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venerdì 9 ottobre 2015

I due Seneca a confronto sul tema dell’eloquenza di Roma

di Carlo Maria Nardiello


Da più parti fatte risalire agli ultimi anni di Augusto, le Controversiae di Seneca il Vecchio costituiscono un ricco patrimonio di testimonianze afferenti alle esercitazioni di grammatica e di retorica cui i giovani allievi romani erano sottoposti. Quest’opera raccoglie una sterminata congerie di situazioni drammatiche, di fronte alle quali il giovane avviato alla cultura e alla pratica del foro avrebbe dovuto prendere la difesa di una delle due parti in campo (a volte di entrambe) e dibattere la causa con efficaci argomentazioni, col compito finale di vincere il dibattito. Nella praefatio ai dieci libri dell’opera, Seneca affronta il problema da un’angolazione ben precisa, mancando tuttavia di fornire al lettore una concreta risposta al quesito:

In secondo luogo, perché potrete così comprendere quanto ogni giorno gl’ingegni si appiattiscano e come, per non so quale iniqua volontà della natura, l’eloquenza sia retrocessa. Tutti i talenti che la facondia romana può opporre o preferire alla superba Grecia fiorirono intorno a Cicerone; tutti gl’ingegni che hanno dato luce alla nostra arte nacquero in quegli anni. Poi siamo andati peggiorando di giorno in giorno, sia per la dissipazione a cui s’è abbandonata l’età nostra – nulla è più pernicioso agl’ingegni della dissipazione – sia perché, scaduto il pregio in cui era tenuta l’arte più bella, ci siamo rivolti a gara a più basse mete, che premi e guadagni hanno reso allettanti e prestigiose; sia infine per un destino la cui legge maligna, perpetua, universale, fa ricadere all’imo tutte le cose, una volta giunte al sommo, più velocemente di come son salite. (trad. di A. Zanon dal Bo)

Qui l’autore si abbandona a un lungo rimpianto verso un’età dai connotati mitici, contraddistinta da una perfezione inarrivabile e non più replicabile che investiva oltre al clima generale, anche i rappresentanti stessi della cultura. Passato idealizzato e modelli inattingibili da una parte, presente avaro e giovani oziosi dall’altro: in un’invettiva pregna di rammarico verso il presente si consuma il giudizio di uno studioso romano che non poca influenza eserciterà sul figlio filosofo. Tuttavia, oltre alla topica degenerazione dei costumi e della gioventù, qui Seneca il Vecchio introduce un tema nuovo: la perdita del vantaggio materiale, riferendosi al fatto che l’oratoria non rappresenta più una sicura carriera di successo per chi vi si appresta; perciò al giovane ambizioso uscito dalle scuole di retorica si prospettano in quel periodo vie più prestigiose, e quindi ricche, ad esempio la strada delle delationes. I delatores non sono figure totalmente nuove nel panorama giudiziario romano, se si considera l’importanza di cui questi avvocati godono già nel periodo repubblicano e successivamente nel primo impero; a loro, in caso di vittoria, era destinato un quarto dei beni delle loro vittime: a queste figure fa sicuramente riferimento Seneca il Vecchio quando scrive di “più basse mete, che premi e guadagni hanno reso allettanti e prestigiose”. 
Il dibattito sulle cause della decadenza oratoria, dunque, si apre con una ricerca dai connotati fortemente moralistici da un lato, dall’altro con una presa di coscienza del cambiamento in corso all’interno del sistema giudiziario romano, col prospettarsi di nuove tipologie di carriere. 


Nelle Epistulae ad Lucilium Seneca (il filosofo), intento ad esortare alla pratica quotidiana della filosofia il suo amico, inserisce il tema di cui stiamo trattando. Nella lettera 114 della sua raccolta l’autore avvia la discussione col tipico stratagemma letterario della domanda indiretta: 

Mi chiedi per quali motivi un genere corrotto di eloquenza si è prodotto in certe epoche […] e perché in un certo momento hanno trovato favore pensieri arditi fino all’inverosimile e in altri sono stati apprezzati motti brevi e oscuri che suggeriscono più che non esprimano. (trad. di G. Monti). 

