Visualizzazione post con etichetta pittura ottocento. Mostra tutti i post
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domenica 5 luglio 2015

James Tissot a Roma


[Comunicato stampa] Per la prima volta in Italia, l’attesissima mostra sul grande pittore francese James Tissot (Nantes, 1836 - Buillon 1902). Le sue opere si potranno finalmente ammirare al Chiostro del Bramante di Roma (26 settembre 2015 - 21 febbraio 2016) dopo le importanti esposizioni dedicategli in tutto il mondo come James Tissot al Petit Palais (Parigi - 1985), Victorian Life Modern Love (Yale Center for British Art, New Haven Connecticut - Musée du Québec, Québec City, Canada - Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York, tra il 1999 e il 2000), James Tissot et ses Maîtres a Nantes presso il Musée des Beaux-arts (2005) e infine la mostra The Life of Christ del Brooklyn Museum of Art (2009)
Raffinato protagonista dell’élite del suo tempo, invidiato e amato in pari misura, James Tissot è un pittore la cui arte è ancora oggi per alcuni aspetti un enigma, tra influenze impressioniste e istanze preraffaellite. Francese di nascita ma britannico di adozione, vissuto a suo agio tra conservatori e liberali, Tissot celebra nei suoi quadri la vita dell’alta borghesia – il ceto portato in auge in epoca vittoriana tra rivoluzione industriale e colonialismo – trasformando la quotidianità in imprese eroiche e celebrative, mutando ogni gesto in un cliché non privo di originalità.
Dart - Chiostro del Bramante e Arthemisia Group, con il Patrocinio dell’Assessorato Cultura e Turismo del Comune di Roma, hanno fortemente creduto nella necessità di presentare al pubblico italiano un artista ancora poco celebrato.
In mostra 80 opere provenienti da musei internazionali quali la Tate di Londra, il Petit Palais e il Museo d’Orsay di Parigi, che raccontano l’intero percorso artistico del pittore e l’influenza che su di lui ebbe l’ambiente parigino e la realtà londinese, dando conto della sua vena sentimentale e mistica, del suo incredibile talento di colorista e del suo interesse per la moda. Tra le opere esposte, capolavori quali La figlia del capitano e La figlia del guerriero, entrambe del 1873, accanto alla Galleria dell’HMS Calcutta (1886), che illustrano i temi principali della sua arte sempre trattati con profondità psicologica e che attestano il suo talento di colorista e fine osservatore del suo tempo.

Titolo: James Tissot
A cura di: Cyrille Sciama
Sede: Roma, Chiostro del Bramante
Periodo: 26 settembre 2015 - 21 febbraio 2016

Immagine: James Tissot, Galleria dell’HMS Calcutta, 1876 ca, olio su tela, Londra, Tate.

venerdì 3 luglio 2015

I Macchiaoli. Una rivoluzione d’arte al Caffè Michelangelo


[Comunicato stampa] La stagione espositiva autunnale delle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia aprirà con una mostra dedicata al movimento artistico che rivoluzionò la pittura italiana dell’Ottocento: i Macchiaioli.
Dal 19 settembre al 20 dicembre 2015, le suggestive sale delle Scuderie ospiteranno “I Macchiaioli. Una rivoluzione d’arte al Caffè Michelangelo”, un progetto espositivo ideato, prodotto e organizzato da ViDi in collaborazione con il Comune di Pavia e curato da Simona Bartolena insieme a Susanna Zatti, direttore dei Musei Civici di Pavia.
Nella seconda metà dell’Ottocento, Firenze è una delle capitali culturali più attive in Europa e diventa ben presto punto di riferimento per molti intellettuali provenienti da tutta Italia. Intorno ai tavoli di un caffè cittadino, il Michelangelo, si riunisce un gruppo di giovani artisti accomunati dallo spirito di ribellione verso il sistema accademico e dalla volontà di dipingere il senso del vero. Il nome “macchiaioli”, usato per la prima volta in senso dispregiativo dagli accademici, viene successivamente adottato dal gruppo stesso in quanto incarna perfettamente la filosofia delle loro opere.
Obiettivo della mostra è quello di indagare i protagonisti e l’evoluzione di questo importante movimento, fondamentale per la nascita della pittura moderna italiana. Il punto di vista adottato racconta nello stesso tempo l’importanza storico artistica del movimento, i suoi rapporti con la scena francese, le novità tecniche introdotte dai pittori del gruppo, ma anche la quotidianità della vita al Michelangelo, seguendo il filo dei racconti, degli scritti, delle lettere lasciate dai protagonisti. Un modo di narrare la vicenda poco consueto, che appassionerà anche il pubblico meno esperto.
Nel percorso di mostra verranno sottolineati anche i numerosi punti di contatto con la realtà artistica europea, in particolare quella francese, e con quella del resto della penisola, in quel periodo in fase di unificazione. Tra il ricordo di uno scherzo goliardico e l’emozione della scoperta di un’opera di Degas, tra l’esperienza a Barbizon e un pomeriggio a Montemurlo, si dipana un racconto che farà rivivere un ventennio d’oro dell’arte italiana.
Il percorso espositivo presenta oltre settanta opere provenienti da prestigiose sedi – Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti di Firenze, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, Galleria d’arte Moderna di Milano, Galleria d’arte moderna Ricci Oddi di Piacenza, Istituto Matteucci di Viareggio e molti altri – e collezioni private, firmate dai principali esponenti del gruppo dei Macchiaioli quali Telemaco Signorini, Giovanni Fattori, Giuseppe Abbati, Vincenzo Cabianca, Silvestro Lega, Adriano Cecioni, Vito d’Ancona, Raffaello Sernesi, Odoardo Borrani e altri.
Un racconto suggestivo porterà il visitatore a immergersi in un momento storico e culturale molto vivace, da cui emergeranno i fermenti di rivolta di questi nuovi pittori, insieme alle loro forti personalità artistiche e umane. La mostra si concluderà con le nuove generazioni che frequentarono il Michelangelo negli anni successivi a quelli vissuti dal gruppo storico, indagando il Caffè fino alle fasi più tarde della sua storia per arrivare all’eredità della macchia con opere di Giuseppe de Nittis, Federico Zandomeneghi e Giovanni Boldini.
Le sezioni della mostra non presenteranno quindi solo la pittura di macchia, ma offriranno uno sguardo più ampio sulla straordinaria rivoluzione artistica che ha preso avvio tra i tavoli di questo celebre caffè fiorentino.
Per tutta la durata dell’esposizione una serie di attività didattiche e visite guidate gratuite per bambini e adulti permetteranno di approfondire le tematiche e le opere esposte nelle sale delle Scuderie del Castello Visconteo.

