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mercoledì 12 novembre 2014

Safet Zec. La pittura come miniera

Comunicato stampa

Sabato 15 novembre alle ore 18 inaugura, negli spazi Bomben di Treviso, la mostra La pittura come miniera, personale dell’artista Safet Zec (Rogatica, Bosnia-Erzegovina, 1943), una delle figure più significative della ricerca artistica del nostro tempo. Curata da Domenico Luciani, l’esposizione è organizzata dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche nel quadro della campagna culturale per i villaggi di Osmače e Brežani, Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino 2014, ed è dedicata ad Alexander Langer. La mostra sarà aperta fino a domenica 15 febbraio 2015.
Il percorso espositivo riunisce 64 opere, che coinvolgono tutti i soggetti, i modi, i supporti e gli strumenti della pittura, dell’incisione e del disegno, e che raccontano la personale “ricerca” attraverso l’arte di Safet Zec, dagli anni settanta fino agli ultimi lavori. Quattro i temi indagati e raccontati in altrettante sezioni della mostra: Cose, Persone, Alberi, Luoghi.
«Il lavoro di Safet Zec, continuo a partire dalle prime opere a Sarajevo alla fine degli anni cinquanta, è un lavoro confrontabile con quello del minatore. L’artista scende negli strati profondi per cavare la materia dalla quale trae origine la vita delle forme. Torna su, la porta con sé, la fa arrivare in superficie e la mette in luce. Ci aiuta così a domandarci di che cosa sono fatti i pezzi del mondo che sta intorno a noi; e di che cosa siamo fatti noi stessi. La sua biografia, segnata dai contesti geografici, dagli scarti storici, dalle radicali modificazioni culturali del secondo Novecento, ha trovato nel lavoro artistico il suo mestiere di vivere e nella solitudine operosa la treccia continua che rende indistinguibili, avvolte nella stessa vicenda dolente e riservata, le ragioni della ricerca artistica e quelle della tensione civile. Nonostante la sua opera disponga ormai di una letteratura critica, nella quale spiccano i riconoscimenti di Jorge Semprún (Hacer tiempo, 2006) e abbia alle spalle una vasta gamma di esposizioni, in ogni parte del mondo, la sua figura è ancora lontana dall’essere adeguatamente conosciuta e riconosciuta.
Le ragioni di un’iniziativa che contribuisca a far circolare più largamente il lavoro di Safet Zec sono collocate esattamente all’incrocio dei compiti peculiari di un centro studi, tra diffusione delle conoscenze e approfondimento delle ricerche. Sul terreno culturale, pur non dimenticando che le prime mostre italiane sono state promosse da queste stesse parti (Udine 1993, Conegliano 1994), l’iniziativa trevigiana appare “necessaria”. Sul terreno della ricerca, la varietà e l’ampiezza cronologica delle opere esposte offrono una preziosa occasione per cercare di capire un po’ meglio quale contributo possa venire dai mezzi propri della pittura allo studio dei luoghi, di tutti i luoghi, nella infinita varietà e nella metamorfosi inarrestabile dei loro tratti fisiognomici e caratteri individuali.
Nello scavo implacabile che questo maestro compie con i suoi attrezzi di pittore, incisore e disegnatore addosso e dentro a tutti i soggetti a portata di sguardo, da un cucchiaino a una montagna, da un laccio di scarpe alla chioma di un grande albero, sempre, al di là delle varie misure e posture del soggetto, il risultato ci rivela un nuovo pezzetto della relazione forma-vita.
E ogni volta l’arte, come la musica, ci sorprende, facendoci arrivare “là dove non eravamo stati mai”.
Le cose, le persone, gli alberi, i luoghi sono i quattro pozzi principali della miniera di Safet Zec; quattro eterni rovelli della ricerca artistica, quelli che hanno reso grandi Michelangelo, Velasquez, Vermeer, Bacon e gli altri, con Rembrandt in cima, le figure alle quali egli si rivolge con un’ammirazione così profonda da contenere, con il pathos della conoscenza, anche il furto con l’occhio dell’apprendista, e perfino il gusto della sfida.
Sono quattro centri che dopo le opere introduttive (in mostra, nn. 1-17), occupano altrettante aree espositive sulle quali è costruita la sequenza.
Cose (in mostra, nn. 18-28). Le cose della vita di ogni giorno. Il mondo vicino prende senso. Riappaiono in una nuova luce indaginosa e sorprendente gli oggetti e gli attrezzi del tempo e dello spazio ordinario. Il mestiere del pittore ripensa e ci aiuta a ripensare il valore di ogni cosa che si trovi intorno a noi.
Persone (in mostra, nn. 29-37). Le infinite posture, espressioni, misure del corpo umano, le mani innanzitutto, gli arti, i visi, e i dettagli più diversi, unghie o lacrime che siano, trovano inedite composizioni e significati.
Alberi (in mostra, nn. 38-45). La scurità e le trasparenze alle quali può arrivare la pittura, e ancor più l’incisione, affrontano il mondo vegetale, il grande albero con le sue chiome, le immancabili presenze di fiori e di frutti nelle tavole della casa, nella finestra che guarda il giardino.
Luoghi (in mostra, nn. 46-63). La paziente accumulazione di strati, dai primi fondi neutri alle carte incollate fino alle successive incursioni dei pennelli, della punta, del lapis, la lenta elaborazione e giustapposizione di infiniti segni, insomma le discese e le risalite del minatore nei pozzi e nelle gallerie della miniera, appaiono con particolare leggibilità quando sono alle prese con la natura, la memoria, la forma-vita dei luoghi.
L’area conclusiva espone opere che si misurano con case, borghi, paesi sorpresi nelle loro diverse “tonalità spirituali”, nelle diverse stagioni, nelle diverse luci del giorno, nei diversi stati d’animo di chi dialoga con loro (Ritratto della madre alla finestra, in mostra, n. 64). Appare così ancor più viva la continuità della mostra con le attenzioni culturali, scientifiche e civili rivolte a Osmače e Brežani, villaggi bosniaci del “ritorno alla terra”, sull’altopiano sopra Srebrenica, dove ci ha portato quest’anno il Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino. E appaiono ancor meglio leggibili le ragioni e i sentimenti, con i quali Safet Zec e tutti noi dedichiamo questa iniziativa alla figura di Alexander Langer.»