La risposta è immediata per bocca del filosofo, il quale avvia una lunga riflessione dal tono moraleggiante sul cambiamento collettivo dei ‹mores›. L’incidenza che questi esercitano direttamente sulle capacità linguistiche di una generazione intera rappresentano il fulcro dell’argomentazione, tutta volta ad avvertire di tenersi a debita distanza dai vizi dell’anima:

Tale il parlare degli uomini quale la loro vita. Ora, come c’è una somiglianza tra gli atti… di un individuo, così capita che il linguaggio di un’epoca sia lo specchio dei costumi, quando un popolo ha perso ogni ritegno e si è abbandonato ai piaceri. È un indice di corruzione il linguaggio affettato quando lo si riscontra non in una o due persone, ma è generalmente accettato e gradito. Non è possibile che nell’intelletto non si riflettano le caratteristiche dell’anima. (trad. di. G. Monti)

È una pagina di critica assolutamente rilevante questa. La risposta dello stoico di Cordova rivolge lo sguardo al decadimento morale generalizzato, prima ancora che al decadimento delle lettere, saldando così due poli che da questo momento in poi saranno intimamente legati nella tradizione successiva. La rimpianta eloquenza di un tempo non è, a suo modo di intendere, vittima del cambiamento istituzionale intervenuto nel I sec. d.C. ma di un lento e progressivo rilassamento dei costumi, contagiati dal morbo della languidezza, della raffinatezza, del lusso, insomma dei vizi più deprecabili per un cittadino romano. Se l’anima è corrotta, suggerisce la linea di lettura del filosofo, inevitabilmente investirà l’intelletto, trascinandolo verso una certa mollezza pronta a determinare in negativo il passo lento e pesante del vizioso. Nel turbine infernale che soffoca la sobrietà e disabitua alla perizia del linguaggio non sono trascinati, ammonisce l’autore, solo gli ignoranti, ma anche la classe colta, differente da quelli solo per la scelta dell’abito, non certo per i gusti.
In Seneca, dunque, è totalmente estranea la motivazione storico-politica nel suo contributo alla querelle, similmente al padre, ma il suo chiarimento alla richiesta dell’amico Lucilio si risolve in una invettiva contro coloro i quali (Mecenate in primis) voltano le spalle ad uno stile di vita sano, educato, austero, temperante, vigoroso e sobrio per dedicarsi, in definitiva, ad una pratica quotidiana licenziosa ed effeminata.


mercoledì 2 settembre 2015

Non diuturna esse potest: il dissenso di Tacito verso il potere

di Carlo Maria Nardiello

Lucido testimone di un periodo ambiguo e controverso come il I sec. è Tacito. In un’epoca in cui convivono cortigiani sostenitori dell’impero, delatori senza scrupoli abili nel garantirsi spazi di successo, fieri idealisti pronti all’esilio o addirittura alla morte pur di non voltare le spalle alla libertà e uomini decisi a conservare rispettabilità e correttezza anche sotto la tirannide, Tacito crede di poter trovare un ordine nella ricerca storica. La sua professione di storico prende le mosse sul finire del secolo, nel 98 d.C., con l’Agricola, una biografia che è insieme una laudatio funebris, per proseguire poi con le Historiae e gli Annales, composte nell’ultima parte della vita sotto Traiano e Adriano fino alla morte, attorno al 120 d.C.
I fini che Tacito assegna al genere storiografico sono principalmente due: “tramandare ai posteri il ricordo delle azioni e dei costumi degli uomini illustri” e indagare “i nessi profondi che si instaurano nelle vicende della storia”. Fa da sfondo a questo generale pronunciamento sul senso della storia il drammatico rapporto, molto avvertito dalla società imperiale, tra passato e presente. L’esperienza letteraria è percorsa dal filo rosso del rapporto tra antichi e moderni sin dal Dialogus de oratoribus e trova pieno compimento nelle opere storiche, nelle quali si analizza una realtà ambigua, ambivalente, difficile da tradurre a causa del cambiamento istituzionale avvenuto che ridistribuisce i poli del potere, offusca il senato e mette al centro l’ingombrante figura del principe. Tuttavia, dopo l’età domizianea, per Tacito si assiste al beatissimum saeculum iniziato da Nerva, l’unico in grado di far combaciare principatus ac libertas. Il declino, coinvolgendo anche le istituzioni, rende duro allo storico il compito di cogliere la reale portata degli avvenimenti, viepiù “quando l’inganno è favorito dalla conservazione delle vecchie definizioni istituzionali”, eadem magistratuum vocabula; nuove figure emergono sul panorama sociale: oratori pagati come Eprio e Vibio, intimi di Domiziano, ma anche nuovi reati mai ascoltati prima, come quelli imputati a Cremuzio Cordo. È necessario, in questo clima, crearsi degli spazi di autonomia di pensiero che però non sfocino nell’anarchia (causa di guerre civili in età repubblicana e vana dimostrazione di stoicismo, agli occhi razionali di Tacito): ecco, dunque, il prevalere di un nuovo atteggiamento, l’unico possibile, l’obsequium.