Titolo: I Macchiaoli. Una rivoluzione d’arte al Caffè Michelangelo
Date: 19 settembre - 20 dicembre 2015
Sede: Scuderie del Castello Visconteo, Viale XI Febbraio 35, 27100 Pavia
Orari: dal lunedì al venerdì 10.00-19.00, mercoledì 10.00-22.00, sabato, domenica e festivi 10.00-20.00 (la biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietti: intero 12,00 euro, ridotto 10,00 euro (audioguida inclusa nel prezzo), scuole 5,00 euro

Immagine: Silvestro Lega, I fidanzati, 1869, olio su tela, 35,5x79,5 cm, Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, Milano

mercoledì 25 marzo 2015

Vincenzo Marinelli e gli artisti lucani dell’Ottocento

[Comunicato stampa] Sabato 28 marzo a Potenza, alle ore 11.00, presso il Museo Provinciale, si terrà la conferenza di presentazione della mostra “Vincenzo Marinelli e gli artisti lucani dell’Ottocento”. L’inaugurazione avrà luogo alle ore 11.30 all'interno della Pinacoteca Provinciale.
Il progetto – promosso dal Centro Annali per una storia sociale della Basilicata “Nino Calice” e posto sotto l'Alto Patronato della Presidenza della Repubblica – giunge a completare il percorso avviato nel 2008 con la mostra “Giacomo Di Chirico tra storia e realtà.1844 -1883” e proseguito nel 2012 con quella dal titolo “Michele Tedesco. Un pittore lucano nell’Italia Unita (1834-1917)”. Entrambi gli eventi espositivi, ospitati nella Pinacoteca Provinciale, hanno riscosso l’apprezzamento da parte di amanti dell’arte e di migliaia di visitatori provenienti anche da fuori regione.
La mostra su Marinelli, così come quelle in precedenza dedicate agli altri due grandi artisti lucani, è frutto di un meticoloso lavoro di ricerca che ha permesso di approfondire numerosi aspetti del panorama artistico e storico della Basilicata nel XIX secolo, all’interno del quale Marinelli, Di Chirico e Tedesco si pongono come figure di altissimo rilievo.
La mostra sarà aperta al pubblico a partire da sabato 28 marzo alle ore 16.00. Fino al 2 giugno sarà possibile visitarla dal lunedì alla domenica dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 20.00.
Oltre alla curatrice del progetto Isabella Valente, docente dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, prenderanno parte alla presentazione Piero Lacorazza, Presidente del Consiglio Regionale della Basilicata, Nicola Valluzzi, Presidente della Provincia di Potenza, Domenico Totaro, Presidente Parco Nazionale Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese, Dario De Luca, Sindaco della Città di Potenza, Maria Carmela Consiglio, Presidente del Centro Annali per una storia sociale della Basilicata “Nino Calice”, Giuseppe Tancredi, Presidente Lions Club Potenza Pretoria, Angelo Chianese, Presidente DataBenCArt, Distretto ad alta tecnologia per i Beni Culturali, Palmarosa Fuccella, direttore artistico e responsabile del progetto per il Centro Annali.

Titolo: Vincenzo Marinelli e gli artisti lucani dell’Ottocento
A cura di: Isabella Valente
Sede: Pinacoteca Provinciale, Potenza
Periodo: 28 marzo - 2 giugno 2015
Inaugurazione: sabato 28 marzo 2015, ore 11.00
Orari: tutti i giorni ore 9.00-13.00, 15.30-20.00
Ingresso: intero € 5,00, ridotto € 3,00

sabato 20 dicembre 2014

La natura divina di Giovanni Segantini

di Rosanna D’Erario

A pochi mesi dall’Expo, la mostra su Giovanni Segantini, in corso a Palazzo Reale di Milano fino al 18 gennaio, è una celebrazione della “milanesità” dell’artista.
Giovanni Segantini (1858-99) nasce ad Arco in provincia di Trento e dopo essere rimasto orfano si trasferisce a Milano. Dopo un’infanzia infelice, trascorsa anche in riformatorio, diventa allievo dell’Accademia di Brera, dando avvio alla sua carriera artistica e affermandosi precocemente sulla scena milanese ed internazionale grazie all’interessamento di Vittore Grubicy e del fratello Alberto. Nonostante i numerosi successi, la sua ricerca orientata a soggetti contadini e al paesaggio alpino lo porta a stabilirsi inizialmente in Brianza e successivamente in Svizzera, continuando però a mantenere rapporti con gli ambienti artistici del capoluogo lombardo.
Questa esposizione, attraverso 125 opere divise in sezioni, intende mettere in luce lo straordinario percorso artistico del pittore. In questa grande retrospettiva troviamo scorci pittoreschi dei Navigli nella Milano di fine Ottocento, ritratti familiari, autoritratti, nature morte, fatiche nei campi. Segantini ricorre sempre a tonalità livide del crepuscolo, chiaroscuri, riflessi luminosi, utilizzando tratti di colori divisi.
Nella sezione Natura e Simbolo, non poteva mancare uno dei capolavori di Segantini, Mezzogiorno sulle Alpi. L’artista ritrae Barbara Uffer, domestica di famiglia che con le sue forme generose e la sua bellezza montanara è tra le modelle preferite del pittore. In questo dipinto è sola, tra l’immensità della natura e l’intensità di un cielo blu, un blu accentuato anche da piccoli trattini rosa e rossi. La cromia è ricca non solo per la scelta dei colori, ma anche per l’impasto materico: le pennellate sono più o meno spesse, in base alla luce o al sentimento che l’artista vuole restituire attraverso la pittura. La bellezza della natura quindi incombe sull’essere umano, tema questo molto caro all’artista e che riscontriamo in diverse sue opere, a conferma della sua visione panteistica del mondo.
Una delle sezioni più toccanti della mostra è quella dedicata alla Maternità. Segantini perde la madre all’età di otto anni; per lui il tema della maternità è sempre presente, quasi ossessivo, dai suoi esordi naturalistici passando per il simbolismo e diventando poi quasi onirico. Esemplare è Le due madri, dipinto che sancì l’affermazione del movimento della tecnica divisionista e in cui è centrale la naturalezza della maternità, fulcro del suo simbolismo. Nello scorcio umile di una stalla, troviamo una donna con un bambino e una mucca con un vitello nella medesima atmosfera di riposo illuminata da una lanterna che conferisce unità nei toni e nel sentimento d’insieme. Infatti il pittore accomuna la condizione umana a quella animale, una scena che restituisce simbolicamente l’idea della maternità come origine della vita.
Giovanni Segantini è un ottimo testimone per l’Italia e per Milano nel percorso dell’Expo. Appartenuto a diverse patrie, è un innovatore, un innamorato della natura, capace di parlare a tutti.

