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sabato 28 febbraio 2015

Notizie sulla “chiesa ricettizia” di Potenza

di Carlo Maria Nardiello 

La chiesa ricettizia, diffusa nell’Italia meridionale, era una chiesa eretta in ente morale officiata da un collegio di sacerdoti. La chiesa era dotata di un patrimonio il cui reddito veniva diviso fra i membri del collegio. Posta sotto il patronato del fondatore (una famiglia o un comune) si rinnovava per cooptazione. Particolarmente evidente è il caso per la Basilicata dove oltre alle parrocchie anche i capitoli cattedrali di tutte le diocesi lucane erano di tale natura. Associazioni vere e proprie, la cui nomina dei partecipanti proveniva dal mondo laico, erano dotate di statuti, atti di fondazione, regolamenti, calendari, registri ecc., per un ottimale controllo dall’interno delle proprie svariate attività. Vennero inoltre distinte, sempre facendo riferimento a statuti creati ad hoc, chiese ricettizie “numerate” e chiese ricettizie “innumerate”, con evidente riferimento al numero chiuso o aperto, rispettivamente, circa gli iscritti. Ulteriore distinzione era tra “curate” o “semplici”, cioè a dire se avevano competenza in campo di cura delle anime o meno.
Appare esemplificativa la situazione “presso il Capitolo Cattedrale di Potenza che a partire dal 1221 fu costituito da tre dignità e nove canonici, ai quali nel 1742 se ne aggiunsero altri sei, si maturava more solito l’accesso ad un quarto di porzione dopo cinque anni di servizio nel coro, a metà quota dopo nove anni e all'intera partecipazione dopo undici (anni)”. Ma anche le due chiese collegiate di S. Michele e della Santissima Trinità erano ricettizie.
Il governo delle ricettizie si componeva di due momenti assembleari, ordinario e annuale. Il primo a scadenza settimanale, il venerdì o il sabato, e la relativa convocazione veniva affissa davanti la sagrestia.
In riferimento alla funzione educativa e formativa, de facto questa istituzione per lunghi periodi vennero vissute come alternative ai tradizionali seminari, infatti “motivazioni non sempre religiose a base della propria scelta di vita, l’anomalo percorso formativo, nonché la peculiarità strutturale della ricettizia, inducevano il clero ad avere come obiettivo prevalente la crescita e la possibile fruizione di beni e rendite della massa comune e con essa l'entità della propria quota capitolare annuale, peraltro con l'intento di poterla perpetuare per i propri familiari”.