[testo di Domenico Luciani, tratto dalla pubblicazione connessa alla mostra]

Titolo mostra: Safet Zec. La pittura come miniera. Dipinti, incisioni, disegni 1970-2010
Inaugurazione pubblica: sabato 15 novembre 2014, ore 18.00
Durata: 16 novembre 2014 - 15 febbraio 2015
Orari: da martedì a venerdì ore 15.00-20.00, sabato e domenica ore 10.00-20,00
Sede: spazi Bomben, via Cornarotta 7, Treviso
Ingresso: intero 8 euro, ridotto 5 euro; visite di gruppo per le scuole, ingresso 2 euro, su prenotazione

sabato 13 ottobre 2012

La nobile epopea del lavoro

di Luisa Turchi

Lavoro come energia, impegno, realizzazione. Gioia del fare e fatica dell’operare, espressione dell’eredità famigliare o di scelta personale, tra smorfie e sorrisi, pena e soddisfazione. Se ogni soggetto è degno di essere protagonista di un’opera d’arte e se l’artista emoziona raffigurando argomenti tratti dalla vita di ogni giorno, si deve guardare al vero «nella nobile semplicità sua» (Pietro Selvatico, Sulla convenienza di trattare in pittura soggetti tolti alla vita contemporanea, in Atti dell’imperial Regia Accademia di Belle Arti per l’anno 1850, pp. 7-34). Dall’indagine storico-artistica sul tema del lavoro – valore morale e necessità vitale – nel quotidiano, nasce insieme a Myriam Zerbi, che con me la cura, la rassegna Nobiltà del lavoro. Arti e mestieri nella pittura veneta tra Ottocento e Novecento (fino al 4 novembre), promossa dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso e organizzata da Munus.
È Il cameriere di Paolo Caliari che, con impeccabile livrea, invita idealmente il visitatore ad “entrare” nella mostra. La committenza borghese ama le scene di genere aneddotiche, il popolo per soggetto, colto nell’esercizio delle sue attività. Con la pittura en plein air, cresce il movimento realista triveneto in linea con i Macchiaioli e gli Impressionisti. Trentacinque artisti con 65 opere di musei e collezioni private, ci trasportano nel fervore dei mercati e delle botteghe, nel silenzio dei campi o fra le pareti domestiche. Così la luce mattutina inonda i portici dell’affollato Mercato di Badoere di Guglielmo Ciardi, fa brillare le zucche di un ozioso Piccolo venditore di zucca di Luigi Serena o risaltare il biancore della camicia di un Arrotino con la sua mola, di Alessandro Milesi. La Fruttivendola di Cesare Laurenti, spiata di nascosto, e Il ragno e la mosca di Eugenio De Blaas, ovvero un impagliatore di sedie che corteggia un’acquaiola, segnano il passaggio tra la rappresentazione di un mestiere come topos e l’idillio di genere. Tra i lavori inerenti ai trasporti e alla forgiatura, il Gondoliere di Domenico Mazzoni che voga solitario in laguna, e I fabbri di Luigi Cima, tra i bagliori della loro fucina. Lina Rosso, in Manovra alle vele (1926) ci racconta della Nave Scuola Scilla, “asilo” per