Marco 3415, Venezia
Apertura: fino al 17 ottobre 2010
Orari: tutti i giorni dalle 11 alle 19

martedì 29 giugno 2010

Appuntamento ad Acqui Terme. Da Balla a Sutherland

Comunicato stampa

Rinnovando la ultradecennale tradizione di presentare annualmente esposizioni dei maggiori protagonisti dell’arte moderna italiana, Carlo Sburlati, Assessore alla Cultura della città di Acqui Terme, ha promosso e organizzato, grazie all’intervento della Regione Piemonte, della Provincia di Alessandria, della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria e della Società Palazzo del Monferrato la mostra antologica, a cura di Beatrice Buscaroli, “Appuntamento ad Acqui Terme. Da Balla a Sutherland, quarant’anni di mostre a Palazzo Saracco.”
La mostra, che sarà inaugurata il giorno 4 luglio presso il Palazzo Liceo Saracco di corso Bagni 1, sarà coordinata ed allestita dalla Galleria Repetto e resterà aperta sino al 29 agosto 2010 con il seguente orario: 10 - 12,30 /15,30 - 19,30 Lunedì chiuso. Catalogo a colori Edizioni Lizea, Acqui Terme. Accoglienza, bookshop e informazioni a cura dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri - Sezione Statiella.
Acqui Terme è una città da molto tempo attiva protagonista nel campo delle arti e della cultura. Notissima in tutta Europa per i suoi premi “Acqui Storia” e “Acqui Ambiente” e per il “Festival Internazionale del Balletto”.
Con una continuità rara e particolarmente lodevole, da 40 anni a questa parte si è riusciti ad organizzare una grande mostra antologica dedicata ad un artista o ad un gruppo di artisti di rilevanza internazionale con cadenza annuale, riuscendo nel tentativo di dare vita ad un “appuntamento” fisso con l’arte, durante ogni estate, all’interno del prestigioso Palazzo Saracco.
Ciò ha consentito la possibilità di tracciare una sorta di mappa della principale arte italiana dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri, scrivendo una vera e propria pagina di storia dell’arte. Da Giacomo Balla a Mario Sironi, da Carlo Carrà a Sigfrido Bartolini, da Filippo de Pisis a Mattia Moreni, la successione delle mostre, da sempre affidate ad alcuni fra i principali curatori italiani, ha fatto della città di Acqui Terme un punto di riferimento per il territorio circostante e non solo, nonché un esempio da seguire per tanti centri della provincia italiana.
Nell’occasione dei 40 anni di tale appuntamento, la rassegna del 2010 - che si terrà come di consueto a Palazzo Saracco - intende ripercorrere l’intera vicenda espositiva della città di Acqui Terme, realizzando un percorso che, scorrendo i nomi degli artisti presenti, si configurerà come un compendio sugli esiti, gli sviluppi e le sperimentazioni artistiche del secolo appena trascorso.
Si comincia dalla fine dell’Ottocento con l’esperienza dei paesaggisti piemontesi, Antonio Fontanesi, e Lorenzo Delleani per giungere con Angelo Morbelli e Pellizza da Volpedo agli inizi del Novecento che già annuncia le grandi avanguardie. Giacomo Balla rappresenta il futurismo di F.T.Marinetti. Dopo la guerra, con il cosiddetto “ritorno all’ordine” appaiono le personali interpretazioni figurative di Giorgio De Chirico, Filippo De Pisis, Mario Sironi, Felice Casorati, Massimo Campigli, Ottone Rosai. Due personalità individuali, non riconducibili a nessuna scuola o corrente attivi in quegli anni rimangono Giorgio Morandi e Osvaldo Licini. La seconda guerra mondiale porterà distruzione anche in arte. La poetica informale di Ennio Morlotti e Alberto Burri, di Mattia Moreni e Giuseppe Uncini sospende l’ idea di “rappresentazione”, diversamente dal realismo fiducioso di Renato Guttuso.
La mostra raccoglie un centinaio di opere che provengono da importanti collezioni private e istituzioni pubbliche, quali la Pinacoteca di Alessandria, il Museo del Territorio Biellese, le Raccolte d’Arte e di Storia della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, la Fondazione Pellin, il Museo Ardengo Soffici di Poggio a Caiano, il Museo di Ca’ La Ghironda, rievocano quindi lo spirito delle quaranta rassegne che iniziarono nel 1970 con una antologica di disegni di Pietro Morando e attraversarono l’arte italiana, come si diceva, fino al 2008 di Sigfrido Bartolini e al 2009 di Mino Maccari.
In molte occasioni si è riusciti a ritrovare le opere che erano già state ospitate nelle relative mostre e cataloghi, come nel caso di Rosai, Morlotti, Chighine, Burri, Sigfrido Bartolini.