mercoledì 18 febbraio 2015

Acqua e strade a Potenza nel periodo napoleonico

di Carlo Maria Nardiello

Dopo la vittoria di Napoleone ad Austerlitz e la completa sconfitta dell'Austria, Napoli fu occupata dal generale Massena, Ferdinando fu dichiarato decaduto ed i Borbone dovettero fuggire per la seconda volta a Palermo. I francesi ritornarono anche a Potenza, prima nel 1806 con Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone e poi nel 1808 con Gioacchino Murat, cognato dell'Imperatore e suo fedele generale in molte campagne di guerra.
Sotto il dominio francese, nel 1806 Potenza fu elevata a capoluogo della provincia di Basilicata; in verità già al tempo del Tanucci, sotto Ferdinando IV, si era stabilito di portare la sede della Provincia di Basilicata a Potenza, ma per riguardo verso il conte Carlo Loffredo, feudatario della città e devoto alla casa regnante, il progetto fu abbandonato. Dai francesi, soprattutto per merito di Murat, fu introdotto un profondo mutamento nella amministrazione della Basilicata in un più generale quadro di rigerarchizzazione, lasciata nel completo abbandono da Ferdinando IV: furono molto migliorate le vie di comunicazione interne e con le regioni limitrofe, migliorata l'istruzione ed introdotte nuove norme igienico-sanitarie quali l'istituzione dei cimiteri fuori dai luoghi abitati (le sepolture avvenivano allora nelle chiese, in sarcofagi o cappelle per le famiglie nobili ed il clero ed in fosse comuni per il popolo). Furono dettate nuove normative sugli acquedotti, sulla prevenzione e l'isolamento di focolai di epidemie infettive, nuove modifiche per il ricovero degli infermi negli ospedali e nei luoghi di assistenza, quasi esclusivamente all'epoca gestiti da comunità religiose, ed emesse nuove disposizioni sulle costruzioni, tra le quali definite norme antisismiche.
Risalgono, dunque, a questo periodo i primi e originali interventi a sostegno della città di Potenza in quegli ambiti del quotidiano che nel XIX secolo andavano conquistando una maggiore centralità di interessi. La precaria condizione di una città, ancorata a sistemi affatto moderni di retaggio Cinque-Seicentesco, lasciava il posto alla modernità, grazie a progetti e competenze nuove che si andavano affacciando sul panorama della contemporanea architettura, e quindi degli assetti urbanistici veri e propri. Nei primi dell’ Ottocento si fece strada anche presso gli amministratori di Potenza una rinnovata concezione di quel che oggi si definirebbe “decoro urbano”: tutto questo sarebbe stato impensabile se non si fosse stati pienamente inseriti nell’orbita francese e napoleonica. Negli stessi anni è preminente anche l’attenzione verso l’accesso pubblico alle risorse, in una generale rivalutazione territoriale che non poco modificò la mappatura di una città, da quel momento fieramente pronta a candidarsi quale città borghese, seguendo in ciò pienamente gli sviluppi del meridione tutto. Divenuta “capitale” di Basilicata con la già ricordata legge sulla divisione ed amministrazione delle province Regno dell’ 8 agosto 1806, la città fu pervasa di progetti volti a farle meritare la promozione, tanto invisa dai cittadini di Matera. Tuttavia, per inserirsi pienamente in un contesto nuovo e centrale, furono resi necessari provvedimenti in direzione di un definitivo superamento, in un panorama che “aveva ancora nella frammentata rete dei suoi debolissimi contesti urbani uno degli elementi caratterizzanti”.
In questa innovativa funzione direzionale non solo la città ma gli stessi cittadini furono coinvolti in una sostanziale rimodulazione del proprio modus vivendi: infatti ai tradizionali luoghi del potere feudale ed ecclesiastico si sostituirono i luoghi del potere laico e moderno. Due esempi in proposito: il palazzo Loffredo vide modificata la propria funzione, qui fu fissata la prima, provvisoria, sede degli uffici dell’Intendenza provinciale, e successivamente destinato ad accogliere i funzionari del Real Collegio. In ambiente religioso, invece, Convento di S. Francesco fu soppresso e a seguito di una lunga risistemazione fu scelto quale sede dell’Intendenza, passò quindi da ambiente religioso per eccellenza a luogo deputato ad accogliere la più alta istituzione civile di memoria napoleonica. 
Tuttavia bisogna ricordare che la stagione napoleonica rappresentò solo l’avvio di una ragionata politica di opere pubbliche che fu portata avanti tra decennio francese, restaurazione borbonica e periodo unitario, durante tutto il secolo: molti infatti sono i progetti avviati, poi arenatisi per poi essere di nuovo impugnati e portati a termini solo sul finire dell’Ottocento.
Strade urbane e piazze sono al centro della ridefinizione territoriale su un nucleo ancora medievale: venne eletta ad asse principale via Pretoria, teatro di cantieri che si conclusero solo dopo il 1856. Con Murat, nonostante la “imperfetta rivoluzione borghese” (Lepre, 1985), si avviò la costruzione delle principali vie rotabili che avrebbero finalmente unito la Basilicata alla restante parte del Regno, “dotando così la regione di un sistema di strade che la percorrono e la connettono alle regioni confinanti” di modo che “il nuovo capoluogo si attrezza a diventare il fulcro strutturale oltre che amministrativo nella regione, con una sovrapposizione delle due centralità”. La città, dunque, si connette al territorio tramite le vie provinciali Potenza-Vietri, e Potenza-Atella; ma soprattutto la vera rivoluzione fu la scelta di tracciare la Auletta-Potenza-Matera e la Potenza-Avigliano-Atella, per collegare rispettivamente l’asse Sele-Basento e la direttrice Basento-Ofanto.
Anche l’approvvigionamento idrico e lo smaltimento dei liquami diventarono problematiche da presto risolvere, in quel generale momento storico di spartiacque tra Ancien Régime e società dei proprietari: un condotto che correva lungo il sotterraneo, l’ossatura dell’acquedotto urbano, risalente al XVI secolo, versava in precarie condizioni causate da infiltrazioni e numerose faglie: perciò fu decisa la costruzione di uno nuovo in tubi di pietra. Inoltre “nel 1811 il Comune aggiudica l’appalto per riattivare la fonte dell’Ancilla Vecchia e per ristrutturare il primo tratto dell’acquedotto, e per costruire un nuovo impianto forzato nell’ultimo tratto così da portare l’acqua anche in via Pretoria” secondo il proposito di avvicinare il centro alla periferia. I lavori, qui come nel caso della rete viaria, proseguirono a rilento, nel 1813 risultò completato solo un tratto intermedio tra la contrada Botte e la fonte Ancilla Vecchia. Del tutto irrealizzato fu il secondo capitolo del progetto, quello relativo all’erogazione d’acqua in via Pretoria. 
Per concludere, si deve ammettere un gap profondo tra la programmazione ispirata dalle fresche note napoleoniche, la forza finanziaria e un bagaglio di competenze tecnico ancora inadeguato.