gli orfani del litorale Adriatico, che ricevevano un’istruzione marinaresca. Di Oreste Da Molin, sensibile colorista, è l’ironico Barbiere rusticano, che taglia i capelli “a scodella”, e la ricercata Bottega dell’antiquario (1880). Ettore Tito indaga sia la serenità del mondo contadino ne Le mondine, vivace affresco corale, che il forte disagio del lavoro seriale in fabbrica ne Le Pelatrici di noci, monocromo dal taglio fotografico. Lavoratrici istancabili, le donne si occupano, oltre che del bucato, del cucito e dell’infilar perle a domicilio: dalle merlettaie chine sul tombolo de La scuola dei merletti a Burano (1905) di Pieretto Bianco, alle “impiraresse” sedute in fila o Perlaie di Cecil Van Haanen, dipinto premiato a Parigi (1876). Napoleone Nani valorizza la grazia e l’estro femminile ne La modella e ne La pittrice. Infine, Lina Rosso pone l’accento sull’insegnamento, con La maestra (1917) e i suoi piccoli alunni che sventolano il tricolore, opera resa con una fattura a macchie, una pennellata che dissolve i particolari, più libera e moderna.
Dal piano nobile del Museo Nazionale di Villa Pisani a Stra (Venezia), l’esposizione prosegue nella Casa del Giardinere, con una rassegna di fotografie di un fotoreporter ante litteram, “Arti e mestieri nell’obiettivo di Tomaso Filippi (1852-1948)” ideata dall’architetto Giuseppe Rallo, direttore di Villa Pisani, con Myriam Zerbi e la sottoscritta, in collaborazione con il Fondo Filippi dell’IRE e Daniele Resini. Un autentico reportage che illustra come pittura e fotografia si influenzino a vicenda, per delineare, in sala di posa o in strada, ritratti e abitudini delle genti di Venezia, Chioggia e isole limitrofe.

Titolo: Nobiltà del Lavoro. Arti e Mestieri nella Pittura Veneta tra 800 e 900
Curatori: Myriam Zerbi, Luisa Turchi
Sede: Museo Nazionale di Villa Pisani, Stra (Venezia)
Periodo: 2 giugno - 4 novembre 2012
Orario: dalle 9.00 alle 17.00; chiuso il lunedì
Organizzazione: Munus S.p.A.
Ente promotore: Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso
Patrocinio: Regione del Veneto, Provincia di Venezia, Comune di Stra
Catalogo: Umberto Allemandi
Media Partner: Corriere del Veneto, Radio Padova
Allestimenti: Mosaico con la collaborazione di In & Out
Ingresso: Villa e mostra Nobiltà del Lavoro + Parco e mostra fotografica:
- Intero € 10,00
- Ridotto € 7,50 (cittadini UE tra i 18 e i 25 anni)
Parco e mostra fotografica:
- Intero € 7,50
- Ridotto € 5,00 (cittadini UE tra i 18 e i 25 anni)
Gratuito per cittadini UE fino ai 18 anni e oltre i 65
Biglietto unico Residenti Riviera del Brenta* € 5,00
*Comuni di Campagna Lupia, Campolongo Maggiore, Camponogara,Dolo, Fiesso d’Artico, Fossò, Mira, Stra, Vigonovo

Immagine: Pieretto Bianco, La scuola dei merletti a Burano, 1905, olio su tela, cm 55,5x75,5, collezione privata.