Titolo mostra: Appuntamento ad Acqui Terme. Da Balla a Sutherland: quarant’anni di mostre a Palazzo Saracco
A cura di Beatrice Buscaroli
Sede: Palazzo Liceo Saracco, Corso Bagni 1, Acqui Terme
Date: 4 luglio - 29 agosto 2010
Inaugurazione: domenica 4 luglio, ore 18.00
Orario: 10.00-12.30 /15.30-19.30 Lunedì chiuso.
Biglietto d’ingresso: intero euro 7,00 - ridotto euro 4,00
Per informazioni: Comune di Acqui Terme, Assessorato Cultura tel. 0144/770272
www.comuneacqui.com cultura@comuneacqui.com
Catalogo Lizea Arte Edizioni - Acqui Terme
Ufficio stampa Lizea
Federica Bocchino, Cristina Gallo, ufficiostampa@artelizea.com
Coordinamento organizzativo e allestimento: Galleria Repetto

venerdì 7 maggio 2010

Arte del XX secolo nelle collezioni delle Fondazioni Bancarie di Venezia e Pistoia

Comunicato stampa

La Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e la Fondazione di Venezia con la collaborazione del Comune di Pistoia presentano nei suggestivi spazi espositivi di Palazzo Fabroni a Pistoia, dal 23 maggio al 25 luglio 2010, due mostre che vanno sotto il titolo di Arte del XX secolo nelle Collezioni delle Fondazioni Bancarie di Venezia e Pistoia. Questa doppia mostra è l’occasione per confermare il ruolo fondamentale delle fondazioni bancarie nella conservazione e valorizzazione del patrimonio artistico italiano.

1910-2010: UN SECOLO D'ARTE A PISTOIA. Opere dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, a cura di Lara-Vinca Masini, presenta una selezione di circa novanta opere, esposte per la prima volta in pubblico, che raccontano la storia dell’arte del Novecento a Pistoia. Opere dalla collezione della Fondazione, iniziata dalla Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia quando ancora non esisteva la suddivisione tra i due enti. Artisti, molti dei quali, entrati a far parte della storia dell’arte italiana del Novecento come Marino Marini, Andrea Lippi, Mario Nannini, Agenore Fabbri, Gualtieri Nativi, Mario Nigro, Fernando Melani, Roberto Barni, Umberto Buscioni, Gianni Ruffi. Una mostra che è dunque l’occasione per riscoprire un periodo e una parte della cultura artistica del Novecento. Un affresco appassionante e avvincente con capolavori, per citarne alcuni, come i ritratti dei giovani Marino Marini (1926) e Dino Campana (1909?) di Giovanni Costetti: “Riuscito a fare di questo ‘povero disgraziato’ un eroe vagabondo e audace”, come scrive Lara-Vinca Masini, identificando in questa opera il grande poeta; la Scomposizione di figura (1916-17) cubofuturista di Mario Nannini; la Madonna col Manto rosso (1931) di Pietro Bugiani, sintesi della lezione di Giotto, Piero della Francesca, Matisse e dei Nabis; il commovente Nudo di fanciullo di Marino Marini. Un affresco appassionante e avvincente con capolavori, per citarne alcuni, come i ritratti dei giovani Marino Marini (1926) e Dino Campana (1909?) di Giovanni Costetti: “Riuscito a fare di questo ‘povero disgraziato’ un eroe vagabondo e audace”, come scrive Lara-Vinca Masini, identificando in questa opera il grande poeta; la Scomposizione di figura (1916-17) cubofuturista di Mario Nannini; la Madonna col Manto rosso (1931) di Pietro Bugiani, sintesi della lezione di Giotto, Piero della Francesca, Matisse e dei Nabis; il commovente Nudo di fanciullo di Marino Marini.
Completa l’esposizione un itinerario in città e provincia che comprende opere commissionate, donate o realizzate dalla Fondazione: il Cavaliere di Marino Marini nel Palazzo del Tau (scultura in bronzo) e le vetrate di Sigfrido Bartolini e Umberto Buscioni nelle chiese di San Paolo e dell’Immacolata Concezione a Pistoia; diciassette installazioni permanenti site-specific per spazi pubblici di Anselm Kiefer, Daniel Buren, Marco Bagnoli, Pol Bury, Fabrizio Corneli, Vittorio Corsini, Dani Karavan, Sol Lewitt, Robert Morris, Maurizio Nannucci, Hidetoshi Nagasawa, Claudio Parmiggiani, Anne a Patric Poirier, Susuma Shingu e Gianni Ruffi.

