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giovedì 4 dicembre 2014

Paolo Monina. Last supper

Comunicato stampa

Nell’ambito del progetto Internal - Progetti Espositivi sarà inaugurata, il prossimo 8 dicembre, la mostra antologica di Paolo Monina, fotografo anconetano. L’evento espositivo si svolgerà alla Galleria Papier di via degli Orefici ed al locale Raval in piazza del Plebiscito ad Ancona.
L’allestimento è composto da diverse opere che descrivono la continuità e i mutamenti artistici nella sua poetica. Le opere del fotografo di Ancona sono informali. La precarietà della vita viene fissata nell’immagine Last supper con ironia e sarcasmo. Ma la solennità delle parole – Ultima cena – risuona diversamente all’orecchio dell’esperto di arte. A Monina bastano pochi fogli di carta cotone o teli di cellophane per stampare le sue foto.
La mostra Last supper raccoglie anche i lavori di altre esperienze espositive. L’estremo è un concetto chiave per accedere alla poetica dell’artista: una realtà che appartiene contemporaneamente a due mondi divisi. Il percorso di visita è completato da Half life: un lavoro di stile serrato e lucido rispetto al passato. Le opere di Monina in mostra sono una sorta di visione del mondo a metà: un manichino in due che rappresenta l’altra parte del mondo ossia la giovinezza e la moda. Le fotografie, scattate con una polaroid per dare il senso di appartenenza alle cose, sono state stampate su carta cotone in bianco e nero. Si potranno vedere le opere dell’artista fino al 7 gennaio 2015.

Titolo mostra: Paolo Monina. Last supper
Sedi: Ancona, Galleria Papier, via degli Orefici - Raval, piazza del Plebiscito
Periodo: 8 dicembre - 7 gennaio 2015

martedì 3 settembre 2013

Enrico Schinetti: il mito quotidiano

Comunicato stampa

Il 7 settembre alle ore 18.00 il Museo Diocesano di Brescia ospita l’inaugurazione dell’antologica Enrico Schinetti: il mito quotidiano. La retrospettiva vuole illuminare il percorso artistico del pittore nato a Grumello del Monte (Bergamo) dagli anni Settanta ad oggi e coglie l’occasione per provare a decifrare quel discorso criptico, quel filo rosso, che unisce le sue opere, guardando attraverso i cicli pittorici che hanno caratterizzato i dipinti nel divenire di una creazione oggi sempre più rigogliosa.
Si fa dunque il punto su un lavoro di grande coerenza intellettuale e artistica, che sfugge alle definizioni e non può essere incasellato in un movimento, ma inquadrato nella storia, una storia di pensiero comune alla nostra società, una storia tutta sua nella pittura.
Le opere sono esposte secondo i cicli: Monumenti (1969-1972), Test (1972-1976), Teatri non immaginari (1976-1983), Problemi di Ulisse (1983-1998), Giardini Ateniesi (1999-2011). L’ultima sezione è dedicata all’Apocalisse, i cui quattro grandi dipinti in sequenza vengono esposti per la prima volta, assieme ai “volti”, nati come studi ma del tutto autonomi come opere. Completano le sale le opere grafiche.
«Schinetti vive la modernità nella figurazione simbolica, con l’urgenza didascalica di una pittura che è intenzionalmente religiosa nei richiami mitologici, etici, simbolici, laici e cristiani (nelle opere a tale sfondo), psicologici. Mentre dopo l’arte astratta, la pittura didascalica di impronta morale e religiosa aveva trovato negli anni Settanta un approdo spesso formalmente incerto nella stilizzazione delle forme, Schinetti comunica con una pittura della realtà, alla cui mutazione endogena delle figure affida il messaggio concettuale e morale.» (Marco Ticozzi)
La fusione di questi momenti con i richiami continui ai testimoni del passato – prossimo e remoto, della nostra storia del Novecento e dell’antichità del pensiero – portano a quel mito, che diciamo “quotidiano” perché rintracciato in ogni dove e che viene evocato da Schinetti, facendone una guida della sua opera.

Titolo mostra: Enrico Schinetti: il mito quotidiano
A cura di: Marco Ticozzi
Sede: Museo Diocesano, Via Gasparo da Salò 13, Brescia
Periodo: 7 settembre - 10 ottobre 2013
Inaugurazione: 7 settembre 2013, ore 18.00
Orario: feriale e festivo 10.00-12.00 / 15.00-18.00, chiuso il mercoledì
Allestimento: Marco Ticozzi in collaborazione con Giuliano Migliorati, Davide Stefana e Valentina Zanini
Con il patrocinio di: Comune di Brescia - Comune di San Zeno
Catalogo: Tipografia Camuna S.p.A. - Brescia
Scritti in catalogo: Giuseppe Fusari, Enrico Schinetti e Marco Ticozzi

giovedì 20 giugno 2013

Franco Fossa. La figura e i suoi luoghi

Comunicato stampa

Inaugura sabato 22 giugno alle ore 19.00 la grande mostra antologica che il Museo Civico di Foggia dedica allo scultore Franco Fossa (Milano, 1924 - Rho, 2010), tra i grandi interpreti del “realismo esistenziale” italiano degli anni Cinquanta.
La mostra dal titolo Franco Fossa. La figura e i suoi luoghi, è stata curata da Massimo Bignardi, docente di Storia dell’Arte contemporanea presso l’Università di Siena e, sin dagli anni Ottanta, amico dell’artista e suo attento conoscitore. Il percorso espositivo disegnato negli spazi del Museo di Foggia, con la puntuale regia della moglie, la signora Maria Grazia Fossa, nonché di Salvatore Lovaglio ed Antonio Maria Pecchini inseparabili presenze nella vita dell’artista lombardo negli ultimi quattro decenni, propone una organica selezione di opere che, dagli anni Cinquanta giungono ad oggi, documentando tutti i linguaggi, le materie – dal legno al bronzo, alla terracotta – che hanno segnato la sua cinquantennale esperienza: opere che testimoniano la capacità di un artista «di possedere un senso – rilevava già nel 1954 Mario De Micheli – plastico istintivo e un mestiere già abbastanza formato […] ».
«È sul finire degli anni Quaranta – scrive Bignardi nell’articolato saggio che introduce il volume monografico pubblicato per questa occasione dalle Edizioni Nomos – che Franco Fossa lascia le aule di Brera e avvia la sua esperienza in una città, Milano, impegnata con passo svelto a ricostruire la sua “realtà”. La scena artistica milanese contribuirà inequivocabilmente sia alla formazione del suo solido mestiere di scultore, consentendogli di spaziare in diversi ambiti della ricerca scultorea senza registrare cedimenti formali, sia all’articolazione di un linguaggio che ha le sue radici nel profondo della coscienza civica. La sua scultura, lo è stato fino agli ultimi anni di vita, accoglie da subito l’impronta di una domanda che il “sé” pone al suo specchio, facendosi misura, direbbe Hillman, di quella relazione che fa dipendere la “coscienza” dalla “immaginazione”, avvertendo prontamente che quest’ultima “occupa un posto centrale nell’anima”.Come è possibile leggere in tutta la sua opera, Fossa prova a collaudare la resistenza di repertori figurativi, mettendo a registro le diverse anime della sua formazione: vale ricordare che studia dapprima alla scuola di Marino Marini, presso l’Istituto superiore per le industrie artistiche di Monza, al tempo una fucina per molti giovani artisti dell’intera penisola, e poi al magistero di Giacomo Manzù e di Francesco Messina, presso l’Accademia di Brera. Le teste, le figure realizzate nei decenni Quaranta e Cinquanta, liberate dal blocco di legno o modellate nella materia plastica dell’argilla e più tardi tradotte nella solidità del bronzo, dichiarano infatti percorsi ancora freschi della sua formazione. Da una parte affiora il senso della storia che gli proviene dall’insegnamento di Marini, dalle prove che il maestro affiderà ad una forma oramai decisamente distante dal naturalismo “universalistico” delle sue pomone, in virtù di un modellato sintetico con il quale si fa interprete di un sentimento della storia al cui centro pone l’uomo. Dall’altra lo sguardo terreno dell’uomo ancorato alla forza dell’esistenza che Fossa apprende da Manzù, come testimoniano alcuni gessi patinati che realizza nel corso degli anni Cinquanta nel quale un modellato orchestrato da minimi scarti, sparge sulla forma una luminosità vibrante. È la stessa luce interiore che l’artista fa scivolare nelle opere degli ultimi anni, nei sui ambienti, nei labirinti, nei luoghi di un “realismo” che non ha mai lasciato».