sabato 30 giugno 2012

Il cinema dipinto di Giuseppe Flangini

di Francesco Mastrorizzi

Dopo la prestigiosa sede dell’Ambasciata d’Italia a Washington DC, sarà un’altra importante location, quella di Palazzo Zuckermann a Padova, ad accogliere nelle sue splendide sale la mostra Flangini & Minnelli. Il cinema dipinto, dal 6 luglio al 25 agosto 2012. L’evento presenta tra le altre le sequenze disegnate da Giuseppe Flangini durante le riprese del film Brama di vivere, diretto da Vincente Minnelli, sulla vita di Van Gogh. Ricomposte dopo quasi 60 anni per l’occasione, sono state definite dalla critica uno degli storyboard più belli della storia del cinema. La selezione, una quarantina circa tra dipinti e disegni, presenta sia lavori eseguiti da Flangini in Belgio, direttamente sul set della celebre opera cinematografica, sia opere sviluppate successivamente su grandi tele ad olio, tra cui Giorno di pioggia, Il gruppo di elettricisti e Kirk Douglas nella parte di Van Gogh, con gli autografi del regista e del cast.
La mostra, oltre a mettere insieme in un unico progetto espositivo la cinematografia e la pittura, rivelando la sintonia che intercorre fra le due diverse forme d’arte, intende altresì offrire al pubblico documenti d’archivio e oggetti provenienti dall’atelier di Flangini, a testimonianza di una rara versatilità, che ha visto il poliedrico artista veneto dedicarsi a forme espressive diverse, dal teatro al cinema, dalla ceramica alla pittura. All'esposizione si aggiungono due sezioni, l’una con opere riferite al paesaggio veneto, terra d’origine dell’artista, messo a confronto con quello belga; l’altra dedicata al tema della maschera, elemento caratteristico del percorso espressivo di Flangini.

giovedì 2 febbraio 2012

Il Divisionismo. La luce del moderno

Comunicato stampa

E’ stata una delle più emozionanti stagioni dell’arte italiana negli ultimi secoli e ora, finalmente, una grande mostra la ripropone, con un taglio nuovo e con una scelta perfetta di opere. “Il Divisionismo. La luce del moderno”, che si svolgerà a Rovigo, a Palazzo Roverella dal 25 febbraio al 23 giugno 2012, sarà sicuramente tra i più importanti eventi espositivi italiani del prossimo anno. A promuoverla sono la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con il Comune di Rovigo e L’Accademia dei Concordi.
Il periodo che questa mostra illumina è quello tra il 1890 e l’indomani della Grande Guerra. Negli anni in cui in Francia Signac e Seraut “punteggiano” il Neo Impressionismo, anche in Italia diversi artisti si confrontano con l’uso "diviso" dei colori complementari. E lo fanno con assoluta originalità. E’, come afferma il sottotitolo della mostra, la luce del moderno che essi così magistralmente creano e interpretano.
Sono sperimentazioni che consentono agli artisti che si affacciano alle soglie del Novecento di affrontare con tecnica spesso audace e coraggiosa le tematiche del nuovo secolo, dal mutato rapporto con la realtà agreste all’evoluzione della città moderna, dalle scoperte scientifiche agli incombenti conflitti sociali. E’ la prima effettiva cesura rispetto agli stili del passato, prima delle avanguardie.
Nel Divisionismo italiano i puntini e le barrette colorate dei francesi diventano filamenti frastagliati che invece di accostarsi spesso si sovrappongono. Ma ciò che è veramente diverso è lo spirito: qui la nuova tecnica pittorica aiuta a rappresentare, meglio di altre, l’intimità, l’allegria, lo spiritualismo, il simbolismo, l’ideologia anche politica. Ovvero i sentimenti, le passioni, le istanze che univano quella generazione di artisti. Pittura di luce, colore ma anche e soprattutto pittura di emozioni, quindi.
L’indagine che Francesca Cagianelli e Dario Matteoni proporranno a Palazzo Roverella rilegge la storia di questo momento magico dell’arte italiana. Valorizzando figure come quella di Vittore Grubicy de Dragon e il suo Divisionismo fatto di musica e di ricerca scientifica. Poi Plinio Novellini, icona del Divisionismo tra Toscana e Liguria, prototipo di quelle diverse dimensioni territoriali che sono forse la maggiore ricchezza del movimento e che questa mostra mette, per la prima volta, in giusta evidenza.
Poi i grandissimi: Previati, Segantini, Morbelli, Pellizza da Volpedo. E ancora il ricordo della storica Sala Divisionista della Biennale del 1914. Per giungere alla straordinaria stagione divisionista di artisti come Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Gino Severini, Carlo Carrà e alla Secessione Romana. Ultimi, emozionanti bagliori di una vicenda artistica che va a concludersi, per sfociare nel rivoluzionario “nuovo” del Futurismo. Ed è l’avvio di un’altra grande storia tutta italiana.