VENEZIA E IL SECOLO DELLA BIENNALE. Dipinti, vetri e fotografie dalla Collezione della Fondazione di Venezia, a cura di Enzo Di Martino, che segue le mostre precedenti di Palermo, Verona e Roma, rappresenta un’occasione unica per ammirare un’importante collezione, quella della Fondazione di Venezia, raramente accessibile al pubblico ed approfondire le vicende artistiche legate alla Biennale di Venezia che hanno segnato il secolo scorso. Una storia ricca di avvenimenti artistici, polemiche culturali, mutamenti politici e perfino scandali clamorosi. A partire dalla fondazione, avvenuta nel 1895, la grande istituzione veneziana che fu in grado di coinvolgere ad ogni edizione oltre 70 Paesi stranieri, passando per il “rumoroso” arrivo nel 1910 dei Futuristi a Venezia, l’opaco periodo tra le due guerre, la clamorosa riapertura nel 1948, l’esplosione della Pop Art americana nel 1964, la contestazione del 1968, il rinnovo statutario del 1973, fino agli eventi dei giorni nostri. Una storia documentata da quaranta dipinti, selezionati da un corpus di circa 300 opere, tra i quali spiccano opere di Boccioni e i Ciardi, De Pisis e Carena, Casorati e Depero, Cagnaccio di San Pietro e Marussig, Vedova e Santomaso, Pizzinato, Tancredi, Plessi, Virgilio Guidi e Gino Rossi. Il percorso espositivo comprende anche trentasei vetri di Murano, parte di una collezione di 128, acquisiti nello storico padiglione Venezia, tra i quali troviamo, oltre quelli di maestri vetrai leggendari, i nomi di prestigiosi artisti e designers quali Tapio Wirkkala, Carlo Scarpa e Paolo Venini. Ad aprire la mostra una selezione di fotografie dei maggiori protagonisti dell’arte del XX secolo, spesso ritratti al lavoro durante l’allestimento del loro spazio alla Biennale, che provengono dall’archivio del fotografo Graziano Arici e dall’archivio De Maria della Fondazione di Venezia.
In ogni edizione della Biennale sono stati presenti numerosi artisti veneziani e veneti, che hanno partecipato con opere assolutamente puntuali e rispondenti allo spirito del proprio tempo. In tal senso ci troviamo di fronte ad un vero e proprio patrimonio culturale, che vuole celebrare nello stesso tempo il valore culturale degli artisti e la cornice entro cui essi furono presentati. È importante notare le diverse ricerche linguistiche, l’evoluzione sperimentale di forme che man mano assumono le cadenze stilistiche di un’epoca culturale. Se la Biennale di Venezia ha infatti presentato nel corso della propria storia la ricerca in atto a livello internazionale, ecco ben documentato come la presenza degli artisti veneziani sia assolutamente pertinente e capace di sostenere un dialogo con artisti di paesi diversi.
La Fondazione di Venezia raccoglie l’eredità collezionistica della Cassa di Risparmio di Venezia che a cavallo tra Ottocento e Novecento fu uno dei soggetti promotori della manifestazione veneziana, rivelando spirito di rinnovamento e riuscendo a tessere contatti con gli artisti più significativi nell'ambiente italiano.