Nato a Milano nel 1924, Franco Fossa ha segnato l'arte contemporanea inserendosi a pieno titolo nel filone del Realismo Esistenziale al quale si associano i grandi nomi di maestri dell'arte italiana. A partire dagli studi all'Umanitaria di Milano e poi all'Istituto Superiore per Industrie Artistiche di Monza dove ha come maestro Marino Marini, per arrivare al diploma all'Accademia di Brera di Milano dopo aver seguito, tra gli altri, i corsi di Giacomo Manzù e di Francesco Messina. Dopo aver partecipato nel 1948 al Premio Medardo Rosso all'Accademia di Brera, ordina la sua prima personale nel 1949 al Centro Culturale di Rho facendola seguire dalla presenza a molti concorsi nazionali tra i quali il Premio Suzzara: Fossa partecipa a tre edizioni della storica manifestazione: nel 1952, nel 1958 e nel 1960 la sua opera venne segnalata dalla giuria. Nel 1982 realizza a Busto Arsizio in piazza Galiberti il monumento alle Vittime del Lavoro e nel 1999 la Civica Galleria d’Arte Moderna di Gallarate organizza un’esauriente mostra antologica. Sue opere sono conservate in importanti musei e collezioni d’arte. Muore a Rho nel 2010.

Titolo mostra: Franco Fossa. La figura e i suoi luoghi
A cura di: Massimo Bignardi
Sede: Museo Civico Foggia, piazza Vincenzo Nigri 1, Foggia
Durata: 22 giugno - 6 ottobre 2013
Inaugurazione: sabato 22 giugno 2013, ore 19.00
Apertura: da lunedì a domenica ore 9.00-13.00, martedì e giovedì ore 9.00-13.00 / 16.00-19.00

giovedì 16 maggio 2013

Robert Doisneau. Paris en liberté

Comunicato stampa

Robert Doisneau e Parigi: un binomio inscindibile tra uno dei più grandi fotografi francesi e la città che ha amato e immortalato con il suo obiettivo. Dopo il successo ottenuto al Palazzo delle Esposizioni di Roma, e allo Spazio Oberdan di Milano, arriva, dal 24 maggio al 23 settembre 2013 alla Reggia di Caserta, la grande rassegna antologica dedicata a Robert Doisneau, per iniziativa della Soprintendenza, dell’Atelier Doisneau, della Fratelli Alinari Fondazione per la Storia della Fotografia e di Civita, con il patrocinio della Ville de Paris.
Negli Appartamenti Storici del Palazzo Reale 200 fotografie originali, scattate da Doisneau nella Ville Lumière tra il 1934 e il 1991 e raggruppate tematicamente ripercorrendo i soggetti a lui più cari, sono esposte in una grande rassegna antologica che condurrà il visitatore in una emozionante passeggiata nei giardini di Parigi, lungo la Senna, per le strade del centro e della periferia, e poi nei bistrot, negli atelier di moda e nelle gallerie d’arte della capitale francese.
Il soggetto prediletto delle sue fotografie in bianco e nero, sono infatti i parigini: le donne, gli uomini, i bambini, gli innamorati, gli animali e il loro modo di vivere questa città senza tempo. Robert Doisneau (1912-1994), che ama paragonarsi a Atget, percorre fotograficamente le periferie di Parigi per “impossessarsi dei tesori che i suoi contemporanei trasmettono inconsciamente”. E’ una Parigi umanista e generosa ma anche sublime che si rivela nella nudità del quotidiano; nessuno meglio di lui si avvicina e fissa nell’istante della fotografia gli uomini nella loro verità quotidiana, qualche volta reinventata. Il suo lavoro di intimo spettatore appare oggi come un vasto album di famiglia dove ciascuno si riconosce con emozione.
Noto oggi al grande pubblico, Doisneau, dopo essersi diplomato alla Ecole Estienne, scopre la fotografia da giovane, mentre lavora in uno studio di pubblicità specializzato in prodotti farmaceutici. Nel 1931 è operatore da Vigneau e nel 1934 è fotografo per le officine Renault da dove viene licenziato cinque anni più tardi per assenteismo. Nel 1939 diviene fotografo-illustratore free-lance e nel 1946 entra definitivamente all’agenzia Rapho. Nel 1974 la Galleria Chateau d’Eau di Toulouse espone le sue opere e, a partire dagli anni Settanta, ottiene i primi importanti riconoscimenti. Da allora le sue fotografie vengono pubblicate, riprodotte e vendute in tutto il mondo.
Autore di un grande numero di opere, principalmente su Parigi, Doisneau è diventato il più illustre rappresentante della fotografia “umanista” in Francia. Le sue immagini sono oggi conservate nelle più grandi collezioni in Francia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e sono esposte in tutto il mondo.
La mostra è accompagnata dalla pubblicazione in edizione italiana del libro Robert Doisneau-Paris en liberté, edito da Fratelli Alinari Fondazione per la Storia della Fotografia (2012, Firenze), 400 pagine; 560 foto b/n, formato 25 x 32 cm, rilegato in tela, prezzo in mostra 50,00 Euro.