Sappiano coloro che sono soliti ammirare gli atti di illegalità, che anche sotto cattivi principi vi possono essere uomini grandi e che, con l’obbedienza e un giusto equilibrio accompagnati da un’energica attività, si può giungere a toccare quella fama, per la quale divennero celebri molti che, attraverso vie aspre e scoscese, cercarono una morte sensazionale, senza alcun vantaggio per la cosa pubblica. (trad. di B. Ceva)

La moderatio di cui Tacito tesse l’elogio è l’unica forma di servizio utile per lo stato che si può attuare, riuscendo in tal modo a non farsi viziare dai cattivi costumi di un tempo che non ha bisogno di eroi, ma di prudentia e fiducia nel futuro. Tacito, superata la fase di Domiziano, arriva ad esaltare l’attuale felicitas temporum, arrivando perfino a sentenziare come “anche la nostra età ha da lasciare ai posteri molti esempi di azioni meritorie e di espressioni dell’ingegno”.
Durante la faticosa opera di ricostruzione e interpretazione storica di vicende così oscure, Tacito perviene ad una scoperta rivoluzionaria per la storia di Roma, che ne cambierà la sorte: si tratta dell’arcanum imperii. Tacito scopre che adesso si può concorrere alla guida dell’impero di Roma anche da fuori, dalle province: è la riscossa dei tanti Marco Apro, Vibio, Marcello della storia di Roma, è la riscossa delle popolazioni d’Italia e delle province. È la fine, in definitiva, della grande tradizione nobiliare di Roma, cresciuta con l’orgoglio delle mitiche discendenze. È importante evidenziare come “restava però lo sconcerto per una rivoluzione conseguente nell’apparato e nell’ideologia del potere che possiamo vedere ora certo noi nei suoi aspetti progressivi, ma non chi ne viveva gli inizi e ricercava i fatti con un apparato tecnico legato al mondo che scompariva”. Agli occhi di Tacito si presenta una realtà difficile da riprodurre fedelmente, infranta in più modi, che rende difficile l’identificazione del cittadino romano con la sua città, vista come aliena.
Per concludere, la condizione dell’uomo di fronte al potere è il più grande lascito dell’esperienza letteraria di Tacito, consapevole che qualsiasi forma di potere “non diuturna esse potest.


giovedì 6 agosto 2015

Il primo romanzo della Storia: il Satyricon di Petronio

di Carlo Maria Nardiello


Petronio arbiter elegantiae († 66 d.C.) è il colto e raffinato autore del Satyricon, unica opera ascrivibile al genere del romanzo dell’intera produzione in latino classico. Nella satira menippea, stando alle osservazioni di molti studiosi, si riflettono problematiche di età augustea, prime fra tutte la polemica violenta contro le vuote esercitazioni delle scuole di retorica e la decadenza dell’oratoria. La parte di romanzo che ci è pervenuta si apre con l’immagine di una scuola di retorica, in cui capitano Encolpio ed Asclito; Encolpio risponde con una tanto vuota quanto ampollosa declamazione alla richiesta del maestro della scuola, Agamennone, di esprimere la sua opinione su un certo tema. Il giovane protagonista, allora, posa il suo sguardo inclemente sulla condizione dell’oratoria nelle scuole di retorica:

Ora, invece, tanto con l’enfasi dei temi che col baccano fraseologico assolutamente privo di significato, l’unico progresso che i ragazzi fanno è che, al loro ingresso in tribunale, si credono trasferiti su un altro pianeta. […] Sia detto con vostra buona pace, siete stati voi la rovina prima dell’eloquenza. Volendo infatti dar corpo a qualche vostro capriccio fantastico, con involucri verbali fatti d’aria e privi di contenuto, avete fatto del discorso una carcassa stanca e floscia. (trad. di A. Aragosti)