giovedì 12 febbraio 2015

Un caso di storia locale in età napoleonica

di Carlo Maria Nardiello

Il piccolo centro di Tito (2600 abitanti nel 1799) nel dipartimento di Potenza partecipa attivamente agli episodi che danno vita al nuovo ordine civile e amministrativo, traghettato in Italia dal giovane Napoleone sin dal 1799. Abbattute le insegne borboniche, il 30 gennaio di quell’anno anche a Tito venne innalzato l’albero della libertà nella locale Piazza del Seggio, in un cornice di balli e festeggiamenti sulle note delle novità giunte d’Oltralpe. A rendersi protagonista in questa montana località di provincia fu Scipione Cafarelli, di antica famiglia borghese che nel settembre 1772 aveva sposato per procura la diciottenne Francesca De Carolis, esponente di una delle più ricche famiglie di San Marco in Lamis, oggi provincia di Foggia. Nominato Presidente della Municipalità democratica e popolare istituita nel paese il 2 febbraio, Scipione Cafarelli, insieme col figlio Giuseppe, il 21 febbraio evitò ai corpi armati di assaltare il municipio. I sanfedisti fecero pagare cara all’intera famiglia Cafarelli la partecipazione alla Repubblica: Scipione, il figlio primogenito Giuseppe vennero trucidati, poi i figli Giambattista, Benedetto, Antonio, Isabella ed Emanuela, risparmiati, i primi perché minorenni, le ultime due perché rinchiuse nel monastero di S. Fele. Ma per Francesca De Carolis non vi fu via di alternativa al martirio: “finiva torturata acciò avesse rinnegata la sua fede, od almeno avesse smentita se stessa col gridare: Viva il Re, ma più ancora era tormentata, e più disprezzava il martirio che le era preparato, per cui vedendo la sua irrevocabile costanza, fu sentenziata alla fucilazione. Condotta nella piazza […] continuava a gridare –Viva la Repubblica –, e proferendo queste parole, che fur le ultime, veniva fucilata con ammirazione universale. (…) Eseguita la fucilazione l’esposero con una pietra per capezzale al ludibrio di tutti”.
Si spense l’esistenza valorosa di una donna, a memoria futura del suo estremo sacrificio in difesa degli eterni valori della libertà. 


lunedì 2 febbraio 2015

Cenni storici sulla città di Potenza (Parte 3)