martedì 17 giugno 2014

Le vie del sole. La "scuola di Staggia" ed il paesaggio in Toscana fra Barbizon e la "macchia"

Comunicato stampa

Le sale del Palazzo Mediceo di Seravezza in Versilia (Lu), Patrimonio Mondiale dell’Unesco, ospitano da sabato 5 luglio – vernissage alle ore 18 – fino al 7 settembre la mostra “Le vie del sole. La scuola di Staggia ed il paesaggio in Toscana fra Barbizon e la macchia”, curata da Nadia Marchioni e organizzata dalla Fondazione Terre Medicee e dal Comune di Seravezza e un comitato scientifico composto da Carlo Sisi ( presidente), Silvio Balloni, Nadia Marchioni, Elisabetta Palminteri e Francesca Panconi.
Un’esposizione che vuole rendere omaggio a quei pittori che, dal 1853 nella campagne di Staggia vicino Siena, abbandonarono un approccio “accademico” al paesaggio, per anticipare una visione più personale, intima e quotidiana della natura che culminerà poi nel movimento dei “macchiaioli”. Questo gruppo di artisti, definiti informalmente nel 1873 da Telemaco Signorini come “Scuola di Staggia” e che secondo i ricordi dello stesso artista tentarono “Le vie del sole”, si erano riuniti intorno ai pittori di origine ungherese Carlo Markò junior e a suo fratello Andrea, figli di quel Carlo Markò senior che nel suo atelier fiorentino dagli anni Quaranta, aprì una propria scuola di paesaggio. Insieme a loro artisti come Emilio Donnini e Serafino De Tivoli e poi Carlo Ademollo, Lorenzo Gelati, Alessandro La Volpe, Curio Nuti e Michele Rapisardi. Una produzione fino adesso poco conosciuta ma che rappresenta un momento cruciale nel rinnovamento della pittura del paesaggio in Toscana.
Il percorso espositivo parte dallo scenario del paesaggio romantico a Firenze fra gli anni Trenta e Cinquanta dell’Ottocento, passando da una scelta di straordinari dipinti dei pittori della scuola di Barbizon che, a partire dalla fine degli anni Venti dell’Ottocento, nei pressi di Parigi riuscirono, ritraendola dal vero, a rivoluzionare la pittura di paesaggio. I protagonisti di questa “scuola”, fra cui Charles-Françios Daubigny, Narcisse-Virgile Diaz de la Peña, Jules Dupré, Constant Troyon, sono presenti in mostra sia per rimarcare la distanza che separava questa pionieristica interpretazione del paesaggio dalla contemporanea pittura romantica toscana, sia per indicare l’esempio al quale molti degli artisti innovatori gravitanti intorno a Firenze seppero guardare, alla metà del diciannovesimo secolo, per fondare la loro nuova visione del paesaggio. Si arriva poi al cuore della mostra rappresentata dalle opere della “Scuola di Staggia”. In questi dipinti si coglie in pieno la nascita di una nuova sensibilità: il paesaggio non è più l’ideale natura composta in studio secondo codificate leggi accademiche, né la ricerca di sublimi effetti romantici; l’emozione dell’artista di fronte alla natura si raccoglie in abbreviate visioni di ruderi o cascinali nella campagna, sul greto di un torrente, presso un abbeveratoio, una strada polverosa che scompare nel fitto del bosco, sciogliendosi di fronte ai quotidiani “motivi” agresti e condensandosi in dipinti dove la realtà viva e pulsante viene evocata con inedita libertà.
Nella mostra sono esposte opere di Markò, Altamura, De Tivoli, Gelati, Donnini, La Volpe e Nuti tra cui una vera e propria riscoperta: si tratta de “Il castello di Staggia” di Alessandro La Volpe (dal Museo di Capodimonte), ma anche altri dipinti che permettono di seguire la geografia del paesaggio toscano, stagione dopo stagione, secondo gli spostamenti di questi artisti. La campagna senese del “Paesaggio con castello e figure” di De Tivoli e Carlo Markò, dai dintorni di Firenze (Portico di villa Toscana, di Altamura e De Tivoli), alla Valle del Serchio ed alle maestose Alpi Apuane, ai cui piedi Seravezza, sovrastata dalle cave di marmo e dall’arco naturale del Monte Forato, fu tappa prediletta, in diversi momenti, di De Tivoli, Gelati, Donnini e dei Markò, che strinsero con Seravezza un vincolo speciale. Per sottolineare questo aspetto, nella prima sala del Palazzo Mediceo, sarà esposta per la prima volta l’enorme tela realizzata da Andrea Markò come fondale scenico del locale teatro. L’opera, che rappresenta un episodio della Disfida di Barletta di Massimo d’Azeglio, personaggio anch’egli legato a questa località, è rimasta per più di un secolo protetta, ma invisibile, e quasi dimenticata, nelle sedi del Comune e sarà in occasione della mostra, nuovamente accessibile allo sguardo dei visitatori e restituita così, si auspica definitivamente, alla popolazione di Seravezza, cui l’artista volle donarla, come si legge in calce alla tela. Conclude l’esposizione un ‘altra tela monumentale, l’eccezionale prestito, ottenuto dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, de “I funerali di Buondelmonte” di Francesco Saverio Altamura che illustra la prassi, anche in dipinti di grandi dimensioni, di inserire l’episodio storico in un paesaggio azzerando implicitamente l’antica superiorità gerarchica fra pittura di storia e pittura di paese.

Titolo mostra: Le vie del sole. La “scuola di Staggia” ed il paesaggio in Toscana fra Barbizon e la “macchia”
Sede: Palazzo Mediceo di Seravezza, Viale L. Amadei 230, Seravezza (Lu)
Periodo: 5 luglio - 7 settembre 2014
A cura di: Nadia Marchioni
Comitato Scientifico: Carlo Sisi, presidente - Silvio Balloni - Nadia Marchioni - Elisabetta Palminteri - Francesca Panconi
Organizzazione: Fondazione Terre Medicee - Comune di Seravezza.
Patrocini: MIBAC - Regione Toscana - Provincia di Lucca - Fondazione Il Castello di Staggia
Orario: dal lunedì al venerdì ore 17.00-24.00; sabato e domenica ore 10.30-12.30, 17.00-24.00
Biglietto: intero euro 6,00; ridotto euro 4,00