A queste argomentazioni decise del giovane Encolpio contro le esercitazioni scolastiche sterili e convenzionali, fatte solo di immagini, personaggi e situazioni fittizi, prive di qualsiasi interesse autentico per i temi della vita politica e civile e quanto mai lontane dalla realtà, il maestro è costretto a sottostare. Quest’ultimo riconosce la veridicità delle affermazioni udite ma subito si difende:

a meritarsi la rampogna sono i genitori, cui non aggrada che i loro rampolli progrediscano sotto una severa disciplina. Prima infatti sacrificano tutto alla loro ambizione, speranze comprese. Poi, quando si affannano verso la meta, lanciano nel Foro studentuncoli ancora acerbi, e ammantano d’eloquenza – di cui riconoscono che non c’è niente di più solenne – dei fantolini che non hanno ancora smesso di nascere. Ma se lasciassero faticare gradino dopo gradino, così che i giovincelli studiosi fossero imbevuti di severe letture, e modellassero gli animi sui precetti della filosofia, e raschiassero via parole e parole con implacabile stilo, e ascoltassero a lungo ciò che vorrebbero imitare, e si persuadessero che non è per nulla magnifico ciò che piace ai bimbetti, allora davvero quella grande oratoria riavrebbe il peso della sua maestà


Con Petronio si assiste ad un importante spostamento del punto di vista, specialmente nelle parole di Agammenone: infatti, al di là della solita arringa contro la depravazione dei costumi, si fa rientrare nella discussione sulla decadenza della nobile arte oratoria il tema della scuola, dei maestri e dei genitori. Questo rappresenta una novità nella rassegna di autori e testi fin qui velocemente analizzata. Encolpio vede alle aule di scuola come il luogo del vaniloquio elevato al grado dell’eloquenza, alle vuote esercitazioni (suasoriae e controversiae) come un allontanamento dalle vere declamazioni forensi, e aggiunge che la distanza tra la realtà del tribunale e le fantasie inscenate durante questi esercizi si fa sempre più incolmabile. Tutto ciò causa, inevitabilmente, una disaffezione al gusto linguistico da parte dei ragazzi, i quali, invece, fanno dell’ampollosità un fattore determinante del proprio stile, discostandosi dalla grandezza di un Demostene, di un Platone, di un Tucidide. E proprio il ricorso agli autori fondamentali della Grecia permette di cogliere il senso che il protagonista (e per lui l’autore dell’opera) ha dell’educazione ideale, basato sul possesso di un solido patrimonio letterario come alternativa vera al semplice esercizio di abilità retorica. Abbandono di sterili esercitazioni scolastiche e riappropriazione dell’illustre passato delle lettere, in un estremo tentativo di porre un freno al declino già in atto: questa la lettura e l’interpretazione dell’arbiter elegantiae.

martedì 7 luglio 2015

Il più famoso maestro dell’Antica Roma

di Carlo Maria Nardiello


Formare l’oratore perfetto, che si può avere soltanto quando si realizza in un uomo l’unità tra la capacità di parlare nel migliore dei modi e la capacità di agire nel modo più onesto, senza dimenticare che le virtù sono oggetto dell’etica, ergo della filosofia: è questo l’intento che spinge Quintiliano, il primo educatore stipendiato di Roma, a comporre l’imponente Institutio Oratoria.
Lungo l’interesse pedagogico che percorre l’opera, Quintiliano (ca. 35 – 95 d.C.) si concentra polemicamente sui maestri suoi contemporanei, responsabili della scarsa qualità dell’insegnamento sulla quale si riflette la decadenza dell’oratoria. Egli aveva composto sull’argomento anche il perduto trattato De causis corruptae eloquentiae, del quale è possibile ricostruire la tesi di fondo grazie a riferimenti interni alla sua opera più famosa: l’autore aderisce all’opinione comune attribuendo il fenomeno alla generale decadenza dei costumi. Nell’Institutio, però, compie un balzo interpretativo: 