di Carlo Maria Nardiello

Alla luce delle più recenti linee interpretative della storiografia sull’età moderna, il 1799 viene riletto quale autentico momento spartiacque tra l’ancien régime e la stagione moderna, specialmente nel Mezzogiorno. Visto come punto di arrivo del riformismo di stampo Settecentesco e come punto di partenza di una nuova stagione politica, l’ultimo anno del XVIII secolo rappresenta l’apoteosi della maturità speculativa di larga parte dell’ intellettualità del Regno di Napoli, definendosi in tal modo come primo snodo del processo risorgimentale italiano. 
Con approdo definitivo il giorno di natale nell’anno 1798, l’ammiraglio Orazio Nelson scortò, forte della sua flotta, Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli, e la moglie Maria Carolina in Sicilia. Il governo fu affidato, dunque, al vicario regio, già principe di Stromboli, Belmonte Pignatelli, il quale si renderà protagonista dell’ennesima fuga da Napoli (sempre in direzione Sicilia), lasciando il Regno totalmente in balia delle violenze fuori controllo di nobili e filoborbonici. Il 21 gennaio 1799 i giacobini meridionali proclamarono la Repubblica Napoletana “impadronitisi della fortezza di Castel S. Elmo, ove proprio un lucano, l’aviglianese Francesco Paolo Palomba, figlio di Giustiniano, avrebbe innalzato la bandiera repubblicana francese”, sotto la protezione delle spade francesi che due giorni dopo, al seguito del generale Jean-Antoine-Etienne Championnet, fecero l’ingresso trionfale nella capitale del regno. Dietro la spinta delle armate francesi, a questo punto solo la Sicilia rimaneva esclusa dall’orbita d’Oltralpe: infatti sin dalla discesa di Napoleone in Italia risalente al 1796 si diede l’avvio al progetto di costituire in Italia nuove statualità improntate al modello francese. La prima, in ordine di tempo, fu la Repubblica Cispadana (27 dicembre 1796), poi diventata Cisalpina (giugno - luglio 1797), con capitale Milano, a seguito dell’annessione di parte della Lombardia, le province di Bergamo e Brescia (del territorio veneto) e la Valtellina; nello stesso mese di giugno si diede avvio alla Repubblica Ligure, che rese democratica una realtà precedentemente oligarchico – aristocratica. Mentre si deve a uno sviluppo accidentale di natura diplomatica la costituzione della Repubblica Romana (febbraio 1798): la secolare tradizione papale della città di Roma fu in breve rovesciata, questo a dimostrare quanto fosse forte l’impatto del giovane generale corso nella politica italiana, trascinata avanti secondo regole e istituzioni, saldamente ancorate alle tradizioni locali, che sembravano immutabili. 
Molto limitata nel tempo e nello spazio, la proclamazione in Napoli della Repubblica costituì da subito l’apice dei sogni dell’intelligentia meridionale (Mario Pagano, Domenico Cirillo, Francesco Conforti, Vincenzo Bruno, solo per citarne taluni) e la Basilicata si inserì pienamente nelle dinamiche politiche derivanti dal centro partenopeo. Il 13 giugno, tuttavia, l’ingresso dell’esercito sanfedista (così passato alla storia per il proprio obiettivo di difendere la Santa Fede) guidato dal cardinale Fabrizio Ruffo, significò la fine di un’esperienza, quella repubblicana, che “per la densità dei contrasti e la ricchezza dei dibattiti che ne segnarono la breve esistenza, segnò una vera frattura politica nella storia italiana, non solo meridionale, e lasciò tracce profonde nella storiografia e nell’immaginario politico dell’Ottocento”, in ciò aiutato anche dalla prospera diffusione del Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli di Vincenzo Cuoco. A questo brillante osservatore si deve la tanto citata formula di “rivoluzione passiva” in merito all’esperienza giacobina di Napoli: secondo lui, il popolo non avrebbe fatto la rivoluzione ma era pronto a riceverla dalle mani dei francesi. Il moderato Cuoco criticò ampiamente l’astrattezza dei giacobini napoletani, ritenendo che non avessero compreso i reali bisogni del popolo.
I più noti patrioti, tra cui Mario Pagano (1748-1799), Vincenzo Russo (1770-1799) ed Eleonora Pimentel Fonseca (1752-1799) furono condannati a morte, come conseguenza della repressione sanfedista e del ritorno della monarchia, in un fase in cui “ottomila processi e oltre cento esecuzioni accompagnarono la conclusione del breve esperimento democratico nel Mezzogiorno e riaprirono la via all’emigrazione politica”.
Le vicende del 1799 a Potenza sono intimamente connesse alla figura del Mons. Giovanni Andrea Serrao,(1731-1799), “un vescovo che pure era stato un pastore premuroso per i poveri, s’era imposto come uomo di cultura e di grande impegno politico e sociale, aperto ai valori della libertà e del riscatto delle popolazioni più povere del Regno” la cui vicenda personale si intrecciò con i problemi del riformismo assolutistico di stampo Settecentesco. Il 3 febbraio, dopo il paese di Tito, fu infatti la volta di Potenza: qui venne istituita la Municipalità democratica e popolare con presidente don Domenico Maria Vignola, “Giudici giuridici D. Rocco Catalano e D. Saverio Vaglio; Membri Padre Cherubino da Potenza, D. Vincenzo Manta, Pasquale Abruzzese, Rocco Napoli, Saverio Mazzola, Rocco Marino e Gerardo d’Angelo (…) Segretario D. Gerardo Cipriani” in piena sintonia con le Istruzioni Generali ai Patriotti del 26 gennaio 1799, che infatti prescriveva “Municipalità che saranno composte da un Presidente, da un Secretario, e da sette membri […]”.
Ma il movimento repubblicano, anche a Potenza, fu rapidamente represso dal partito borbonico che per la restaurazione si avvalse delle bande del cardinale Fabrizio Ruffo, che ad una ad una soffocò nel sangue le tante neo repubbliche.
Il 24 febbraio 1799 il mons. calabrese Serrao fu ucciso mentre, si disse, "nel suo letto pregava e benediceva": la testa infilata su di un palo fu trionfalmente portata per le vie della città. Intanto il colonnello Sciarpa, distaccato da Ruffo dalla sua direttiva principale di marcia piegò sulla città e la prese, senza peraltro abbandonarsi a distruzioni o a saccheggi. Infatti, dopo la caduta di Altamura (4 maggio) fu la volta di Avigliano, Muro, San Fele, Picerno e Potenza. Il 29 maggio il cardinale Ruffo entra nel centro di Melfi: cade, così, sotto le spietate armi sanfediste, la tenace resistenza basilicatese. 
Riguardo alla prevedibile fine dell’esperienza repubblicana in Basilicata, appaiono di conforto le parole di D’Andrea: “gli alberi della libertà, in molti paesi, furono innalzati ed abbattuti a causa dei rapidi mutamenti di fronte e di alleanze tra le parti sociali in lotta, sì che la resistenza repubblicana alle massi sanfediste fu più decisa ed eroica là dove le municipalità fecero proprie le istanze delle masse contadine e ciò spiega anche come, proprio in Basilicata, le masse del card. Ruffo trovarono maggiore resistenza nella loro marcia verso la capitale”.

