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mercoledì 10 luglio 2013

La Chiesa della Madonna del Vetere a Moliterno

di Carmelinda Potenza

La Chiesa di Santa Maria del Vetere è una chiesa trecentesca situata nel comune di Moliterno (PZ) con origini molto antiche. Fu costruita dai patrizi grumentini come tempio pagano in onore degli dei Silvano e Diana Cacciatrice e nel corso dei secoli ha subito molti cambiamenti e ristrutturazioni a causa di guerre e deterioramenti. Con la distruzione di Grumentum la chiesa andò in rovina e nel 1272 la principessa Odolina d’Aquino ordinò la ricostruzione della stessa, poi ultimata dalla principessa Caterina, moglie di Oddone II di Brayda. La chiesa subì molte trasformazioni fino alla sua ristrutturazione avvenuta nell’Ottocento: nel ’400 fu edificato il muro di fondo, mentre nella prima metà del ’600 fu ampliata la cappella verso ovest e fu realizzato il ciclo pittorico sulla parte sinistra del santuario. Nel XIX secolo fu restaurata per volontà del sacerdote Pietro de Nito, in quanto minacciava rovina.
Oggigiorno è possibile ammirare affreschi del ’500 e del ’600 di scuola napoletana, una statua di gesso del ’400 e altre pitture del ’300. Sul primo altare a sinistra era visibile uno stupendo crocifisso ligneo, che però fu trafugato nel 1986, insieme a due puttini lignei e dei candelieri d’oro.
Nell’affresco principale che occupa la parte di fondo dell’abside compare come figura principale Dio Padre che sorregge il Cristo Crocifisso, inquadrato in una mandorla circondata da teste di cherubini. Nella parte destra della composizione si trova la figura di San Marco, mentre nella sinistra San Giovanni Evangelista, entrambi in piedi. Sullo sfondo è raffigurato un paesaggio costituito da rocce e alberi, e al lato sono dipinte due figure che corrispondono a San Pietro e a San Paolo. L’opera è abbastanza deteriorata e la parte inferiore è in parte distrutta per l’apertura di una porta, per questo motivo la firma dell’artista non è del tutto leggibile. Sciolta dalle abbreviazioni si potrebbe leggere D. Martino o de Martino e neppure la data è esatta: 1544 non è riconducibile alla datazione dell’affresco, bensì a un restauro. L’artista è considerato mediocre, in quanto utilizza aspetti culturali interessanti di provenienza napoletana, ma li filtra attraverso una sensibilità provinciale che li indebolisce.
La Madonna del Vetere si festeggia ogni anno l’8 settembre e viene onorata con riti religiosi e manifestazioni civili. Durante i nove giorni che precedono il ritorno al paese, si celebra sul monte una novena seguita dalla celebrazione della Santa Messa e dalla recitazione di alcune preghiere e di canti tradizionali. La festa, che si svolge con grande solennità e partecipazione dei fedeli, si conclude nella tarda serata con musica in piazza e fuochi pirotecnici.
Per un paio di anni, precisamente dal 2009, la chiesa è stata chiusa al pubblico per motivi tecnici. Il 20 maggio del 2009, a poco meno da un mese dalla presentazione del lavoro di ricerca sul patrimonio artistico medievale della chiesa, Don Domenico Petroccelli e l’autore dello studio Antonio Rubino, recatisi al santuario moliternese per effettuare un nuovo servizio fotografico, trovarono una brutta sorpresa. La controsoffittatura era caduta a seguito del grave danneggiamento degli embrici e di infiltrazioni di acqua. La brutta notizia, comunicata subito all’Ufficio Tecnico del Comune di Moliterno, fu rigirata ai Vigili del Fuoco che nella stessa mattinata effettuarono il loro sopralluogo. Oltre al crollo di parte degli intonaci del soffitto fu constatato anche il grave deterioramento delle capriate lignee del tetto e il conseguente avvallamento del manto di copertura, con imminente pericolo di crollo. Oltre ai danni, però, mentre si facevano i lavori di restauro fu scoperto un altro affresco molto antico, sotto quello principale dietro l’abside, ma l’amministrazione ha deciso di non scoprirlo per non rovinare quello di sopra. La chiesa, che vanta una storia e un patrimonio artistico unico per l’intera Val d’Agri, fu dichiarata inagibile e chiusa al pubblico, cosa abbastanza grave, considerando che, tra il mese di maggio e di settembre ospita molte celebrazioni liturgiche legate alle tradizioni secolari moliternesi, mai interrotte, neanche durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Solo il 24 maggio di quest’anno la chiesa è stata riaperta al pubblico e la Madonna è stata riportata al suo posto, in modo da poter celebrare, esattamente come vuole la tradizione, la ricorrenza secolare.
La chiesa per motivi di sicurezza è visibile solo nei giorni dedicati alla festività, a maggio e settembre, e su richiesta al comune di Moliterno. Per ulteriori notizie e approfondimenti storici sulla chiesa e sugli affreschi al suo interno è possibile consultare il libro Moliterno luoghi e simboli della fede, a cura della bibliomediateca G.Racioppi.

martedì 11 giugno 2013

"I sogni degli uomini sono l'anima dei territori"

di Luciana Travierso

Si è da poco conclusa la manifestazione culturale svolta presso la Torre Normanna e il Palazzo Scarilli a Picerno, dedicata ai temi cari a Mario Romeo, politico e professore, scomparso da 11 anni. Il suo sogno era quello di creare un centro culturale all’interno della Torre, dove i suoi concittadini potessero esprimersi per animare il proprio territorio e proiettarli al futuro. Il tutto è stato possibile grazie alla famiglia e al contributo della Pro Loco locale, l’associazione Lucanianet e il patrocinio del Comune di Picerno, del Gal C.S.R. Marmo Melandro e dell’Area Programma Marmo Melandro.
Durante i tre giorni (24-25-26 maggio 2013) sono stati organizzati diversi dibattiti su arte, tecnologia, musica ed editoria. Si tratta di un confronto tra passato e presente che dimostra come i sogni non abbiano una scadenza temporale perché intrinseci dell’animo umano. Ne è prova il messaggio che diffonde Biagio Russo, direttore della Fondazione Leonardo Sinisgalli. L’ingegnere ed intellettuale lucano fu fondatore e direttore dal 1953 al 1958 della rivista di cultura, scienza, arte e tecnologia La Civiltà delle Macchine. Così come oggi è di esempio la rivista Just Kids che, con entusiasmo e passione, si occupa di musica indipendente ed arte contemporanea. Nata nei ritagli di tempo di alcuni ragazzi, come stesso afferma il direttore editoriale Anurb Botwin, il bimestrale rimane fuori dai più grandi circoli commerciali dell’editoria, fedele alla propria indipendenza intellettuale.
La musica ha continuato ad animare Picerno con il progetto “LAMADRE” presentato dal gruppo Sona e Tumbao School coinvolgendo i partecipati con pianoforte, basso, violoncello e percussioni. Il nostro territorio è caratterizzato anche dal dialetto che presenta elementi fonetici affini al galloitalico, originario di area settentrionale. È stato possibile sottolinearlo grazie all’intervento di Paolo Curcio, referente del Laboratorio Teatrale ’95 di Picerno, attraverso un incontro con le scuole e uno spettacolo teatrale.
Tema cruciale è stato lo sviluppo delle aree rurali che può compiersi grazie all’apporto delle tecnologie digitali. Ce lo manda a dire Saverio Romeo che insieme a Leandro Pisano e Daniele Pitteri sono i promotori del progetto FARM (Factory for Rurality Art and Media). Lo scopo è individuare le potenzialità del territorio rurale per mezzo delle attraverso installazioni, performance sonore, live e workshop.
Inoltre, all’interno della Torre sono state allestite mostre di pittura, scultura e fotografia con la partecipazione di numerosi gli artisti lucani, sia affermati che emergenti, alcuni dei quali hanno partecipato all’estemporanea di pittura.
Questa è stata la dimostrazione che è possibile fare qualcosa di concreto per il proprio territorio, in primis credendo fermamente nei propri sogni dando un senso alla propria vita.