A dirla tutta, per colpa dei docenti esso [il genere oratorio della declamazione] è sceso così in basso che fra le principali cause della corruzione dell’eloquenza ci sono state l’eccessiva libertà e l’ignoranza dei declamatori; d’altro canto, ciò che per natura è buono, si può usarlo bene. Gli argomenti inventati dovranno dunque essere quanto mai vicini alla realtà, e la declamazione dovrà imitare nella maniera migliore i processi per esercitarsi ai quali è stata inventata. Nelle cause di obbligazioni e interdizioni cercheremo infatti senza successo maghi, pestilenze, oracoli, matrigne più crudeli di quelle delle tragedie e altri elementi ancor più fantastici”. (trad. di S. Corsi)

Per Quintiliano la natura del problema non è esclusivamente di tipo morale ma anche pedagogico: a guidare i maestri non è la competenza bensì l’ignoranza che rischia di trascinare le declamationes (esercizio di per sé buono, sembra suggerire l’autore) in un terreno troppo distante dalla realtà del Foro, analogamente a quanto sostenuto da Encolpio nel Satyricon
La figura ideale dell’oratore, e la conseguente formazione che viene tratteggiata, cioè di un uomo onesto (vir bonus) e legato alle istituzioni, dotato di una formazione culturale di origine greca e latina ed abile nell’arte del dire (dicendi peritus), affonda le proprie radici nella cultura del periodo repubblicano. Ma in età flavia l’oratore non realizza più la propria dimensione intellettuale nel dibattito politico: la sua funzione nella società corrisponde a quella di un onesto funzionario imperiale. In questo assunto si realizza il grande scarto tra l’oratore repubblicano e l’oratore imperiale: è intorno a questo sviluppo che ruota la questione se analizzata sotto la lente della dimensione politica.

martedì 5 maggio 2015

L'Anonimo Del Sublime. Il primo testo di critica letteraria della storia

di Carlo Maria Nardiello


Il trattato Del Sublime, il più celebre scritto di retorica a noi giunto dall’antichità, ancora oggi non gode di una paternità universalmente riconosciuta. Una certa unanimità di pensiero è stata raggiunta circa la datazione dell’opera, ovvero il I sec. d.C., grazie ad una serie di dati interni, di citazioni, di riferimenti, e soprattutto grazie alla conservazione dell’ultimo capitolo, che nonostante alcune lacune restituisce al lettore due posizioni differenti sul dibattito circa la corruzione dell’eloquenza. 
L’opuscolo si segnala per essere la prima, vera opera di critica letteraria, in cui l’acume critico, la finezza di gusto e la sensibilità autoriale tocca vette mai raggiunte prima, tanto da essere ripreso a distanza di secoli dall’estetica preromantica. 
Al centro dell’ultimo capitolo del trattato è il difficile rapporto tra intellettuali e potere: rapporto nel quale il dispotico esercizio di quest’ultimo finisce col soffocare la libertà d’espressione, lievito indispensabile allo sviluppo dell’oratoria e delle lettere. Per rispondere ad un quesito così delicato che poggia su un terreno infido (nel I sec. parlare di regimi assolutistici mortificatori di ingegni poteva risultare quantomeno pericoloso!) l’autore introduce, saggiamente, un nuovo personaggio, “uno della cerchia dei filosofi”. Costui si stupisce di come ottimi ingegni non appartengano più alla realtà contemporanea, e presta il proprio orecchio alla tesi comune secondo la quale:



bisognerà dare credito a quella così diffusa opinione secondo la quale la vera nutrice della grandezza è la democrazia, perché solo con essa fiorirono e insieme morirono i grandi scrittori? Infatti – precisava – la libertà sa allevare i pensieri dei grandi ingegni, sa ispirarli e destarli alla competizione reciproca e al desiderio di primeggiare. Inoltre, nei regni democratici, la possibilità di fare carriera pubblica punge l’orgoglio degli oratori e quasi lo affila in modo che, pienamente libero, si distingua nelle pratiche che lo impegnano. Noi invece – aggiungeva – diamo l’impressione di essere stati bendati con le stesse consuetudini e con gli stessi sistemi fin da quando le nostre menti erano ancora tenere sicché, senza avere mai gustato quella bellissima e nobilissima sorgiva del linguaggio che è la libertà, non sappiamo riuscire altro che sublimi adulatori. (trad. di G. Lombardo).