venerdì 16 gennaio 2015

Cenni storici sulla città di Potenza (Parte 2)

di Carlo Maria Nardiello

Relativamente scarse appaiono, allo stato attuale, le conoscenze circa l’età preistorica della città di Potenza. Inserita in contesto a prevalenza montuoso, di certo i primi insediamenti urbani sono stati fortemente condizionati dalla natura del territorio: infatti i più antichi si attestano sulle alture per un controllo ottimale dei corsi fluviali. A partire dal VII secolo a.C. l’essere stata inserita in una invidiabile condizione di equidistanza tra le colonie greche di Poseidonia e Metaponto ha contribuito a un netto sviluppo delle locali popolazioni, non più fieramente isolate ma pienamente inserite in un processo di sviluppo economico e demografico sempre crescente.
In età romana, a seguito della politica espansionistica di Roma, nuova potenza affacciatasi sul Mediterraneo, si annoverano giudizi circa la città di Potenza da parte di celebri autori della letteratura latina: Strabone e Plinio, su tutti, guardavano a Potenza come una tra le più antiche città libere ed indipendenti della Lucania.
In età medievale la città presenta i tratti tipici degli agglomerati urbani del periodo, cosparsa com’era di una serie di costruzioni ecclesiastiche e il cui abitato “doveva essere racchiuso da mura già tra fine V e inizio VI secolo quando la crisi dei centri urbani provocò, insieme allo spopolamento, la scomparsa di nuove sedi vescovili”. Al 1149 risale un’accoglienza illustre: infatti re Ruggero e Luigi VII di Francia vi sostarono durante il loro percorso di rientro, in direzione Salerno, dalla terribile seconda crociata. Sempre all’epoca dei normanni si data un altro evento capitale per la futura storia collettiva della città: nell’anno 1111 sale alla sedia vescovile Gerardo da Piacenza, santificato dopo la morte e adottato come santo patrono cittadino.
A causa dell’appoggio prestato alla causa di Manfredi e Corradino, la città di Potenza, nelle vicende di passaggio tra la dinastia sveva e quella angioina, fu praticamente rasa al suolo per volere di Carlo d’Angiò, nuovo protagonista della scena meridionale che in tal modo punì coloro i quali non parteggiarono per la sua linea politica. Altro evento distruttivo, questa volta legato alla sfortunata conformazione geomorfologica del territorio, fu il terremoto del 1273 che non risparmiò pressoché niente e nessuno. Potenza si trovò al centro di tumulti durante il delicato passaggio dalla dinastia angioina a quella aragonese tra il 1382 e il 1443. Tuttavia, “nel 1471 Ferdinando I d’Aragona onorò Potenza definendola negli Statuti e Capitoli che le concedeva città fedele e benemerita del trono”. Nel 1503 Potenza insieme al Mezzogiorno tutto assiste al passaggio di potere alla corona di Spagna, a chiusura di “un’epoca tardo medievale tutt’altro che statica, un secolo, il XV, in cui la città (…) si arricchì di importanti edifici religiosi e civili”.
Lungo il percorso della modernità gli edifici religiosi, cioè a dire la Chiesa, insieme con la feudalità e l’Università costituirono il nerbo delle figure istituzionali portanti in una vasta fascia del Meridione, di cui Potenza non fa eccezione. La feudalità potentina, nella instancabile corsa per il potere, era di diritto rappresentata da due famiglie in particolare, i Guevara prima (in ordine cronologico) e i Loffredo poi. Lasciando da parte i Guevara (la cui vicenda esulerebbe dall’obiettivo del presente lavoro), i Loffredo furono i protagonisti indiscussi della scena cittadina sin dal 1604, allorquando la città venne acquisita grazie all’unione in matrimonio tra Enrico Loffredo (già marchese di Trevico e conte di Sant’Agata) e Beatrice Guevara (figlia di Alfonso de Guevara, sesto conte di Potenza) da cui nacque Carlo Loffredo, che modificò la “natura sociale” del castello Guevara (di cui oggi sopravvive una torre) in un monastero. I Loffredo si contraddistinsero per la manifesta opposizione al trasferimento nella loro città del tribunale della Regia Udienza di Basilicata. A far data, infatti, dal 1643 le vicende legate alla collocazione della Regia Udienza provinciale di Basilicata rappresentarono motivo di scontri sul terreno degli interessi economici, e quindi politici, minacciati dalla presenza sul proprio suolo di una istituzione di controllo così “ingombrante”. Il primo paese toccato fu Stigliano, poi venne il turno di “Montepeloso, l’attuale Irsina, poi accidentalmente a Potenza, nuovamente a Montepeloso, per poi ritornare ancora a Potenza e, infine, passare per brevi periodi a Tolve, Tursi, e Vignola, l’attuale Pignola)” fino all’istituzione definitiva nella città di Matera, che in ragione di tale scelta si vide staccata dalla Terra d’Otranto, protagonista involontaria di una ridefinizione territoriale ante litteram.
Potenza, dunque, per ben due volte fu deputata ad accogliere questa scomoda istituzione all’interno delle proprie mura, nel 1645 da giugno ad ottobre e poi, una seconda volta, dal 1651 al 1657 dietro diretto ordine del viceré di Villamediana. Numerosissime le proteste che si raccolsero attorno a questa malvista scelta da ambo le parti: sia gli amministratori che lamentavano la mancanza di adeguate abitazioni, oltreché di un clima assai rigido durante i mesi invernali, sia da parte di Francesco Loffredo. 
Durante il XVIII secolo a Potenza, come in molte altre realtà meridionali, si videro emergere piccoli gruppi borghesi, le cui ricchezze si andavano accumulando grazie ai fitti delle proprietà agrarie e di pascoli, in piena sintonia col quadro d’insieme della Basilicata del Settecento, che è stato definito “un complessivo contesto socio-economico ancora prevalentemente costituito da braccianti e contadini poveri, pastori, artigiani, esili nuclei di massari, di piccola e media borghesia professionale, comunque legata alla terra, ristretti, ma potenti gruppi di benestanti, molti dei quali per gran parte dell’anno risiedevano nella capitale del Regno (…)”.
Soprattutto Carlo di Borbone, benemerito monarca nella memoria collettiva del Regno di Napoli, portò una ventata nuova di rinnovamento sociale, anche se non mancano voci pronte a guardare alle riforme di Carlo III e del ministro Bernardo Tanucci come superficiali e poco incisive. Nel 1753 a Potenza si applicarono i provvedimenti che volgevano a una equilibrata tassazione sui beni della Chiesa. Si attestarono così reddito e proprietà dei tre Capitoli ricettizi potentini, dei monasteri e del feudatario.
Il 1799, con la sua fame di novità e il suo bisogno di eroi, non risparmiò Potenza.