La mostra 1910-2010: UN SECOLO D'ARTE A PISTOIA prende le mosse dalle PRIME AVANGUARDIE a Pistoia con Andrea Lippi e Mario Nannini le cui opere rappresentano un’uscita dalle regole di un mondo, che pur essendo al corrente di quanto avveniva in Italia e all’estero, resta legato alla natura e alla figurazione colta. Se Lippi esporrà, prima di morire giovanissimo, alle Biennali di Venezia del 1912 e del 1914, Nannini si misurerà con le avanguardie e con l’esperienza futurista e in pochi anni raggiungerà una tale maturità da trovare confronti solo con i modelli nazionali di Balla e Boccioni e un certo cubofuturismo internazionale. Anche a Pistoia, come a Firenze, sono gli anni delle riviste che contribuiscono a creare un’animata vita culturale, avvicinando alla città personaggi decisivi nel creare un’unione tra gli artisti in nome di programmi e ideologie, come Giovanni Costetti, Galileo Chini e Giovanni Michelucci che avrà un ruolo fondamentale per i giovani artisti suoi contemporanei. IL PRIMO NOVECENTO NELL’ARTE A PISTOIA è rappresentato da artisti come Francesco Chiappelli, dal cui lavoro si rafforza in Toscana il grande interesse per la grafica, Renzo Agostini con i suoi lavori di un “primitivismo quasi infantile, ma di una straordinaria freschezza”, Pietro Bugiani, che più incarna il carattere della pittura a Pistoia tra la metà degli anni Venti e Quaranta, portandola ai massimi livelli. Infine Marino Marini, Agenore Fabbri, Mario Nigro e Gualtiero Nativi che pur essendo nati a Pistoia e rimanendovi fortemente legati, svolsero la maggior parte della loro vita artistica fuori dalla città. Seguono le opere di quella che è stata definita “la generazione di mezzo”, dove i contrasti si fanno evidenti tra chi rimane fedele al figurativo e chi si apre verso le nuove avanguardie. Da un lato dunque personalità come Sigfrido Bartolini, colto e agguerrito critico oltre che pittore e incisore, che non indugia su nessun senso di nostalgia ma punta su una visione chiara e intensa del reale, dall’altra parte artisti come Fernando Melani - un “unicum” straordinario nel panorama artistico contemporaneo - che anticipa nel suo continuo riferimento alla forza e all’energia insita nella materia, uno dei più forti contenuti dall’Arte povera e per certi aspetti il “progetto” di Beuys e del concettualismo. A metà degli anni Sessanta, Remo Gordigiani, costretto ad abbandonare la pittura a causa di una grave malattia, si inventa un nuovo modo di “fare pittura”, con uno straordinario e personale uso del collage. Col gruppo Barni, Buscioni e Ruffi, inizialmente comprendente anche Natalini, la cosiddetta “Scuola di Pistoia”, siamo in pieno rapporto con la cultura internazionale contemporanea, dalla metà degli anni Cinquanta incentrata sulla Pop Art americana, seguono Massimo Biagi ed Andrea Dami. Infine due giovani artisti, Federico Gori e Zoè Gruni, esempi del “fare arte” contemporaneo, in linea con le manifestazioni artistiche internazionali ma con un proprio e profondo linguaggio personale.

ARTE DEL XX SECOLO NELLE COLLEZIONI DELLE FONDAZIONI BANCARIE DI VENEZIA E PISTOIA
MOSTRA: 1910-2010: UN SECOLO D'ARTE A PISTOIA. Opere dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia
CATALOGO: GLI ORI editori contemporanei
MOSTRA: VENEZIA E IL SECOLO DELLA BIENNALE. Dipinti, vetri e fotografie dalla
Collezione della Fondazione di Venezia
CATALOGO: ALLEMANDI
DOVE: Palazzo Fabroni, via Santa 5, Pistoia
QUANDO: 23 maggio - 25 luglio 2010
INAUGURAZIONE: 22 maggio 2010
ORARI: dal martedì alla domenica, ore 10/18 (chiuso il lunedì)
possibilità biglietto cumulativo con i musei del sistema museale pistoiese



Immagini:
Gualtiero Nativi, Grande Apocalisse, Firenze, 1983, tempera grassa su tela, cm. 112x162
Umberto Boccioni, Nonna, 1905-6, pastello su carta, cm. 116x71, Collezione della Fondazione di Venezia
Hidetoshi Nagasawa, Giardino con sassi, Padiglione per l’Emodialisi dell’Ospedale di Pistoia, foto Aurelio Amendola