giovedì 15 novembre 2012

La chiesa madre di Ferrandina

di Francesco Mastrorizzi

Sorge nella collina materana il paese di Ferrandina, la cui fondazione, come indica una lapide affissa sul portone del Municipio, sarebbe da fissare nell’anno 1494 e da attribuire a Federico d'Aragona, che battezzò l’abitato in onore di suo padre, re Ferrante (o Ferrantino). Le origini di Ferrandina, tuttavia, possono essere fatte risalire all’VIII secolo a.C., epoca dei primi insediamenti Enotri.
Il centro storico è un luogo ricco di fascino e di storia, in cui si susseguono una serie di edifici sacri e civili di pregevole valore architettonico. Notevoli sono i conventi di Santa Chiara, San Francesco, San Domenico e quello dei Cappuccini. Molto belli sono anche alcuni palazzi nobiliari ornati di scaloni e portali di stile napoletano.
L’edificio più importante è sicuramente la chiesa madre di Santa Maria della Croce, che si affaccia su piazza Plebiscito, al centro del paese. Anche in questo caso non si hanno certezze sulla data di costruzione. Potrebbe essere stata edificata per volere dello stesso Federico d'Aragona. Tuttavia alcuni elementi architettonici, come le caratteristiche lobature delle trifore poste in alto ai lati del transetto, fanno pensare ad un precedente edificio di sapore bizantino, che potrebbe essere identificato con l’antica chiesa di San Lorenzo Martire. Questa sorgeva ad Uggiano, il centro abitato antecedente a quello di Ferrandina. Per le numerose trasformazioni e i notevoli ampliamenti subiti nel corso dei secoli, forti difficoltà si presentano nel leggere l'impianto primitivo del monumentale complesso.
La facciata del XVI secolo, su cui si aprono tre portali e tre rosoncini, risente negli schemi architettonici e nei motivi ornamentali di echi rinascimentali. Il portale centrale è fiancheggiato da due colonne istoriate; sul lato sinistro si vedono segni di bifore. L’interno, rifatto nel Settecento, è a tre navate e si presenta in stile barocco. La trabeazione della navata centrale sorregge fasci d’archi a botte. Sopra ogni arcata vi è una finestra arcuata e tale fila superiore di finestre si ripete nelle navate minori. Seguendo un sistema di copertura barocca, su ogni campata ci sono cupolette ellittiche, simili a quella della cupola centrale.
L’abside custodisce un coro ligneo intagliato, un organo a canne e, in alto a sinistra e a destra le sculture lignee di Isabella Del Balzo e di Federico d’Aragona, attribuite ad Altobello Persio, di Montescaglioso. L’altare maggiore (1777) è in marmi policromi ad intarsio. Una statua in legno della Madonna col Bambino, datata 1530, è seduta su un monumentale sedile ligneo dorato con baldacchino. Nell’ufficio parrocchiale si nota l’affresco della Crocifissione, del XVII secolo, del pittore Andrea Miglionico (pittore doc. 1663-1710).
Nella chiesa è custodita una reliquia del Legno Santo di Croce, all’interno di una stauroteca provvista del più antico bollo dell'arte degli orafi di Napoli rinvenuto in Basilicata e databile alla metà del XV secolo. Secondo la tradizione, si tratta di un pezzo di legno della Croce su cui morì Gesù Cristo. La reliquia è particolarmente venerata il 14 settembre, festa liturgica dell'Esaltazione della Santa Croce.

sabato 20 ottobre 2012

Santa Maria dell'Episcopio a Montalbano Jonico

di Francesco Mastrorizzi

Montalbano Jonico è una cittadina della collina materana, le cui origini risalgono al III secolo a. C. Nel corso del Medioevo è stata terra di conquista, subendo le sopraffazioni e le violenze di Bizantini, Svevi, Normanni, Francesi, Spagnoli, Borboni, come del resto tutto il sud dell’Italia. Il suo territorio fertile ne ha fatto per molti decenni uno dei centri più ricchi e prosperi dell’area, tanto che nel 1735 Carlo III di Borbone gli conferì il titolo di “città” e i vescovi di Tricarico ne fecero la loro privilegiata residenza estiva.
Nel centro storico del paese è ubicata la Chiesa Madre di Santa Maria dell'Episcopio, la cui facciata appare semplice nelle linee classicheggianti tipiche del Cinquecento. La consacrazione dell’edificio avvenne nel 1534, come attesta una iscrizione in latino incisa su una lastra in pietra. Nel Settecento un devastante terremoto rese necessaria la demolizione della chiesa e con la successiva ricostruzione si decise di riordinare le navate, murando l’ingresso principale originario, che si affacciava sul lato occidentale in corrispondenza di Piazza Savonarola, e spostando la porta maggiore presso la cupola e la crociera.
L’edificio è a tre navate e presenta al suo interno alcuni elementi molto interessanti sotto il profilo artistico. Nella navata centrale è ancora ben conservato un fonte battesimale del Cinquecento. Altro dettaglio rilevante è un imponente organo decorato con motivi dorati, che fu trasportato dietro l’altare nei primi anni del Novecento. Dietro l’altare maggiore si trova il coro, realizzato alla fine del Seicento.
Anche le navate laterali sono ricche di opere sacre che meritano un cenno. Nella navata di destra si trovano l’altare di Santa Maria e quello dell’Addolorata. Poco più avanti la cappella di S. Maurizio, patrono del paese, conserva un bellissimo paliotto di marmi policromi. La navata di sinistra ospita l’altare di S. Maria ad Nives e quello di S. Maria di Costantinopoli. Spicca una tela del Seicento, attribuita al pittore Mattia Preti, definito “il Caravaggio di Napoli”, raffigurante la Madonna con Gesù bambino che offre la Croce a San Giovannino. Conserva, inoltre, una statua lignea risalente al XIII-XIV secolo raffigurante una Madonna con Bambino. L'effige proviene dall'antico cenobio cistercense di San Nicola in Sylva, oggi ridotto a pochi ruderi e situato sulla sponda sinistra del fiume Agri, in territorio montalbanese fuori dall'abitato.