Titolo mostra: Robert Doisneau. Paris en liberté
Sede: Reggia di Caserta, Appartamenti storici
Periodo: 24 maggio - 23 settembre 2013
Inaugurazione: giovedì 23 maggio 2013, ore 12.00
Orario: 8.30-19.30. Chiuso il martedì
Biglietti: appartamenti storici+parco+mostra 12€, appartamenti storici+mostra 9€

Immagine: Autoportrait au Rolleiflex, 1947 - copyright © atelier Robert Doisneau

giovedì 19 aprile 2012

Hans Hartung, opere scelte 1947-1988

Comunicato stampa

La Galleria d'Arte Repetto di Acqui Terme, annuncia la mostra di "Hans Hartung, opere scelte 1947-1988". Un'unica esposizione itinerante in tre sedi, dal 16 marzo al 28 aprile presso la Galleria d'arte Frediano Farsetti di Firenze; dal 12 maggio al 30 giugno presso la Galleria Repetto di Acqui Terme; dal 17 settembre al 28 ottobre alla Galleria Tega di Milano.
"Le oltre quaranta opere di Hans Hartung (Lipsia 1904 - Antibes 1989) presenti in questa mostra offrono allo spettatore un'occasione per addentrarsi in una lunga parabola artistica, che attraversa tutta la seconda metà del secolo appena trascorso. Più di cinquant'anni di carriera vissuti da protagonista dell'arte astratta del secondo dopoguerra, che lo collocano accanto ai più gradi nomi della pittura internazionale, ma che allo stesso tempo sono contraddistinti da una cifra stilistica assolutamente originale e unica". (Chiara Stefani)
41 tra oli e acrilici su tela, pastelli e chine su carta, dal 1947 al 1988, a testimoniare il suo grande amore per la luce e la volta celeste: "Fin da bambino, Hartung fu affascinato dal mistero del cielo, dai fuochi delle stelle, dalle imponderabili energie del cosmo. Accudito da una nonna terrorizzata dai temporali, quando aveva appena sei anni, egli ebbe la prima rivelazione della luce: la luce come fulmine, la luce come enigmatica scarica elettrica, la luce che esplode dal grembo delle tenebre, la luce come misteriosa e occulta energia cosmica. Attraverso il disegno e la pittura - come segno, gesto terapia, colore - egli ne riproduce e trasfigura il fascino, la forza, il mistero, la sovrana luce che spacca il suo guscio di tenebra." (Paolo Repetto)

Titolo mostra: Hans Hartung, opere scelte 1947-1988
A cura di: Leonardo Farsetti, Carlo Repetto, Giulio Tega
Sede: Galleria Repetto, Acqui Terme
Durata: 12 maggio - 30 giugno 2012
Inaugurazione: sabato 12 maggio 2012, ore 18.00
Orario: martedì-sabato 10.00-12.30 / 15.30-19.00
Inaugurazione sabato 12 Maggio alle ore 18.00
Catalogo: Lizea Arte Edizioni

Immagine: Hans Hartung, T1984 H10, 1984, acrilico su tela, cm 120x195

giovedì 29 dicembre 2011

Pietro Tinu. Mostra antologica

Comunicato stampa

L’Amministrazione Comunale di Ozieri e l’Istituzione Culturale “San Michele” (con il contributo della Provincia di Sassari, della Provincia di Cagliari e della Regione Sarda) presentano una mostra antologica dedicata al pittore ozierese Pietro Tinu. La conferenza di presentazione della mostra e del relativo catalogo avrà luogo venerdì 30 dicembre alle ore 10.30 presso la Sala Conferenze dell’Antico Convento di San Francesco ad Ozieri; al termine della conferenza verrà ufficialmente aperta la mostra al pubblico, presso la struttura espositiva "Ex Prima Centrale Elettrica della Sardegna", in via Vittorio Veneto ad Ozieri. La mostra, con ingresso libero, rimarrà aperta fino a domenica 30 gennaio 2012.
Pietro Tinu (Ozieri 1923-Cagliari 1999), apprende i primi rudimenti dal pittore ozierese Giuseppe Altana e nel 1941 si iscrive all’Istituto d’Arte di Sassari, dove riceve gli insegnamenti di Stanis Dessy, Mauro Manca e Filippo Figari. Si diploma brillantemente nel 1945 e subito si trasferisce a Firenze per frequentare l’Accademia di Belle Arti.
Qui trova insegnanti di prestigio assoluto, come Pietro Annigoni, Primo Conti, Ottone Rosai e l’amico Giovanni Colacicchi che, dopo il diploma conseguito nel 1950, gli spianerà la strada per l’ingresso nel corpo docente dell’Accademia, dove insegnerà Decorazione pittorica fino al 1993 (tra i suoi allievi il colombiano Fernando Botero).
I suoi esordi oscillano tra l’influenza neoimpressionista francese e quella del “chiarismo” lombardo, che ben presto però volge verso modi riconducibili al “realismo magico” e a suggestioni metafisiche e classiciste tipiche del ventennio precedente.
La transizione di Tinu dall’arte figurativa all’arte astratta (abbracciata lungamente fin dal 1955, in occasione della sua VII Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma) passa per una fase “neorealista” e poi “neocubista” nella prima metà degli anni ‘50. Pur negando la figura, egli ricerca una logica e una razionalità nel suo creare, che inizialmente intravede nella geometria pura, come avevano fatto decenni prima i pionieri nord europei dell’astrattismo.
Nel 1960 l’astrattismo “classico” di Tinu volge verso l’informale, subito maturo ed originalissimo. Nella seconda metà del decennio Tinu attua un progressivo recupero del colore brillante e favorisce contrasti più netti tra i colori e i chiaro scuri; anche le forme sembrano assecondare un maggior ritorno all’ordine e alla chiarezza, non solo in termini geometrici ma anche di equilibrio compositivo. Agli inizi del nuovo decennio avviene il riavvicinamento all’arte figurativa, che tenderà sempre più a fondersi all’interno di composizioni ancora prevalentemente astratte. È anche attratto da una personale riscoperta della simbologia misteriosa insita nei miti delle civiltà mediterranee classiche e preclassiche, in particolare di quella sarda, e ai loro simboli arcani, chiavi di accesso ad una dimensione primigenia della vita.
Fino alla metà degli anni ’70 Tinu è costantemente impegnato in moltissime esposizioni (soprattutto Firenze e Roma, ma anche Cremona, Mantova, Bari, Cesena ecc.), dopodiché smette inspiegabilmente di esporre.
Dal suo osservatorio privilegiato, la cattedra accademica, il curioso sperimentatore Tinu non poteva forse rimanere estraneo e indifferente alla rivoluzione artistica della Pop Art e dell'arte psichedelica, che negli anni '70 è molto presente nell’immaginario della musica rock e pop. La Pop Art di Tinu non esprime alcun giudizio critico o polemico della quotidianità, ma semmai pone degli interrogativi.
Negli anni '80-‘90, in coerente evoluzione, è avvinto dalla ricerca dell'origine della vita, che allo stesso tempo coincide con la scoperta dell'arte delle culture primitive, soprattutto, quella aborigena australiana. Sono queste le ultime opere realizzate da Pietro Tinu e, quasi come una speranza, completano quella sorta di evoluzione “biologica” ed artistica che, dalla frammentazione e negazione della figura (e quindi anche dei soggetti viventi) del neocubismo e dell’astrattismo degli anni ’50, è passata ai pseudo batteri degli anni ’60 ed è ora giunta agli insetti, ai grandi animali preistorici ed infine all’uomo primordiale, praticamente ritornando al punto di partenza della sua arte degli anni ’40, come nel ciclo perenne della nascita, della morte e della rinascita della natura.
Dopo la scomparsa della moglie, nel 1997, Tinu perde interesse per l’arte e si chiude in sé stesso. Nel marzo del 1998 torna definitivamente in Sardegna, a Cagliari, dove muore il 23 ottobre del 1999 all’età di 76 anni e viene sepolto nel Cimitero di San Michele.
Pietro Tinu è un artista tutto ancora da scoprire. La sua grandezza è rilevabile, soprattutto a partire dagli anni '60, nella capacità di essere sempre attuale, al passo col dibattito culturale ed artistico italiano e, per di più, riesce a fare ciò senza nemmeno pagare un pegno ai capiscuola delle correnti artistiche di punta. È anche per questi motivi che, con orgoglio, restituiamo alla storia dell'arte della Sardegna uno dei suoi figli, tra i più estrosi e complessi, che, d'ora in poi, siamo convinti, non potrà non essere annoverato tra i maggiori dell'arte sarda del Novecento.
La mostra antologica di Ozieri presenta circa 110 opere di Pietro Tinu (tra dipinti, disegni, acqueforti e monotipi) che attraversano tutto l’arco temporale dei 50 anni di attività dell’artista.
Il catalogo della mostra (140 pagine e circa 220 illustrazioni), curato da Michele Calaresu, illustra puntualmente il percorso artistico di Tinu in rapporto agli eventi culturali e storico-politici dell’Italia del Novecento.
La conferenza di presentazione dell’importante evento vedrà gli interventi delle autorità comunali, provinciali e regionali, delle massime istituzioni dell’Università e dell’Accademia di Belle Arti di Sassari e di importanti critici d’arte e personalità della cultura isolana.