La communis opinio viene presentata in tutta la sua durezza, senza mezzi termini: la responsabilità della penuria di grandi ingegni letterari viene ascritta alla scomparsa della democrazia, l’unico terreno dove eloquenza, grandezza e libertà possono proliferare. È la prima volta che in un trattato del I sec. d.C. appare in tutta la sua concretezza il problema della scomparsa della democrazia, della servitù che ne deriva e che inevitabilmente finisce per reprimere e mortificare la libertà, prima di tutto la libertà di parola. La nuova realtà dell’impero, finemente descritta da Tacito nelle sue opere storiche, qui viene interpretata come foriera di una lunga schiera di asserviti, di schiavi che mai potranno ambire ad indossare le vesti dell’oratore, essendo questi tangibilmente privi di valori. La gabbia che si costruisce attorno alle generazioni nate sotto il vessillo dell’impero diventa, metaforicamente, gabbia e carcere dell’anima, condannata a perire sotto la figura del cattivo princeps
La risposta dell’autore del trattato a queste considerazioni è molto cauta e si sposta sul terreno etico: egli afferma stoicamente che la vera schiavitù è quella dell’anima, tiranneggiata dal deprecabile vizio della ricchezza e dell’indolenza. La prima spinge l’uomo a fare solo ciò che può procurargli gloria, la seconda dà vita a violenza e sfrontatezza, così da far perdere la disposizione alla grandezza, al sublime. Si dirime in tal modo il principe da ogni responsabilità. La conclusione è amara, sconfortante e per certi tratti eccessivamente sottile, tanto da far sorgere il sospetto che il vero propugnatore delle idee attribuite al filosofo sia l’autore medesimo, e che le argomentazioni contrarie altro non siano se non uno schermo per stornare pericolose conseguenze della tesi sovversiva, che attribuiva all’assolutismo imperiale un ruolo determinante nella crisi dell’eloquenza.

sabato 21 marzo 2015

La decadenza delle lettere nel I sec. d.C.

di Carlo Maria Nardiello

In un’epoca drammaticamente segnata dalla confusione nel tentativo di disegnare il perimetro tra principato e libertà, tra Cesari e senatori, tra aristocrazia e nuovi ceti dirigenti, a Roma molti intellettuali si preoccupano di definire lo “stato di salute” dell’eloquenza contemporanea. La produzione letteraria del I sec. d.C. a Roma ci restituisce un clima di cocente preoccupazione circa le cause che hanno condotto la grande eloquenza repubblicana ad un irreversibile deterioramento. Se si scorrono le pagine dedicate a questo tema si assiste all’evidente disagio vissuto da parte della classe aristocratica di fronte alla realtà nuova, e perciò imprevedibile, che assegna nuovi spazi e nuove funzioni pubbliche all’oratore, nel quadro di una generale riconfigurazione dell’equilibrio tra intellettuale e potere. 
La nuova realtà imperiale impone un ripensamento radicale sul ruolo e sull’utilità di un’arte tanto praticata a Roma: qui , infatti, la capacità di persuadere in virtù della parola ha da subito legato il concetto di bonus orator all’uomo politico romano, primo fra tutti Catone. Così Cicerone a proposito della eloquenza di questo: 

“E che uomo, dèi buoni! Lascio da parte il cittadino, il senatore, il generale. Qui ci interessa l’oratore: chi è più maestoso di lui nell’elogiare, più aspro nel biasimare, più acuto nel formulare i pensieri, più preciso nell’esposizione e nell’argomentazione?” (trad. di E. Narducci)