lunedì 29 ottobre 2012

La donna nella pittura italiana dell’800

Comunicato stampa

Ancora la pittura italiana del XIX secolo al centro di una mostra in programma il prossimo autunno a Milano, dall’8 novembre al 23 dicembre 2012.
La donna nella pittura italiana dell’800, un progetto firmato da Enzo Savoia e Francesco Luigi Maspes, intende documentare in un percorso che collega la Galleria Bottegantica (via Manzoni 45) e la Galleria Ambrosiana (via Vincenzo Monti 2), il ruolo di protagonista che la donna ebbe nella seconda metà dell’Ottocento nelle opere dei grandi artisti di quel periodo.
La sezione curata da Enzo Savoia alla Galleria Bottegantica, dal titolo Dalla Scapigliatura alla Belle Epoque, raccoglierà trenta opere di artisti attivi nell’arco di tempo che va dalla Scapigliatura milanese fino agli anni della Belle Epoque: Mosè Bianchi, Beppe e Emma Ciardi, Luigi Conconi, Vittorio Matteo Corcos, Giacomo Favretto, Arnaldo Ferraguti, Bartolomeo Giuliano, Vincenzo Irolli, Pompeo Mariani, Alessandro Milesi, Luigi Nono, Ettore Tito, Alessandro Zezzos.
Il percorso offrirà un approfondimento per il lavoro di Giovanni Boldini, straordinario cantore della bellezza femminile e protagonista indiscusso della Belle Epoque parigina, attraverso una preziosa selezione di dipinti, tra cui Nudo di donna con calze nere, Donna in riposo, Giovane signora nell’atelier e le figure di Madame Lantelme e Irene Catlin: opere in cui la donna è raffigurata in smaglianti ritratti ufficiali o in pose più ardite e sofisticate, nelle quali l’artista ferrarese riesce sempre a estrarne un’immagine sintetica e folgorante.
Alla Galleria d’Arte Ambrosiana, Francesco Luigi Maspes curerà invece la sezione Tra ritratto e paesaggio, con venti opere che documentano l’evoluzione dell’immagine femminile nella seconda metà dell’Ottocento nei generi del ritratto e del paesaggio, attraverso i lavori di Angiolo Achini, Leonardo Bazzaro, Mosè Bianchi, Enrico Crespi, Giuseppe De Nittis, Bartolomeo Giuliano, Domenico Induno, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Gaetano Previati, Daniele Ranzoni, Giovanni Sottocornola.
Il tema del ritratto sarà analizzato nel senso più esteso, dall’immagine del volto alla figura intera, di gruppo, familiare e non, in situazioni ufficiali, mondane o intime; ma anche del suo relazionarsi con il genere del paesaggio, che diventa in questo caso paradigma di sensazioni, deposito di memorie.

Titolo mostra: La donna nella pittura italiana dell’800
Periodo: 8 novembre - 23 dicembre 2012
Sezione “Dalla Scapigliatura alla Belle Epoque”
Sede: Galleria Bottegantica - Via Alessandro Manzoni 45, 20121 Milano
Orario di apertura: dal martedì al sabato 10.00-13.00 / 15.00-19.00
Giorno di chiusura: domenica e lunedì
Ingresso: gratuito
Sezione “Tra ritratto e paesaggio”
Sede: Galleria d’Arte Ambrosiana - Via Vincenzo Monti 2, 20123 Milano
Orario di apertura: dal martedì al sabato 10.00-13.00 / 15.00-19.00
Giorni di chiusura: domenica e lunedì
Ingresso: gratuito

Immagini:
1. Bartolomeo Giuliano, Ritratto di donna con ventaglio, olio su tavola, 27 x 21 cm
2. Stefano Novo, Conversazione al balcone, olio su tela, 52x74 cm
3. Giovanni Boldini, Nudo di giovane sdraiata con calze nere, 1885 circa, olio su tavola, 33 x 55 cm

sabato 13 ottobre 2012

La nobile epopea del lavoro

di Luisa Turchi

Lavoro come energia, impegno, realizzazione. Gioia del fare e fatica dell’operare, espressione dell’eredità famigliare o di scelta personale, tra smorfie e sorrisi, pena e soddisfazione. Se ogni soggetto è degno di essere protagonista di un’opera d’arte e se l’artista emoziona raffigurando argomenti tratti dalla vita di ogni giorno, si deve guardare al vero «nella nobile semplicità sua» (Pietro Selvatico, Sulla convenienza di trattare in pittura soggetti tolti alla vita contemporanea, in Atti dell’imperial Regia Accademia di Belle Arti per l’anno 1850, pp. 7-34). Dall’indagine storico-artistica sul tema del lavoro – valore morale e necessità vitale – nel quotidiano, nasce insieme a Myriam Zerbi, che con me la cura, la rassegna Nobiltà del lavoro. Arti e mestieri nella pittura veneta tra Ottocento e Novecento (fino al 4 novembre), promossa dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso e organizzata da Munus.
È Il cameriere di Paolo Caliari che, con impeccabile livrea, invita idealmente il visitatore ad “entrare” nella mostra. La committenza borghese ama le scene di genere aneddotiche, il popolo per soggetto, colto nell’esercizio delle sue attività. Con la pittura en plein air, cresce il movimento realista triveneto in linea con i Macchiaioli e gli Impressionisti. Trentacinque artisti con 65 opere di musei e collezioni private, ci trasportano nel fervore dei mercati e delle botteghe, nel silenzio dei campi o fra le pareti domestiche. Così la luce mattutina inonda i portici dell’affollato Mercato di Badoere di Guglielmo Ciardi, fa brillare le zucche di un ozioso Piccolo venditore di zucca di Luigi Serena o risaltare il biancore della camicia di un Arrotino con la sua mola, di Alessandro Milesi. La Fruttivendola di Cesare Laurenti, spiata di nascosto, e Il ragno e la mosca di Eugenio De Blaas, ovvero un impagliatore di sedie che corteggia un’acquaiola, segnano il passaggio tra la rappresentazione di un mestiere come topos e l’idillio di genere. Tra i lavori inerenti ai trasporti e alla forgiatura, il Gondoliere di Domenico Mazzoni che voga solitario in laguna, e I fabbri di Luigi Cima, tra i bagliori della loro fucina. Lina Rosso, in Manovra alle vele (1926) ci racconta della Nave Scuola Scilla, “asilo” per gli orfani del litorale Adriatico, che ricevevano un’istruzione marinaresca. Di Oreste Da Molin, sensibile colorista, è l’ironico Barbiere rusticano, che taglia i capelli “a scodella”, e la ricercata Bottega dell’antiquario (1880). Ettore Tito indaga sia la serenità del mondo contadino ne Le mondine, vivace affresco corale, che il forte disagio del lavoro seriale in fabbrica ne Le Pelatrici di noci, monocromo dal taglio fotografico. Lavoratrici istancabili, le donne si occupano, oltre che del bucato, del cucito e dell’infilar perle a domicilio: dalle merlettaie chine sul tombolo de La scuola dei merletti a Burano (1905) di Pieretto Bianco, alle “impiraresse” sedute in fila o Perlaie di Cecil Van Haanen, dipinto premiato a Parigi (1876). Napoleone Nani valorizza la grazia e l’estro femminile ne La modella e ne La pittrice. Infine, Lina Rosso pone l’accento sull’insegnamento, con La maestra (1917) e i suoi piccoli alunni che sventolano il tricolore, opera resa con una fattura a macchie, una pennellata che dissolve i particolari, più libera e moderna.
Dal piano nobile del Museo Nazionale di Villa Pisani a Stra (Venezia), l’esposizione prosegue nella Casa del Giardinere, con una rassegna di fotografie di un fotoreporter ante litteram, “Arti e mestieri nell’obiettivo di Tomaso Filippi (1852-1948)” ideata dall’architetto Giuseppe Rallo, direttore di Villa Pisani, con Myriam Zerbi e la sottoscritta, in collaborazione con il Fondo Filippi dell’IRE e Daniele Resini. Un autentico reportage che illustra come pittura e fotografia si influenzino a vicenda, per delineare, in sala di posa o in strada, ritratti e abitudini delle genti di Venezia, Chioggia e isole limitrofe.