lunedì 17 settembre 2012

Preziosità artistiche a San Martino d’Agri

di Francesco Mastrorizzi

Una manciata di abitazioni raccolte su un dosso alle pendici del Monte Raparo costituiscono il piccolo paese di San Martino d’Agri. Strette stradine, ripide scalinate, casette in pietra e palazzi nobiliari, arricchiti da loggette e portali decorati, danno forma al suo caratteristico centro storico. Le sue ridotte dimensioni non impediscono di rintracciare significative testimonianze artistiche, gran parte delle quali custodite nel convento di Sant’Antonio.
L’edificio fu fatto edificare nel 1512 dai cittadini di San Martino d’Agri, grazie alla concessione di papa Giulio II, per essere destinato ai Frati Minori Osservanti. Nei decenni successivi subì diversi crolli e riedificazioni, fino alla distruzione, quasi completa, del terremoto del 1572. In seguito a questo evento i cittadini lo ricostruirono nuovamente, sopra un’altura poco distante.
Nel corso dei secoli l’edificio ha subito varie modifiche strutturali, dovute ai disparati impieghi a cui è stato destinato: prima convento, poi abitazione, fino a sede municipale e scuola media. Il portico del piano terra consente l’accesso diretto alla chiesa e al primo piano tramite una scala coperta con volta rampante. La chiesa, adiacente al convento, è costituita da un’aula unica rettangolare e, nonostante la ristrutturazione del 1714, conserva tutte le caratteristiche della sua redazione seicentesca, con pareti scandite da nicchie e una ricca decorazione barocca a stucchi.
Il primo altare a destra ospita una grande pala con la Madonna del Rosario, dipinta nel XV secolo. Nel presbiterio sono collocati due dipinti raffiguranti la Madonna col Bambino, entrambi della prima metà del XVII secolo, attribuiti ad allievi dello Stabile. Presenti, inoltre, un pregevole coro ligneo e un pulpito, intagliati nel 1727 da Nicolò La Sala.
Anche gli altari a sinistra presentano dipinti e sculture sei-settecenteschi. Un Crocifisso ligneo seicentesco, opera del Pietrafesa, si trova sul secondo altare. Presente anche un polittico del 1538 composto da nove pannelli, su cui sono dipinti la Risurrezione, una Madonna in trono con tre puttini musicanti e santi dell’iconografia francescana. Le tavole erano state utilizzate nel 1714 per la controsoffittatura e per salvarli si è dovuto intervenire con una difficile opera di restauro, in modo da rimediare ai danni causati dalle infiltrazioni di acqua piovana.
Il chiostro del convento è ornato da un ciclo di affreschi realizzati, su commissione di Padre Antonio da Brienza e Padre Bernardino da San Martino d’Agri, da Pietro di Giampietro da Brienza. Il ciclo è firmato e datato 1743, ma i lavori furono completati nel ‘44, come testimonia un’iscrizione sulla parete della scalinata. Sono raffigurate scene della Vita di Cristo, di San Francesco, di Sant’Antonio, di Santa Chiara e altri santi. Nelle volte e sulle pareti troviamo ovali e medaglioni di santi, beati e Padri provinciali dell’Ordine Francescano. La volta a botte è interamente decorata a tinte vivaci da ghirlande di fiori, frutta, foglie e volute.

venerdì 24 agosto 2012

Trecchina: un borgo incastonato tra mare e montagne

di Francesco Mastrorizzi

Trecchina è un antico centro lucano ricco di mille suggestioni, di tipo paesaggistico, ma anche derivanti da storia, arte, tradizione e folklore. Sorge nell'entroterra della costa tirrenica lucana, su un altopiano incastonato tra le montagne, ma a pochi passi dal mare. La sua collocazione risulta, quindi, strategica, collocato com’è a pochi km sia dalla stupenda costa, tipicamente mediterranea, di Maratea sia dai sentieri montani del Parco Nazionale del Pollino.
Degradando dall'antico borgo medioevale denominato "Castello", il paese si estende verso il "Piano", che costituisce l'attuale zona residenziale. Il borgo antico, adagiato su uno sperone roccioso inaccessibile dalla valle, mantiene intatti angoli di rara bellezza. Finestre, balconi e loggiati sormontati da archi si aprono su un dedalo di stradine scoscese, che si inerpicano dal vallone fino al punto più alto, dove i ruderi del castello baronale del '500 testimoniano secoli di storia di questa comunità. Le prime case risalgono al medioevo (sec. XI), quando il paese fu ricostruito dai Longobardi di Salerno, dopo la sua distruzione ad opera dei Saraceni.
Le origini di Trecchina sono piuttosto incerte: alcuni fanno risalire il primo insediamento al 500 d.C., ad opera di coloni greci della città di Anglona, altri fissano le origini in età romana, indicandola con il nome di Terenziana. Tra il XI e il XII secolo fu interessata da correnti migratorie di gruppi eretici provenienti dal Piemonte, in particolare dal Monferrato, che hanno lasciato una indelebile traccia nel dialetto locale. Trecchina è, infatti, uno dei centri lucani – assieme a Potenza, Picerno, Pignola e Tito – dove si parla il gallo-italico e ciò la rende un’autentica isola linguistica.
Cuore del paese è la bellissima Piazza del Popolo (ampia oltre 1800 mq), costituita da una rigogliosa villa impreziosita da variopinti giardini e circondata da notevoli palazzi in stile liberty, tutti ornati di portali in pietra scolpita e con lunghe balconate sorrette da ferro battuto.
Nella piazza si erge la chiesa madre, dedicata a San Michele Arcangelo, realizzata fra il 1825 e il 1875. All'interno si possono ammirare il soffitto a cassettonato e l’abside decorati da Mariano Lanziani rispettivamente nel 1915 e nel 1924, un dipinto della Madonna del Soccorso di fine Ottocento del pittore napoletano Scognamiglio, una statua della Madonna Assunta di scuola napoletana e un’altra di San Michele Arcangelo, posta in una nicchia sulla parete di fondo dell’abside. Infine, sull'ultimo altare di destra, si trova la tela più recente della chiesa, raffigurante La Cena di Emmaus e realizzata nel 1994 dal pittore locale Emilio Larocca, paesaggista e ritrattista, epigono della raffinata pittura napoletana dell’Ottocento.
La facciata della chiesa è divisa in tre parti da lesene: sulla parte centrale vi è un portale in pietra con sovrastante aggetto su cui si regge la statua di San Michele, mentre sulle parti laterali si aprono due finestroni. La torre campanaria fu costruita nel 1904 a spese di Gennaro Orrico, un ricco emigrante, che volle così dotare il paese di quel campanile che fino ad allora mancava.