Titolo mostra: Il Divisionismo. La luce del moderno
Sede: Rovigo, Palazzo Roverella
Periodo: 25 febbraio - 24 giugno 2012
Orari: feriali 9.00-19.00; sabato 9.00-20.00; festivi 9.00-20.00; chiuso i lunedì non festivi.

Immagine: Giacomo Balla, Ritratto all'aperto, 1902, olio su tela, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma

mercoledì 1 febbraio 2012

Per conoscere Tommaso Bet

Comunicato stampa

Energia brutale e precisione fotografica si fondono perfettamente nell’ultima produzione di Tommaso Bet. Diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia con una tesi intitolata: “Evocazione, il primato della calcografia, analisi semiotica sulla stampa d’arte”, opera nell'ambito dell'incisione, della pittura, scultura e dell'installazione polimaterica. Conta numerose incursioni dell’ambiente della scenografia teatrale ed esperienze come curatore grafico di eventi legati alla realtà artistica e musicale dell’underground culturale veneto. Vive e lavora a Londra.
La Galleria d’Arte Comunale di Cappella Maggiore ospiterà dal 4 Febbraio una mostra, a cura del direttore dello spazio Duilio Dal Fabbro, in collaborazione con lo Studio d’Arte G.R., incentrata sulla recente produzione dell’artista friulano. Saranno esposte circa venti opere di grande formato che riassumono l’operato degli ultimi tre anni di Bet; dipinti figurativi dal tratto violento e dal forte impatto visivo, composizioni astratte caratterizzate dai toni evocativi e raffinate incisioni create a puntasecca, acquaforte e acquatinta descrivono un percorso artistico unico e originale.
L’esposizione sarà corredata da un elegante catalogo a colori edito dalle Grafiche De Bastiani, che raccoglie le illustrazioni di tutte le opere messe in mostra ed è accompagnato dalla presentazione di Duilio Dal Fabbro e dagli interventi critici a cura del prof Giovanni Granzotto e di Alberto Pasini, propedeutici ad una corretta lettura del percorso espositivo. La mostra è stata resa possibile anche grazie al sostegno dell’Amministrazione Comunale con l’Assessorato alla Cultura, della Pro Loco e della Banca Prealpi. Saranno presenti alla vernice: l’artista, il curatore e i due critici autori dei testi in catalogo.

Titolo mostra: ...per conoscere Tommaso Bet. Ritratti e paesaggi
A cura di: Duilio Dal Fabbro, Studio d’Arte G.R.
Sede: Cappella Maggiore (TV), Galleria Comunale
Durata: 4-26 febbraio 2012
Inaugurazione: sabato 4 febbraio 2012, ore 18.00
Orari: giovedì-sabato 16.00-19.00, domenica 10.00-12.00, 15.00-19.00
Catalogo: Grafiche De Bastiani