Titolo: Nobiltà del Lavoro. Arti e Mestieri nella Pittura Veneta tra 800 e 900
Curatori: Myriam Zerbi, Luisa Turchi
Sede: Museo Nazionale di Villa Pisani, Stra (Venezia)
Periodo: 2 giugno - 4 novembre 2012
Orario: dalle 9.00 alle 17.00; chiuso il lunedì
Organizzazione: Munus S.p.A.
Ente promotore: Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso
Patrocinio: Regione del Veneto, Provincia di Venezia, Comune di Stra
Catalogo: Umberto Allemandi
Media Partner: Corriere del Veneto, Radio Padova
Allestimenti: Mosaico con la collaborazione di In & Out
Ingresso: Villa e mostra Nobiltà del Lavoro + Parco e mostra fotografica:
- Intero € 10,00
- Ridotto € 7,50 (cittadini UE tra i 18 e i 25 anni)
Parco e mostra fotografica:
- Intero € 7,50
- Ridotto € 5,00 (cittadini UE tra i 18 e i 25 anni)
Gratuito per cittadini UE fino ai 18 anni e oltre i 65
Biglietto unico Residenti Riviera del Brenta* € 5,00
*Comuni di Campagna Lupia, Campolongo Maggiore, Camponogara,Dolo, Fiesso d’Artico, Fossò, Mira, Stra, Vigonovo

Immagine: Pieretto Bianco, La scuola dei merletti a Burano, 1905, olio su tela, cm 55,5x75,5, collezione privata.

lunedì 23 aprile 2012

L’odore della luce

Comunicato Stampa

L’odore della luce è quello che si espande in un campo di fieno appena tagliato, in un giardino dove le lame del sole illuminano l’humus del sottobosco, nell’afrore dolce del gelsomino estivo. E’ la sensazione che promana da una certa pittura a cavallo del secolo, ancora legata ai canoni macchiaioli ma già proiettata verso il nuovo del dopoguerra. La luce che illumina l'olfatto è una splendida sinestesia, un caso di intersensorialità «indotta», che gioca sull'idea che dai prati, dai campi e dai giardini delle opere della mostra emanino luci odorose e profumi luminosi. Tanto più splendida la sinestesia per il fatto che quella luce odorosa illumina e avvolge figure femminili anch'esse profumate di luce e illuminate di odori.
Una pittura, quella indagata in “L’odore della luce” (dal 5 maggio al 19 agosto a Palazzo Marra, sede della Pinacoteca De Nittis di Barletta), che ha due co-protagoniste: la donna e la natura, ad occupare una scena fatta di quotidiana straordinarietà, sullo sfondo di nuove certezze, in decenni destinati a cambiare il mondo e ad assistere al nuovo ruolo che in esso si vanno conquistando le donne. Anche in quell’universo apparente immutabile che è la società contadina, tanto al sud quanto al nord del nostro Paese.
Non a caso Emanuela Angiuli ha scelto per questa affascinante esposizione di aprire un focus sul “Mondo femminile nella pittura dell’Ottocento e del primo Novecento”, in Italia. Qui risalta la descrizione profondamente evocativa ed emozionale della piccola borghesia della provincia italiana e del mondo contadino. Lungo le quattro sezioni tematiche: sentimenti, i lavori del giorno, prati e giardini, confidenze, passa, come in un fil d’atmosfera, l’altra metà del mondo, una metà che, forse per la prima volta, è veramente consapevole del suo contare, della fine di una millenaria subalternità.
Nelle sale della Pinacoteca De Nittis a Palazzo Marra, in quel di Barletta, gli artisti raccontano, spesso con sensibilità confidenziale come in un palinsesto figurativo, i loro momenti più personali ed intimi: l’adolescenza, il lavoro, le ritualità dei sentimenti. Mentre nuovi movimenti intellettuali, mutamenti politici e culturali investono l'Italia che tra 1800 e 1900 portano le donne, nobili o popolane, ad assumere ruoli di primo piano, la pittura registra immagini eloquenti della storia e delle condizioni nelle quali si esprime il mondo della provincia.
A partire dalle donne, l’osservazione invade inevitabilmente vari campi di interesse storico, letterario ma anche demo-etnoantropologico e sociale. La pittura si fa registro della conoscenza degli usi e costumi delle tradizioni locali mediante una molteplicità di linguaggi che interferendo col vivere quotidiano, offrono la qualità di un complesso e variegato territorio culturale. Osservando questi dipinti, emerge una realtà che, dopo l’Unità d’Italia, è fortemente legata alle società rurali e alle tradizioni della provincia che trovano eco alla narrativa veristica di Giovanni Verga, di Luigi Capuana scopritore del romanzo sperimentale di Zola e diffusore del naturalismo, al verismo di Matilde Serao, Grazia Deledda, Mario Pratesi, Renato Fucini.
Il «fiume della vita» scorre nella pittura italiana dell’Ottocento a volte dentro scenari immortalati nella sensibilità di un divertissement sentimentale, oppure attraverso una rêverie di artisti che trasformano paesaggi e ritratti in un teatro delle emozioni, in cui realtà e immaginazione concorrono all'espressività pittorica dei sentimenti. Accade che il rigido realismo cede il passo al gioco delle impressioni per cogliere in tempo reale la fuggevole vibrazione di una luce o di un colore, fino a condurre l'euforia emotiva instillata nelle figure, ai linguaggi del simbolismo. La particolarità della rassegna, infatti, sta nella ricca stagione della cultura figurativa italiana tra il XIX e il XX secolo, capace di dialogare con molte correnti pittoriche, dalla napoletana Scuola di Posillipo ai macchiaioli toscani.
Con una tecnica pittorica diversa come quella divisionista, pittori come Pellizza e Morbelli sono riusciti a trasfigurare la realtà, pur rappresentata con metodo scientifico nell’analisi della luce e del colore, unendo alla resa di particolari fenomeni luministici, una forte suggestione sentimentale. Questa dimensione lirica, certamente ispirata anche dalla letteratura, in particolare di d’Annunzio e Pascoli, giunge alla visione divisionista e poi simbolista di Plinio Nomellini con la sua bellissima "Lucilla", dove la donna seduce con uno sguardo intenso e fuggente mentre il corpo e il volto appaiono vaporizzarsi nella vegetazione rigogliosa, in una trasfigurazione dal sapore simbolista.
Un percorso nei mondi femminili che entrando nel ‘900 si conclude con l’opera di Felice Carena “Bambina sulla porta” che ci piace riportare ai versi di S. Mallarmé “per sentire nella carne piangere il diamante”.