giovedì 9 agosto 2012

San Severino Lucano, nel cuore del Pollino

di Francesco Mastrorizzi

San Severino è una piccola cittadina incastonata nel cuore verde del Parco Nazionale del Pollino, tra splendide valli, boschi incontaminati e immersi nel silenzio, interrotto soltanto dal dolce mormorio dei ruscelli, paesaggi incantati e mirabili scenografie naturali.
L'abitato sorse intorno alla fine del XV secolo, quando i principi Sanseverino di Bisignano donarono i loro territori ai Cistercensi della vicina abbazia di Santa Maria del Sagittario, fondata nel 1202. I monaci vi edificarono un casale e delle abitazioni per i contadini che avrebbero dovuto mettere a coltura le terre. Da questo villaggio nacque, intorno al 1400, il primo nucleo dell'abitato che prese il nome dall'antico feudatario.
Nel 1806 San Severino, che fino a quel momento apparteneva al territorio di Chiaromonte, a seguito di un ordinamento napoleonico, che poneva fine alla feudalità, confiscando i beni ecclesiastici, si istituì in Comune. Nel 1820 al nome San Severino fu aggiunta la specificazione di Lucano. Dopo l'unità d'Italia il brigantaggio fu molto attivo nel territorio comunale, come d'altronde nell'intero comprensorio del Pollino, favorito da montagne impervie e mancanza di strade. Tra le tante figure di briganti di quel periodo, sono ricordate quelle del Capitano Iannarelli e di Antonio Franco.
Per la sua recente storia San Severino non ha importanti emergenze architettoniche. Al centro del paese sorge la Chiesa Madre di Santa Maria degli Angeli, probabilmente risalente al primo nucleo abitato, ma con l'attuale impianto settecentesco. Al suo interno sono conservate opere di notevole interesse artistico: una croce processionale del XVII sec., un crocifisso ligneo del XVI sec., un prezioso ostensorio, vari dipinti del XVII sec. ed una scultura lignea del XVI sec. raffigurante la deposizione di Cristo. Custodisce, inoltre, la statua della Madonna del Pollino, oggetto di culto in una delle più importanti manifestazioni religiose della Regione.
Nella parte alta del paese sorge la Chiesa di San Vincenzo Ferrari. Fu edificata nel 1765 e successivamente ampliata, modificata e trasformata. Destinata a scuola negli anni Cinquanta del Novecento, è stata riaperta al culto negli anni Novanta, dopo lavori di restauro che hanno riportato l'edificio al suo aspetto originario.
Come detto, il territorio di San Severino offre notevoli attrattive naturalistiche, nonché di archeologia industriale, come i numerosi mulini risalenti al XVIII e XIX secc., situati quasi tutti lungo il corso del torrente Frido. Spettacolare, per chi proviene dalla Valle del Sinni, la visione dei corsi dei torrenti Peschiera e Frido e soprattutto del Bosco Magnano. Situato a una quota compresa fra 700 e 900 metri, è costituito da circa mille ettari a formazione mista di cerri e faggi, con esemplari plurisecolari di grandi dimensioni, accompagnati da carpino bianco, ontani napoletani e aceri. I numerosi affluenti del Peschiera costituiscono l’habitat tipico della lontra.
A circa 600 metri di quota si trova la Contrada Propani, dove sono presenti i resti dell'abbazia del Sagittario. Nei pressi della contrada si trovano i mulini Fasanelli e Cornalonga. I resti di un altro importante mulino, denominato Iannarelli, costruito nel 1720 con la condotta idrica a cascata forzata, si trovano, invece, alla confluenza del Frido con il Salice. Sulle prime pendici del Pollino, a circa 1000 metri di quota, troviamo la frazione di Mezzana, suddivisa in quattro sobborghi disposti ad anfiteatro lungo la valle del torrente Frido.
Arroccato su uno sperone roccioso, a 1573 metri s.l.m., in posizione panoramica su tutta la valle, è possibile ammirare il Santuario della Madonna del Pollino. Questo è stato eretto agli inizi del XVIII secolo nel luogo in cui sorgeva la grotta dove, secondo la tradizione, fu trovata la statua in stile bizantino della Madonna. Il santuario è costituito da vari edifici ed è meta di molti pellegrini che lo affollano maggiormente nel periodo della ricorrenza.

giovedì 26 luglio 2012

Oliveto Lucano, un presepe nel Parco

di Francesco Mastrorizzi

Il paesino di Oliveto Lucano sorge su una piccola altura circondata da boschi di cerri e querce sulle pendici orientali del Monte Croccia Cognato, lungo il lato sinistro del torrente Calandrella, nel territorio del Parco Naturale di Gallipoli Cognato e delle Piccole Dolomiti Lucane.
Il fulcro architettonico del paese è costituito dalla chiesa madre intitolata a Maria SS. delle Grazie, situata alla sommità del paese e risalente al ‘500, con impianto basilicale romanico a tre navate. All’interno la chiesa custodisce la statua lignea della Madonna delle Grazie del XVIII secolo e soprattutto una pregevole tavola raffigurante la Madonna con Bambino ed i SS. Agostino e Francesco e le anime purganti di scuola napoletana, attribuita a Decio Tramontano e datata al 1596. Il dipinto, racchiuso in una ricca cornice lignea dorata e policromata, è completato in alto da una cimasa raffigurante Dio Benedicente ed in basso da una predella con Gesù e gli Apostoli. La tela principale presenta la Madonna seduta in alto sulle nubi, circondata da puttini intenti a sorreggerle la corona o a sollevare il mantello, mentre in basso, tra i due santi adoranti, trovano posto le anime purganti, avvolte dalle fiamme e immerse nell’acqua fino alla cintola.
Un elemento che caratterizza il centro del paese sono i cosiddetti “Portoni di Bacco”, antiche porte in legno, finemente intarsiate e lavorate, realizzate tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 dai “maestri d’ascia” del posto. Il procedimento di fabbricazione di queste porte era lungo e complesso e richiedeva un tempo variabile da una settimana fino a 20 giorni, oltre che perizia e competenza da parte dell'artigiano. Il legno usato era prevalentemente quello di farna, un tipo di quercia specifica della zona, adatto per la costruzione di un portone esterno perché molto resistente all'acqua e all'umidità. Sui portali venivano intagliati disegni a moduli geometrici, che non erano fissi e ripetitivi, ma cambiavano secondo le esigenze dei clienti o in base alla fantasia del falegname stesso, che con abilità tagliava, limava, intagliava e rifiniva. Come serratura di sicurezza, i portoni venivano muniti di un lucchetto particolare, il “cardo", fatto anch'esso artigianalmente, fissato alle due ante delle porte con due chiavistelli, in cui si inseriva la chiave. Le porte, una volta terminate, venivano verniciate con olio di lino, che dava un colore più naturale e serviva a proteggere il legno dalle intemperie. Negli anni scorsi sono state portate avanti iniziative atte a sensibilizzare i cittadini al recupero dei portoni, attraverso incentivi comunali a favore di quei proprietari intenzionati a restaurare questi importanti beni storico-architettonici. Restituiti al loro originario splendore, possono essere ammirati lungo la via delle cantine, quali sintesi esemplare di arte, cultura e tradizione.