Il primo impero romano se da un lato si presenta come “uno dei periodi più eloquenti della storia dell’uomo” (G. Kennedy) dall’altro appare come il momento in cui si parcellizza lo spazio per questa attività in una serie di sottocategorie: l’elogio funebre, l’actio gratiarum, l’oratoria deliberativa. E a proposito di quest’ultima sir Ronald Syme afferma: “i grandi problemi di politica pubblica non furono più dibattuti davanti alle assemblee del popolo romano, ed in Senato essi furono più spesso oggetto di esposizione che di discussione. Diplomazia, maneggi, intrighi si sostituirono all’aperta competizione e alla libera discussione.” E tuttavia lo stesso Syme aggiunge: “ciò non costituì per l’oratore un’irrimediabile calamità. Abilità ed ingegno, se distolti dalla politica, avrebbero potuto concentrarsi tanto più efficacemente nella pratica forense […] i processi per delitto di maiestas, maledizione del sistema imperiale, giunsero come una fortuna per lo sviluppo dell’oratoria”.
L’oratoria, quindi, subisce un restringimento della propria area di azione a causa dell’ingombrante figura del principe, l’unico a poter effettivamente convocare le assemblee popolari e a condizionare la libertà di parola in Senato, secondo molte testimonianze dell’epoca. D’altra parte già sul finire del I sec. d.C. ma ancor più durante tutto il II sec. d.C. il potere imperiale è oramai accettato in un diffuso clima avulso dalle critiche; in quanto alla agognata libertas senatoria fa seguito una più concreta e realistica ricerca di securitas: il senato, e insieme gli studiosi, si accontentano di un’efficiente amministrazione imperiale, garante di pace e prosperità.

lunedì 25 agosto 2014

Cenni sulla storiografia del consenso e del dissenso nel I sec. d.C.

di Carlo Maria Nardiello

Con Quintiliano e Tacito si chiude l’acceso dibattito sulle cause della decadenza dell’oratoria in coincidenza con l’avvento del II sec. d.C. Entrambi gli autori sono contemporanei di Traiano (98 – 117 d.C.), l’imperatore che si mostra aperto alla ripresa di un genere, quello storiografico, non più espressione di mera simpatia al sovrano o sterile raccolta di exempla virtutis
Con l’avvento del principato di Augusto a Roma si apre una stagione culturale di esplicita propaganda verso il regime, con l’adesione degli autori più celebri della latinità grazie alla attenta mediazione di Mecenate, vero e proprio intermediario tra l’élite culturale e il potere. Si commissionano opere volte a celebrare l’avvento del vincitore di Azio, su tutte l’Eneide virgiliana, il cui primario obiettivo restava quello di “Augustum lodare a parentibus” (Servo), capofila dell’epos celebrativo. Già la seconda generazione augustea di letterati si mostra distaccata dalla riforma culturale augustea e si dedica ad argomenti “leggeri”, Ovidio su tutti, seguendo un gusto più vicino all’ellenismo.
Scomparso Mecenate, la mediazione programmata e ponderata tra letterati e principe si interrompe e si apre la tradizione anti-tirannica, di matrice aristocratico-senatoria, che farà oggetto della propria ostilità gli esponenti della dinastia giulio-claudia, Tiberio (14 – 37 d.C.) su tutti. Subito dopo la sua morte al principato succede Caligola (37 – 41 d.C.), primo interprete della svolta autocratica da parte di un imperatore: l’apice della storiografia filosenatoria ci conserva una serie di stravaganze e capricci che concorrono alla costruzione di un personaggio folle e sanguinario. Il culmine del dissenso tra senato e imperatore riguarda la nomina a senatore, da parte di Caligola, del proprio cavallo; gli stessi senatori insieme con alcuni pretoriani tendono una congiura contro Caligola nel 41 d.C. L’imperatore Claudio (41 – 54 d.C.) non costituisce certo un’eccezione, nonostante la sua passione per la scrittura (è autore di un libro di storia, uno di grammatica in cui proponeva l’introduzione di tre nuove lettere nell’alfabeto latino); basti ricordare l’impietoso ritratto che di lui compone Seneca il filosofo nella paradossale operetta Apokolokyntosis.
Fu proprio il filosofo originario di Cordova ad ispirare il nuovo imperatore Nerone (54 – 68 d.C.), ma solo negli anni iniziali di governo, verso una ripresa del mecenatismo (augurandosi quindi una nuova stagione “aurea” per la come quella augustea). La politica culturale di Nerone è sintetizzabile nella sua stessa figura di istrione, modellata ad hoc, in linea con la generale predilezione verso la spettacolarizzazione ed ellenizzazione, linee guida dei suoi anni di governo.
Venuto meno l’ultimo discendente della dinastia giulio-claudia, molti autori salutano l’ascesa al potere dei Flavi come una nuova rotta da seguire con entusiasmo. In effetti si registra un’inversione di tendenza in ambito culturale: la nuova dinastia imperiale inaugura un programma di restaurazione sia civile che morale in tutto l’impero, ma anche culturale: si favorisce un’educazione nuovamente basata sulla retorica, di cui sono espressione sicura le cattedre statali istituite per formare i nuovi funzionari imperiali sotto Vespasiano (69 – 79 d.C.) e si riprende la poesia epica (con la triade formata da Stazio, Valerio Flacco e Silio Italico). I due anni del principato di Tito (79 – 81 d.C.) caratterizzano un biennio “felice per la brevità”: tra i suoi primi atti Tito mette al bando i processi per alto tradimento, piaga sanguinosa degli anni precedenti, strumento di persecuzione contro gli oppositori politici; inoltre con Tito non si eseguono più condanne a morte di senatori, in un estremo tentativo di riconquistare l’approvazione della classe senatoria romana e di conseguenza i delatores vedono le proprie fortune estinguersi e subiscono l’allontanamento dalla città. Ennesima ripresa autocratica dell’impero è quella voluta da Domiziano (81 – 96 d.C.) che da subito rinuncia al riavvicinamento col senato avviato dai suoi due predecessori. L’imperatore si presenta in qualità guida morale e culturale del suo popolo oltre che la naturale incarnazione del governo. Chiudono il secolo Nerva (96 – 98) e Traiano (98 – 117).
In un’analisi concentrata sulle “condizioni di salute” del genere storiografico nel I sec. d.C. è utile chiarire come sin da subito si delineano due filoni: il primo composto di sostenitori senza scrupoli del regime e degli uomini che si avvicendano a rappresentarlo, il secondo, più tormentato e ovviamente meno documentato, di fieri oppositori dei Cesari e della intera dinastia giulio-claudia da essi rappresentata.