sabato 10 gennaio 2015

Cenni storici sulla Città di Potenza (Parte 1)

di Carlo Maria Nardiello


Provincia autonoma dal 1643, la Basilicata è bagnata su due fronti dal mare, lo Ionio ad est e il Tirreno a sud-ovest. Sul versante settentrionale confinava con la Capitanata e il Principato Ultra, la popolosa Terra di Bari e la Terra d’Otranto a oriente, la Calabria Citra sul margine meridionale e infine il Principato Citra su quello occidentale. Dei quasi 10.000 kmq. di territorio, circa la metà è occupata da rilievi montuosi, quindi dell’Appenino Lucano, le cui cime disegnano un territorio nettamente montuoso in direzione nord-ovest sud-est. Il versante ionico era attraversato dai corsi fluviali Agri, Basento, Bradano e Sinni, a carattere torrentizio, che dopo un lungo percorso raggiungono il Golfo di Taranto.
Per lungo tempo considerata la regione più ricca del Regno, la Basilicata fu descritta in toni affatto incoraggianti nella inchiesta condotta da Rodrigo Maria Gaudioso, avvocato fiscale in carica presso l’ Udienza di Matera. Questi diede alle stampe nel 1736 una puntuale relazione, dietro diretto incarico del ministro di origini toscane Bernardo Tanucci (1698-1783). In seguito alla disperata impressione ricevuta da Carlo III durante una rapida visita (gennaio 1735) in questa terra, la Relazione Gaudioso traccia un disegno della regione e delle popolazioni locali, basandosi sulle informazioni dei sindaci ed eletti delle singole Università, ben lontano dalle immagini idilliache suscitate da onirici resoconti risalenti al Seicento, che dicevano di una Basilicata quale terra amena e prospera. Da essa emerge che la Basilicata aveva una popolazione di poco superiore ai 250.000 abitanti, oltre Matera, all’epoca sede della Regia Udienza, la regione si divide in quattro dipartimenti: quello di Tursi, Maratea, Tricarico e Melfi. La città di Potenza con i suoi 8000 abitanti era il secondo centro più popoloso, preceduto da Matera (13.382 abitanti) e seguito da Lauria (6000 abitanti), Melfi, Avigliano e Ferrandina (5000 abitanti). In aggiunta a ciò, si ricavò che fiscalismo di ordine regio, fiscalismo di ordine baronale, fiscalismo di ordine ecclesiastico e inoltre “nascite incontrollate, bracciali e mendichi, cerealicultura, assenza di scuole e quindi mancanza della classe dirigente” rappresentarono nella prima metà del Settecento le cause di una cronica decadenza e dello stato disastroso dei bilanci delle Università.
Di differente natura rispetto alle “impressioni dei viaggiatori”, che a metà tra visioni immaginarie e ricordi letterari affollavano l’ampio bacino dello studio e della rappresentazione geografica dell’Italia, fu la cosiddetta “Statistica murattiana” datata 1811. Una delle più complete fonti per la storia economica e sociale del Mezzogiorno. Diffusione di nuove colture e consolidata manifattura tessile ricoprirono una ruolo fondamentale nella economia della Basilicata di inizio XIX secolo: in quasi tutti i comuni della regione, in particolare nel Potentino e nel Lagonegrese, il lino fu una delle colture più diffuse, destinato principalmente alla produzione di tele e telette. Insieme con la lana, il cotone e anche la seta, il lino costituì una delle materie maggiormente impiegate nelle manifatture tessili, pur tuttavia con l’utilizzo di telai ancora rudimentali.
A far data dal 1663 la città di Matera, sede vescovile, assunse il titolo di capoluogo provinciale, che avrebbe perduto a vantaggio della città di Potenza il fatidico 8 agosto 1806: a questo giorno risale la volontà legislativa di Giuseppe Bonaparte nell’ambito della ridefinizione del territorio.