sabato 21 luglio 2012

Il castello di Clarus Mons

di Sonia Gammone

Dalla sommità del Monte Catarozzolo, sulle cui pendici è situato l’abitato di Chiaromonte, si gode la vista di uno stupendo scenario di monti e di valli e costellato da piccoli paesi ognuno di antichissime e mirabili origini. Tutto quanto è visibile dal monte in gran parte definisce quell’immenso feudo che dall’XI secolo è noto come la “Contea di Chiaromonte” creata dai Conti Normanni giunti nel mezzogiorno al seguito di Roberto il Guiscardo.
Chiaromonte è uno dei tanti gioielli paesaggistici inseriti nel cuore verde del Parco Nazionale del Pollino. Nel fiorente periodo feudale, "Clarus Mons" era anche definito "Il signore delle valli", proprio in virtù della sua posizione dalla quale domina le valli del Serrapotamo e del Sinni a sud. Gode di un clima salubre e asciutto e il paesaggio si mostra splendido e variegato, solcato da numerosi torrenti e diviso in diversi borghi rurali. Visitando il centro storico si possono ammirare caratteristici scorci tra vicoli, abitazioni antiche con splendidi portali, balconi, finestre e soglie in pietra lavorata, nonché vecchie porte. E’ proprio la bellezza di alcuni edifici che colpisce l’attenzione; in particolare il Castello dei Principi Sanseverino, ex Monastero, il palazzo Vescovile e il palazzo di Giura.
Il grande complesso chiamato attualmente “Monastero” nel periodo feudale fungeva da Castello baronale, essendo stato fondato dai primi signori di Chiaromonte in età normanna. Ingrandito e abbellito dai Sanseverino nel XIV secolo, il maniero proteggeva dall’alto del Catarozzolo la Terra sottostante, raccolta in un’ampia e poderosa cerchia di mura, di cui sopravanzano alcuni bastioni con torri. Col declinare della fortuna dei Sanseverino, anche il Castello di Chiaromonte subì un notevole degrado: molte fonti lo descrivono come un palazzone agricolo già nel XVII secolo. Nel 1660, in un apprezzo del Tavolario Gallarano conservato all’Archivio di Stato di Napoli, viene descritto “come un edificio di dimensioni notevoli ma in stato precario; vi sono diverse stanze senza tetto, pur se alcune di esse conservano ancora gli affreschi ed i controsoffitti in legno”. Per salvarlo dalla rovina, nel secolo successivo, la Camera Comitale decise di recuperarne la parte più solida, affidando i lavori ad alcuni artigiani del posto che avrebbero dovuto consolidare e ristrutturare un quartino di tre camere e camerino, una grande sala e una loggia intermedia tra detta sala e quartino. Il resto, formato da quattro case soprastanti, un soprano, un mezzano, otto case sottostanti, finiva di crollare prima del 1850. Acquisito dalla Curia di Anglona e Tursi nel 1849, il Castello fu riadattato e trasformato in monastero. La ricostruzione fu completata nel 1845. Dopo varie vicissitudini nel 1928 fu occupato dalle Suore Figlie dell’Oratorio, che vi istituirono un orfanotrofio, un asilo infantile e scuola di lavoro. Minacciato da un movimento franoso sul lato sud, fu rinforzato e consolidato nel 1930/31 ed è stato successivamente ristrutturato e abbellito. È formato da tre corpi: uno a sud a tre piani, con finestroni rinascimentali all’ultimo piano; un corpo a due piani sul lato ovest; e un terzo, pure a due piani, sul lato nord. Il giardino interno è abbellito da un’artistica cisterna, è protetto sul lato est da un muro dell’antica linea fortificata che curvando a nord chiudeva il Castello all’altezza dell’adiacente Chiesa di San Tommaso A. Particolarmente belli al primo piano una serie di archi, costituenti l’origine di un loggiato. La posizione stessa del castello, raccolto tra le abitazioni del centro rendono la “location” molto suggestiva.

venerdì 6 luglio 2012

La chiesa di San Nicola a Palazzo San Gervasio

di Francesco Mastrorizzi

La chiesa madre di Palazzo San Gervasio, intitolata a San Nicola, fu ricostruita nel XX secolo in stile romanico pugliese. Già esistente nel 1544, anno in cui venne completata la costruzione sotto il barone Ferrante D'Alarcon de Mendoza, secondo alcuni documenti sarebbe stata originariamente edificata nel 1305, come testimoniato dalla data incisa un tempo nel cerchio della campana grande. Andando più a ritroso nel tempo, essa è probabilmente identificabile con la chiesa medievale di San Niccolò, antica dipendenza dell’abbazia benedettina della vicina Banzi.
L’edificio, situato proprio di fronte all’antico palazzo regio, è realizzato interamente in tufo pugliese a vista. La facciata a doppia capanna presenta nella parte centrale un portale con architrave finemente lavorato, inquadrato da un’edicola aggettante sorretta da due colonne in stile corinzio. Più in alto è presente un rosone, sovrastato da archetti a tutto tondo, che seguono le linee spioventi della facciata. Due colonne evidenziano ognuna delle parti laterali, anch’esse fornite di rosoni, più piccoli di quello centrale. Sul lato sinistro si erge il campanile a tre livelli con arcate a tutto sesto.
L’interno è a tre navate ed evidenzia sedici colonne con capitelli, che dividono la navata centrale dalle laterali. Nella navata destra si nota la statua lignea della Madonna di Francavilla, forse risalente al XVIII secolo. La navata sinistra accoglie le sculture lignee settecentesche di Sant’Antonio, patrono del paese, di San Nicola e della Madonna della Pietà e la statua in cartapesta di San Rocco.

giovedì 5 luglio 2012

Itinerario secolare nella città oraziana

di Sonia Gammone

La città di Venosa rappresenta sicuramente una delle mete più suggestive e apprezzate della Basilicata. Una storia millenaria ha forgiato un centro pieno di interesse storico e artico che attraversa le epoche mostrando tutti i suoi tesori: chiese, monumenti, palazzi storici, siti archeologici, sono solo alcune delle attrattive della cittadina famosa per aver dato i natali ad illustri personaggi. Primo fra tutti il famoso poeta latino Quinto Orazio Flacco che vi nacque l’8 dicembre del 65 a. C. e vi trascorse l’infanzia prima di trasferirsi a Roma. Fondata probabilmente dai Pelasgi, il popolo preellenico rappresentante della civiltà micenea, i primi contatti più o meno diretti fra Venusia e i Romani risalgono alla guerra fra Roma e i Sanniti. Nel 291 a. C. Venosa divenne colonia romana e conobbe da subito una grande floridezza economica grazie alla presenza di importanti vie di comunicazione come la Via Appia. Per il visitatore che si appresta a conoscerne le bellezze sono molte le emergenze archeologiche, architettoniche ed artistiche nelle quali imbattersi. A pochi chilometri dal centro abitato si trova il sito paleolitico di Loreto-Notarchirico i cui primi rinvenimenti si hanno negli anni 1980-1985 e hanno portato alla luce oltre 11 livelli sovrapposti databili tra 600.000 e 300.000 anni fa e documentano l’origine e l’evoluzione dell’Acheuleano in Europa occidentale. Reperti fossili unici che è possibile ammirare anche nel Museo Archeologico Nazionale che si trova nel piano seminterrato lungo tutto il percorso che intercorre tra le torri del maestoso castello aragonese fatto costruire dal duca Pirro del Balzo intorno al 1470. Oggi sede anche della Biblioteca Civica e di sale che ospitano mostre ed eventi. Proseguendo il percorse tra le vie del centro storico troviamo splendide piazze e fontane, la maestosa Cattedrale e le tantissimi piccole chiese sparse in tutta città. La destinazione forse più apprezzata e ammirata è senz’altro il complesso della SS. Trinità e della chiesa Incompiuta che insieme al parco archeologico vicino, rappresentano sicuramente il punto di maggior fascino per tutti i visitatori. La SS. Trinità è composta dalla Chiesa antica che sorge sui resti di una domus romana e voluta dai Normanni nel 1042 dove sono conservate le tombe deli Altavilla; dal Palazzo Abbaziale risalente al 942, posto sulla destra della facciata della chiesa antica con la foresteria al piano terra e il Monastero in quello superiore; l’Incompiuta, che come si evince dal nome e la chiesa mai finita posta sullo stesso asse di quella antica, costruita tra l’età di Roberto il Guiscardo e quella di Ruggiero II o di Guglielmo d’Altavilla, presenta una pianta a croce latina e un campanile a vela del XVI secolo; infine il Battistero Peleocristiano risalente probabilmente al V secolo, è caratterizzato da un muro semicircolare all’interno del quale vi è un secondo muro, trilobo, con tre archi che sembrano foglie di un trifoglio, sono presenti all’interno due fonti battesimali una esagonale per il rito cristiano e l’altra a croce latina per quello ariano. Proprio accanto al complesso della SS. Trinità possiamo passeggiare attraverso il parco archeologico di epoca romana col suo parco termale ben conservato. La città di Venosa offre molto di più e soprattutto permette a chi la visita di fare un viaggio nel tempo.