Titolo mostra: Pietro Tinu 1923-1999
Sede: Ex Prima Centrale Elettrica della Sardegna, Ozieri (SS)
Periodo: 30 dicembre 2011-30 gennaio 2012
Inaugurazione: venerdì 30 dicembre, ore 10.30
Orari: da martedì a venerdì ore 10.00-13.00 / 16.00-19.00
sabato e domenica ore 10.00-13.00 / 16.00-20.00
Ingresso: libero

martedì 29 novembre 2011

Fausto Melotti al MADRE di Napoli

Comunicato stampa

A partire dal 16 dicembre 2011 fino al 9 aprile del 2012, si inaugura presso il MADRE a Napoli una grande mostra antologica dedicata a Fausto Melotti (Rovereto 1901 - Milano 1986) a cura di Germano Celant e organizzata in collaborazione con l’Archivio Fausto Melotti.
Riconosciuto da tempo, sia a livello nazionale che internazionale, come i suoi contemporanei Alexander Calder, Alberto Giacometti, Louise Bourgeois e Lucio Fontana, quale figura chiave nell’ambito della scultura moderna e contemporanea, Melotti si è contraddistinto per essere stato, sin dagli inizi degli anni trenta, tra i più significativi protagonisti del rinnovamento e dello sviluppo del linguaggio plastico e materico. La particolare capacità con cui l’artista è riuscito a coniugare la tradizione classica con gli interessi per le avanguardie europee, la conoscenza scientifica con una particolare sensibilità musicale, il talento scultoreo con quello di ceramista, la raffinata abilità letteraria e creatività poetica con la ricercatezza del disegnatore, sono tutte qualità che hanno contribuito ad affermarlo come uno dei talenti artistici più rilevanti del XXI secolo.
L’esposizione che si terrà al MADRE di Napoli, ridisegnato da Alvaro Siza, si svilupperà attraverso le sale del museo in maniera cronologica e porrà in evidenza attraverso una selezione di oltre 200 opere tra terrecotte, maioliche e gessi, sculture a tecnica mista e in ferro, ceramiche e lavori in inox, disegni e bozzetti, il percorso scultoreo di Melotti più strettamente legato al mondo delle arti visive. A partire dai primi lavori realizzati all’inizio degli anni trenta dove, dopo aver appreso le regole del mestiere, attraverso la scarnificazione e la smaterializzazione della figura umana, arriva a comporre nel 1934-1935 i celebri bassorilievi che testimoniano l’adesione dell’artista, insieme a Gino Ghiringhelli, Mauro Reggiani, Luigi Veronesi, Fontana e Atanasio Soldati, al movimento astrattista. Dalle opere eseguite in terracotta o ceramica, eseguite dopo la seconda guerra mondiale, quando cioè: “Melotti si rifugia nell’intimità delle piccole cose, fatte in ceramica e cotte nella piccola muffola nello studio, quasi volesse riconoscere l’agonia e la fine di un’esemplarità umanistica, spostando così l’attenzione dal mondo classico delle forme e dei grandi ideali […] ad una nuova soggettività, che ora è legata ad una concezione naturalistica e favolistica tra essere e mondo” (Celant), si passerà all’imponente quanto fragile insieme de I Sette Savi, 1960, in cui la figura umana viene essenzializzata e resa quasi un manichino astratto. A seguire saranno esposti lavori che porranno in evidenza l’attività di ceramista di Melotti svolta durante gli anni cinquanta e quelli eseguiti durante i rimanenti trent’anni di attività quando la rinnovata energia di una cultura risorta dalla tragedia, scaturirà in una incessante serie di straordinarie opere. E’ il periodo in cui le sculture, costruite con garze, ottone, vetro, tessuto, ceramica e terracotta, fluttuano dentro e fuori il viaggio senza fine di una vitalità in movimento che sembra riedificarsi continuamente. In questo ambito, ampio risalto sarà dato ad una serie di sculture che l’artista produrrà con una continuità di soluzioni formali e tematiche: i Teatrini, la cui tipologia consiste in una cornice-casa che può essere o aperta o chiusa sul dietro e al cui interno, spesso dislocati su diversi piani, si trovano oggetti, personaggi e figure che evocano racconti e narrazioni fantastiche. Intrecciati a queste sequenze, le sale del museo ospiteranno altri attraversamenti scultorei di Melotti legati a materiali come l’inox oppure affidati alla produzione di vasi e di oggetti in ceramica, tra cui spettacolari rilievi in cui il colore quanto le figure arrivano a formare storie e immagini sorprendenti: “Un agitarsi tra le essenze riconosciute di un codice scultoreo, oscillante tra il registro materiale e l’impeto mentale, tra la memoria e la ricerca, che permette a Melotti di attuare spostamenti linguistici continui, che forniscono un incanto sistematico al suo paesaggio d’artista” (Celant).
Seppure incentrata prevalentemente sulle sculture e i bassorilievi, l’esposizione al MADRE, fornirà l’occasione per una lettura approfondita e analitica della complessa figura di Melotti contraddistintosi per la particolare versatilità linguistica che gli ha permesso di attraversare i diversi campi della pittura, della scultura, della ceramica, della poesia, del disegno e della musica. Un universo di poesia e di musica plastica che sarà messo in storia e in racconto dall’intreccio e l’osmosi di un artista come Melotti e le vicende della cultura italiana moderna e internazionale.