Titolo mostra: L’odore della luce. Il mondo femminile nella pittura dell’Ottocento e del primo Novecento
A cura di: Emanuela Angiuli
Sede: Barletta, Pinacoteca Giuseppe De Nittis
Date: 5 maggio - 19 agosto 2012
Orario: tutti i giorni 10.00-20.00; chiusura tutti i lunedì non festivi
Biglietto: 8 euro, ridotti 4 euro
Catalogo: Silvana Editoriale

Immagine: Vittorio Corcos, Le istitutrici ai Campi Elisi, 1892, olio su tela, 187 x 156 cm

martedì 25 ottobre 2011

Gli Orientalisti. Incanti e scoperte nella pittura dell’Ottocento italiano

di Sonia Gammone

Presso il Chiostro del Bramante a Roma, e stata inaugurata il 20 ottobre la mostra Gli Orientalisti. Incanti e scoperte nella pittura dell’Ottocento italiano a cura di Emanuela Angiuli e Anna Villari, una accurata selezione di circa una ottantina di opere, che raccontato l’Oriente attraverso la pittura dell’Ottocento italiano. Le cronache, gli echi della spedizione di Napoleone in Egitto, i racconti degli esploratori avevano acceso la grande fantasia del Vecchio Continente. Dall’Oriente arrivavano racconti accattivanti di piaceri proibiti, odalische sensuali, harem, e la fantasia degli artisti non si fece attendere per rendere su tela queste immagini di sogno. Ad alimentare la curiosità degli artisti contribuivano anche le committenza che ricevevano. Erano quindi curiosi ed attenti ad ogni novità da poter trasferire nelle loro opere. La mostra esplora proprio questo periodo di fervido lavoro da parte di molti artisti di tutta Italia. Punto d’avvio di questa ventata d’Oriente è Francesco Hayez che di fatto non si mosse dall’Italia ma che riuscì ad imprimere nelle sue tele tutto l’esotismo che contraddistingue il mondo arabo. Da Parma, prima Alberto Pasini e poi Roberto Guastalla, il "Pellegrino del sole", percorrono carovaniere e città per raccontare questi altri mondi. Il secondo lo fa portandosi dietro, oltre a tavolozza, cavalletto e pennelli anche uno strumento nuovo, la macchina fotografica, mentre da Firenze parte alla volta dell'Egitto Stefano Ussi che in quel Paese, subito dopo l'apertura del Canale di Suez, lavora per il Pascià prima di trasferirsi in Marocco. Anche il Mezzogiorno non sfugge a questa attenzione per l’Oriente. Basti pensare a Domenico Morelli che, senza mai aver messo piede nei territori d'oltremare, descrive magistralmente velate odalische e figure di arabi in preghiera. Un mondo insomma che ha suscitato un vasto interesse nel nostro paese e che ci ha regalato opere di grande realismo che permettono allo spettatore di fare un viaggio nell’Oriente.