giovedì 7 giugno 2012

La Madonna di Picciano

di Sonia Gammone

Tra le tante colline caratteristiche del paesaggio semi-montuoso della Basilicata nord-orientale e l’altopiano delle Murge, sorge il Santuario della Madonna di Picciano. Tra le notizie documentarie più antiche della presenza di una comunità monastica a Picciano, abbiamo un documento del 1219 e una bolla papale del 1238. Sarà la presenza benedettina a segnare l’inizio dell’importanze del luogo e e l’avvio ufficiale alla devozione della Madonna, alla quale era stato dedicato. Sempre ai benedettini si deve la costruzione di un dignitoso oratorio, con uno splendido portale d’ingresso scolpito a motivi geometrici e reticolato, sormontato da un piccolo rosone. L’interno con un’unica navata longitudinale in stile romanico è ancora visibile grazie a filari di tufo bicromo, giallo e bianco. Il fondale rivolto ad oriente, terminava con un piccolo abside di sobria bellezza. Nel XIV secolo ai monaci benedettini si sostituirono i Cavalieri di Malta che contribuirono a una profonda trasformazione di tutto l’ambiente circostante e di conseguenza modificarono anche il vecchio oratorio con lavori di ampliamento e ristrutturazione, modificando in particolare il soffitto e realizzando un grande affresco absidale raffigurante la scena evangelica dell’Annunciazione. Verso la fine del XVI secolo si invertì l’orientamento della chiesa con lo sfondamento dell’abside e la collocazione del presbiterio a ridosso dell’antico portale d’ingresso. L’affresco absidale venne staccato e ricollocato in un altare laterale. Attualmente il santuario si presenta come un edificio rettangolare e al posto delle cupole più volte crollate a causa degli innumerevoli eventi sismici, nel Seicento si è scelto di costruire una volta a botte. L’attuale facciata della chiesa, sul lato di levante, presenta un corpo centrale quadrangolare, in corrispondenza della navata centrale, con a fianco gli spioventi della copertura delle due navate laterali; agli estremi del corpo centrale della facciata di ergono due modesti campanili a vela. Sul lato ad ovest è stato costruito un edificio successivo, come un deambulatorio, nel quale è riposta la statua della Madonna di Picciano, vero e proprio motivo di pellegrinaggio nei secoli.

sabato 7 aprile 2012

La Madonna di Anzi

di Sonia Gammone

Il santuario di Santa Maria della Seta di Anzi risalirebbe al XIII secolo: l’ipotesi è suggerita, tra l’altro, dalla presenza, in una nicchia sul lato destro della navata, di un affresco raffigurante S. Leone Magno, databile ad un periodo compreso tra la fine del XIII secolo e gli inizi del XIV secolo. La chiesa è articolata in un’unica lunga navata con la zona presbiteriale sopraelevata rispetto al piano di calpestio dell’aula. Sul lato longitudinale destro, troviamo due cappelle coperte con volte comunicanti tra loro ed adiacenti rispettivamente al presbiterio e all’aula. Lungo la parete longitudinale destra, in posizione quasi centrale, è sistemato un pregevole portale in pietra a stile durazzesco a sesto lievemente acuto, datato da un’iscrizione al 1526. La copertura della chiesa ha una struttura lignea a doppia falda. Costruite sicuramente in un periodo successivo troviamo il campanile ed alcune costruzioni che inglobano l’esterno della terminazione della navata che appare risolta con tre absidi. Sulle due pareti di fronte e a destra dell’ingresso sono affrescate 18 Storie di Cristo e della Vergine, disposte su due registri orizzontali compresi tra mezzi busti di Profeti sventolanti filatteri, in alto, e partiti architettonici in basso. Le Storie sono inquadrate da una complessa cornice architettonica dipinta. Gli affreschi, attribuiti a Giovanni Todisco, la cui tematica è tratta dalla Legenda aurea ispirata ai Vangeli apocrifi, si rivelano interessanti per la vivacità narrativa, per la complessità a stento dominata dall’incorniciatura architettonica. Committenti degli affreschi, eseguiti dal Todisco nel 1559, furono (come ricorda l’iscrizione apposta sul riquadro raffigurante la Pietà), i coniugi Muccio e Guglielma Cagnone di Anzi. Su una parete della navatella destra si trova il monumento sepolcrale in pietra e stucco dei coniugi Greco (secolo XVI), sulla cui alzata vi è un affresco raffigurante la Resurrezione: nella cavità del sarcofago si legge la data 1588. Il dipinto, presumibilmente attribuibile ad un seguace del Todisco, dimostra una cultura più matura e accoglie alcuni spunti tardo manieristici, probabilmente conosciuti attraverso stampe, soprattutto nelle figure dei soldati vestiti con abiti malva, rosso, viola e verde. Sull’altare in fondo alla navatella destra si conserva un Crocifisso di legno e cartapesta della prima metà del XVIII secolo, nel passato molto venerato. L’attuale conformazione della chiesa è il risultato di numerose modifiche dell’edificio medievale. Gli oggetti di culto qui sono due sculture: una, più antica, è una statua lignea policroma di S. Maria della Seta datata alla seconda metà del XIV secolo; l’altra statua è la Vergine del Rosario, un manichino di legno vestito, opera probabilmente di maestranze napoletane della seconda metà del XVII secolo. Sicuramente tra i meglio conservati della regione, questo santuario rappresenta una delle tante evidenze del forte culto mariano in Basilicata.