Titolo mostra: Fausto Melotti
A cura di: Germano Celant
Sede: Museo MADRE, Napoli
Periodo: 16 dicembre 2011 - 9 aprile 2012
Orari: da lunedì a sabato 10.30-19.30, domenica 10.30-23.00, martedì chiuso
Ingresso: intero 7 euro, ridotto 3,50, lunedì: gratuito

lunedì 14 novembre 2011

Davide De Paoli. Gioielli, sculture, cancelli artistici

Comunicato stampa

Lastre metalliche su cui vengono praticati tagli e piegature. Percorsi topologici. Centinature su cui appoggiano involucri invisibili. Costruzioni reversibili che se ripiegate su sè stesse rivelano la matrice piana. Sono ricerche sulla successione dei ritmi di pieno e vuoto, di modulazioni raffinate, di verifica di rapporti euclidei. Ma questa constatazione non ci fa avanzare di molto nella comprensione di una esperienza artistica complessa come quella di Davide De Paoli. Le sue opere sono interrogazioni: cosa è il vuoto, cosa nascondono le cavità, cosa è il protendere e il ritirarsi delle forme. L’intera sua produzione, dai gioielli alle sculture ai cancelli-sculture, è infatti contrassegnata, oltre che da strategie realizzative (modularità, massimo sviluppo della minima superficie), anche da tensioni metafisiche che si esprimono, ad esempio, nello svuotamento dei volumi pieni. La scultura svuotata suggerisce il tuttotondo ma segnala anche lo spalancarsi di interminati spazi di là da quella. E rafforza questa impressione proprio l’assenza di ogni riferimento ontologico nelle dichiarazioni discrete dell’artista che, parlando di sè e della sua esperienza, pare come attenersi controllatamente alla sfera del pronunciabile e del comunicabile.
"Oggi rimangano varie tracce del mio lavoro, in parte inedite, sparse in vari studi di amici, avendo io chiuso il mio laboratorio da due anni. Tutte le opere che presento in questa mostra sono di mia proprietà, salvo alcuni degli anni ‘70, ‘80 e recenti concessimi da amici o collezionisti a me molto vicini. Una piccola antologica, piccola per ragioni pratiche dato lo spazio relativamente limitato della galleria, ma anche trovando molto complesso ristabilire contatti con vari collezionisti per chiederne il prestito. Nei vari periodi ho affrontato diversi materiali, dal metallo al legno alla terracotta. Mentre nel gioiello, attraverso la fusione la laminatura la saldatura si assiste ad un processo integrale, nella scultura ho sempre attinto a materiali semilavorati industriali, in particolare lamiere da me tagliate in forme prevalentemente geometriche e trasformate in forme bi-o-tridimensionali. Nel discorso della percezione ottica c’è spesso un inganno: dove si sottende il pieno, esiste il vuoto proiettato dall’ombra di una forma piegata. Le mie opere sono in gran parte così: volumi virtuali, percorsi topologici, composizione di moduli prefissi calcolando pieni e vuoti, ritmi alternati o simmetrie. Oggi il mio compito è di riordinare, archiviare, fotografare, esporre i vari temi e forme ricavate nei diversi periodi, in base a criteri innovativi e sperimentali. Le sculture spesso sono taglienti, simili ad armi arcaiche o volumi riferiti alla sfera e al quadrato, geometrie elementari da me predilette."

Titolo mostra: Davide De Paoli. Gioielli, Sculture, Cancelli artistici 1972-2007
Sede: Galleria Ostrakon, via Pastrengo 15, Milano
Periodo: 24 novembre 2011 - 12 gennaio 2012
Inaugurazione giovedì 24 novembre, ore 18.00
Presentazione in catalogo di Chiara Gatti e Alessandra Quattordio
Orari: da martedì a sabato dalle 15.30 alle 19.30

giovedì 3 novembre 2011

Giancarlo Ossola. Interni del secolo breve

Comunicato stampa

Giancarlo Ossola (Milano, 1935) è alle sue origini artistiche un giovane di talento che con originalità e certa immaginifica visione - tra paesaggio di natura e artificio urbano - si inscrive nella corrente neoinformale degli anni Sessanta. Si riscatta in itinere dall’imprinting dei maestri dell’ultimo naturalismo lombardo, guardando, nella sua città, all’avventura figurativa in solitario di Franco Francese e all’esperienza del ‘realismo esistenziale’ - in particolare Vaglieri e Guerreschi - e, in Europa, ai grandi figurativi critici: Bacon, Giacometti, Freud.
Ciò che decide del destino artistico di Ossola e della sua generazione è il definitivo esilio degli oggetti dalla loro origine di materia e di manufazione - come atto, sia pure via via ridotto, di creazione. Nell’esilio dell’oggetto, nella sua fluttuazione sradicata, è la fine del residuo senso, della residua creatività e storia del lavoro umano. E dei luoghi del lavoro. Così il lavoro umano giunge al grado zero di estraniazione e alienazione. La pop art - habitat degli oggetti di serie e di consumo - propone un universo oggettuale svincolato da qualsiasi origine e una quotidianità ‘liberata’ dalle stratificazioni della memoria, dalla Storia. Il secolo breve finisce sancendo l’assenza di senso del lavoro (manuale, intellettuale) e l’inutilità della memoria (fine della Storia). Ossola aggredisce questa condizione generale, attento piuttosto alla predicazione classista e terzomondista degli artisti e degli oggetti dell’arte povera (antagonista della pop art) e orienta la sua pittura non solo a rappresentare l’enigma dell’esilio degli oggetti, ma il vuoto dei luoghi della manufazione, la rovina del lavoro e dei luoghi del lavoro. Gli spazi desolati, in cui la presenza umana è cancellata, che il secolo nel suo declino ci consegna. Le grandi cascine svuotate di una civiltà contadina estinta - gigantesche architetture prive di senso, oggetti mostruosi - le grandi fabbriche svuotate della fine della civiltà industriale e della crisi, geometrie urbane senza funzione. Grande artista del nostro tempo, egli riscatta e intercetta - in questi vuoti e ambiti desolati - voci e tracce dell’umanità collettiva che vi ha transitato. Migrazioni, un’epica. Spazi del lavoro, ma anche della contenzione, della costrizione (le carceri del ‘Lissandrino’, l’amato Magnasco ne sono un dichiarato antefatto). Remoti, eco di presenze e di umane catastrofi nel secolo delle grandi guerre e dei lager, transiti e porte carraie per una realtà altra da noi, oltre noi. Le sue tele fremono di presenze appena estinte, di tracce di materia e del lavoro dell’uomo, di resti e residui, di fantasmi. Interni che ne sono colmi. Vuoti che lo raccontano. Spazi che ci appartengono, restituiscono un senso, un racconto, figurano la Storia del secolo breve da cui veniamo, fanno da prefazione - da porta - al millennio della Krisis verso cui andiamo.