lunedì 3 ottobre 2011

La meraviglia della natura morta

Comunicato stampa

A partire dal 2001 la Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona ha messo a disposizione del pubblico la sua collezione d’arte che, grazie ad una serie di selezionate acquisizioni, rappresenta oggi un qualificato polo di studio e valorizzazione della pittura italiana tra Ottocento e Novecento, con particolare riferimento alle figure di maggiore rilievo del Divisionismo.
Nel segno di una continuità programmatica, la Fondazione presenta ora una mostra dedicata al genere della natura morta nell’Ottocento italiano d’area settentrionale, analizzando in particolare il fenomeno del collezionismo d’epoca.
La rassegna, curata dalla storica dell’arte Giovanna Ginex e intitolata La meraviglia della natura morta. 1830-1910. Dall’Accademia ai maestri del Divisionismo, parte da una riflessione riguardo allo speciale rapporto tra il genere della natura morta, le Accademie di Belle Arti, intese come aree d’influenza e divulgazione delle arti - ovvero luogo di formazione e aree culturali entro le quali gravitano gli artisti selezionati - e la nuova committenza borghese.
L’esposizione, che si propone come una mostra di studio, presenta una serie di nature morte tra le più affascinanti della pittura italiana dell’Ottocento, di cui un cospicuo nucleo - diciassette opere - sedici delle quali oggetto di un attento restauro finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona - proviene dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano, con la quale è stato siglato in occasione della rassegna uno specifico accordo di collaborazione.
Il percorso critico ed espositivo parte dal terzo decennio dell’Ottocento, quando si affermano anche in Lombardo-Veneto gli esempi di un genere artistico rinnovato dal gusto Biedermeier e dall’influenza della scuola pittorica di Lione; si presentano dipinti - tra gli altri - di Francesco Hayez e Domenico Induno, nell’ambito milanese, mentre da Brescia giunge la pittura di animali di Francesco Inganni, apprezzata dal principe Odone di Savoia, e le esposizioni dell’Ateneo bresciano premiano la perizia dell’ornatista Tommaso Castellini.
Nel 1863 viene creato all’Accademia di Belle Arti di Brera un nuovo corso alla Scuola di Ornato, dedicato alla decorazione e alla pittura di fiori, affidato a Luigi Scrosati: da qui deriva un ulteriore slancio al rinnovamento del genere, che va diffondendosi anche presso una committenza alto borghese e imprenditoriale milanese e lombarda desiderosa di adeguare l’arredo e le collezioni d’arte delle proprie dimore ad un raggiunto, cospicuo benessere e riconoscimento sociale.
Da Brera, o comunque dal suo ambito, dall’Ateneo di Brescia e dall’Accademia Carrara di Bergamo, esce la generazione di artisti della “nuova scuola lombarda”, figlia della Scapigliatura; giovani provenienti anche da altre regioni d’Italia e dal Canton Ticino - come Adolfo Feragutti Visconti e Luigi Rossi -, che tra la metà degli anni Settanta e gli anni Ottanta dell’Ottocento dimostrano straordinarie capacità innovative nell’uso del colore, nel gesto pittorico e nei soggetti delle loro opere. Il genere della natura morta rientra a pieno titolo nella loro produzione: nelle rassegne espositive la sua presenza cresce in modo esponenziale, costituendo al tempo stesso banco di prova e importante occasione di vendita sia per maestri del naturalismo quali Filippo Carcano, Mosè Bianchi, Eugenio Gignous, Giuseppe Barbaglia e Cesare Tallone, sia per i più giovani, Gaetano Previati, Giovanni Segantini, Emilio Longoni, Giovanni Sottocornola, Giuseppe Pellizza da Volpedo, protagonisti della rivoluzione divisionista dall’apertura del decennio a seguire.
Questi artisti rinnovano il genere della natura morta anche dal punto di vista stilistico. “Da levigato particolare all’interno di una scena di genere o di un ritratto - scrive Giovanna Ginex nel suo saggio in catalogo - la natura morta diventa soggetto unico del dipinto, scompigliando l’ordine e la rassicurante fissità di fiori e frutta, sparigliando gli elementi, sconvolgendo le simmetrie e abbandonando i modelli fiamminghi e Biedermeier: le ceste si aprono e ne sfuggono frutti imperfetti e maturi”.
A queste nuove firme si rivolge un collezionismo e un mecenatismo che predilige in modo specifico le arti contemporanee: tra gli altri, ricorrono i nomi dei coniugi Benedetto e Teresa Junck, di Giovanni Torelli, e del cotoniere e banchiere Carlo Dell’Acqua, fino ad arrivare ai primi anni del nuovo secolo, con la raccolta della famiglia italo-elvetica Chiattone, da cui proviene una coppia di tele di Ambrogio Alciati.
Il progetto scientifico della mostra ha portato alla selezione di una sessantina di opere di importanti artisti (elenco allegato) tra le migliori rappresentazioni del genere, provenienti principalmente dalle raccolte storiche di musei, fondazioni e altri istituti, organizzate in tre aree, nelle quali il dato cronologico dialoga con una lettura critica della committenza e delle varie declinazioni del genere: dal nitore di un precoce capolavoro di Hayez, al tema della Vanitas che attraversa i tre decenni presi in considerazione dalla rassegna, alla ricostruzione di una “sala del collezionista” con tele di Filippo Carcano, Adolfo Feragutti Visconti, Arnaldo Ferraguti, Emilio Longoni e Giovanni Segantini commissionate dall’editore e collezionista Giuseppe Treves per una delle sue dimore, fino alla pura cromia divisionista delle composizioni di Gaetano Previati che chiudono la rassegna entrando nel Novecento. Completano il percorso due sculture di Paolo Troubetzkoy raffiguranti i collezionisti Giovanni Torelli e Teresa Junck Garbagnati.
Accanto all’importante nucleo di opere dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano, la rassegna presenta opere provenienti, tra le altre, dalla collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona e dalle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, della Galleria d’Arte Moderna di Genova, del Museo della Città - Santa Giulia di Brescia, del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, della Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza, della Raccolta d’Arte Lamberti di Codogno, del Museo del Paesaggio di Verbania, del Museo Civico di Belle Arti di Lugano, della Civica Galleria d’Arte-Villa dei Cedri di Bellinzona, del Museo Segantini di St. Moritz, dal Touring Club Italiano di Milano, dalla raccolta della Banca di Credito Cooperativo di Barlassina e da altre importanti collezioni di singoli privati.
La mostra è accompagnata da una sezione dedicata ad analisi scientifiche multispettrali e spettroscopiche (tra le altre: radiografia, riflettografia, XRF, spettrofotometria) svolte da Gianluca Poldi e Thierry Radelet su tre dipinti esposti - di Giovanni Segantini, Emilio Longoni e Giuseppe Pellizza - a siglare uno specifico approccio metodologico per quanto riguarda le opere di artisti della prima generazione divisionista. Gli esami scientifici, volti a documentare i problemi conservativi così come a conoscere i materiali usati e approfondire la tecnica pittorica degli autori, hanno affiancato fruttuosamente l’analisi storico-artistica.
La mostra è corredata da un ampio catalogo scientifico edito da Skira con testi di Giovanna Ginex, Alberto Finozzi e Cristiana Sburlino, Maria Fratelli, Gianluca Poldi e Thierry Radelet, Aurora Scotti, Monica Vinardi e Paola Zatti.

Titolo mostra: La meraviglia della natura morta. 1830-1910
Dall’Accademia ai maestri del Divisionismo
A cura di: Giovanna Ginex
Organizzazione: Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona, Galleria d’Arte Moderna di Milano
Sede: Palazzetto medievale, Tortona
Date: 24 settembre 2011 - 19 febbraio 2012
Orari: dal giovedì alla domenica dalle 11.00 alle 19.00
Catalogo: Skira editore

Immagine: Emilio Longoni, Natura morta con frutta candita e caramelle. Studio dal vero, 1887, olio su tela, 63x110 cm, Collezione Giuseppe Treves, Milano.

mercoledì 11 maggio 2011

Metamorfosi del segno tra Secessione e Futurismo

Comunicato stampa

Disegni, pastelli, acquerelli e tempere di artisti italiani a cavallo tra Ottocento e Novecento. Sono trenta le opere su carta in mostra alla Nuova Galleria Campo dei Fiori a partire da giovedì 19 maggio 2011.
Apre la rassegna una tempera di Giulio Aristide Sartorio (1860-1932), Campagna romana con papaveri (1893), recentemente riemersa da una prestigiosa collezione romana, dove alla luminosità dei fiori del mese di maggio, si contrappone la staticità di una casupola e di un covone compiti nel cielo. Seguono i disegni e un pastello di tre pittori del gruppo dei XXV della Campagna Romana: Camillo Innocenti (1860-1932), Vittorio Grassi (1878-1958) e Arturo Noci (1874-1953). Fra le opere di ambientazione orientalista, troviamo artisti come Johann Jakob Frey (1813-1865), svizzero ma romano di adozione. L’artista prese parte nel 1842 ad una celebre spedizione archeologica in Egitto e a questo soggiorno risalgono gli acquerelli esposti. Un altro orientalista in mostra è Gustavo Simoni (1845-1926) che ha viaggiato in più riprese nell’Africa del Nord dove ha ambientato l’acquerello in mostra Suonatori arabi (1898).
Fra i Simbolisti si espongono il marchigiano Adolfo De Carolis (1874-1928), il triestino Guido Marussig (1885-1972) e il toscano Raul del Molin Ferenzona (1879-1946) di cui si presentano tre tempere di uno zodiaco simbolista.
Giunge sempre da una storica collezione di Roma una inedita matita di Gino Severini (1883-1966) del 1940, Ritratto di giovane uomo. Alla stessa collezione appartengono due disegni del grande scultore dalmata Ivan Mestrovic (1883-1966), formatosi a Vienna in seno alla Secessione e un autoritratto di Felice Carena (1879-1966) del 1908. Seguono i disegni di altri due scultori: il faentino Ercole Drei (1886-1973) e il triestino Attilio Selva (1883-1970).
Due gli autori futuristi in mostra: il toscano Thayaht (1893-1959) e il siciliano Giulio D’Anna (1908-1978). Sono di ispirazione cubo-futurista un acquerello e una tempera di Ferruccio Ferrazzi (1891-1978).
Di Armando Spadini (1883-1925) si espongono alcuni disegni per i quali ha posato la figlia Anna nel 1910, mentre di Giovanni Guerrini (1887-1972) un lavoro preparatorio per i mosaici per il Salone Centrale del Palazzo dei Congressi a Roma (c. 1941), oltre ad alcuni disegni di figure femminili.