venerdì 3 febbraio 2012

La Cattedrale di Irsina

di Sonia Gammone

Per la grande originalità architettonica e per il valore delle opere in essa conservate, la cattedrale di Irsina rappresenta sicuramente uno dei monumenti più importanti della Basilicata. La tradizione vuole che fu Giovanni Principe di Salerno nel 988 a ricostruire la cattedrale distrutta da un incendio. Il documento che attesta la sua esistenza è una bolla papale di Callisti III del 1123. Costruita in stile gotico e a tre navate con un imponente portale sormontato da un rosone, venne sovrastata dalla nuova cattedrale fatta costruire nel 1777 ad opera di monsignor de Simone e consacrata dal vescovo Lupoli nel 1802. Così oggi ritroviamo due cattedrali una sull’altra: della vecchia costruzione gotica si conserva ancora la parte superiore del campanile con le sue bifore, mentre di quella ancora più antica abbiamo la cripta ipogea. La nuova chiesa si presenta con una facciata barocca con tre portali. All’interno è suddivisa in tre navate. A destra, nella prima cappella, troviamo il Fonte battesimale con vasca del 1454 a forma ottagonale in pietra rossa di Venosa, finemente cesellata che poggia su di un capitello di pietra calcarea, probabile elemento scultoreo della prima chiesa romanica. Il nome della cattedrale di Irsina viene subito associato ad un’opera conservata al suo interno. Nella cappella a destra dell’altare maggiore è collocata la scultura in pietra dipinta di Sant’Eufemia, patrona della città, attribuita dai più ad Andrea Mantegna databile intorno al 1453-1454. Altro straordinario capolavoro presente nella cattedrale è il Crocifisso del 1454 della scuola di Donatello che spunta al di sopra dell’altare maggiore. Dietro quest’untimo è custodito il colo ligneo sormontato da un organo dorato a canne del 1815. Tra i dipinti su tela ricordiamo la settecentesca Immacolata tra i santi Domenico, Francesco, Antonio e Chiara, di Francesco Celebrano e lo Sposalizio di Santa Caterina di Andrea Miglionico. Ma queste sono solo alcune delle splendide opere racchiuse nella cattedrale di Irsina che aspettano solo di essere ammirati nel loro maestoso contenitore.

lunedì 23 gennaio 2012

La Madonna di Muro Lucano

di Sonia Gammone

La Chiesa della Madonna di Capodigiano o Maria Santissima delle Grazie di Muro Lucano risale molto probabilmente agli anni a cavallo tra il XII ed il XIII secolo ed il suo impianto fu opera del maestro Sarolo di Muro Lucano, come attesta la lapide ora posta all’esterno della parete di fondo dell’edificio. Da recenti restauri è emersa l’esistenza di una chiesa preesistente di modeste dimensioni ad aula unica impostata ortogonalmente all’impianto del Sorolo che inglobò nella parete laterale destra della vecchia facciata e utilizzò la vecchia aula quale annesso residenziale. L’edificio ha tre navate suddivise da arcate a tutto sesto poggianti su pilastri quadrangolari e termina con un’unica abside semicircolare. Davanti all’ingresso vi sono tre leoni e un’ara circolare con festone e bucranio di età imperiale romana. Sui pilastri sono emersi, grazie ai restauri numerose tracce di affreschi di pregevole fattura databili tra XIII e XV secolo. Sulla parete della navata destra, verso l’ingresso, vi è un dipinto fortemente lacunoso della prima metà del XV secolo, al centro del quale si riconosce la parte inferiore della figura della Madonna, seduta su un trono marmoreo, la quale regge in braccio il Bambino, del quale si scorgono solo i piedi nudi. Alla sinistra del trono è visibile la parte inferiore di un santo vescovo, mentre sulla destra è la figura di S. Francesco. Altri affreschi sono databili alla seconda metà del XIII secolo: quello sul terzo pilastro di destra raffigura un santo vescovo, di cui è visibile solo il busto, mentre sul secondo pilastro della navata destra è raffigurato un Arcangelo, ripreso frontalmente e visibile dalla fronte fino alla cintola. L’affresco infine del pilastro destro del presbiterio raffigura la testa di un santo vescovo. L’oggetto venerato per il culto è una statua lignea che rappresenta la Madonna seduta in posizione rigidamente frontale, il braccio sinistro è alzato e proteso in avanti a sorreggere il globo con la croce mentre il braccio destro sostiene il Bambino nudo, seduto sul ginocchio. Nonostante i numerosi interventi, la statua denuncia una iconografia tardo medievale che induce ad una datazione a cavallo tra i secoli XIV e XV.

domenica 20 novembre 2011

La cattedrale di Melfi

di Sonia Gammone

Nella parte alta della città di Melfi si erge la cattedrale di Santa Maria Assunta. Di notevole interesse artistico, il duomo fu fondato intorno al 1075 da Roberto il Guiscardo o, secondo altre fonti, nel 1153 dal re normanno Guglielmo I dello il Malo. L’imponente campanile normanno fu progettato da Noslo da Remerio nel 1153 e con i suoi quasi 50 metri, resta l’unica parte che non ha subito rifacimenti e danni come invece è accaduto per la cattedrale, e rappresenta uno dei monumenti meglio conservati ed unici della’architettura normanna nell’Italia meridionale. Il campanile si sviluppa su tre piani dei quali gli ultimi presentano quattro bifore per ogni piano abbellite da decorazioni in pietra bianca e nera e da meravigliose raffigurazioni di animali fantastici anch’essi a tarsia bicolore. Lo stile del campanile è in forte contrasto con quello barocco acquisito a partire dal XVIII secolo quando chiesa venne quasi interamente rifatta. All’interno presenta una pianta a croce latina, divisa in tre navate. Quella centrale è coperta con un interessante soffitto a cassettoni dorati, quelle laterali con volte a botte. Di notevole manifattura sono un crocifisso ligneo del XV sec., numerosi dipinti e una tavola del XII sec. raffigurante la Madonna col Bambino fra due Angeli, un trono in legno intagliato, un coro ligneo del 1557, un organo e un pulpito del XVIII secolo. Gli archi della navata centrale conservano le effigi dei cinque Papi che presero parte ai Concili tenutisi presso il Castello di Melfi. Nel transetto di destra in un grande reliquario è contenuta la statua di S. Alessandro martire patrono della città e della diocesi di Melfi

mercoledì 12 ottobre 2011

La torre aragonese di Scanzano Jonico

di Francesco Mastrorizzi

Turris Hischinzanae è l’antico nome della torre marina da cui ha preso il nome la località di Scanzano Jonico. Essa fu fatta costruire nel XVI secolo, durante il periodo aragonese, su ordinanza del vicerè spagnolo, per assolvere la funzione di avvistamento. Successivamente fu adibita a faro per i pescatori, tanto che oggi è nota come Torre del Faro.
Con la denominazione di “Torre la Scanzana” compare nel manoscritto del Cartaro (1613), mentre con l’attuale toponimo “Torre del Faro” è riportata sulla carta manoscritta della Terra d’Otranto (XVIII sec.), conservata nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Torre Scanzana era un nodo essenziale nella rete di fortificazioni atte a presidiare la costa jonica. La difesa dei litorali del Regno di Napoli dalle incursioni di pirati Turchi provenienti dal mare, per mezzo di torri di avvistamento, fu progettata organicamente a partire dal 1563, ma la sua realizzazione venne molto ritardata nel tempo. Nel 1569 venne redatto un elenco delle torri esistenti e di quelle ancora da farsi, in cui erano previste o confermate tredici torri sulle marine della Basilicata. Delle sei originarie sul litorale jonico lucano, Torre Scanzana è l’unica ancora esistente, assieme alla Torre Mozza di Policoro (in pessimo stato di conservazione).
La Torre del Faro rientra nella tipologia più semplice fra quelle costruite nel regno: pianta quadrangolare e volume tronco-piramidale, vano unico a mezza altezza sul terrapieno di base a cui si accedeva tramite scale volanti, feritoia sulla facciata a mare, sul tetto un volume unico con uscita dall’interno da scala inframurale e guardiola di riparo per l’avvistamento.