Titolo mostra: Giancarlo Ossola. Interni del secolo breve
Tele, tempere su carta, disegni 1962-2010
A cura di: Piero Del Giudice
Sede: GALLERIA D’ARTE LA COLOMBA
via al Lido, 9 - CH LUGANO tel. +41 91 972 21 81
Durata: 12 novembre - 20 dicembre 2011
Vernice: sabato 12 novembre 2011, ore 17.30
Orari: da martedì a sabato 14.00 - 18.30, domenica e giorni festivi 14.30 - 18.00

Immagine: Giancarlo Ossola, Geometrie spontanee, 2004, olio su tela, cm. 100x100.

venerdì 30 settembre 2011

Vito Vaccaro a Palermo

Comunicato stampa

La Provincia Regionale di Palermo accoglie un’antologica di Vito Vaccaro nella sua città natale dove frequentò l’Accademia sotto la guida di Mario Rutelli e dove ricevette i primi riconoscimenti.
Si trasferì a Milano nel 1920 entrando a far parte della cerchia degli artisti milanesi e vi operò fino al 1960, anno della sua scomparsa.
A Palazzo Sant’Elia vengono proposti disegni, bronzi di finezza plastica (”Bimba col cerchio” “L’offerta”) e opere pittoriche (ritratti, figure, nudi, paesaggi, nature morte) che, con pennellate decise e ricchezza di controluce, restituiscono il sentimento e l’atmosfera del momento.
Legato alla matrice meridionale del verismo di fine ottocento, Vaccaro ha esposto più volte alla Reale Accademia braidense, alla Biennale di Venezia, all’Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma , alle varie mostre Interprovinciali di Milano e ha realizzato molteplici personali.

Mostra: Vito Vaccaro
Sede: Palermo, Palazzo Sant’Elia, via Maqueda, 81
Durata: 28 ottobre - 27 novembre 2011
Inaugurazione: venerdì 28 ottobre 2011, ore 18.30
Orario: da martedì a sabato 10.00/18.30 – domenica e festivi 9.30/13.00
Ingresso libero
Catalogo: Edizioni Gabriele Mazzotta (pagine 120, illustrazioni 112, Euro 25,00)

Immagine: Vito Vaccaro, Lo Sperone - Palermo, 1932

venerdì 19 agosto 2011

Mario Lattes. Frammenti di identità

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Una quarantina di opere di Mario Lattes a dieci anni dalla sua scomparsa, per ripercorrere un’avventura artistica poliedrica che abbraccia cinquant’anni di attività pittorica. È la mostra antologica “Frammenti di identità” dedicata ai lavori di Mario Lattes, alcuni raramente esposti, che inaugura mercoledì 21 settembre 2011 alla Galleria del Ponte di Torino (Corso Moncalieri, 3).
Organizzata dalla Fondazione Bottari Lattes in collaborazione con la Galleria, è curata da Vincenzo Gatti e dal gallerista Stefano Testa.
Percorso espositivo cronologico, che parte dagli anni Cinquanta per arrivare agli anni Novanta e documenta i diversi modi espressivi e i numerosi interessi del pittore Mario Lattes, la mostra prosegue fino a sabato 12 novembre 2011, secondo il seguente orario: da martedì a sabato 10-12,30 e 16-19,30 (altri orari su appuntamento).
Autore raffinato, capace di dare vita a immagini oniriche, Mario Lattes ha sperimentato tecniche e linguaggi eterogenei, con i quali ha espresso il dolore dell'esistenza e la propria rivendicazione di libertà da ogni pregiudizio. La sua opera racchiude momenti d'ispirazione ora astratta ora espressionista, ora visionaria, per approdare a suggestioni visive, senza mai essere imprigionata in categorie o movimenti.
Dagli oli su tela o su carta, alla grafica, fino agli acquerelli, tempera e tecniche miste, la produzione pittorica di Lattes si distingue anche per i temi affrontati: le contraddizioni della vita, il dolore e le difficoltà nella quotidianità, le memorie e la consapevolezza della propria frammentata identità, la ribellione alle idee preconfezionate, alla volgarità delle mode.
Le opere esposte appartengono agli eredi di Mario Lattes e sono custodite presso la Fondazione Mario Lattes di Torino, istituita nel 2005.
Il catalogo della mostra include una presentazione di Bruno Quaranta ed è reperibile presso la Galleria del Ponte (Corso Moncalieri 3) e la Fondazione Bottari Lattes a Monforte d’Alba (via Marconi 16).

Mario Lattes (Torino 1923 -2001), pittore, scrittore ed editore, fece nella città natale le prime esperienze nei campi dell’arte e della cultura. La sua pittura, dopo un iniziale periodo informale, fu sempre figurativa, con valenze visionarie e fantastiche, tale da evocare illustri discendenze, da Gustave Moreau a Odilon Redon a James Ensor.
Dopo la seconda Guerra mondiale si dedicò alla casa editrice torinese Lattes, fondata nel 1893 dal nonno Simone. Del 1947 è la sua prima mostra alla galleria La Bussola di Torino, a testimonianza delle maturate esperienze artistiche. Negli anni Cinquanta allestì personali a Torino, Roma, Milano e Firenze e partecipò con successo a due edizioni della Biennale di Venezia. Seguì una regolare attività espositiva in tutta Italia.
Nel 1953 fondò la rivista Galleria, che dall'anno seguente, con il titolo Questioni, diventò voce influente del mondo culturale piemontese e non solo. Vi parteciparono intellettuali italiani e stranieri, come Nicola Abbagnano, Albino Galvano e Theodor Adorno.
Tra il 1959 e il 1985 pubblicò doversi di romanzi, tra cui: La stanza dei giochi (Editrice Ceschina, 1959), Il borghese di ventura (Einaudi, 1975), L'incendio del Regio (Einaudi, 1976), L'amore è niente (Editore La Rosa, 1985).
Ebreo laico, la sua arte risente delle vicende e della psicologia di questo popolo: umorismo amaro e sarcastico, pessimismo e lontananza. Torino, però, fu sempre la sua unica e vera città.
Fu uomo solitario, complesso. La pittura, le incisioni e i romanzi sono legati da un forte filo di comunanza, talvolta anche nella scelta di soggetti identici, trasfigurati dalla diversità dei mezzi espressivi.