domenica 15 luglio 2012

Saluto ad Enotrio che fugge

Comunicato stampa

Gli allievi del Progetto di Formazione Direttore Artistico dell’Impresa Culturale, finanziato nell’ambito del P.O. FSE Basilicata 2007/2013, Avviso Pubblico Cultura e Formazione, presentano l’evento culturale Saluto ad Enotrio che fugge sulle tematiche della condizione giovanile in Basilicata.
La suggestiva cornice di Casa Cava nel Sasso Barisano a Matera sarà la location di un evento che, utilizzando i linguaggi della contaminazione artistica, farà interagire i luoghi antichissimi dei Sassi con attività artistiche, in profonda sintonia con il concept di cava tecnologica ideato dall’inventore del cyber-punk Bruce Sterling.
L’evento culturale Saluto ad Enotrio che fugge è uno spettacolo performativo, liberamente tratto dall’omonimo racconto di Raffaele Nigro, basato sulla contaminazione dei linguaggi artistici. E’ un omaggio alla terra lucana, ma è anche una riflessione critica sulle problematicità e le opportunità che essa offre.
L’evento, la cui supervisione artistica è stata affidata al team di Operaprima, all’attore Domenico Fortunato e al regista Gianpiero Francese, è un viaggio temporale attraverso la Storia della cultura lucana. Protagoniste del racconto sono le figure di una Madre e della Storia stessa che, in un intreccio immersivo ed emozionale, narrano le eccellenze della cultura lucana ad Enotrio che come tanti giovani è in procinto di lasciare la propria terra alla ricerca di una nuova identità.
Enotrio, figlio della Lucania, è l’epigone di quell’area geografica in cui è fiorita la civiltà italiana (Magna Grecia) ma è anche il simbolo dell’incontro mancato tra il passato e il futuro. Enotrio è la metafora della crisi della presenza, esposta al rischio di flettersi, di ripiegarsi, di naufragare, di restare prigioniera di una situazione negativa. E, non risolverla, implica il rischio di non esserci-nel-mondo.
Durante lo spettacolo gli spettatori vivranno un’esperienza estetica capace di stimolare forme di cittadinanza attiva, attraverso il recupero dell’identità, la riappropriazione dello spazio pubblico e, più in generale, un nuovo senso di appartenenza territoriale.
L’evento si conclude con un Teatro di riflessione, ossia un convegno creativo per riflettere sul tema: Resto o vado via? Ragioni ed opportunità per restare e investire in Basilicata, organizzato con la collaborazione di IKAM Centro Studi & Ricerche, che vedrà protagonisti, oltre a relatori provenienti dal mondo accademico, istituzionale, economico e culturale, gli stessi allievi che racconteranno la propria esperienza.