La Madonna di Ferrandina

di Sonia Gammone

Il piccolo santuario della Madonna dei Mali o del Pozzo di Ferrandina rivela nella parte strutturale la sua fondazione cinquecentesca. Essa è infatti costituita da un’unica aula rettangolare, conclusa da una parete piatta priva di abside, con volta a botte unghiata e pareti d’ambito scandite da arcate divise da robusti pilastri. Questi ultimi presentano il blocco d’imposta piuttosto aggettante e interrotto sulla facciata esterna in corrispondenza di una lesena piatta, che pare frutto di una manomissione di epoca successiva e che raggiunge il cornicione. Ad un successivo intervento settecentesco di devono gli stucchi della parete di fondo che, con un disegno flessuoso, simulano il prospetto di un edificio. Il santuario riceve luce dalle finestre strombate, poste nelle lunette al di sopra del cornicione ed un’altre facciata, collocata in asse con una nicchia rettangolare, che accoglie l’affresco della Madonna col Bambino e i SS. Giuseppe e Domenico, e con il portale. Su quest’ultimo è possibile riscontrare la data del 1616. Un ciclo di affreschi si sviluppa sulle pareti laterali, al di sotto delle arcate, con sei episodi della vita della Vergine: a sinistra la Natività della Vergine, la Presentazione al Tempio e l’Annunciazione; sull’altare la Madonna dei Mali; a destra dalla terza arcata la Visitazione, la Presentazione di Gesù al tempio e l’Assunzione della Vergine. Nel riquadro centrale della volta appare l’immagine della Vergine che cura con l’acqua di un’ampolla un ammalato ai suoi piedi. Il riquadro è affiancato da altri due riquadri che rappresentano S. Domenico e S. Tommaso. Ai lati di ciascuna unghia vi sono inoltre ovali con santi dell’ordine domenicano. Il ciclo è stato attribuito al pittore Pietro Antonio Ferro e per la sua datazione è stato suggerito un periodo compreso all’incirca tra il 1605 e il 1615. Sulla parete di fondo, al di sopra dell’altare maggiore, è il riquadro della Madonna col Bambino, attribuito, come gli altri affreschi della chiesa, al pittore Pietro Antonio Ferro e riconducibile ad un periodo compreso tra gli anni 1606 e 1615. Esso raffigura la Vergine a mezzo busto che tiene tra le braccia il Bambino nudo e in piedi, il quale con la destra benedice e con la sinistra sorregge un globo, oggetto di devozione da secoli.

venerdì 16 settembre 2011

Una chiesa-pinacoteca ad Aliano

di Francesco Mastrorizzi

La Chiesa Madre di Aliano, dedicata al patrono del paese, San Luigi Gonzaga, fu edificata nel XVI secolo. Costituita da un'unica navata, al suo interno ospita opere d’arte di particolare rilievo. Entrare nella chiesa significa ritrovarsi circondati dall’arte, come in una pinacoteca, con tele di grande valore, risalenti a un periodo che va dal XVI al XVIII secolo, che riempiono e adornano entrambe le pareti laterali.
Sulla parete destra è possibile ammirare, tra gli altri, la Madonna del Carmine del Pietrafesa (XVI sec.), la Madonna Assunta dagli angeli di Antonio Sarnelli (XVII sec.) e la splendida Maddalena penitente del XVII secolo attribuita al pittore Nicola Cacciapuoti, allievo di Luca Giordano.
E’ presente, inoltre, la Madonna del Suffragio e donatore, unica opera dell’artista Carlo Sellitto (1581-1614) presente in Basilicata, suo luogo d'origine (il padre Sebastiano era un pittore nativo di Montemurro). Il dipinto è anche l'unica opera giunta a noi del Sellitto in cui è presente un ritratto (quello del committente), specialità per la quale era grandemente apprezzato, soprattutto dall'aristocrazia partenopea. La tela è firmata e lo stile è assimilabile al tardo manierismo napoletano, ma il realismo del ritratto e la resa materica delle figure testimoniano la conoscenza dell’opera del Caravaggio.
Sulla parete sinistra interessante è l'olio su tela del XVII secolo di Santa Lucia, attribuito al pittore Giovanni Angelo D'Ambrosio di Saponara.
Al centro dell’edificio il presbiterio è arricchito da un altare in stile barocco e da una scultura lignea della Madonna Immacolata del XVIII secolo.

giovedì 8 settembre 2011

Pisticci e la chiesa dalle salde fondamenta

di Francesco Mastrorizzi

La città di Pisticci sorge su di un colle argilloso, interessato più volte nel corso della sua millenaria storia da fenomeni di dissesto idrogeologico, a volte di dimensioni catastrofiche, che ne hanno alterato topografia e toponomastica.
Tuttavia in almeno due casi (in occasione delle frane del 1688 e del 1975) l’esistenza stessa della città è stata preservata dall’enorme mole della Chiesa Madre dei SS. Pietro e Paolo, le cui fondamenta si spingono molto in profondità nel terreno, tanto da riuscire a bloccare il movimento franoso e ad uscire in entrambi i casi intatta dal disastro.
La chiesa sorge nella parte più antica dell'abitato, nel rione Terravecchia, sui resti di una chiesa del 1212, di cui rimane soltanto il campanile a bifore di stile romanico pugliese e su cui è stata costruita tutta la navata sinistra. L'attuale edificio fu terminato nel 1542, con la costruzione di altre due navate ad opera dei mastri Pietro e Antonio Laviola, di origine mantovana, rifugiatisi a Pisticci per evitare una condanna nella loro città.
L’edificio è di stile romanico-rinascimentale, con tetto a doppio spiovente e pianta a croce latina. A separazione delle tre navate sorgono sedici imponenti colonne che sorreggono archi a tutto sesto, su cui poggiano le volte a botte delle navate.
All'incrocio tra la navata centrale e il transetto si erge una grande e alta cupola, su cui si aprono otto finestre. La navata centrale è introdotta da un maestoso portale.
All’interno della chiesa si possono ammirare altari barocchi in oro finemente intagliati e tele di stampo caravaggesco.