Titolo mostra: Frammenti di identità - Antologica di Mario Lattes
Sede: Galleria del Ponte, Corso Moncalieri 3, Torino
Mostra organizzata dalla Fondazione Bottari Lattes di Monforte d’Alba e dalla Galleria del Ponte di Torino
Durata: 21 settembre-12 novembre 2011
Vernissage: mercoledì 21 settembre 2011, ore 18.00
Orari: da martedì a sabato 10.00-12.30 e 16.00-19.30

Immagine: Mario Lattes, Autoritratto, 1959, olio su tela, cm. 55x75

martedì 14 giugno 2011

Carlo Pizzichini. Mostra antologica

Comunicato stampa

Il Maestro Carlo Pizzichini – una delle figure più interessanti nel panorama artistico nazionale ed internazionale – si presenta, dal 17 giugno al 7 agosto, ad Arezzo nei prestigiosi locali della Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea e nella Sala Sant’Ignazio con una grande antologica che copre i suoi primi, ed intensi, trent’anni di attività artistica. La mostra, promossa dal Comune di Arezzo (che l’ha inserita nel programma dell’Assessorato alla Cultura) e realizzata con il fondamentale sostegno di Banca Etruria, cade proprio nell’anno della “discussa” Biennale d’Arte di Venezia – diffusa in ogni regione italiana, con rassegne nei capoluoghi – e rammenta il grande successo di pubblico e di critica ottenuto da un’altra esposizione di opere scelte (quella organizzata a Finalborgo, nel settembre-ottobre dell’anno passato) dell’artista Pizzichini.
La presenza di Carlo Pizzichini ad Arezzo si identifica con una serie di opere realizzate per alcuni committenti pubblici e privati, sparse in differenti luoghi della città. Inoltre, il rapporto ventennale che l’artista senese ha instaurato con Banca Etruria – istituzione da sempre attenta e sensibile, che fa anche dell’arte, e dell’arte contemporanea in particolar modo, un suo fiore all’occhiello – sottolinea l’alta professionalità, la disponibilità, la facilità di adattamento alle problematiche estetiche e la coerenza di stile che il pittore ha sempre dimostrato fin dai primi, giovanili lavori.
La realizzazione del grande murale d’ingresso nell’agenzia di Banca Etruria di Siena Centro (1987), quando l’artista era allora venticinquenne, è stato l’inizio di una lunga e fattiva collaborazione che si è concretizzata nella elegante “Porta” scorrevole della Sala Garibaldi (1994) e nell’installazione del dipinto di grandi dimensioni, impreziosito da terrecotte ingobbiate, della Sala Conferenze, entrambi nella Sede Centrale di Corso Italia ad Arezzo. In seguito, ha eseguito due grandi pannelli (ciascuno di ben 12 metri) nella Sede Operativa di Via Calamandrei, corredata così da un “concetto cromatico” per l’angolo caffetteria. L’arte di Pizzichini è entrata poi in numerose case degli aretini, e non solo, nel dicembre 2009, quando all’artista venne commissionato il calendario ufficiale di Banca Etruria per l’anno 2010 – dal titolo “Cieli d’Italia” – , che, con le interpretazioni “coloristiche” delle maggiori città del Bel Paese, ha trovato ampia risonanza tra clienti, pubblico di ammiratori e gente comune.
Da ricordare che in due appartamenti privati nel centro di Arezzo, Pizzichini ha inoltre realizzato per i rispettivi committenti, dei grandi pannelli in concerto con gli spazi e con l’idea degli architetti che li hanno progettati. Tramite preavviso è possibile visitare questi importanti interventi pittorici, così come quelli eseguiti negli ambienti di Banca Etruria.
La mostra che ora si inaugura può essere, quindi, considerata un prosieguo di un ambizioso progetto iniziato anni fa e che ora si pregia di una degna presentazione dei risultati di Pizzichini nei loro vari aspetti.
Siamo di fronte alla valorizzazione del lavoro di un artista ancor giovane, ma che in trent’anni ha lavorato di gran lena, sempre in maniera schietta e con motivazione, riuscendo a spaziare tra pittura, interventi e installazioni, ceramiche, bronzi, disegni. Lo testimonia il monumentale volume monografico, di oltre settecento pagine, recentemente edito da Edizioni Cantagalli e che verrà presentato nell’occasione: le pagine introduttive sono affidate alla competenza di Riccardo Zelatore, il tutto, poi, è arricchito da testimonianze di Enrico Crispolti, Ruggero Savinio ed altri illustri esponenti del mondo dell’arte contemporanea e della critica.
Un modo per ripercorrere il “divenire” creativo di Carlo Pizzichini: dai primi disegni dell’infanzia, agli studi scolastici, passando per le scoperte innovative dei tempi dell’Accademia, fino a raggiungere quella tenacia che gli consente di insistere su un linguaggio libero e personale, ma allo stesso tempo attento agli eventi e capace, se stimolato con motivazioni profonde, di rinnovarsi sempre.
Non solo, ma i visitatori potranno inoltre capire, nel percorso della mostra, tutti quei passaggi dell’itinerario pittorico di Pizzichini che costituiscono l’esperienza di un artista innamorato della vita e del “fare”, mosso da quella onestà creativa, che, solo chi è consapevole dello stupore che ancora l’Arte sa dare, è capace di restituirci in opere.