Titolo evento: Saluto ad Enotrio che fugge
Location: Casa Cava - Sasso Barisano, Matera
Data: lunedì 16 luglio 2012, ore 19.30
Programma:
  • ore 19.30 Spettacolo
    Saluto ad Enotrio che fugge
    . Viaggio temporale attraverso la storia della cultura lucana
    Attori
    | Madre: Emilia Fortunato, Enotrio: Riccardo Cascadan, Storia: Domenico Fortunato
    Ballerini | Gabriele Braschi, Lucia Bianchi, Silvia Calorio
  • ore 20.15 Teatro di riflessione / Convegno creativo
    Resto o vado via? Ragioni ed opportunutà per restare e investire in Basilicata

  • Tavola Rotonda
    Moderatore Prof. Roberto Linzalone | Presidente IKAM
    Prof. Giovanni Schiuma | Facoltà di Economia, Università degli Studi della Basilicata
    Prof. Antonio Lerra | Università degli Studi della Basilicata e Università degli Studi Roma 3
    Prof. Antonio Affuso | Associazione Nazionale Archeologi
  • Testimonianze
    Allievi del corso
  • Conclusioni

mercoledì 11 luglio 2012

Le vie del tabacco

Comunicato stampa

Si riconferma anche quest’anno la collettiva di pittura e scultura che si terrà nel Museo Civico del Territorio “Santa Parasceve” di Ginosa (TA), collegata alle tante iniziative che il Circolo ARCI “Il Ponte” di Ginosa promuove all’interno dell’evento “Tèrre de U' Munachicchie”, in cui si svolgeranno spettacoli, giochi, gastronomia, artigianato artistico, ecc. Curatrice dell’evento l’artista Maria Grazia Tarulli.
La collettiva si inaugura il 15 luglio 2012 alle ore 20.00. Le opere saranno esposte fino al 20 agosto 2012. Apertura mostra dalle ore 20.00 alle ore 23.00, compresi i festivi. Interverranno: il Sindaco di Ginosa Dott. Vito De Palma, l’Ass. alla Cultura Antonio Bradascio, lo Storico e Critico d’arte Prof. Pietro Tamburrano, il direttore del Museo “Santa Parasceve” Dott. Gianbattista Sassi, l’Ins. Adele Carrera e la Dott. ssa Lidia D’Angelo come rappresentanti dell’Ass. ARCI Ginosa.
“Le vie del tabacco” è il titolo della collettiva, un tema affascinante che rappresenta un periodo storico collegato alla migrazione avvenuta nei primi del ‘900 dal territorio leccese verso le varie province della Puglia, Basilicata e non solo, in cui famiglie intere venivano reclutate da intermediari per effettuare la coltivazione del tabacco. Un lavoro incessante, scandito da passaggi estenuanti quali la semina, la raccolta, l’essiccazione, un lavoro, che spesso i “padroni fondiari” affiancavano, contribuendo anch’essi alla buona riuscita del raccolto. Nasceva così una grande complicità e l’innamoramento da parte delle famiglie migranti per la nostra comunità e il nostro territorio. Qui, tanti si sono fermati, hanno condiviso e continuano a condividere l’amore per i nostri luoghi. Tanta la miseria, ma grande la solidarietà, il pasto condiviso, le feste ai chiari di luna. Per ricordare tutto questo, i piccoli grandi gesti che ogni giorno hanno caratterizzato la vita di queste genti, gli organizzatori hanno inteso celebrare la nascita di quest’evento.
Tantissimi gli artisti che hanno trovato questo tema stimolante. Partecipano alla collettiva:
Vincenzo Alicò, Augusto Ambrosone, Teresa Antenozio, Vito Antonio Baglivo, Maria A. Berardini, Maria Bonaduce, Alessandro Bruno, Letizia Caiazzo, Federica Calabrese, Giancarlo Caneva, Franco Carella, Domenico Carpignano, Gaetano Carriero, Cesare Cassone, Fabio Castellaneta, Paolo Cataldi, Fabrizio Ciccalè, Umberto Colapinto (Cuber), Pasquale Colle, Pietro D’Amelio, Michele Danzi, Gaetano Dimatteo, Francesco Fai, Maria Ferrara, Nicola Filazzola, Matteo Fiorentino, Sandra Langston, Antonella Malvasi, Giulio Orioli, Nino Oriolo, Donato Pace, Daniela Pagliaro, Pietro Palummieri, Vito Palladino, Eugenio Pastore, Maria Luisa Pastore, Annamaria Panarace, Anne Parker, Carmine Pavone, Antonio Pizzulli, Magda Raspatelli, Esilde Rendina, Mario Rosati, Renato Sciolan, Carolina Spagnoli, Raffaella Spadavecchia, Maria Grazia Tarulli, Francesco Viggiano, Antonio Viscardi, Dana Vitto, Teri Volini.

Titolo mostra: Le vie del tabacco
A cura di: Maria Grazia Tarulli
Sede: Museo Civico del Territorio “Santa Parasceve”, Ginosa (TA)
Periodo: 15 luglio-20 agosto 2012
Inaugurazione: domenica 15 luglio 2012, ore 20.00
Orari di apertura: tutti i giorni dalle 20.00 alle 23.00