giovedì 19 settembre 2013

Costantino e l'editto che cambiò la storia

di Federica Amalfitano

Tolleranza, rispetto e libertà religiosa, temi sempre attuali, vengono riproposti nuovamente in chiave storico-artistica a Roma, in una mostra chiusa domenica scorsa nel suo luogo più celebre, il Colosseo.
La mostra Costantino 313 d.c. è nata per festeggiare l’anniversario di uno dei provvedimenti legislativi più importanti della storia dell’umanità: l’Editto di Milano. I due Augusti, Costantino d’Occidente e Licinio d’Oriente, firmano nel febbraio del 313 d.c. il manifesto con il quale viene concessa libertà di culto a tutte le religioni in tutto l’impero, sancendo così la fine delle persecuzioni cristiane. La ricorrenza è stata quindi occasione per riunire e godere della bellezza di reperti legati alla figura dell’imperatore, alla sua politica e alla vita ai tempi del suo impero.
Ad aprire il percorso la sezione scultorea, con i ritratti dei personaggi più celebri, da Massenzio a Costanza, da Elena, madre di Costantino, all’imperatore stesso. Volti dai profili marcati, definiti, di un realismo che è tipico dell’arte romana.
Realismo e fini propagandistici si ritrovano numerosi anche nella sezione numismatica; un cospicuo numero di monete coniate dalla zecca di Roma, Ostia ed Aquilea hanno permesso ai posteri di conoscere i volti degli uomini più potenti.
Resti di ghepardi, leopardi ed altri animali, ritrovati nei sotterranei dell’anfiteatro, sono invece segni tangibili degli spettacoli del tempo, accompagnati da numerosi utensili e graffiti ritrovati sugli spalti e in prossimità dell’arena.
Lungo la passeggiata attraverso il colonnato anche i simboli della ricchezza e del fasto dell’impero: gioielli, monili ed altri arredi tombali, che accompagnavano le donne del patriziato romano nel passaggio nell’aldilà, ma anche scettri, scudi ed elmi impreziositi di gemme, testimonianza degli influssi dell’oreficeria bizantina.
Di grande rilievo la presenza ripetuta sugli arredi del “Chi Rho”, iscrizione di origine orientale che con Costantino il Grande diventa simbolo della cristianità, ovvero abbreviazione del nome di Gesù.
Un viaggio nella Roma imperiale, fra reperti, sculture e plastici, concluso con la splendida vista dell’Arco di Trionfo, ad aprire e chiudere metaforicamente la mostra, ricordando la celeberrima battaglia che vide la vittoria di Costantino su Massenzio e l’inizio del suo impero.