Titolo mostra: Metamorfosi del segno tra Secessione e Futurismo
A cura di: Lela Djokic
Sede: Nuova Galleria Campo dei Fiori, Roma
Periodo: 19 maggio - 29 luglio 2011
Inaugurazione: giovedì 19 maggio 2011, ore 17-20
Orario: 10-13 / 16-19, chiuso lunedì mattina e festivi
Autori in mostra: Felice Carena, Michele Cascella, Raoul dal Molin Ferenzona, Giulio D’Anna, Adolfo De Carolis, Ercole Drei, Ferruccio Ferrazzi, Johann Jakob Frey, Edoardo Gioja, Vittorio Grassi, Giovanni Guerrini, Camillo Innocenti, Guido Marussig, Ivan Mestrovic, Arturo Noci, Giulio Aristide Sartorio, Attilio Selva, Gino Severini, Gustavo Simoni, Armando Spadini, Thayaht.

Immagine: Giulio Aristide Sartorio, Campagna romana con papaveri, 1893.

giovedì 7 aprile 2011

L’immagine del cachemire nella pittura dell’Ottocento

Comunicato stampa

Racconta Piero Tosi che nel 1954 quando lavorava con Luchino Visconti alla realizzazione di “Senso”, in una delle scene Alida Valli doveva comparire ammantata in un gran scialle di cachemire. All’epoca in Italia un oggetto di tal genere era praticamente introvabile e l’attrice dovette adattarsi ad entrare in scena gravata dalle pesantissime pieghe di un folto tappeto a disegni di cachemire, unico tessuto con questa decorazione che era stato possibile recuperare. Poi, ricorda ancora Tosi, negli anni successivi dai guardaroba e dalle soffitte delle vecchie famiglie cominciarono a comparire questi preziosi, delicati tessuti, divenuti poi progressivamente oggetto di un raffinato collezionismo.
In Italia alcune strutture museali come Il Museo del Tessuto di Palazzo Bianco a Genova o la Fondazione Ratti di Como, hanno raccolto numerosi esempi di questi materiali tessili: a Roma una vasta collezione privata formatasi proprio “sul campo” del teatro e del cinema, la celebre sartoria teatrale Costumi Tirelli di Dino Trappetti, ha generosamente concesso in prestito un gruppo di sei tra questi scialli al Museo Praz affinché, in occasione della XIII Settimana della Cultura possano venir esposti al pubblico, avvicinati ai ben 12 dipinti di primo Ottocento del Museo, in cui proprio questi scialli compaiono.
Il termine cachemire ha una triplice valenza in quanto indica sia la località di provenienza che il prezioso filato ma anche il motivo decorativo orientale – il cipresso inclinato dal vento – che tanto successo ha ancora oggi. Importato in Occidente alla fine del Settecento, venne di gran moda in età napoleonica, caldo e avvolgente complemento delle leggerissime vesti di mussola bianca che le dame del Direttorio e dell’Impero indossavano anche in pieno inverno. Ben presto le manifatture tessili occidentali si impadronirono di questo duttile e brillante motivo decorativo: passando dalle stole a fondo neutro bordate ai due capi da una fascia decorativa, si arrivò ai grandi scialli rettangolari e quadrati fittamente decorati che venivano indossati piegati a triangolo a coprire tutta la figura. Tra le più celebri manifattura occidentali vanno ricordate quelle di Parigi, di Paisley e di Norwich.

Titolo mostra: L’immagine del cachemire nella pittura dell’Ottocento
A cura di: Eugenio Busmanti e Patrizia Rosazza-Ferraris
Sede: Roma, Museo Praz
Date di apertura al pubblico: XIII Settimana della Cultura 9 - 17 aprile 2011
Inaugurazione: venerdì 8 aprile, ore 18.00
Orari di apertura: lunedì- domenica 9-14 e 14.30 - 19.30 (ultimo ingresso consentito un'ora prima della chiusura). Visite accompagnate di 45 minuti, ogni ora, per non più di 10 persone
Ingresso: gratuito

lunedì 22 settembre 2008

Autunno In Arte


George Inness, Early Autumn, Montclair, 1888, Montclair Art Museum, New Jersey


George Inness, Early Autumn, Montclair, 1891, Delaware Art Museum, Wilmington


George Inness, Spirit of Autumn, 1891, Collezione privata

di Francesco Mastrorizzi

George Inness, paesaggista statunitense, nasce nel 1825 a Newburgh, New York, e si forma con John Jesse Barker e Régis-François Gignoux. Influenzato dai maestri europei e in particolare dalle opere di Claude Lorrain, compie numerosi viaggi in Europa. L’interesse per lo stile della scuola di Barbizon lo spinge verso un genere di realismo romantico. Inizialmente i suoi dipinti vengono accolti freddamente dai critici d'oltreoceano, che non apprezzano soprattutto il disinteresse per un'interpretazione fedele del paesaggio americano. Poco attento alle notazioni realistiche, Inness sopprime gli elementi di riconoscibilità topografica dei luoghi e cerca invece di comunicare un'affinità con il paesaggio. Raggiunge la notorietà solo a partire dagli anni Settanta, quando i suoi dipinti, evocativi e di timbro molto personale, quasi vicini all'impressionismo, trovano risposta nel gusto mutato del pubblico. Negli anni Ottanta e Novanta i suoi paesaggi si fanno sempre più eterei, con forme indistinte avvolte in atmosfere corpose, tipiche della pittura tonale. Muore nel 1894, nel momento di maggior successo di critica e di pubblico.