venerdì 13 maggio 2011

Giuseppe Pedota. La metafisica nell’arte contemporanea

Comunicato stampa

Ad un anno esatto dalla sua scomparsa, prende avvio l’antologica dedicata all’artista Giuseppe Pedota, intitolata “La metafisica nell’arte contemporanea”. Da domenica 15 maggio il percorso espositivo di viale Dante accoglierà 24 riproduzioni su forex di opere figurative e 6 pannelli con una selezione di versi della sua complessa ricerca poetica.
Referenti istituzionali, del mondo della cultura e dell’arte, amici ed estimatori di Pedota parteciperanno ad un momento commemorativo (ore 18) per rendere omaggio all’artista lucano che amava dipingere galassie, costellazioni e pianeti.
La celebrazione del primo anniversario della scomparsa di Giuseppe Pedota sarà l’occasione per il lancio dell’antologica che, attraverso ben 6 esposizioni e fino al 2012, offrirà una lettura esaustiva della sua multiforme e geniale produzione, dalla grafica alla pittura, dalla scultura al design. Non una semplice mostra, ma un percorso complesso e suggestivo, condurrà alla scoperta e alla valorizzazione dell’arte del Maestro in tre importanti contenitori espositivi: Palazzo Loffredo di Potenza (settembre - ottobre 2011), Palazzo Lanfranchi di Matera (ottobre - novembre 2011) e Palazzo Valentini di Roma (aprile 2012).
La mostra “all’aperto” su viale Dante, in permanenza per diversi mesi, proporrà una selezione di opere che non saranno presenti in alcuna delle esposizioni previste nell’antologica, in quanto detenute da collezionisti privati. In questo stesso arco di tempo, tra luglio e settembre, saranno allestite peculiari esposizioni anche nei tre comuni lucani a cui il poliedrico artista è stato maggiormente legato: Genzano di Lucania, luogo di nascita e di sepoltura; Avigliano, dove ha vissuto ed operato negli ultimi anni; Banzi, dove è stata ospitata l’ultima mostra con un’ardita corrispondenza tra le sue opere ed i reperti archeologici là rinvenuti.
L’evento, organizzato dall’Associazione Art&venti2012, si avvale del patrocinio delle cinque Amministrazioni comunali coinvolte, della Provincia di Potenza e della Regione Basilicata, ma anche della Regione Lazio e della Provincia di Roma.

mercoledì 9 marzo 2011

Roberto Lucato e i suoi "cattivi" maestri

Comunicato stampa

“Roberto Lucato e i suoi ‘cattivi’ maestri” è il titolo dell’antologica che sarà visitabile dal 16 aprile presso Villa Benzi Zecchini e che vedrà portare alla luce un confronto tra l’artista veneto Roberto Lucato e i maggiori esponenti dell’arte contemporanea del Novecento italiano.
La produzione pittorica di Lucato dialogherà con le opere appartenenti alla facoltosa collezione d’arte contemporanea che annovera grandi autori della seconda metà del XX secolo del calibro di Mario Schifano, Renato Mambor, Gastone Biggi, Concetto Pozzati, Salvatore Emblema e Giorgio Celiberti, i “cattivi” maestri di Roberto Lucato.
Originario di Castelfranco Veneto, l’artista risente della ricca eredità culturale tramandata, quale testimonianza del significativo periodo artistico dell’avanguardia italiana del dopoguerra. Dall’erede della pop art italiana (Schifano) al precursore della psicologia della forma (Biggi), fino al surrealismo metallico (Pozzati), Lucato ripercorre i più immediati canali espressivi nella divulgazione di un accorato dissenso verso l’attuale situazione socio-politica, gettata sotto le putride acque della corruzione.
Nella splendida cornice di Villa Benzi Zecchini l’antologica appare scandita in tre sezioni espositive: dalla personale di Lucato si passa alla collezione storica per concludere con un’intera sala dedicata ai politici italiani.
Il percorso espositivo comincia, pertanto, con il ciclo pittorico “Gli Uomini Pensanti”, mediante il quale Lucato manifesta il disagio sociale e le contraddizioni umane, denunciando non soltanto la massificazione del pensiero individuale ma anche la conseguente caduta dei valori della società odierna. L’obiettivo della ricerca artistica di Lucato mira al risveglio della coscienza collettiva, partendo da una ricognizione del proprio modus pensandi per tornare ad essere “uomini pensanti”. Tale finalità artistica rammenta le parole di Mambor che asserì: “Io dico che l’arte serve a pulire lo sguardo. I sensi sono offuscati dalla abitudini e tutto ciò che si fa e si pensa diventa immagine, stereotipo, filtro davanti agli occhi. L’arte insinua un cuneo in questo meccanismo spersonalizzante e ha il potere di ribaltarlo, in definitiva è un piccolo sforzo per muovere il pensiero”.
Così come le opere di Celiberti testimoniano uno spirito di speranza, allo stesso tempo i quadri di Roberto Lucato ci obbligano a riflettere sulle prepotenze dei nostri giorni, perpetrate in primis sull’uomo, in seguito sul cittadino. Sono opere che tracciano l’aberrante situazione istituzionale dell’Italia ma lo fanno in una maniera del tutto inedita e significativa, attingendo al linguaggio caricaturale e all’immaginario mordace, che la Goffaggine politica diventa l’Istituzione per eccellenza. Il lessico ironico di Lucato riesce a stemperare la drammaticità e la gravità dei problemi attuali, creando un contesto grottesco denso di sfumature con singolari spunti di riflessione sul presente.
A tal proposito, è interessante soffermarsi sul “Monumento al Valore” un’opera emblematica firmata Lucato, un cassonetto dei rifiuti che reca la scritta “umido politico” e che prevede l’interazione del pubblico per stimolare a “pensare”. I visitatori potranno agire e prendere posizione scrivendo un pensiero, o anche solo una parola, su un biglietto da gettare, poi, nel cassonetto.
Alla base dell’arte di Lucato c’è tanta rabbia verso la rassegnazione e la passività generali, verso la “non azione” e proprio per queste motivazioni la rassegna rappresenta un energico scossone a questo comportamento sociale. Messaggi importanti quelli comunicati attraverso la sua ricerca artistica, ma fondamentali per sensibilizzare alla ricostruzione di una società di valori pulita.
L’antologica sarà presentata all’inaugurazione dallo storico e critico d’arte Dott.Giorgio Falossi, a cui seguirà il concerto musicale “Serenata” da una poesia di Ernesto Calzavara, con testi di Roberto Scalabrin, poesie di Ernesto Calzavara, Paolo Conte, Silvano Belloni, Katia Carlon, musiche di Simone Zanchini, Astor Piazzolla, Richard Galliano, Paolo Conte…eseguito da Simone Zanchini alla fisarmonica, Roberto Scalambrin al clarinetto e voce, Simone Gerardo alla batteria e percussioni ed Enrico Dalla Cort al contrabbasso. Concluderà la serata la performance audio-visiva di Michele Piovesan e Massimo Barbot.
In programma il 23 aprile sarà possibile assistere ai balli italiani con variazioni in trio dell’Italia Barocca a cura dei Sonatori De La Gioiosa Marca con Giorgio Fava e Giovanni dalla Vecchia ai violini, Walter Vestidello al violoncello, Giancarlo Rado all’arciliuto e Gianpiero Rosato al cembalo.
Domenica 1 maggio presso il Teatro Maffioli è prevista la serata “Vento di Pensieri” con Marco Gerboni al sassofono e Roberto Scalabrin al clarinetto ed accompagnamento musicale dell’Orchestra La Roggia sotto la direzione di Alberto Vianello.
Un appuntamento da non perdere.

Titolo mostra: Roberto Lucato e i suoi “cattivi” maestri
Sede: Caerano di San Marco (TV), Villa Benzi Zecchini
Date: 16 aprile - 1 maggio 2011
Inaugurazione: sabato 16 aprile, ore 18.30
Orari di visita: da martedì a domenica ore 15.00-18.30, chiuso lunedì
Ingresso libero