mercoledì 13 aprile 2011

Le mostre trissinesi e il collezionismo vicentino

Comunicato stampa

“L’arte è più vicina di quello che pensi” (“Art is closer than you think”) è lo slogan che accompagna il ritorno della storica Mostra di Pittura di Trissino, giunta alla sua XXVI Edizione, organizzata dalla Pro Loco di Trissino in collaborazione con l’Amministrazione Comunale. L’esposizione, intitolata “Le mostre trissinesi e il collezionismo vicentino”, focalizza la propria attenzione sulle opere di proprietà dei collezionisti del territorio e sarà allestita presso la Biblioteca Civica a partire da sabato 16 aprile, giorno dell’inaugurazione, prevista per le 18.00, rimanendo aperta al pubblico fino a domenica 15 maggio.
Suggestivo il tema scelto dal curatore Giuliano Menato con i coordinatori Andreino Albiero, Alessandro Ghiotto e i rappresentanti della Pro Loco Gian Franco Masiero e Piero Rasia per questa edizione, quello cioè del collezionismo vicentino, un presupposto per il quale proprio la kermesse e la sua storia rappresentano un’influenza e un contributo fondamentali. Negli anni la mostra di Trissino, riconosciuta da numerosi critici d’arte come evento di rilievo nazionale, ha costituito infatti un motore per lo sviluppo di una coscienza artistica e di una passione per le opere cresciute di pari passo con lo sviluppo della società locale nel passaggio dal mondo rurale a quello post-industriale. E proprio l’evolversi di tale realtà può essere visto come specchio dell’evoluzione economica dell’area, con i piccoli e i grandi imprenditori del territorio nella veste di protagonisti nella circolazione e nella fruizione di grandi capolavori del panorama artistico nazionale e internazionale, ammirati e conosciuti proprio grazie alla manifestazione trissinese. Proprio a tale aspetto, dunque, si riferisce il motto in inglese: l’arte, oggi, nell’ambito locale, è più vicina di quanto si possa pensare, nella forma di preziosi capolavori custoditi gelosamente nelle residenze private.
La storia dell’esposizione si presenta fin dal suo inizio, nel 1968, come eclettica e variegata nella scelta dei fili conduttori che di volta in volta l’hanno animata, passando in rassegna i movimenti e i generi che più hanno caratterizzato il Novecento: dall’astrattismo alla Pop Art, dall’Optical all’arte informale, avanguardie che assieme all’elogio dei critici e dei cultori hanno sempre incontrato anche il favore del pubblico. Le diverse edizioni, passate dallo status di premio di pittura a quello di esposizione monografica, fino a quello di mostra tematica dedicata ai movimenti di gruppo, hanno infatti sempre rappresentato altrettanti catalizzatori importanti, in un territorio, come quello della Valle dell’Agno, da sempre animato da un fermento artistico fuori dal comune: la stessa Valdagno ha fatto da sfondo, per anni, al respiro europeo del Premio Marzotto, accogliendo, in più, il primo liceo artistico della provincia di Vicenza, il “Boccioni”, nonché l’importante Scuola di Pittura “Vittorio Emanuele Marzotto”.
Un’esperienza forte, dunque, quella trissinese, che è riuscita a portare in un piccolo centro di provincia inestimabili capolavori assieme ai loro autori, nomi di pregio come quelli di Alberto Gianquinto, Riccardo Licata, Luigi Veronesi, Piero Dorazio, Angiolo Montagna, Aligi Sassu, solo per citarne alcuni. Grandi artisti che anche con la loro presenza fisica, alle esposizioni, nei dibattiti e nelle conversazioni con il pubblico e gli appassionati hanno contribuito a far nascere e crescere la passione per il collezionismo, trasmettendo ai fruitori la propria passione per l’arte.
La nuova edizione vedrà l’esposizione di 54 opere per 37 autori; tutti i quadri provengono da collezioni private del territorio. Tra i lavori spiccano Icaro di Vittorio Matino, Maternità di Alberto Gianquinto, Cavalli della luce di Aligi Sassu, Reticolo di Piero Dorazio. E ancora Periferia urbana di Lorenzo Vespignani, Ballo dei filosofi di Emilio Tadini, Cocacola di Mario Schifano. Saranno allestite, in più, una sezione multimediale, dove sarà possibile ammirare le immagini di altre opere che per ragioni di spazio non è stato possibile includere nell’esposizione fisica, e una sezione con foto, ritagli di giornale e memorabilia dedicata alla storia delle mostre trissinesi.
La mostra sarà arricchita, lungo tutta la sua durata, da alcuni eventi collaterali, che avranno il compito di ampliare lo spettro delle forme d’arte con la proiezione di cortometraggi curata dall’Asolo Art Film Festival, ArtAperitivi con performance multimediali e concerti, incontri con artisti locali come lo scultore Arcangelo Sassolino e con pittori le cui opere figureranno esposte alla mostra come Vittorio Matino.

Titolo mostra: Le mostre trissinesi e il collezionismo vicentino
A cura di: Giuliano Menato
Sede: Trissino (VI), Biblioteca Civica
Date: 16 aprile - 15 maggio 2011
Inaugurazione: sabato 16 aprile, ore 18.00.
Orari: dal martedì al venerdì dalle 16.00 alle 20.00;
sabato e festivi dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 20.00.